America

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America Centrale

America Centrale

Medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 su questo stesso blog seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo
adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità dello
Stato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento a questo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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mercoledì 6 giugno 2018

mercoledì 30 maggio 2018

Il Trattato Nafta

Fonte  Internazionale. Aprile 2018

domenica 20 maggio 2018

America vs Cina


Fonte: LIMES Rivista di geopolitica
www.limesonline.it
informazioni: ilmioabbonamento.it

La politica statunitense nel Pacifico potrebbe avere come finalità pa
possibilità di contenere la Cina ed intraprendere azioni a lungo termine 
incidenti negativamente nello sviluppo della economia e nella sicurezza cinese


sabato 5 maggio 2018

USA: lo sguardo al Pacifico


Fonte. LIMES Rivista Geopolitica. 2 Febbraio 2018
www.limesonline.it
per informazioni: ilmioabbonamento.it

sabato 28 aprile 2018

Tesi . Tecniche di Disimpegno Morale nel terrorismo di Stato. Argentina 1976 - 1983


La Tesi, previo consenso dell'autore, è disponibile presso il
 CESVAM - Centro Studi sul Valor Militare
centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org

lunedì 23 aprile 2018

Colombia: prospettive


La solitudine della piazza colombiana tra bocciature interne e promozioni internazionali
Colombia si muove nella piazza pubblica

