America

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America Centrale

America Centrale

Medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 su questo stesso blog seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo
adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità dello
Stato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento a questo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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mercoledì 26 luglio 2017

mercoledì 12 luglio 2017

domenica 18 giugno 2017

USA: da una improvvisazione all'altra

L’America di Trump
Migranti: Usa, strage nei deserti della morte
Adriano Metz
27/06/2017
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‘Archiviato’ il clima, avviando a liquefazione i ghiacciai, Donald Trump, che vorrebbe ‘congelare’ il Russiagate, torna a occuparsi d’immigrazione. Lo fa, ovviamente, a modo suo: porta il bando anti-musulmani, finora bloccato dalle sentenze dei giudici federali, alla Corte Suprema e ne ottiene una parziale attuazione.

Bloccata dal Congresso sul muro al confine con il Messico, l’Amministrazione conferma la stretta anti-immigrati - il numero degli arrestati è salito del 38% nei primi 100 giorni di Trump presidente, a una media di oltre 400 al giorno - e l’atteggiamento anti-Islam - per la prima volta da almeno vent’anni, la Casa Bianca non ha organizzato la consueta cena per la comunità musulmana a fine Ramadan.

Nuove regole e pannelli solari
Parlando nello Iowa, che non è proprio terra di frontiera, Trump annuncia come imminenti nuove regole sull'immigrazione: “Chi vuole entrare negli Usa dev’essere in grado di sostenersi finanziariamente e non potrà godere dei benefici del welfare per almeno cinque anni dal suo ingresso". Quanto al muro, un impegno della campagna elettorale, accantonata l’idea strampalata che lo paghi il governo messicano, l’idea è ora di attrezzarlo con pannelli solari che produrranno energia e ripagheranno così l'opera.

Eppure, nonostante la stretta e le minacce di giri di vite ulteriori, il flusso dei migranti non s’arresta. Anzi, le prospettive di muri più alti e di riforme penalizzanti spingono i disperati a serrare i tempi dei viaggi. Del resto, l’economia va bene e i posti di lavoro per gente senza pretese non mancano.

Così, nei deserti lungo il confine tra il Messico e il Sud degli Usa, Texas, New Mexico, Arizona, si consuma una strage che è paragonabile nelle sue dimensioni a quella dei migranti nel Mediterraneo - se non è peggiore -. Di quelle vittime, più immanenti di quelle in mare, perché i loro resti sono ben visibili lungo i sentieri della morte, poco si parla, nell’America di Trump.

Crani senza volto, ossa senza nome
La ‘copertina’ dell’inchiesta realizzata per il New York Times da Manny Fernandes, con fotografie di George Etheredge che sono un pugno nello stomaco, è agghiacciante: una galleria di crani, ciascuno con un numero di identificazione. Quel che resta di persone che, dopo avere illegalmente passato il confine tra Messico e Usa, sono morte nel deserto, di sete, di fame, di stenti, di fatica.

I loro corpi, talora abbandonati, talora sepolti alla meglio da compagni di viaggio, sono stati trovati, ma, in assenza di documenti, non sono stati identificati. Alcuni teschi sono bianchi calcificati, come le carcasse degli animali dei film western; uno è traversato da una striscia di tinta rossa, lasciata dalla decomposizione di una bandana per portava in testa per ripararsi, inutilmente, dal sole.

Un obitorio per immigranti clandestini allestito alla Texas State University, accoglie i resti senza nome di 212 persone: il laboratorio dell’Ateneo, a San Marco, si sforza di identificarli, incrociando dati e dna disponibili e facendo l’inventario degli oggetti trovati. Ma è un granello di sabbia di pietà in un deserto di morte.

“Vogliamo restituire loro almeno il nome”, spiega al NYT Timothy P. Gocha, un antropologo forensi impegnato nell’OperationIdentification: “Ciascuno di loro merita di più d’un numero”. dietro s’intravedono vicende umane, fedi religiose: il Caso 377 portava dentro una croce un grano di riso con su incisi due nomi, Sara e Rigo, forse i figli; il caso 519 aveva con sé le pagine dei Salmi strappate da una Bibbia in spagnolo.

L’immigrazione fa più vittime de 11/09 e Katrina
Dal 2000 a oggi, la Border Patrol, la polizia di frontiera rafforzata da Trump con migliaia d’effettivi, che pattuglia il confine per intercettare i convogli dei migranti, ha documentato oltre 6000 cadaveri. Nella sola contea di Brooks, tra Laredo e Corpus Christi, dal 2009 a oggi è stata accertata la morte di oltre 500 migranti.

Ne ha uccisi più l’immigrazione clandestina che l’11 Settembre 2001 e l’uragano Katrina nel 2005 messi insieme: gli attacchi terroristici contro New York e Washington fecero circa 3000 vittime, la furia degli elementi sulla Louisiana e sugli Stati limitrofi meno di 2000.

Nei primi quatto mesi del 2017 le vittime certificate sono state quante quelle di tutto il 2010: questo potrebbe risultare l’anno più tragico per l’immigrazione, dai picchi del 2012/2013, quando la ripresa dell’economia si cumulava con la speranza di una riforma dell’immigrazione che regolarizzasse chi già si trovava sul territorio americano.

Una spinta dalla Corte Suprema amica
Delle politiche anti-immigrazione annunciate da Trump, nessuna finora è andata in porto: il Muro cozza con le priorità di bilancio del Congresso; il bando è stato appena parzialmente sbloccato; le misure contro le città santuario trovano intralci nella magistratura e suscitano l’ostilità dei sindaci; quanto alle deportazioni di massa degli irregolari, un conto è annunciarle e un conto è farle, perché c’è pur sempre un giudice in America anche a Ovest del Pecos River.

Una mano al presidente l’ha ora data la Corte Suprema a maggioranza conservatrice, convalidandodisposizioni contenute nel bando all’ingresso negli Usa di cittadini di sei Paesi prevalentemente musulmani - il cosiddetto ‘muslimban’ -, in attesa di pronunciarsi sulla sostanza.

Finora tutte le corti federali che hanno giudicato il bando lo avevano bocciato come discriminatorio e, quindi, incostituzionale.Il divieto di ingresso negli Usa colpisce per 90 giorni i cittadini (per 120 i rifugiati) provenienti da Iran, Yemen, Siria, Libia, Sudan e Somalia. La sentenza di lunedì 26 è immediatamente esecutiva: si applicherà da giovedì 29.

Di qui all’autunno, il bando potrà essere applicato solo a quanti non hanno legami con persone (parenti o amici, ndr) o con entità (formula che riguarda fra l’altro gli studenti, ndr) che sono legalmente negli Stati Uniti. E se, intanto, uscisse l’insieme delle nuove regole sull’immigrazione, la disputa sul bando diventerebbe obsoleta.

Adriano Metz è giornalista freelance

USA: solo i propri interessi

Trump e la Nato
Usa ed Europa, la forza o il valzer
Stefano Silvestri
30/05/2017
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Il presidente Donald Trump in altri tempi sarebbe stato definito un isolazionista. Non crede nelle alleanze e negli alleati e non pensa che gli Stati Uniti debbano preoccuparsi di governare il nuovo disordine della globalizzazione, ma piuttosto che essi debbano concentrarsi sulla difesa dei loro interessi immediati, soprattutto quelli di natura economica e commerciale.

Sulla sicurezza, visioni limitate
Anche sulla sicurezza ha una visione ristretta e parziale: si tratta di difendere le frontiere, non solo dalle minacce militari, ma anche dall'immigrazione clandestina e dalla concorrenza "sleale". Inoltre è necessario eliminare chi minaccia di uccidere cittadini americani, cioè oggi in primo luogo i terroristi.

A questo scopo non è il caso di fare gli schizzinosi: chiunque possa aiutare gli americani è accettabile, quali che siano le sue caratteristiche, dai principi sauditi ai governi europei. Gli americani guarderanno solo ai risultati della lotta al terrorismo. Tutto il resto non li riguarda.

L'articolo 5 grande assente
Molto si è detto sulla scelta di Trump, nel suo intervento al Vertice atlantico di Bruxelles, di non citare l'impegno contenuto nell'articolo 5 del Trattato di Washington, per cui qualsiasi attacco militare contro un alleato è considerato un attacco contro tutti: lo invocammo una volta sola, dopo l'attacco terroristico dell'11 Settembre 2001, ma è il fondamento della Nato, l'organizzazione militare transatlantica.