di MARTHA ALVAREZ
Ora che il mondo ritorna multipolare e che il fracasso della visione unipolare e globalista del liberalismo è evidente nelle nuove scelte geopolitiche che i popoli sovrani stanno affrontando. Ora che sulle forze populiste si tessono i nuovi nazionalismi: Italia ha Grillo e la nazione vive la disfatta riformista della Costituzione proposta dal governo; gli Stati Uniti navigano nell’incertezza delle proprie scelte; la Russia è ritornata a essere un impero zarista, la Gran Bretagna ha la Brexit da pilotare; la Cina riconferma di Xi Jinping al governo per dare stabilità alla nazione leader dell’economia mondiale. Ora che nel Brasile la presa del potere por parte di Michel Temer, ha avviato numerose riforme generando le proteste popolari che ogni settimana stanno travolgendo la nazione sudamericana; lì vicino, in Colombia, non poteva mancare la tempesta che si è alzata dopo la sconfitta del ‘Sì’ al referendum, che ha spinto i cittadini a scendere nelle piazze a premere sul governo, le forze contrapposte degli alzati in armi e i promotori del ‘No’, a fare la scelta tra salvare gli Accordi già firmati lavorandoci sopra o a ricominciare d’accapo.
Dove i governi ricercano la sicurezza, essi si trovano l’instabilità geografica, che diffonde paure mondiali finanziate con pochi euro. Ora, quando i popoli che amano e ricercano la giustizia sono soffocati nell’avarizia e intrappolati nelle barriere dell’egoismo, si strozzano nell’architettura delle rogatorie e dei Trattati internazionali. In solo 40 giorni e ancora nella ospitalità della controversa Cuba, sulle 297 pagine del vecchio patto, nell’impronte delle sui righe hanno scritto le 310 pagine, che ora devono essere passate dalla carta alla vita reale con l’implementazione.
Ora che i popoli hanno una più incidente ricerca dei propri nazionalismi e di leader che diano identità alle genti delle regioni; ora che i dispersi nelle differenti nazioni in quanto non sono stati considerati nel momento che le potenze li hanno divisi cercano capi e rappresentanti; e ciononostante le frammentazioni interne, tutte le nazioni aderiscono ai problemi della globalizzazione: la risoluzione dei problemi ambientali, la ricerca di pace, giustizia, sicurezza e benessere. È per questo che dovrebbe prevale i principi d’uguaglianza e di responsabilità tra le genti. Ora, più che mai, la società colombiana vuole la pace e la comunità internazionale così lo ha compreso.
Il Presidente dopo la bocciatura avuta nel referendum del 2 ottobre, ha continuato instancabilmente a lavorare ascoltando le parti, riuscendo in breve tempo nell’intento d’avviare tutti i suoi sforzi diplomatici e legali che li sono stati conferiti per il raggiungimento di un ‘Nuovo Accordo’ di Pace con l’organizzazione guerrigliera più longeva del pianeta: Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia le “FARC”. E un nuovo equo accordo è stato avviato e raggiunto, in un dialogo in grado di soddisfare tutte le componenti del popolo colombiano. Dopo aver ricevuto il premio Nobel per la Pace, Juan Manuel Santos, senza dubbio, passa alla storia come figura di libertà.
Ora che la geopolitica crea barriere materiali e immateriali e tuttavia, diventa di flussi e movimentazioni biopolitiche; in momenti in che i conflitti nazionali e regionali sono globalizzati, il bisogno di pace della Colombia passa a essere voce da bar, da salotto e di tutti i cittadini di questo Pianeta, e indifferenti o no, si rispolverano le parole del caudillo colombiano, la cui morte diede avvio allo spirale della violenza che ha occupato la comunità internazionale amica della Colombia. Jorge Eliecer Gaitàn ferventemente aveva detto: “è vicino il momento in qui vedremo se è il popolo a comandare, se è il popolo a ordinare, se il popolo è il popolo e non una moltitudine di servi”.
Le piazze ritornano allo loro funzione vitale per la democrazia; ora, quando la geografia sembrava stabilita d’una volta per tutte e le frontiere della propria sovranità erano state definite anni fa. La Colombia si muove in questo mondo interessante che è pieno di diversità, alla ricerca dell’unità nella cooperazione internazionale, in una società delle nazioni, che sta organizzata come l’insieme di popoli amanti della pace e tuttavia vede aumentare le conflittualità locali. Tuttavia, nelle piazze i cittadini colombiani di tutte le componenti sociali, politiche, religiose e senza nessuna discriminazione ci sono abbracciati chiedendo accordi di pace.
Nei numerosi trattati, la comunità internazionale allenta i propri vincoli nazionali, alla ricerca del coordinamento, la solidarietà e l’accettazione. Ed ecco la Colombia, che è un popolo libero dal 1819, e tuttavia, ha nel suo territorio legittimità stanziali potenti non proprie, ancora capaci di violentare fisica e ideologicamente le proprie Prime Nazioni e il comune popolo sovrano, che sovrano no è da quando si è reso dipendente: di fatto, la Colombia è una nazione ricca di risorse utili per il proprio sviluppo e ciononostante ha ancora una base economica di sussistenza e si lascia spogliare costantemente. Perciò, per prendere consapevolezza del proprio diritto e valore, il popolo colombiano cerca l’aiuto della comunità internazionale.