L'omissione è grave, non tanto in pratica (finché ci saranno militari americani nei vari Paesi europei alleati qualsiasi attacco contro di essi coinvolgerà direttamente anche gli Usa) quanto politicamente e strategicamente. Il problema maggiore non è che il presidente Trump non voglia impegnarsi a difendere gli europei, ma che, così facendo, egli faccia pensare di non ritenere i suoi alleati importanti per la difesa e la sicurezza degli Stati Uniti. Se così fosse, le fondamenta politiche e strategiche dell'Alleanza crollerebbero. Si tratta di un gigantesco errore.

Conseguenze di un grave errore
È anche un falso. Senza gli europei, ad esempio, gli americani non potrebbero controllare le rotte dei sottomarini atomici russi né lo spazio aereo euro-atlantico. Senza gli europei la prosperità economica americana andrebbe in crisi.

Certo, senza gli americani gli europei sarebbero in condizioni anche peggiori, ma mentre essi lo sanno e lo dicono, il presidente Trump sembra ignorare l'altra faccia della medaglia. Questo è molto pericoloso perché può portare a gravi errori e sottovalutazioni, ad esempio nel trattare con la Russia o con la Cina o nell'affrontare l'instabilità politica in Medio Oriente e in Africa.

Ciò può anche spingere qualche avversario più opportunista a prendere rischi maggiori, violando frontiere e linee di contenimento divenute all'improvviso più confuse e fragili. Questo tipo di errori, in passato, ha spesso portato alla guerra.

Le difficili alternative europee
Una seconda conseguenza riguarda gli alleati. Essi sono naturalmente obbligati a reagire, ma hanno di fronte a loro due grandi categorie di scelte: quelle incentrate sulla forza e quelle orientate al valzer.

Le prime, più lineari e sicure, richiedono il concreto e rapido rafforzamento dell'autonomia militare e diplomatica europea, non contro gli Usa, ma indipendentemente da essi. Sembra questa essere la linea verso cui si orientano Angela Merkel ed Emanuel Macron. Ma sono scelte che richiederanno un forte e continuativo impegno politico e finanziario, nonché un rafforzamento delle politiche comuni europee. Tutte cose non facilissime.

Il secondo tipo di scelte segue, invece, la linea di minore resistenza, nella direzione, ben nota alla storia italiana, di quel detto popolare secondo il quale "viva la Francia, viva la Spagna, purché si magna". Esse sacrificano l'indipendenza e l'autonomia dei nostri Paesi alla ricerca di nuovi protettori, tatticamente intercambiabili.

È una politica estremamente difficile da perseguire, molto instabile e probabilmente, alla lunga, anche rovinosa economicamente. È infine molto difficile che l'unità europea possa sopravvivere ad un simile tatticismo esasperato in cui ogni Paese sarebbe di fatto isolato. Tuttavia questo tipo di scelte potrebbero divenire una necessità ineluttabile se non si riuscisse a seguire la strada della forza.

E gli americani in tutto questo?
Se questi sono gli scenari suggeriti da questa prima uscita internazionale del presidente Trump, gli Stati Uniti, oltre ad essere più soli potrebbero anche essere meno sicuri. In un mondo con un attore europeo più forte ed autonomo la loro sicurezza non soffrirebbe minimamente, anzi potrebbe migliorare, ma la loro autorità e leadership diminuirebbero e così anche la loro capacità di modellare a proprio vantaggio le regole del mercato globale.

Nel caso invece di una grave crisi europea, l'instabilità internazionale crescerebbe, il contributo europeo alla ricchezza americana diminuirebbe, gli avversari degli Stati Uniti diverrebbero più forti.

Non sappiamo ancora se il presidente Trump vorrà (o riuscirà) a condurre al termine la sua rivoluzione isolazionista, o se cambierà idea, né quali siano le sue preferenze circa le scelte che debbono affrontare gli europei. Sappiamo solo che il gioco è cambiato e che dobbiamo prenderne atto.

Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI.

giovedì 1 giugno 2017

L'UE non resterà un nano politico

Trump e il Mondo
Dopo G7: America First e l’ordine internazionale
Francesco Bascone
17/06/2017
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Il Vertice del G7 di Taormina verrà ricordato come un punto di svolta nei rapporti transatlantici. Il disagio prodotto nei mesi scorsi da numerose esternazioni e decisioni del presidente Usa Donald Trump si è trasformato in un fossato non più mascherabile con formule diplomatiche.

Significative sono a questo riguardo le dichiarazioni fatte dal cancelliere tedesco Angela Merkel nei giorni successivi: l'Europa deve imparare a fare da sé (“prendere in mano il proprio destino”). Aggiungendo che ciò dovrà avvenire “in amicizia con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna”, ma anche in uno spirito di “buon vicinato, nella misura del possibile, con la Russia”, la Merkel ha posto quasi sullo stesso piano i rapporti con gli alleati anglosassoni e quelli con la potenza antagonista, tuttora destinataria di sanzioni.

Si compie l’evoluzione post Guerra Fredda
Giunge così a compimento l'evoluzione dell'ordine internazionale post-Guerra Fredda. Con la dissoluzione dell'Unione Sovietica si affermava la tesi - soprattutto negli Stati Uniti, ma non solo - di una trasformazione dell'ordine mondiale da bipolare a unipolare. Era il “new world order” proclamato da Bush senior. La Nato sopravviveva allo scioglimento del Patto di Varsavia e preparava l'allargamento verso Est; con le intese del 1997 e 2002 accoglieva la stessa Russia in una specie di orbita esterna.

L'America, destinata al ruolo di Paese-guida (“manifest destiny”), offriva agli europei e pure ai russi una “partnership in leadership” (sottinteso: come junior partner).

Nel 2001 l'attacco alle Torri Gemelle mise la sordina alle voci critiche nei confronti di questo modello geopolitico. Nel 2003 l'invasione dell'Iraq e poi la miope gestione dell'occupazione vi aprì una prima crepa. Negli anni successivi il leader russo Vladimir Putin lo ha contestato decisamente; varrebbe la pena rileggere il suo discorso alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, del febbraio 2007.

Il ritorno della Russia e i nuovi protagonisti
Mosca non pretendeva evidentemente il ritorno a un mondo bipolare, bensì il riconoscimento dell'esistenza di un ordine internazionale multipolare. Gli interventi militari in Georgia nel 2008 e Ucraina nel 2014, certo giuridicamente illegali, sono stati la logica espressione della rivendicazione di una sostanziale parità: se l'America (o la Nato, o l'Ue) ritengono di poter espandere la propria zona di influenza, anche la Russia può pretenderne una, sia pure più ristretta.

L'ascesa economica, militare e geopolitica della Cina (e, con distacco, quella dell'India) sanciva definitivamente la multipolarità. Ma finché la “comunità euro-atlantica”, da Vancouver ai confini occidentali della Russia, era unita da un solido legame di solidarietà, non si poteva parlare di un ordine internazionale realmente equilibrato.

Già sotto Bush junior e Obama (“pivot to Asia”) il legame preferenziale euro-atlantico si era leggermente indebolito. Con il loro successore è destinato a un ridimensionamento più drastico di quanto fino a poco tempo fa potessimo immaginare. A meno di un impeachment che faccia della presidenza Trump una breve parentesi, otto anni di continue sfide agli alleati e al buon senso non potranno non allargare l'Atlantico. E con la Brexit, la Gran Bretagna sarà un'isola politicamente a metà strada.

La fragilità della comunità d’intenti transatlantica
La delusione della Merkel, e la necessità per l'Europa di fare da sé, non derivano principalmente dall'evasività di Trump sul Patto Atlantico e in particolare sull'operatività dell'art. 5 (inteso come dovere di assistenza militare a un membro aggredito). Evasività che è in linea con il sacro egoismo insito nel motto “America First”: mira a non legarsi le mani nell'evenienza di un conflitto locale fra Russia e Paesi baltici, serve a premere sugli europei perché aumentino le spese per la difesa a tutto vantaggio delle industrie militari americane e forse ha anche una spiegazione nelle presunte complicità con Putin, ancora da chiarire.

In gioco non è la sopravvivenza dell'Alleanza e della relativa organizzazione militare integrata, che è nell'interesse dell'America e del suo complesso militare-industriale. Ma piuttosto la comunità d’intenti in politica estera e nella difesa dell'ambiente.

Il dissidio riguarda in primo luogo il ritiro dall'accordo sul cambiamento climatico. Ma profonde divergenze dividono gli europei dall'America di Trump (compresa la maggioranza in Congresso) anche sulla politica verso l'Iran (pericolo di misure Usa che provochino un irrigidimento di Teheran sulla moratoria nucleare); sulle massicce forniture militari all'Arabia Saudita e connessi incoraggiamenti a proseguire la sanguinosa guerra in Yemen; sull'indifferenza verso l'espansione delle colonie ebraiche in Cisgiordania e l'abbandono del principio dei due Stati, che soffocano ogni residua speranza di soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese.

L’Unione non resterà un nano politico
D'altra parte la ragionevolezza della Cina nel ribadire gli impegni di Parigi sui gas-serra la avvicina all'Europa, nonostante le nostre perplessità sui diritti umani, l'espansionismo verso gli isolotti contestati, il dumping sociale.

In seno all'Ue, la Russia è vista come un’antagonista minacciosa soprattutto da polacchi e baltici, mentre più a occidente varie capitali ne comprendono il ruolo di potenziale fattore di stabilizzazione in varie zone di crisi, oltre che di irrinunciabile partner economico. Il realismo, come nel caso Usa-Cina, impone un rapporto non univoco: né nemici, né alleati.

L'ordine internazionale evolve dunque verso un allentamento degli schieramenti e un rafforzamento della sua natura multipolare. In questo quadro l'Unione europea non può (né vuole) porsi al livello di Stati Uniti e Russia sul piano militare, ma è certamente fra i grandi sul piano economico e, purché creda in sé stessa, non è affatto condannata a restare un nano politico.

Francesco Bascone è Ambasciatore d’Italia.
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giovedì 25 maggio 2017

USA: Un presidente che ha bisogno di aiuto

Presidenza italiana
G7: salviamo l’alleato Trump
Stefano Silvestri
14/04/2017
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Le 30 pagine del comunicato approvato alla fine del G7 dei ministri degli Esteri si contrappongono all’assenza di accordo finale del G7 dei ministri dell’energia. Questo e altri segnali fanno pensare che il prossimo Vertice del G7, a Taormina il 26 e 27 maggio, potrebbe avere una grande importanza. Poiché molto probabilmente la parte economica dell’incontro sarà molto difficile, assume maggior rilievo la parte politica, che la riunione dei ministri degli Esteri doveva preparare.

Il G7, si diceva, ha perso la sua prominenza da che è stato inventato il G20, dove siedono anche le importantissime nuove potenze e l’Asia conta forse più dell’Europa. Certamente i Sette non possono più pretendere di rappresentare il mondo, o anche solo di poterlo guidare, senza la cooperazione degli altri.

Ma in compenso, da che la Russia è stata esclusa dal Vertice (che da 8 è tornato a 7), questa è nuovamente la riunione tra gli Usa e i loro maggiori alleati: quella in cui il vecchio, ma pur sempre importantissimo, ‘Occidente’ può decidere quali siano i suoi interessi comuni e se ha una strategia unitaria per affermarli.

Ancora alleati?, fin dove e come?
Questa insomma rischia di essere la riunione in cui scopriremo fino a che punto e come siamo alleati con Donald Trump.

Intanto sappiamo che sui dossier energetici non c’è accordo. Abbiamo ancora alcune settimane per vedere se al Vertice riusciremo a fare di meglio, ma tutto fa pensare che potrebbe essere più produttivo occuparsi di altro, a cominciare da quello che è stato discusso al G7 degli Esteri.

Il lungo comunicato contiene cose che piacciono di più agli alleati ed altre che piacciono di più agli americani. Così, ad esempio, i ministri hanno approvato senza riserve l’attacco americano contro la base aerea siriana di Shayat, definendolo “attentamente calibrato, limitato negli obiettivi e rivolto contro siti militari direttamente coinvolti nell’attacco chimico”.

Allo stesso tempo, hanno anche sottolineato più volte l’importanza delle Nazioni Unite e in particolare del Meccanismo investigativo congiunto dell’Onu e dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, che ha più volte accusato il governo siriano di averne fatto uso e che ora è invitato a proseguire nella sua missione di indagine. Peccato che al successivo incontro tra Rex Tillerson e Sergey Lavrov a Mosca, questo tema si sia esaurito in uno sterile muro contro muro.

I paletti di un accordo con Trump
Nel complesso il G7 degli Esteri ha cercato di individuare alcuni paletti di un possibile accordo ‘occidentale’ con Trump. Tralasciamo molti punti che non sembrano contenere novità di grande rilievo e limitiamoci a sottolineare alcuni aspetti di maggiore interesse.

Tutto il comunicato è percorso dalla necessità di dare priorità alla lotta al terrorismo, anche al di là delle sezioni a ciò specificamente dedicate. Semmai una curiosità, che potrebbe nascondere qualche problema politico, deriva dal fatto che a parte il sedicente Stato islamico, cui è dedicata grande attenzione, nel comunicato non si fa mai riferimento diretto ad Al Qaida, neanche quando si tratta di Siria, di Yemen o di Africa, dove pure questa organizzazione terroristica svolge ruoli di rilievo.

Molto esplicite e ripetute sono invece le critiche alla Russia, nei cui confronti si riconferma il mantenimento delle attuali “misure restrittive” (sanzioni), per spingerla a “tornare all’interno di un ordine di sicurezza basato su regole” condivise.

Nel complesso, pur riconoscendo alla Russia di essere un importante protagonista internazionale e di condividere con Mosca molti comuni interessi, quali la lotta al terrorismo e la non proliferazione nucleare, i Paesi del G7 non accettano in alcun modo l’annessione della Crimea e ritengono che la Russia abbia grandi responsabilità sia in Ucraina che in Siria, che non usa come dovrebbe, o di cui, al contrario, abusa.

Poche novità anche per quel che riguarda la Corea del Nord, dove però si riconosce che la sfida lanciata dal regime nord-coreano ha raggiunto nuovi livelli e richiede quindi una “reazione decisa ed efficace”. Poiché sembra impossibile che quel regime si adegui alle richieste di apertura, disarmo e rispetto dei diritti umani avanzate dai paesi del G7, rimane aperta la questione di quale dovrebbe essere la “reazione” di cui sopra.

Più tranquilla la posizione sull’Iran dove si conferma l’importanza dell’accordo raggiunto sul nucleare (che dovrà però essere integralmente attuato) e ci si limita a deplorare i test di missili balistici effettuati da Teheran.

Piuttosto decisa, anche se di tono nettamente diverso rispetto a quello usato con Mosca, anche la reazione alle rivendicazioni marittime cinesi, ad Est e a Sud. Ci si riferisce ad esempio al giudizio emesso dal Tribunale arbitrale il 12 luglio 2016, sfavorevole alle tesi cinesi, come ad una “utile base” per andare avanti pacificamente, e si ribadisce l’opposizione a iniziative unilaterali.

Il comunicato tocca molti altri punti: ad esempio, è interessante una sezione sul cyber (anche se insiste sulla ricerca di regole non obbligatorie), ed è importante una sezione sulla opportunità di rafforzare il sistema Onu di gestione delle crisi. Ma complessivamente questo testo sembra soprattutto voler offrire un ramoscello d’ulivo da parte degli alleati alla nuova Amministrazione americana. Esso suggerisce un possibile compromesso che può consentire all’Occidente di proseguire insieme: salviamo l’alleato Trump (per la nostra stessa tranquillità). Vedremo come andrà a Taormina.

Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI.

venerdì 19 maggio 2017

USA: un bilancio per un tour

Presidenza italiana
G7: Trump, ‘gran finale’ di prima missione 
Giampiero Gramaglia
15/05/2017
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Il Vertice del G7 a Taormina sarà, per Donald Trump, il ‘gran finale’ della sua prima missione all’estero da presidente degli Stati Uniti. Il viaggio comincerà fra una settimana in Arabia Saudita e proseguirà – il 22 e 23 maggio - in Israele e nei Territori palestinesi. La mattina del 24, Trump sarà in Vaticano e a Roma e incontrerà Papa Francesco e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella – è quello che il consigliere per la Sicurezza nazionale H.R. McMaster ritiene “un omaggio al popolo italiano”.

Fascino per gli uomini forti
Basta uno sguardo all’agenda del presidente statunitense per rendersi conto dell’incertezza e dell’imprevedibilità delle relazioni internazionali dell’attuale Amministrazione.

Il viaggio di Trump - la mappa del tour presidenziale

Prima di partire, Trump incontrerà, questa settimana a Washington, il presidente turco RecepTayyipErdogan, uno degli uomini forti – come il presidente egiziano Abd al-Fattahal-Sisi, già ricevuto alla Casa Bianca – per cui mostra una certa fascinazione. Si sono raffreddati, invece, gli entusiasmi per il presidente filippino dai modi spicci Rodrigo Duterte, che fa sapere che potrebbe non andare negli Stati Uniti perché ha “troppi impegni”.