L’identità geopolitica e la geografia umana si trasformano all’ombra di una serie di nazioni scosse delle scelte della secolarizzazione e che comunque ricercano il redentismo nelle guerre sante, tra polvere e sangue. Lo spirito dei tempi ci fa vedere che la Russia, ieri simbolo d’ateismo, ora ritornata potenza col richiamo all’identità religiosa. D’uguale modo il popolo colombiano esteriormente sembra libero d’una fede, indifferente alle questioni religiose, e ciononostante, cade nelle trappole dell’analfabetismo funzionale, immergendosi nelle comunità religiose di garage, dove cerca di purgare le proprie colpe e aggregarsi politicamente, aiutando così ad spegnere lo spirito dell’illuminismo. Dichiaratamente cattolico, il ‘cristiano’ colombiano è anche fiero di dichiararsi laico, tuttavia osserviamo che ritorna alla schiavitù del sacro, quando dimenticando le parole di Gesù: la verità vi renderà liberi”, si fa ingannare e imprigionare negli slogan pubblicitari del partitismo che mette in rischio la laicità dello Stato.
Nell’economia globalizzata e trasformata alla volontà delle multinazionali, che muovono i fili di governi consenzienti in lasciare opprimere i propri popoli, ecco le Prime Nazioni colombiane che tornano a esser protagonisti richiamando al governo come garante e protettore delle proprie ancestrali differenze, si proclamano fieri del proprio origine e allontanando gli ‘evangelizzatori’, bollandoli come mercanti di morte. E nelle ferite aperte che tutti i popoli hanno, trovandosi dentro un sistema economico iniquo, si fanno evidenti com’effetti collaterali: i consumi poco legali o illegalizzati di sostanze, di prodotti superflui e d’informazione.
In un sistema economico che ha visto la crescita delle diseguaglianze nell’uso e approfittamento delle risorse dichiarate bene comune, vede in Colombia una nazione d’ingiustizia economica e sociale, dove il povero nell’urna elettorale non ha voluto o non ha avuto la forza di guardare al futuro, e mediante la partecipazione alle diverse manifestazioni ha voluto che la realtà della scarna e povera piazza, decidesse e li dessi gli ascensori sociali di che ha bisogno per affermarsi come persona. Dopo la uscita dei risultati elettorali, la soglia imposta dalla Coste Costituzionale è stata superata del 10%, e su una popolazione atta per andare alle urne di 34.899.945, hanno partecipato solo 13.053.364 dei convocati, e di questi 12.800.858 hanno dato un voto valido.
Le frontiere del cyberspazio ci hanno ricordato che le nostre identità sono porose, in quanto molteplici e veloci sono i cambiamenti geopolitici globali e che la Colombia non è un luogo sperduto. In un mondo connesso, si produce la notizia e alla velocità della luce lo comunica ai popoli che dormono e ignorano; tuttavia il 2 ottobre in Colombia, gli abitanti della città e più connessi sono rimasti indifferenti nei propri affari nella misura del 62,57%, oppure all’ombra delle urne hanno evitato scegliere d’aiutare al contadino produttore degli alimenti a uscire della spirale di violenza partitica e di guerriglia, in che innocentemente per quasi 70 anni, si ha visto coinvolto. Le reti del web muovono i cittadini colombiani dispersi nel mondo e sono la principale fonte d’informazione istantanea, che li ha permesso d’avviare le diverse manifestazioni in richiamo alla pace.
Ora che le relazioni di potere a confronto non sono la sintesi di quello che succede nei loro territori, i figli dei contadini colombiani conoscendo cosa è la guerra, volevano la pace e hanno accompagnato i loro genitori al seggio elettorale, mentre che d’altra parte, i figli dei quartieri poveri delle grandi città, non sapevano nulla perché i loro genitori avvolti nella propria povertà e ignoranza. Hanno preferito restare a guardare, come si guarda una partita di calcio; ma nel suo momento coinvolgendo insieme alla piazza e formando un solo gruppo, hanno cercato di legittimare la propria scelta uscita sconfitta delle urne, e d’altra parte, si cerca di annientare la propria pigrizia intellettiva e la passività politica.
Le piazze sono state il crogiolo della democrazia e dei ritrovi spontanei per delineare momenti cruciali della stabilità politica e sociale. Nei piccoli insediamenti, scuole, università, teatri, luoghi dello sport e soprattutto, in tutte le piazze delle città più importanti della Colombia si sono svolti dialoghi, momenti conviviali e manifestazioni artistiche e culturali a favore della pace. La piazza colombiana vuota fino al 5 ottobre, quando dopo la Marcia del Silenzio”, si è riempita di giovani politicamente svogliati e costantemente alla ricerca d’identità, spinti dalla bocciatura, volevano fare la differenza: in condizioni difficili e insalubri, hanno costituito una piccola repubblica!.
Durante settimane lo spazio pubblico colombiano è stato periodicamente riempito da cittadini comuni convocati da iniziative e scioperi pacifisti. Milioni di persone si sono coinvolti moralmente in una delle manifestazioni simboliche più eclatanti degli ultimi anni del paese.
Una piazza fatta di persone che si sentono essenzialmente scolarizzate e tuttavia ricercano interpreti delle proprie verità e si lasciano guidare dei propri sciamani politici. Una piazza dove si è ritrovata rappresentata una società civile che vive fluidamente nell’indifferenza politica, e tuttavia, sconcertata ha desiderato ricominciare d’accapo. La più importante piazza colombiana è la Piazza Bolivar a Bogotà; in essa durante più di 45 giorni è stato organizzato unAccampamento della Pace”, un presidio popolare senza interruzioni fino al 19 novembre, quando la forza pubblica delegata dal sindaco, che rappresenta le forze opposte al governo nazionale, per fare spazio a una manifestazione musicale, usando mezzi repressivi e violenza, ha provveduto a uno sgombero. Nell’immaginario collettivo quel manipolo di manifestanti hanno lasciato un enorme legato di valore civile, fede nel proprio governo, democrazia e pacifismo.