Il primo faccia a faccia col presidente russo Vladimir Putin non è invece stato ancora annunciato: reso più ostico dal colpo di freno al miglioramento dei rapporti tra Washington e Mosca legato al Russia-gate sul fronte interno e alla Siria su quello esterno, l’incontro potrebbe avvenire a margine del G20 di Amburgo a luglio, anche se un anticipo non è escluso, almeno secondo fonti di stampa russe.

Il percorso in Medio Oriente
Prima tappa della prima missione all’estero di Donald Trump sarà, dunque, l’Arabia Saudita: scelta che suscita subito sorpresa e interrogativi, perché si tratta sì di un tradizionale alleato degli Stati Uniti, ma anche di un Paese dal ruolo non limpido nella lotta contro il terrorismo e divisivo nella regione, nella chiave del persistente confronto tra le monarchie sunnite e il regime teocratico sciita iraniano, che si riflette anche nelle situazioni in Iraq e in Siria, oltre che nel conflitto nello Yemen.

Ma la tappa più attesa nella regione è quella tra Israele e Palestina; un passo – per alcuni esperti – verso la nuova iniziativadi pace degli Stati Uniti per la soluzione del conflitto israelo-palestinese annunciatada Trump il 3 maggio scorso, dopo aver ricevuto il presidente palestinese Abu Mazen. L’iniziativa, che pareva azzardata, improvvisatae in contrasto con l’approccio apertamente filo-israeliano fino ad allora tenuto dalla sua Amministrazione, potrebbe dunque concretizzarsi.

I palestinesi anzi cavalcano - e forse mettono alla prova - la disponibilità statunitense, prospettando addirittura nell’occasione un vertice a tre. Gli israeliani sono più riservati e fanno sapere che Trump, appena sbarcato in Israele, andrà al Muro del Pianto con la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner, entrambi ebrei religiosi – Kushner è pure suo consigliere per il Medio Oriente -. Non si attendono, invece, sviluppi nel tormentone dello spostamento dell’ambasciata degli Usa a Gerusalemme.

Cruciale nella missione potrebbe diventare il discorso che Trump farà alla Rocca di Masada, antica e fascinosa fortezza ebraica sul Mar Morto: il discorso di Masada starà alla politica mediorientale dell’Amministrazione Trump come il discorso del Cairo del 4 giugno 2009 stette a quella dell’Amministrazione Obama. Resta da vedere se, contrariamente a quello di Obama, sarà poi seguito da fatti concreti.

A Bruxelles tra Ue e Nato
Nel pomeriggio del 24, Trump sarà a Bruxelles, dove sarà ricevuto da re Filippo nel Palazzo Reale, nel cuore della capitale belga. Il 25, il presidente americano incontrerà nell’Europa Building i leader delle istituzioni Ue, specie il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. A seguire, Trump parteciperà al Vertice Nato: un’occasione per riaffermare l’importanza dell’Alleanza, che da obsoleta è ora ritenuta essenziale nella lotta contro il terrorismo, ma anche per ribadire che i partner devono fare di più – leggi, pagare di più – per la sicurezza comune.

La tappa di Bruxelles è segnata, in qualche misura, almeno nella sua preparazione, dal fatto che, durante i suoi primi cento giorni, ormai abbondantemente superati, Trump s’è ‘dimenticato’, o ha semplicemente trascurato, di nominare i rappresentanti permanenti degli Stati Uniti presso la Ue e la Nato. Alla Nato, l’ambasciatore Douglas Lute, un ex generale nominato da Barack Obama e insediatosi nel 2013, ha lasciato la guida della delegazione all’incaricato d’affari Earle Litzenberger. All’Ue, l’ambasciatore Anthony Gardner s’è dimesso a gennaio e la Rappresentanza è attualmente retta dall’incaricato d’affari Adam Shub.

S’era parlato, all’Ue, di Ted Malloch, uno che dovunque spara a zero contro l’Unione e l’euro, suscitando reazioni piccate al Parlamento europeo e nelle capitali dei 27. In una lettera pubblicata dalla rivista londinese ‘The Parliament Magazine’, Malloch sostiene che l’Ue “è diventata non democratica, gonfia di burocrazia e di anti-americanismo rampante”; e afferma che “gli Usa dovrebbero praticare con l’Europa maggiore commercio bilaterale e dichiarare la propria ferma opposizione a un’Europa federale, dicendo un preciso ‘no’ a un unico euro-governo”. E, prima, intervistato da ‘Der Spiegel’, Malloch aveva definito l’euro “un esperimento imperfetto” – “se sedessi al tavolo d’una banca d’investimenti, ci punterei contro” – e la Brexit la prima di altre uscite. Perchégli Usa devono “collaborare in bilaterale coi singoli Stati Ue”? Perché così “ci troveremmo in vantaggio”.

Un G7 ‘gente che va, gente che viene’
Il giorno dopo, il presidente raggiungerà la Sicilia, dove, a Taormina, si svolgeranno i lavori del G7. Fra i temi controversi, la libertà degli scambi – un valore che l’Amministrazione Trump subordina all’interesse commerciale degli Stati Uniti – e il rispetto degli accordi di Parigi del 2015 sul clima, per rallentare il riscaldamento globale.

Sui cambiamenti climatici, le ultime indicazioni sono che gli Stati Uniti non prenderanno posizione fin dopo il G7: “Il presidente continuerà ad ascoltare i pro e i contro”, sul rispetto o meno dell’accordo di Parigi, per arrivare a definire “quel che è il miglior interesse degli Stati Uniti”, fa sapere il suo portavoce Sean Spicer. Un modo anche per evitare che Taormina si trasformi in una ‘sfida all’Ok corral’ ambientale.

Un Vertice degli esordienti – ben quattro, oltre a Trump il presidente francese Emmanuel Macron, la premier britannica Theresa May e il padrone di casa e presidente di turno, il premier italiano Paolo Gentiloni – e, nello stesso tempo, di leader che potrebbero essere alla loro ultima esperienza: la May l’8 giugno e Gentiloni tra l’autunno e la primavera sono attesi da scadenze elettorali, come pure l’indiscussa decana di questi Vertici, Angela Merkel – il 23 settembre.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.

mercoledì 3 maggio 2017

USA: Cento giorni di incertezza

Luna di Miele
Trump, minacce e lusinghe nei Cento Giorni
Adriano Metz
28/04/2017
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Minacce e promesse, per i cento giorni di Donald Trump alla Casa Bianca: tamburi di guerra - l’espressione è del New York Times - con la Corea del Nord; e miraggi fiscali per i cittadini, ma soprattutto gli imprenditori, americani. Le minacce - per fortuna - e le promesse restano per ora parole: i fatti della luna di miele del magnate presidente con i suoi elettori sono relativamente pochi.

Ma Trump si conferma maestro nello ‘spostare la palla’: se una sua iniziativa s’arena o si rivela controproducente agli occhi dell’opinione pubblica, passa ad altro; e lo fa con spregiudicatezza rispetto ad affermazioni precedenti e con un’unica costante: “La colpa è dei media”. Ad alleati vicini e rivali chiede essenzialmente di pagare di più, militarmente, commercialmente o economicamente.

Corea del Nord: giochi di guerra pericolosi
In inglese, le manovre militari si chiamano ‘war games’, giochi di guerra. E ‘giochi di guerra’ sono le schermaglie verbali, incessanti da settimane, tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord: un po’ come se Trump considerasse Kim Jong-Un un bersaglio da esercitazione, per addestrarsi a future eventuali prove analoghe. Ma, con due leader così impulsivi e imprevedibili, il rischio non è mai marginale.

Nell’ennesima intervista sui Cento Giorni, alla Reuters, Trump avverte che “la tensione è alta” e ammette che “un grande, grande conflitto con la Corea del Nord è possibile”; fa l’elogio della Cina, che cerca di tenere a freno il riottoso alleato, ma dubita degli esiti della diplomazia di Pechino. E, intanto, fornisce missili-antimissili alla Corea del Sud e mantiene in acque coreane il gruppo navale della portaerei Vinson e un sommergibile nucleare.

Esperti del Dipartimento di Stato e del Pentagono, che seguono da decenni le ricorrenti crisi coreane, confidano ai giornalisti che la retorica e il flettere dei muscoli rendono la minaccia più imminente di quanto non sia: “Vogliamo che Kim ritrovi il buonsenso, non vogliamo metterlo in ginocchio”. Tutto bene, purché il magnate presidente e il dittatore nord-coreano sappiano dove fermarsi, mentre Cina ed Ue lavorano per riaprire i canali di negoziato chiusi dal 2008.