Mossi nelle acque buie, stagne della mancanza di creatività politica, i popoli della Terra sono alla ricerca dei colpevoli, ed ecco che il mondo si muove in slogan politici che risultano vincenti e tuttavia, non danno le tangibili risposte desiderate. L’incertezza uscita delle urne colombiane ha fatto urlare senza esprimere un suono: chi ci guiderà nel processo? Ecco che la piazza internazionale mostra la solidarietà con il popolo colombiano: la diplomazia ha spalleggiato subito al presidente Santos.
Juan Manuel Santos, presidente della Repubblica della Colombia, è stato insignito col Premio Nobel per la pace il passato 7 ottobre per i suoi sforzi risoluti” per lograre la pacificazione all’interno della nazione che rappresenta la democrazia più antica dell’America Latina e una speranza per la comunità internazionale. Santos è alla guida della Colombia dal 2010 e attualmente è al secondo mandato, dopo che nel 2014 è stato rieletto sul presupposto del raggiungimento dell’accordo che era già in negoziazione.
L’evento sociopolitico colombiano sembra dimenticato per il fluire dei giorni, tuttavia, esso è vivo e presente nelle piazze italiane, nei flussi dei turisti che arrivano a visitare musei e monumenti, a confessarsi nei luoghi della fede, a sentire il sapore delle nostre ricette, e anche a riscontrarsi con la realtà delle affollate metropolitane, con la singolare delinquenza e la sporcizia di alcuni quartieri romani e poi tornano in patria portano i ricordi tangibili e almeno in fotografia i simboli della grandezza e bellezza del nostro sistema paese. Le urne colombiane ci ricordano che siamo a portata d’areo.
Le piazze della globalità hanno offerto l’ospitalità, l’abbraccio di solidarietà e un luogo di confronto e d’informazione a gli amici della Colombia, passanti e a tutti i colombiani sparsi per il mondo che hanno potuto congregarsi. Nel resto dei paesi democratici la comunità colombiana del ’Si’ in essi residenti, è uscita vincente e ancora più desiderosi della pace, ha chiamato a partecipare alle manifestazioni pubbliche spontanee, in una raccolta firme come risposta alla vita, che ha avuto l’importante partecipazione trasversale nella Tavola Sociale per la Pace”, da Norvegia all’Australia, passando per la piazza Times Square a New York, coinvolgendo Parigi e Londra, il Paese Vasco e Roma, Ginevra e Buenos Aires.
Oggi evento internazionale in che partecipavano i colombiani si costituì in un importante momento per manifestare il desiderio di pace. Durante le partite di calcio, le gare di ciclismo e di altri sport internazionali, sportivi e tifosi si sono fortemente espressi con cori e slogan, con camicette e fazzoletti bianchi e bandiere. Il presidente Santos è stato invitato dalla Regina Elisabetta al palazzo di Buckingham, ha parlato ai membri del Parlamento britannico e con il primo Ministro Theresa May, sul appoggio britannico e la cooperazione bilaterale nel post conflitto.
Oltre a Cuba, Cile, Venezuela e Norvegia, anche gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo di prim’ordine per attivare, sostenere e concludere i negoziati. L’elezione di Trump e la scelta del Segretario di Stato nella persona di Rex Tillerson, senza dubbio non potrà cambiare di molto la politica Americana nel confronto della Colombia: sia repubblicani che democratici per anni hanno ‘aiutato’ a raggiungere il clima propizio per la pace, con un progetto chiamato Plan Colombia”; a febbraio 2016, Obama durante la visita di Santos alla Casa Bianca, ha annunciato un nuovo stanziamento di 450 milioni di dollari per il progetto Paz Colombia” e il palazzo di Nariño, il 2 dicembre ha avuto la visita del vicepresidente Americano Joe Biden, per “rafforzare i vincoli commerciali” e promuovere il rinascere dell’interesse americano per lo sviluppo e la pace del popolo colombiano.
The New York Times, ha identificato al ex presidente Uribe come l’uomo che blocca la pace in Colombia”. Di fatto, la notte del 2 ottobre, il fronte promotore del ‘No’ interrogato dai giornalisti dimostra palesemente l’impreparazione al risultato, e i giorni seguenti sono carenti nel dare risposte efficaci e costruttive. Uribe, ha dichiarato: “è stata una decisione del popolo colombiano. Il Presidente ha il dovere di trovare le strade per avviare nuovamente il dialogo, ma con l’importante contributo della maggior parte dei colombiani, che hanno votato no”. Il popolo ha avuto una grossa delusione.
La dimostrazione che la Colombia è una democrazia matura sta nel fatto che anche una cifra esegua è tenuta in considerazione. Il ‘No’ ha ottenuto solo il 0.43%, ciò significa che il popolo nelle piazze ha cercato di capire l’incidenza effettiva e quali siano le proposte valide e innovative che hanno da fare agli Accordi. Basandosi nelle affermazioni del ex presidente Uribe, in una conferenza tenuta in Spagna, per molti è evidente che il fronte del ‘No’ ha semplicemente voluto portare d’oltranza i dialoghi, attendendo l’arrivo della nuova campagna elettorale del 2018, in che il partito Centro Democratico”, spera di tornare al governo. La società politica, religiosa e diversi settori della vita civile colombiana hanno fatto più di 500 proposte di modifica, che sono stati considerati attentamente dai rappresentanti del Governo e delle FARC.