Russia, Iran e altri fermenti tra politica e affari
La Corea del Nord non è l’unico cruccio di politica estera, in queste ore. Washington sta valutando la possibilità di ristabilire le sanzioni contro l’Iran, a dispetto dell’accordo sul nucleare concluso con Teheran nel 2015: una mossa che rischia di favorire il ritorno al potere dei conservatori nelle presidenziali del 19 maggio.

E la Russia, dopo lo strappo sulla Siria, è terreno di grattacapi e complicazioni sul fronte interno. Suona male che la Exxon Mobil, di cui era ceo l’attuale segretario di Stato Rex Tillerson, chieda l’esenzione dalle sanzioni per la joint venture con Rosneft e le trivellazioni nel Mar Nero. E intanto si aggrava la posizione dell’ex consigliere per la Sicurezza nazionale, il generale Michael Flynn, che avrebbe illegalmente ricevuto somme di denaro da governi stranieri (leggasi: Russia).

Ma non c’è ancora un bandolo nella matassa d’affari e illegalità del Russia-gate, l’indagine dell’Fbi e del Congresso innescata dalle presunte ingerenze dell'amministrazione russa durante la scorsa campagna elettorale americana. La locandina dei personaggi in commedia s’infittisce: secondo l’Ap, Paul Manafort, ex capo della campagna elettorale del candidato Trump, avrebbe segretamente collaborato con Oleg Deripaska, magnate russo dell’alluminio e uomo di fiducia di Putin. E sarebbe pure emerso che l’intelligence russa cercava dal 2013 d’ingaggiare il businessman Carter Page, poi divenuto consigliere di Trump - durante la campagna, andò a Mosca a fare un discorso.

Meno tasse, meno soldi, più debiti
Dopo che la revoca dell’Obamacare s’era bruscamente arenata in Congresso e che i giudici federali avevano bloccato due volte il bando all’entrata negli Usa di rifugiati e cittadini di Paesi musulmani, il presidente aveva spostato l’attenzione sua e dell’opinione pubblica sulla politica estera: l’attacco alla Siria, le tensioni con Mosca, il confronto con la Corea del Nord.

Ma pure lì Trump è finito in stallo - per fortuna!, ché non sempre una raffica di missili resta senza conseguenze. E, allora, a compimento dei Cento Giorni, ecco spuntare fuori un pezzo forte dell’agenda elettorale: la riforma fiscale, presentata con molta enfasi, ma già destinata ad avere vita non facile in Congresso.

Ridurre le tasse alle aziende piace ai repubblicani; e semplificare le aliquote piace agli americani, anche se non ci guadagnano molto. Ma l’equazione “meno tasse = più crescita e meno evasione”, (quindi, a conti fatti, più soldi nelle casse dell’erario) è tutta da dimostrare. L’operazione può tradursi in un aumento del debito, che non piace ai repubblicani, e in una riduzione delle prestazioni dello Stato ai cittadini, che non piace ai democratici.

La riforma non dà garanzie di successo, sul piano finanziario ed economico; e, su quello politico, rischia di rivelarsi un boomerang. Della riforma, che per ora è una ‘lista dei desideri’ più che un piano preciso e dettagliato, gli elettori potrebbero soprattutto ricordare che il presidente Trump ha fatto un regalo all’imprenditore Trump e all’1% dei Paperoni d’America.

Vero o falso?, il nuovo Monopoli
Non c’è pace tra i media e il presidente, pur se le polemiche sono meno virulente che Cento Giorni or sono (e i tweet meno accidiosi). Il New York Times, ad esempio, non ha per nulla abbandonato la pista delle cerimonie d’insediamento, dove - ha recentemente ‘intignato’ - “la gente era poca, ma giravano soldi in abbondanza”. Le donazioni a caccia di benemerenze o per sanare divergenze hanno infatti fruttato a Trump 107 milioni di dollari, il doppio che qualsiasi altro suo predecessore.

Nel panorama mediatico americano, Trump ha intanto perso un amico e un alleato: Bill O’Reilly, popolare conduttore della Fox News, è stato accantonato, dopo ripetute accuse di molestie sessuali. Il presidente l’ha pubblicamente difeso e i malpensanti pensano che O’Reilly possa presto entrare nello staff della Casa Bianca, che ha già accolto esuli dai media con trascorsi da molestatori.

Adriano Metz è giornalista freelance.
 
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Usa: Trump, i record dei suoi primi Cento Giorni, Giampiero Gramaglia

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USA: la politica estera palestra di voltafaccia

Luna di Miele
Usa: Trump, i record dei suoi primi Cento Giorni
Giampiero Gramaglia
26/04/2017
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Ha cominciato con largo anticipo a celebrare i suoi primi cento giorni alla Casa Bianca, che cadono a fine aprile. Quando non aveva ancora compiuto tre mesi nell’esercizio dei suoi poteri, annunciava su Twitter, la lavagna virtuale di tutti i suoi proclami: “I primi 90 giorni della mia presidenza hanno mostrato il totale fallimento degli ultimi otto anni di politica estera. Com’è vero!”.

Ed ha poi dato una lunga intervista all’Ap, in cui batte con insistenza proprio su questo tasto: la differenza tra lui e il suo predecessore, quel ‘mollaccione’ di Barack Obama, che non frenò il flusso degli immigrati, non cacciò dal potere il presidente siriano Bashar al-Assad e non convinse gli alleati Nato a pagare di più per la sicurezza comune.

A dire il vero, neppure Donald Trump, 45° presidente degli Stati Uniti, insediatosi alla Casa Bianca il 20 gennaio, è finora riuscito a fare almeno una di quelle cose. Però, sta litigando con il Congresso per farsi dare i soldi per alzare il muro al confine con il Messico, ha lanciato una gragnola di missili su una base siriana e sta ‘mobbizzando’ tutti i leader europei che vanno a incontrarlo a Washington – ultimo, il premier italiano Paolo Gentiloni – con l’impegno di spendere di più nella Nato, centrando l’obiettivo del 2% del Pil per la sicurezza.

I primati che lo distinguono dai suoi predecessori
A Trump, comunque, i primati non mancano, per distinguersi dai suoi predecessori: è il presidente con l’indice di gradimento più basso durante la ‘luna di miele’ con il popolo americano, da quando esistono sondaggi del genere, anche se, dopo fuochi d’artificio e pugni sul tavolo, la sua popolarità è un po’ cresciuta; ed è il presidente che ha firmato più ‘ordini esecutivi’ – l’equivalente americano dei nostri decreti legge – nei suoi esordi, più di John F. Kennedy che era finora il recordman con 23; ed è anche il presidente che passa più tempo sui campi di golf (gioca una volta ogni cinque giorni, in media, secondo i calcoli di Market Watch, un sito di finanza, il doppio di quanto non giocasse Obama – una volta ogni quasi dieci giorni -). Eppure, Trump criticava spietato l’‘etica del lavoro’ di Obama, che non gli impediva di giocare a golf “con tutti i problemi che gli Usa hanno” – e che lui, per ora, non ha risolto.

Ma dove nessuno lo batte davvero è nell’uso di Twitter: ‘cinguettii’ strategici, a notte o all’alba, che dettano l’agenda dei media – lo strumento, però, è recente e il confronto può solo essere con Obama -. Quanto ai ‘cancri’ dell’informazione del XXI Secolo, ‘fake news’, ‘alternative facts’, ‘post-truth’, Trump ne è un untore. Ma spesso i politici lo sono stati, usando gli strumenti di cui disponevano.

Partenza in quarta, poi freno a mano tirato
Partito in quarta, nelle primissime settimane alla Casa Bianca Trump pareva un turbo-presidente: non passava giorno senza che, con una firma e un tratto di penna, non cancellasse qualche decisione dell’amministrazione Obama. Via il Tpp, il patto di libero scambio dell’area pacifica: basta negoziati sul Ttip, l’analogo patto trans-atlantico; un colpo di freno alla parità dei diritti per Lgtbq; niente fondi per le ong che includono l’aborto fra i metodi per controllare le nascite; drastici tagli alle norme per la tutela dell’ambiente e abbandono di fatto degli obiettivi dell’accordo di Parigi contro il riscaldamento globale.

Pareva tutto facile. Poi, però, le cose si sono complicate. Il provvedimento di blocco dell’ingresso negli Stati Uniti dei rifugiati e dei cittadini di sei Paesi musulmani s’è urtato a due riprese contro giudici federali e lì s’è incagliato – l’Amministrazione non ha scelto la via della Corte Suprema, riconoscendo di fatto la partita persa.

E la revoca dell’Obamacare, la riforma sanitaria di Obama, punto focale di tutte le promesse elettorali, è naufragata in Congresso, nonostante i repubblicani controllino sia la Camera che il Senato. Quanto alla riforma fiscale e al programma per il rilancio delle infrastrutture, più facile annunciarli che farli: la riforma sta per essere presentata in fanfara, ma ci vorrà poi del tempo per perfezionarla.

Le nomine e la squadra: rose e spine
Se la nomina e l’insediamento del giudice mancante della Corte Suprema sono ‘andati in buca’ – Neil Gorsuch ha superato l’esame Senato, ma solo perché i repubblicani, che altrimenti non avevano i numeri, hanno forzato la consueta procedura –, la composizione della squadra di governo s’è rivelata una corona di spine. E molti posti restano vacanti, compromettendo l’ordinaria gestione della cosa pubblica.

Il riflusso post-elettorale del Russia-gate – con l’intreccio delle interferenze russe nella campagna, sempre a danno di Hillary Clinton, e dei magheggi dei consiglieri di Trump con emissari di Putin – ha costretto quasi subito a dimissioni catartiche il generale Michael Flynn, scelto come consigliere per la sicurezza nazionale, mentre le gerarchie nel ‘cerchio magico’ intorno al magnate-presidente andavano assestandosi, con la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner a guadagnare posizioni e invece il suprematista Steve Bannon a perderne, dopo l’infelice esito di alcune sue iniziative.

La politica estera palestra di voltafaccia
La politica estera pareva una cosa semplice semplice: pappa e ciccia con la Russia; unghie in fuori con la Cina; divido l’Europa e non le bado; combatto il terrorismo, ma sto fuori dal Medio Oriente. Invece, non è proprio stata una passeggiata. Anzi, è su questo terreno che Trump presidente, tale quale il Trump candidato, ha esercitato un tratto saliente dei suoi primi ‘cento giorni’: il voltafaccia.

Faccio la pace con la Russia; anzi no, ci litigo. Il futuro della Siria non è una priorità; anzi no, bombardo al-Assad e voglio che se ne vada perché ha usato i gas contro i suoi nemici che improvvisamente scopro essere miei amici. Bisticcio con la Cina; anzi no, le chiedo di tenere a bada la Corea del Nord, ché, altrimenti, ci penso io con portaerei e sottomarini nucleari. La Nato è obsoleta; anzi no, è utile contro il terrorismo – e se gli alleati pagano la loro quota.

Elemento costante – e mai tradito – è stato la indubbia fascinazione per gli uomini, o le donne, forti: riceve il presidente egiziano, l’autoritario generale al-Sisi; si congratula con il presidente turco, l’altrettanto autoritario Erdogan, per il successo di misura nel referendum che instrada la Turchia verso un regime presidenziale semi-dispotico; e non mostra repulsione per la candidatura in Francia di Marine Le Pen, che prende i soldi a Mosca, ma è alfiere di quel processo di smembramento dell’Unione che a Trump – l’uomo della Brexit – piace tanto.

L’isolazionista diventa interventista. Con la tentazione di aggiustare le cose del mondo assestando qualche martellata, visto che quelle dell’America non vanno a posto da sole. I suoi metodi gli hanno già valso un altro record: le ricerche su Google su Terza Guerra Mondiale e su Guerra Nucleare non sono mai state così numerose dal 2004, da quando cioè ne esistono statistiche.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.

mercoledì 26 aprile 2017

USA: chi guida Gli Stati Uniti. Sono ancora alleati ed amici?


Evoluzione della Politica Statunitense

In un ultimo numero de "L'internazionale" (21-27 aprile 2017),
 in una vignetta di ultima pagina,
  si vede Waldimir Putin che, in una sala operativa, 
si rivolge ad un generale,
 parlando di Donald Trump.

"Doveva essere un utile idiota, non un imprevedibile imbecille".

Gli Stati Uniti sono ancora, per gli Stati occidentali, alleati o amici? 

E' ormai tempo più che maturo che i decisori e le opinioni pubbliche dei vari Stati occidentali prendano atto che gli Stati Uniti non sono più gli Stati Uniti.

A partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il Presidente degli Stati Uniti era considerato dai Paesi alleati, amici e simpatizzanti e, in genere, dal mondo occidentale, il "leader del mondo libero".
A Febbraio del 19145 a Yalta, vi era stato il passaggio di consegne per questo ruolo tra Churchill, e Roosewelt, dopo che gli Stati Europei si sono suicidati con  la prima e la seconda guerra mondiale. La Francia, sconfitta nel 1940, la Gran Bretagna, diseredata nonostante la vittoria del 1945, la Germania ridotta in polvere, l'Italia nemmeno da prendere in considerazione, vedevano nel Presidente Usa il garante dei valori che si volevano portare alla base del nuovo ordine mondiale che la vittoria sul nazismo imponeva. 

 Valori che si individuavano nella democrazia, il libero mercato, il rispetto della persona. Valori che venivano contrapposti al nuovo nemico, l'ex alleato, la URSS comunista di Stalin e poi dei suoi successori, che ovviamente viveva e proponeva un diverso modello di società e quindi di ordine mondiale.
La contrapposizione bipolare, la Guerra Fredda avevano poi incardinato tutto questo fino al crollo della URSS.
Siamo entrati con la caduta del Muro di Berlino nel Nuovo Ordine Unipolare, in cui ancora il ruolo affidato al Presidente degli Stati Uniti era quello del periodo bipolare, che si era svilupparono in una sorta di Stati Uniti- Gendarme del Mondo in cui Waschington veniva chiamata a risolvere le questioni sul tappeto.

Un ruolo guida, di riferimento, in cui noi alleati, amici e simpatizzanti vedevamo nel Presidente degli Stati Uniti.

Questo ruolo con il nuovo Presidente, per come Donald Trump interpreta il suo mandato, è tramontato e così per tutti quegli Americani che lo hanno eletto.

Qui non è in gioco solo Donald Trump, che già in molte occasioni viene definito come la vignetta dell'Internazionale, frutto di una sbandata elettorale; qui è in gioco il fatto che, volenti o nolenti, gli Stati Liberi, occidentali, democratici e quant'altro, gli Europei, sopratutto, non hanno più un capo di riferimento, perchè il capo ha abdicato da questo ruolo.

Ovvero ogni Stato occidentale non ha più alleati, non ha più amici non ha più simpatizzanti e deve iniziare a guardarsi intorno. 

Donald Trump ha parlato chiaro: America First, che significa che vuole difendere soltanto gli interessi americani. Sia in campagna elettorale, sia nei primi mesi di Presidenza, Donald Trump non ha mai promesso di difendere gli interessi politici ed economic del "mondo libero". A questo , come corollario, seguire che non vuole dare patnerschip ai Paesi che condividono i valori liberali dell'Occidente.

Nella visione del Presidente Americano gli Stati Uniti non hanno nè alleati, nè nemici assoluti, ma solo rivali nella lotta per il dominio economico e politico"

Ovviamente tutto questo è stato uno shock per i Paesi cosiddetti Atlantici. Sorpresa o non sorpresa, la realtà è questa. Ci si deve guardare intorno ed al momento l'unica cosa che si vede è l'Europa. Altrimenti, che altro?

Per l'Italia, la bella addormentata che si considera al centro del mondo e convinta che tutti siano pronti a soccorrerla in caso di necessità e bisogno perchè abbiamo la pizza, il cielo e il mare blu e le opere d'arte, è tempo di pensare che non sono più i tempi in cui De Gaspari andava a Waschington e tornava con una valigiata di dollari; è tempo di pensare e forse che sono i finiti tempi di bere Coca Cola ma di ritornare al buon bicchiere di vino dei nostri genitori e nonni, in cui la vera prospettiva è quella europea. 


Massimo Coltrinari
geografia2013@libero.it


sabato 8 aprile 2017

USA. Senza politica estera

Bombardando la Siria
Trump, un Presidente in divenire
Stefano Silvestri
08/04/2017
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Una rondine non fa primavera e un bombardamento, per quanto spettacolare, non fa una politica estera. Certo, questa azione contro Bashar al Assad e la sua strategia sembra contraddire precedenti affermazioni di Donald Trump e di esponenti della sua Amministrazione (come la sua rappresentante alle Nazioni Unite), ma la realtà è che il nuovo Presidente americano sta scoprendo ora le gioie, i dolori e soprattutto la complessità della politica estera, in particolare di quella della superpotenza americana.