Storicamente i governi colombiani avevano portato avanti altri negoziati raggiungendo altri accordi di pacificazione; ma, quest’anno per ben due volte si è arrivato alla firma. La nazione rappresentata dal gruppo di campisti e il popolo colombiano in toto, hanno pazientemente atteso che il rappresentante del governo Humberto della Calle e tutti gli altri attori convocati un’altra volta sotto il cielo cubano, portassero a termine un ‘nuovo’ accordo.
Il nuovo patto raggiunto all’Avana in solo 40 giorni, ha portato i protagonisti dell’accordo anteriore: il Presidente della Repubblica e il massimo capo delle FARC, Rodrigo Londoño, alias "Timochenko", alla cerimonia di sigillo, il 24 novembre, nel teatro Colón de Bogotá, davanti a una affollata platea. Il primo era stato firmato davanti a una nutrita Comunità internazionale che si diede protocollare appuntamento nella città colombiana di Cartagena, il 26 settembre, patto rifiutato degli elettori nel referendum del 2 ottobre.
La Presidenza della Repubblica usando la norma che permette che il Congresso approvi proposizioni su politiche pubbliche, questa volta ha sottoposto lo pattuito in sessioni separate del Senato e della Camera dei rappresentanti. Dopo accesi dibattiti a favore o contro il Nuovo Accordo, oppure contro o a favore del governo, in tempo record, il Senato ha spalleggiato il nuovo patto con 75 voti a favore, la Camera ha stabilito la vittoria con 130 voti. Uribe ha accettato aver commesso errori, e insieme ai rappresentanti del popolo oppositori, hanno lasciato le aule durante le votazioni, pertanto non si è verificato nessun voto contro.
Era stato spostato l’arrivo del momento della controfirma popolare degli accordi, il cosiddetto giorno D”: dal giorno dopo il referendum, cioè dal 3 d’ottobre, al 30 di novembre. Il congresso colombiano è eletto direttamente ogni quattro anni, allora, l’approvazione dell’Accordo raggiunto tra governo e FARC por parte del Senato e della Camera è una forma di referendum popolare indiretto.
Negli ospedali civili e militari fanno un bilancio positivo riportando i livelli bassi e mai visti di civili e soldati caduti o feriti in combattimento con le forze insurrezionali; tuttavia, recentemente, sono tornati all’azione gruppi di paramilitari e di delinquenza comune: in zone di coltivazione illecite e di produzione mineraria illegale, diversi leader sociali vincolati con i gruppi politici di sinistra sono stati assassinati. Certamente le risorse colombiane sono molteplici, come lo sono gli attori interessati in guadagnare mettendo a repentaglio la vita delle persone e l’ordine e la sicurezza nazionale.
Il Santos sta lavorando per avviare a conclusione le leggi d’indulto e amnistia e per integrare delle commissioni speciali per dare compimento al storico Accordo, che coinvolge la Procura, rappresentanti delle FARC, ONG e l’Ufficio della Presidenza della Repubblica. Il popolo colombiano dopo il periodo di apatia e di sfiducia nelle istituzioni ha spalleggiato fortemente al presidente e insieme alla comunità internazionale, ammira la perseveranza con cui ha proseguito allo scopo di trovare il nuovo accordo. Il desiderio di porre fine a una guerra fratricida che si prolunga dal 1948 ha vinto con il prossimo reinserimento alla vita civili di più di 5000 alzati in armi. Una lotta ingiusta che ha lasciato un saldo vicino ai 300.000 morti, cerca sette milioni di sfollati, una moltitudine di scomparsi e di vittime dirette e indirette, si trasforma in una giusta lotta civile e democratica.
Il nuovo patto è riconosciuto come migliore e più solido, ha però tante sfide che la Colombia non può affrontare nella sua solitudine. Il progetto di disarmo e di smobilitazione dei guerriglieri è già in corso e dovrà svilupparsi fino a metà del 2017; inoltre, la riforma rurale, la partecipazione politica dei guerriglieri, la questione delle vittime, la fine del conflitto e l’implementazione e verificazione degli Accordi, sono aspetti che sembrano di politica interna a una nazione sovrana, tuttavia, la comunità italiana e internazionale sono chiamate a partecipare attivamente.
La Colombia ha fama d’essere un ottimo partner commerciale e ha un ottimo futuro prospettato anche dal suo inserimento al capo dei CIVETS, che oltre ai i BRICS, sono la nuova sigla che vuole identificar i futuri poli strategici, economici e politici, degli emergenti che s’affacciano alla scena del protagonismo mondiale. I CIVETS sono l’insieme della Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia, e Sudafrica che hanno stabilità politica, una dinamica economico e finanziaria, un debito stero relativamente basso e una popolazione giovane, che tuttavia, affrontano con lucidità i comuni problemi di disoccupazione, sperequazione sociale e corruzione. D’accordo a dati ONU, la Colombia è classificata tra i maggiori produttori di cocaina. L’implementazione dell’Accordo e l’aiuto internazionale è un punto di lancio per trovare la soluzione strutturale alla produzione, commercio e consumo di sostanze dannose per la salute umana.
A Oslo il 10 dicembre 2016, Juan Manuel Santos ha ricevuto il Nobel per la Pace a nome dei milioni di vittime del conflitto”. Senza l’amplia collaborazione e il contributo del popolo norvegese, il governo colombiano non avrebbe potuto uscire vincente, così lo ha riconosciuto Santos al parlare con Erna Solberg, Primo Ministro norvegese. In Colombia comincia a formarsi e crescere la generazione della pace; la piazza colombiana non sarà più avvolta nella propria solitudine.
Martha Alvarez, fequentractrice Master in Strategia Globale e Sicurezza