Egli era arrivato alla Casa Bianca con poche idee semplici (e risposte molto semplicistiche): difendere il commercio americano, bloccare l’immigrazione clandestina, combattere il terrorismo, specie quello di matrice islamica, e rilanciare un accordo con la Russia di Vladimir Putin. In quest’ultimo caso probabilmente l’idea era che in tal modo egli avrebbe potuto diminuire l’impegno americano in Europa e in Medio Oriente, Ma la realtà è una dura maestra.

Le martellanti rivelazioni sugli indebiti contatti tra membri del suo staff e la Russia, già durante il periodo elettorale, e soprattutto il sospetto non infondato che Putin abbia cercato di influire sull’andamento delle elezioni presidenziali americane, hanno bruciato, almeno per ora, la prospettiva di un rapido accordo con Mosca, che comunque era tutt’altro che facile.

La decisione di stracciare il Tpp (il trattato commerciale con paesi dell’Asia-Pacifico) si è rapidamente rivelata un boomerang, finendo per apparire come un gratuito regalo alla Cina, che da quell’accordo era stata esclusa, e che ha rapidamente sposato la causa del libero commercio per attrarre nel suo cerchio le grandi potenze economiche filo-americane. Vedremo nei prossimi giorni se l’incontro con il Presidente cinese a Mar-a-Lago avrà permesso a Trump di recuperare il terreno perduto.

Ora, la decisione di Assad di usare nuovamente le armi chimiche (che forse è stata presa anche per vedere quale sarebbe stata la reazione di Washington) ha costretto Trump a mostrare i muscoli, preannunciando anche un possibile uso della forza contro la Corea del Nord se la diplomazia cinese si mostrasse troppo poco cooperativa o comunque impotente a controllare quel regime.

In altri termini, Trump sembra riscoprire il solco tradizionale della politica americana, forse resa più scabrosa da una punta in più di improvvisazione e di sfida. Come dicevamo però questa non è ancora una politica estera compiuta e coerente.

Nello scacchiere siriano la mossa di Trump ha ottenuto il sostegno europeo e soprattutto ha portato al recupero della Turchia, mettendo in forse la prosecuzione del processo negoziale di pace di Astana, a guida russo-iraniana. Ma non sappiamo ancora quale sarà, e se ci sarà, un’alternativa. Ritorniamo ai negoziati in ambito Onu, più volte falliti, oppure puntiamo ad un quadro diverso?

Idem per la Russia, che cerca di intimidire Washington sospendendo l’applicazione degli accordi per evitare incidenti tra aerei militari in azione sulla Siria. Vedremo il tentativo di negoziare un nuovo accordo tra Mosca e Washington oppure un ritorno al muro contro muro di obamiana memoria?

Il bombardamento della base aerea siriana ci rivela un Trump diverso da quello della campagna elettora e, un “President in the making”, ma quale sarà alla fine il Trump Presidente?

Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI.

lunedì 20 marzo 2017

USA: L'economia verso il passato

Scambi mondiali
Trump: una pericolosa deriva protezionista
Paolo Guerrieri
13/03/2017
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Molti lavoratori e larga parte del ceto medio americani sono convinti che gli accordi di libero scambio stipulati negli ultimi decenni siano stati la causa del loro impoverimento. Il neo-presidente Donald Trump intende rassicurarli varando misure dirette a smantellare tal accordi e proteggere così gli interessi americani.

La lista è lunga: a partire dall’uscita dall’accordo Tpp (Trans-Pacific Partnership), che il predecessore Barack Obama aveva stipulato con altre 11 economie dell’Asia e del Pacifico; all’auspicata rinegoziazione dell’accordo Nafta; al congelamento dell’accordo transatlantico con l’Unione europea, Ue (Ttip).

La sfida protezionista di Trump
In tutti questi casi si vuole sostituire al tradizionale approccio multilaterale una logica di rapporti bilaterali con singoli Paesi, anche perché più efficace alla riduzione dell’attuale deficit commerciale americano.

L’altro obiettivo dichiarato della nuova Amministrazione Trump è riportare entro i confini degli Stati Uniti le produzioni di molti beni, soprattutto manufatti, oggi sparse nel mondo. A questo scopo si vuole disfare la complessa ragnatela delle catene globali di valore (Gvc), messa in piedi da moltissime imprese americane in questi ultimi tre decenni. Il dato trascurato è che oltre il 70 per cento degli scambi internazionali è oggi alimentato da queste catene di valore delle imprese americane e non.

A guidare queste politiche Donald Trump ha nominato alcuni tra i maggiori alfieri del protezionismo e nazionalismo economico americani, quali Peter Navarro, messo a capo del National Trade Council, e Roberto Lighthizer, scelto quale rappresentante commerciale degli Stati Uniti.

Gravi danni potenziali per il sistema globale
Alcuni non danno gran peso alle minacce di Trump. Sia perché dubitano possano essere mai attuate, per i contrasti già oggi esistenti all’interno del Congresso e della stessa Amministrazione americani. Sia perché, anche se attuate, non durerebbero a lungo, considerati i costi elevatissimi che gli stessi Stati Uniti finirebbero per sostenere.

In realtà si tratta di interpretazioni eccessivamente rassicuranti. Il presidente americano gode in effetti di elevati poteri e grande autonomia in tema di politiche commerciali. Quanto ai costi del protezionismo, essi sono certi e documentabili, ma potrebbe passare molto tempo prima che si manifestino.

In definitiva va considerato molto serio il pericolo di seri danni al sistema commerciale globale nell’ipotesi l’Amministrazione americana attui quanto promesso. Anche perché l’ordine commerciale globale imperniato sulla Wto era già stato scosso da tutta una serie di crisi e difficoltà, ancor prima di Trump, dopo il fallimento del Doha Round e in seguito all’ingresso di nuovi paesi protagonisti, quali la Cina.

La strategia della nuova Amministrazione americana potrebbe determinare così una ulteriore drammatica marginalizzazione del sistema di regole della Wto, aprendo la strada a una sorta di vero e proprio ‘far west’ commerciale.

La risposta della Cina e … 
Il rischio di una deriva protezionista che finisca per danneggiare tutti è dunque reale, e, certo, da non sottovalutare. Molto dipenderà, innanzi tutto, dalle scelte di Donald Trump e dell’Amministrazione americana. Ma assai importanti saranno anche le risposte che verranno dagli altri maggiori Paesi. E tra questi la Cina e l’Europa avranno un ruolo decisivo.

Trump ha minacciato di adottare drastiche misure protezionistiche contro Pechino. Il governo cinese è ovviamente pronto a rispondere, anche sul piano della Wto, ma non vuole farsi trascinare in un’azione di rappresaglia. È ben consapevole che un’escalation commerciale nuocerebbe a entrambe le parti e rischierebbe di alimentare una guerra commerciale dagli esiti imprevedibili. E gli stessi Stati Uniti rischierebbero la perdita di un enorme numero di posti di lavoro visto che una buona parte degli scambi con la Cina include oggi catene logistiche e reti di produzione di imprese americane.

L’altra mossa della Cina è stata far sapere in varie occasioni di essere pronta a impegnarsi a giocare un ruolo assai importante nella difesa e rilancio di un Sistema di scambi basato su regole certe e predefinite. Lo ha anche dimostrato rilanciando in questi giorni nell’area dell’Asia del Pacifico - dopo l’affossamento del Tpp da parte di Donald Trump - un altro accordo di liberalizzazione commerciale la Rcep (Regional Comprehensive Economic Partnership), che, a differenza della Tpp, esclude gli Stati Uniti e include la Cina, interessando oltre tre miliardi di persone.

… e quella dell’Ue
Anche l’Europa ha ripetuto a più riprese di voler evitare una guerra commerciale con gli Stati Uniti, per gli effetti disastrosi che ne conseguirebbero per l’insieme dell’economia mondiale. Naturalmente, ciò non significa che l’Ue rinuncerebbe a rispondere con strumenti adeguati, sia comunitari sia legati alla Wto, qualora l’Amministrazione Trump decidesse interventi in violazione delle regole commerciali esistenti.

Nel mentre anche l’Ue sta esplorando varie strade per rilanciare e rafforzare i legami commerciali con una serie di Paesi sparsi nel mondo, a partire dai paesi asiatici e dell’America Latina, ai fini di sostenere il libero scambio e salvaguardare i mercati di sbocco all’esportazione. Certo in Europa servirebbero anche politiche economiche e sociali più efficaci del passato nell’ammortizzare e assorbire all’interno l’impatto dei processi di liberalizzazione commerciale sui cosiddetti perdenti, al centro delle elevate diseguaglianze esistenti. Ma qui la strada da percorrere è ancora lunga.

Per riassumere, nessuna voglia di rappresaglia da parte di Pechino e Bruxelles, ma articolate strategie di risposta tese sia a studiare contromosse in chiave di deterrenza e rimanendo nell’ambito delle regole della Wto sia a salvaguardare - rilanciando accordi con altri Paesi - l’apertura e la rete di scambi esistenti. È una direzione giusta lungo cui muoversi per contrastare le ansie protezionistiche di Trump. Ora va consolidata e non sarà facile.

Al riguardo sarebbe molto importante un rafforzamento delle relazioni - oggi molto tese - tra i due attori più importanti, Europa e Cina. Il tema più rilevante è come migliorare e espandere le condizioni di accesso ai rispettivi mercati, in tema di beni e servizi e soprattutto investimenti. Sarebbe un segnale forte, in grado di mostrare che una vasta e importante parte del mondo è impegnata a rafforzare l’apertura e l’approccio multilaterale delle relazioni commerciali, e non è affatto disposta a seguire gli Stati Uniti lungo la vecchia pericolosa strada del protezionismo.

Paolo Guerrieri è professore di Economia alla "Sapienza" Università di Roma e senatore della Repubblica.

martedì 7 marzo 2017

USA: lo sguardo sul Pacifico


Politica estera Usa
Trump e Asia: promesse elettorali e cambiamenti
Nicola Casarini, Giuseppe Spatafora
02/03/2017
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Con la vittoria di Donald Trump lo scorso novembre, il ‘pivot’ asiatico di Barack Obama sembrava oramai condannato all’oblio. Il nuovo presidente prometteva, infatti, di ritirare gli Stati Uniti dall’odiato Tpp - la Trans Pacific Partnership – e di costringere gli alleati asiatici degli Usa, in primis Giappone e Corea del Sud, a contribuire di più alla loro difesa - senza dimenticare l’atteggiamento di Trump ostile nei confronti della Cina.

Nonostante questi toni intransigenti, a 40 giorni dall’insediamento alcuni dei punti più controversi sono stati rimodulati. Se ciò rende più difficile decifrare quali promesse della campagna elettorale saranno abbandonate e quali mantenute, resta quanto mai necessario per gli europei rilanciare il dialogo transatlantico sull’Asia al fine di cercare di evitare che le scelte dell’Amministrazione Trump abbiano ricadute nefaste sui crescenti interessi economici del Vecchio Continente in Estremo Oriente.

Il commercio dopo l’uscita dal Tpp
Uno dei punti di maggior coerenza della campagna elettorale è stato l’opposizione al Tpp, simbolo dei trattati di libero scambio che hanno danneggiato quella classe operaia che ha votato massicciamente per Trump. Nei giorni successivi all’inaugurazione, il presidente ha firmato un ordine esecutivo per avviare le procedure di uscita degli Usa dal Trattato trans-pacifico, con l’obiettivo di sostituirlo con una serie di accordi bilaterali che proteggano sia i lavoratori che le esportazioni statunitensi.

Tuttavia, Stati come il Vietnam e il Giappone, che avevano posto grandi aspettative sul Trattato per lo sviluppo di un sistema di multilateralismo economico, potrebbero decidere di rifiutare una nuova serie di accordi bilaterali, e spingere per un la continuazione del Tpp, senza gli Usa ma con altri Stati (includendo, forse, Pechino). Bisognerà inoltre vedere se gli Stati Uniti riusciranno a imporre un sistema di relazioni commerciali bilaterali in un’area che spinge fortemente per il multilateralismo economico.

Gli alleati: rassicurati Giappone e Corea del Sud
A novembre Trump ha ricevuto la visita del premier giapponese Shinzo Abe, il quale si presentava a nome degli alleati asiatici preoccupati di un eventuale abbandono da parte degli americani. Il presidente ha promesso ad Abe che avrebbe mantenuto salde le alleanze storiche con Giappone e Corea del Sud.

Agli inizi di febbraio, il neo-segretario alla Difesa James Mattis ha reso visita a Tokyo e Seoul, riaffermando l’impegno alla loro difesa. Mattis ha confermato che gli Stati Uniti e la Corea del Sud procederanno alla messa in opera dello scudo missilistico Thaad nella penisola coreana per difendere il Paese da un eventuale attacco nucleare dalla Corea del Nord.

Sembra quindi che le minacce di Trump verso gli ‘alleati irresponsabili’ fatte in campagna elettorale siano state messe da parte. La nuova presidenza considera ora le alleanze con Corea e Giappone “la pietra d’angolo della politica estera americana in Asia”. Bisognerà comunque aspettare i primi esercizi militari congiunti, in programma per la primavera, per testare la veridicità delle affermazioni della Casa Bianca.

Confronto con Pechino? Incertezza e diffidenza
Le relazioni sino-americane si prospettavano tese sotto una presidenza Trump: durante la campagna elettorale la Cina è stata accusata di manipolare la sua valuta in modo tale da creare un illecito vantaggio. A questo si sarebbe accompagnato un rafforzamento della presenza navale americana nel Pacifico occidentale con l’intento di fermare le rivendicazioni cinesi nel Mar Cinese meridionale.

A dicembre si è consumata la prima crisi diplomatica tra Washington e Pechino, quando Trump ha accettato una telefonata congratulatoria da parte della presidente di Taiwan Tsai Ing-wen e in seguito ha dichiarato di non sentirsi obbligato di seguire la “One-China policy” - secondo la quale gli Stati Uniti s’impegnano a riconoscere Pechino come l’unico governo legittimo della Cina, mantenendo soltanto relazioni informali con Taipei.

Il governo di Xi Jinping ha risposto requisendo un drone sottomarino americano nel mar cinese meridionale. Trump ha infine deciso di appianare la crisi: in una telefonata con Pechino, Trump ha rassicurato Xi Jinping che Washington avrebbe rispettato la tradizionale posizione di riconoscimento di un’unica Cina.

I rapporti tra Cina e Stati Uniti rimangono comunque contraddistinti da incertezza e diffidenza. Pechino ha protestato parecchio dopo che a settembre gli Stati Uniti e la Corea del Sud hanno annunciato il futuro dislocamento del Thaad, giacché il sistema controllerebbe non solo i missili nordcoreani ma anche quelli cinesi.

La questione nordcoreana: uno spiraglio
La preferenza di Trump per le relazioni bilaterali potrebbe riaprire il dialogo con Pyongyang. Trump non ha condannato esplicitamente il test missilistico nordcoreano di febbraio, né minacciato di introdurre nuove sanzioni Onu. La nuova presidenza sembra voler abbandonare la politica delle sanzioni e della ‘pazienza strategica’ che Obama aveva sostenuto, la quale non ha ottenuto alcun risultato nel fermare le aspirazioni nucleari del regime di Kim Jong-un.

Si è speculato che Washington voglia smorzare i toni ostili per riprendere le trattative dirette con Pyongyang all’interno della dimensione bilaterale o mini-laterale che Trump preferisce. Nell’intavolare nuove trattative con la Corea del Nord, l’Amministrazione Trump potrebbe trovare un inaspettato partner in Pechino: la Cina, il cui interesse principale è mantenere la stabilità nella penisola coreana, sembra interessata a una soluzione che disciplini Kim Jong-un.

Implicazioni per l’Europa
Tuttavia, si è anche speculato che il silenzio di fronte al test missilistico rappresenti la mancanza di una strategia chiara all’interno dell’Amministrazione Trump. In quest’atmosfera di ambiguità, la stabilità regionale rischia di degenerare e questo avrebbe immediate conseguenze per l’Europa, dato il crescente interscambio commerciale tra il Vecchio Continente e l’Asia orientale.

Diventa quanto mai necessario per gli europei comprendere non solo la direzione della politica estera americana, ma anche rilanciare quel meccanimo di consultazione transatlantico - sia a livello Ue che tra i quattro grandi (Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia) e Usa - che esisteva all’epoca di Obama, ma che l’Amministrazione Trump ha interrotto.

Nicola Casarini è coordinatore dell’area di ricerca Asia dello IAI. Giuseppe Spatafora è assistente alla ricerca dell’area Asia dello IAI, dove si occupa di Relazioni internazionali dell’Asia orientale.