mercoledì 3 gennaio 2018

La Struttura dell'Atlante

IL COLTRINARI ATLANTE SI COMPONE DELLE SEGUENTI PARTI

GEOSTRATEGICO
EUROPA
ITALIA
ASIA
MEDIORIENTE
AFRICA
AMERICHE
OCEANIA, in cui sono annotati indicazioni e note di metodo
TERRE POLARI

L'Indirizzo è 
geografia2013@libero.it

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domenica 18 giugno 2017

USA: da una improvvisazione all'altra

L’America di Trump
Migranti: Usa, strage nei deserti della morte
Adriano Metz
27/06/2017
 più piccolopiù grande
‘Archiviato’ il clima, avviando a liquefazione i ghiacciai, Donald Trump, che vorrebbe ‘congelare’ il Russiagate, torna a occuparsi d’immigrazione. Lo fa, ovviamente, a modo suo: porta il bando anti-musulmani, finora bloccato dalle sentenze dei giudici federali, alla Corte Suprema e ne ottiene una parziale attuazione.

Bloccata dal Congresso sul muro al confine con il Messico, l’Amministrazione conferma la stretta anti-immigrati - il numero degli arrestati è salito del 38% nei primi 100 giorni di Trump presidente, a una media di oltre 400 al giorno - e l’atteggiamento anti-Islam - per la prima volta da almeno vent’anni, la Casa Bianca non ha organizzato la consueta cena per la comunità musulmana a fine Ramadan.

Nuove regole e pannelli solari
Parlando nello Iowa, che non è proprio terra di frontiera, Trump annuncia come imminenti nuove regole sull'immigrazione: “Chi vuole entrare negli Usa dev’essere in grado di sostenersi finanziariamente e non potrà godere dei benefici del welfare per almeno cinque anni dal suo ingresso". Quanto al muro, un impegno della campagna elettorale, accantonata l’idea strampalata che lo paghi il governo messicano, l’idea è ora di attrezzarlo con pannelli solari che produrranno energia e ripagheranno così l'opera.

Eppure, nonostante la stretta e le minacce di giri di vite ulteriori, il flusso dei migranti non s’arresta. Anzi, le prospettive di muri più alti e di riforme penalizzanti spingono i disperati a serrare i tempi dei viaggi. Del resto, l’economia va bene e i posti di lavoro per gente senza pretese non mancano.

Così, nei deserti lungo il confine tra il Messico e il Sud degli Usa, Texas, New Mexico, Arizona, si consuma una strage che è paragonabile nelle sue dimensioni a quella dei migranti nel Mediterraneo - se non è peggiore -. Di quelle vittime, più immanenti di quelle in mare, perché i loro resti sono ben visibili lungo i sentieri della morte, poco si parla, nell’America di Trump.

Crani senza volto, ossa senza nome
La ‘copertina’ dell’inchiesta realizzata per il New York Times da Manny Fernandes, con fotografie di George Etheredge che sono un pugno nello stomaco, è agghiacciante: una galleria di crani, ciascuno con un numero di identificazione. Quel che resta di persone che, dopo avere illegalmente passato il confine tra Messico e Usa, sono morte nel deserto, di sete, di fame, di stenti, di fatica.

I loro corpi, talora abbandonati, talora sepolti alla meglio da compagni di viaggio, sono stati trovati, ma, in assenza di documenti, non sono stati identificati. Alcuni teschi sono bianchi calcificati, come le carcasse degli animali dei film western; uno è traversato da una striscia di tinta rossa, lasciata dalla decomposizione di una bandana per portava in testa per ripararsi, inutilmente, dal sole.

Un obitorio per immigranti clandestini allestito alla Texas State University, accoglie i resti senza nome di 212 persone: il laboratorio dell’Ateneo, a San Marco, si sforza di identificarli, incrociando dati e dna disponibili e facendo l’inventario degli oggetti trovati. Ma è un granello di sabbia di pietà in un deserto di morte.

“Vogliamo restituire loro almeno il nome”, spiega al NYT Timothy P. Gocha, un antropologo forensi impegnato nell’OperationIdentification: “Ciascuno di loro merita di più d’un numero”. dietro s’intravedono vicende umane, fedi religiose: il Caso 377 portava dentro una croce un grano di riso con su incisi due nomi, Sara e Rigo, forse i figli; il caso 519 aveva con sé le pagine dei Salmi strappate da una Bibbia in spagnolo.

L’immigrazione fa più vittime de 11/09 e Katrina
Dal 2000 a oggi, la Border Patrol, la polizia di frontiera rafforzata da Trump con migliaia d’effettivi, che pattuglia il confine per intercettare i convogli dei migranti, ha documentato oltre 6000 cadaveri. Nella sola contea di Brooks, tra Laredo e Corpus Christi, dal 2009 a oggi è stata accertata la morte di oltre 500 migranti.

Ne ha uccisi più l’immigrazione clandestina che l’11 Settembre 2001 e l’uragano Katrina nel 2005 messi insieme: gli attacchi terroristici contro New York e Washington fecero circa 3000 vittime, la furia degli elementi sulla Louisiana e sugli Stati limitrofi meno di 2000.

Nei primi quatto mesi del 2017 le vittime certificate sono state quante quelle di tutto il 2010: questo potrebbe risultare l’anno più tragico per l’immigrazione, dai picchi del 2012/2013, quando la ripresa dell’economia si cumulava con la speranza di una riforma dell’immigrazione che regolarizzasse chi già si trovava sul territorio americano.

Una spinta dalla Corte Suprema amica
Delle politiche anti-immigrazione annunciate da Trump, nessuna finora è andata in porto: il Muro cozza con le priorità di bilancio del Congresso; il bando è stato appena parzialmente sbloccato; le misure contro le città santuario trovano intralci nella magistratura e suscitano l’ostilità dei sindaci; quanto alle deportazioni di massa degli irregolari, un conto è annunciarle e un conto è farle, perché c’è pur sempre un giudice in America anche a Ovest del Pecos River.

Una mano al presidente l’ha ora data la Corte Suprema a maggioranza conservatrice, convalidandodisposizioni contenute nel bando all’ingresso negli Usa di cittadini di sei Paesi prevalentemente musulmani - il cosiddetto ‘muslimban’ -, in attesa di pronunciarsi sulla sostanza.

Finora tutte le corti federali che hanno giudicato il bando lo avevano bocciato come discriminatorio e, quindi, incostituzionale.Il divieto di ingresso negli Usa colpisce per 90 giorni i cittadini (per 120 i rifugiati) provenienti da Iran, Yemen, Siria, Libia, Sudan e Somalia. La sentenza di lunedì 26 è immediatamente esecutiva: si applicherà da giovedì 29.

Di qui all’autunno, il bando potrà essere applicato solo a quanti non hanno legami con persone (parenti o amici, ndr) o con entità (formula che riguarda fra l’altro gli studenti, ndr) che sono legalmente negli Stati Uniti. E se, intanto, uscisse l’insieme delle nuove regole sull’immigrazione, la disputa sul bando diventerebbe obsoleta.

Adriano Metz è giornalista freelance

USA: solo i propri interessi

Trump e la Nato
Usa ed Europa, la forza o il valzer
Stefano Silvestri
30/05/2017
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Il presidente Donald Trump in altri tempi sarebbe stato definito un isolazionista. Non crede nelle alleanze e negli alleati e non pensa che gli Stati Uniti debbano preoccuparsi di governare il nuovo disordine della globalizzazione, ma piuttosto che essi debbano concentrarsi sulla difesa dei loro interessi immediati, soprattutto quelli di natura economica e commerciale.

Sulla sicurezza, visioni limitate
Anche sulla sicurezza ha una visione ristretta e parziale: si tratta di difendere le frontiere, non solo dalle minacce militari, ma anche dall'immigrazione clandestina e dalla concorrenza "sleale". Inoltre è necessario eliminare chi minaccia di uccidere cittadini americani, cioè oggi in primo luogo i terroristi.

A questo scopo non è il caso di fare gli schizzinosi: chiunque possa aiutare gli americani è accettabile, quali che siano le sue caratteristiche, dai principi sauditi ai governi europei. Gli americani guarderanno solo ai risultati della lotta al terrorismo. Tutto il resto non li riguarda.

L'articolo 5 grande assente
Molto si è detto sulla scelta di Trump, nel suo intervento al Vertice atlantico di Bruxelles, di non citare l'impegno contenuto nell'articolo 5 del Trattato di Washington, per cui qualsiasi attacco militare contro un alleato è considerato un attacco contro tutti: lo invocammo una volta sola, dopo l'attacco terroristico dell'11 Settembre 2001, ma è il fondamento della Nato, l'organizzazione militare transatlantica.

L'omissione è grave, non tanto in pratica (finché ci saranno militari americani nei vari Paesi europei alleati qualsiasi attacco contro di essi coinvolgerà direttamente anche gli Usa) quanto politicamente e strategicamente. Il problema maggiore non è che il presidente Trump non voglia impegnarsi a difendere gli europei, ma che, così facendo, egli faccia pensare di non ritenere i suoi alleati importanti per la difesa e la sicurezza degli Stati Uniti. Se così fosse, le fondamenta politiche e strategiche dell'Alleanza crollerebbero. Si tratta di un gigantesco errore.

Conseguenze di un grave errore
È anche un falso. Senza gli europei, ad esempio, gli americani non potrebbero controllare le rotte dei sottomarini atomici russi né lo spazio aereo euro-atlantico. Senza gli europei la prosperità economica americana andrebbe in crisi.

Certo, senza gli americani gli europei sarebbero in condizioni anche peggiori, ma mentre essi lo sanno e lo dicono, il presidente Trump sembra ignorare l'altra faccia della medaglia. Questo è molto pericoloso perché può portare a gravi errori e sottovalutazioni, ad esempio nel trattare con la Russia o con la Cina o nell'affrontare l'instabilità politica in Medio Oriente e in Africa.

Ciò può anche spingere qualche avversario più opportunista a prendere rischi maggiori, violando frontiere e linee di contenimento divenute all'improvviso più confuse e fragili. Questo tipo di errori, in passato, ha spesso portato alla guerra.

Le difficili alternative europee
Una seconda conseguenza riguarda gli alleati. Essi sono naturalmente obbligati a reagire, ma hanno di fronte a loro due grandi categorie di scelte: quelle incentrate sulla forza e quelle orientate al valzer.

Le prime, più lineari e sicure, richiedono il concreto e rapido rafforzamento dell'autonomia militare e diplomatica europea, non contro gli Usa, ma indipendentemente da essi. Sembra questa essere la linea verso cui si orientano Angela Merkel ed Emanuel Macron. Ma sono scelte che richiederanno un forte e continuativo impegno politico e finanziario, nonché un rafforzamento delle politiche comuni europee. Tutte cose non facilissime.

Il secondo tipo di scelte segue, invece, la linea di minore resistenza, nella direzione, ben nota alla storia italiana, di quel detto popolare secondo il quale "viva la Francia, viva la Spagna, purché si magna". Esse sacrificano l'indipendenza e l'autonomia dei nostri Paesi alla ricerca di nuovi protettori, tatticamente intercambiabili.

È una politica estremamente difficile da perseguire, molto instabile e probabilmente, alla lunga, anche rovinosa economicamente. È infine molto difficile che l'unità europea possa sopravvivere ad un simile tatticismo esasperato in cui ogni Paese sarebbe di fatto isolato. Tuttavia questo tipo di scelte potrebbero divenire una necessità ineluttabile se non si riuscisse a seguire la strada della forza.

E gli americani in tutto questo?
Se questi sono gli scenari suggeriti da questa prima uscita internazionale del presidente Trump, gli Stati Uniti, oltre ad essere più soli potrebbero anche essere meno sicuri. In un mondo con un attore europeo più forte ed autonomo la loro sicurezza non soffrirebbe minimamente, anzi potrebbe migliorare, ma la loro autorità e leadership diminuirebbero e così anche la loro capacità di modellare a proprio vantaggio le regole del mercato globale.

Nel caso invece di una grave crisi europea, l'instabilità internazionale crescerebbe, il contributo europeo alla ricchezza americana diminuirebbe, gli avversari degli Stati Uniti diverrebbero più forti.

Non sappiamo ancora se il presidente Trump vorrà (o riuscirà) a condurre al termine la sua rivoluzione isolazionista, o se cambierà idea, né quali siano le sue preferenze circa le scelte che debbono affrontare gli europei. Sappiamo solo che il gioco è cambiato e che dobbiamo prenderne atto.

Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI.