lunedì 2 marzo 2015
L'ARRIVO DI NETFLIX A CUBA
di Alessio Pecce
All'annuncio del 17 dicembre 2014, momento in
cui sono ripresi gli accordi bilaterali tra Washington e l'Avana, fa seguito
un'altra notizia considerevole che risale al 9 febbraio 2015, giorno in cui
approda a Cuba Netflix, azienda statunitense, grazie alla quale il popolo
cubano che ha accesso alla rete a banda larga e alle carte di credito
internazionali, sarà in grado di vedere i video in streaming. Da sempre i
contenuti trasmessi nelle radio, tv e giornali sono controllate dal governo, ma
nel corso del tempo la programmazione si è allargata e soprattutto
diversificata, offrendo ai cubani la possibilità di avere a disposizione una
vasta offerta nazionale e internazionale, contenente film, programmi sportivi
oltre ai canali d'informazione. Uno dei punti deboli è la scarsa produzione
nazionale, per ciò che concerne i telefilm: le difficoltà economiche di Cuba,
riducono e limitano a tal proposito, le capacità creative e tecniche dei
soggetti deputati alla produzione televisiva, con il risultato di copioni poco
coinvolgenti. Per questo motivo il popolo cubano è insoddisfatto e cerca delle
alternative, ma l'arrivo di Netflix, contenente all'interno del suo pacchetto due
miliardi di ore di serie tv e film, potrebbe accontentare di gran lunga i
cubani, e fare concorrenza ai canali pubblici e alternativi. I telespettatori
che si abboneranno a Netflix, addebiteranno il costo di tale servizio ai loro
parenti residenti all'estero. Viste le attuali condizioni informatiche, in cui
scaricare un' email o vedere un video su YouTube rappresenta una dura impresa,
la maggior parte dei cubani che sarà grado di connettersi ad internet e
usufruire di Netflix avrà la strada spianata e una visione globale nell'accesso
ai video in streaming. L'altra faccia della medaglia è rappresentato dal fatto
che attualmente, solo pochi cubani potranno usufruire di tale servizio a causa
della connessione internet molto lenta. Basti pensare che fino al 2008, ogni
1000 abitanti soltanto tra 100 e 250
avevano la possibilità di accedere ad internet, mentre il numero di persone
abbonate a un servizio di trasmissione digitale dati a banda larga erano meno
di 1 ogni 1000 abitanti.
Alessio Pecce (alessio-p89@libero.it)
USA: turbolenze nei rapporti con Israele
| Relazioni Usa-Israele L’errore di hubris di Netanyahu Riccardo Alcaro 01/03/2015 |
I due, per dirla senza tanti giri di parole, si detestano. Per anni hanno però mantenuto le loro differenze nell’ambito del legittimo disaccordo tra governi amici.
Questo è cambiato quando Netanyahu ha accettato l’invito di John Boehner, il presidente della Camera dei rappresentanti Usa, a parlare di fronte al Congresso riunito.
L’amministrazione Obama ha smesso di recitare il rituale ritornello secondo cui le divergenze tra Casa Bianca e governo israeliano riguardavano solo questioni secondarie. Susan Rice, consigliere per la sicurezza nazionale Usa e fedelissima di Obama, non ha usato mezzi termini: il discorso di Netanyahu al Congresso potrebbe avere un effetto ‘devastante’ sulle relazioni tra Stati Uniti e Israele.
Nucleare, il pomo della discordia tra Obama e Netanyahu
Dietro al livore dell’amministrazione Obama ci sono diverse ragioni. La prima è che il discorso di Netanyahu costituisce una rottura senza precedenti del protocollo diplomatico. L’invito al premier israeliano è stato infatti orchestrato da Boehner e dall’ambasciatore israeliano a Washington, Ron Dermer, senza nemmeno informare la Casa Bianca.
In secondo luogo, l’amministrazione Obama ha rimarcato l’inopportunità di dare a un capo di governo straniero il palcoscenico del Congresso degli Stati Uniti nel mezzo di una campagna elettorale - gli israeliani infatti voteranno un nuovo parlamento il 17 marzo.
Questo è anche il motivo ufficiale con cui Obama ha motivato la sua scelta di non incontrare Netanyahu durante la sua permanenza a Washington.
Il vero pomo della discordia è che Netanyahu userà l’occasione per condannare senza mezzi termini il tentativo di Obama di raggiungere un accordo con l’Iran sulla questione nucleare, ovvero l’iniziativa di politica estera di maggiore profilo del presidente statunitense.
L’accordo, dirà Netanyahu, non s’ha da fare. Secondo il premier israeliano, Obama si illude se crede di potersi fidare del regime clericale iraniano.
Non c’è alcun dubbio che Netanyahu veda più di un parallelismo tra sé e l’unico altro capo di governo a cui è stato concesso l’alto privilegio di rivolgersi direttamente al Congresso Usa, Winston Churchill, per ben tre volte.
Così come Churchill fu il più aspro critico dell’appeasement nei confronti di Hitler, Netanyahu si vede come l’ultimo argine prima di un nuovo ‘accordo di Monaco’ che lasci mani libere a un regime ostile agli ebrei (nonostante l’Iran si definisca antisionista, ma non antisemita; in realtà in Iran vive una piccola comunità ebraica che ha anche diritto ad una rappresentanza parlamentare).
Alleati di Netanyahu a Washington
Netanyahu può contare su alleati potenti a Washington. Il primo e più importante è il partito repubblicano che controlla entrambi i rami del Congresso. Boehner, che presiede la Camera dei rappresentanti dal 2010, ha apertamente ammesso che l’invito a Netanyahu sia un modo per mettere in imbarazzo Obama.
Israele gode anche di ampio sostegno nei media statunitensi e di diffusa simpatia popolare. Mobilitare l’opinione pubblica contro l’accordo è l’obiettivo di Netanyahu e dei repubblicani.
Netanyahu non ha però solo amici. Agli occhi dei critici, il premier israeliano ha commesso un imperdonabile errore di hubris le cui ricadute sulle relazioni tra Israele e Stati Uniti potrebbero essere nefaste.
Nel merito, Netanyahu sta condannando un accordo i cui contorni non sono stati ancora definiti. Come ha ricordato il segretario di stato Usa, John Kerry, Netanyahu aveva criticato anche l’accordo ad interim raggiunto con l’Iran a fine 2013 come un ‘errore storico’.
Eppure, l’opinione generale oggi è che quell’accordo abbia congelato i progressi in campo nucleare dell’Iran e di conseguenza servito gli interessi di sicurezza di Israele. Netanyahu, ha sostenuto Kerry, si era sbagliato allora e potrebbe avere torto anche oggi.
La forma dell’intera operazione ha però destato sconcerto. Negli Stati Uniti non mancano i critici della politica verso l’Iran di Obama. Per molti osservatori, qualunque sia la loro posizione sul negoziato con l’Iran, ricorrere a un capo di governo straniero per fare pressione sul presidente degli Stati Uniti equivale a subordinare il prestigio presidenziale (e quindi nazionale) a un interesse di parte.
Democratici in imbarazzo
Accettando l’invito di Boehner, Netanyahu ha consapevolmente messo in imbarazzo i democratici, costretti a schierarsi a favore di un presidente del loro stesso partito o di Israele.
Come se non bastasse, Netanyahu ha anche declinato l’invito da parte della leadership democratica del Congresso a un incontro a porte chiuse. Di conseguenza, almeno trentasette democratici hanno deciso di seguire l’esempio del vice-presidente Joe Biden e boicottare l’evento.
Così facendo, Netanyahu ha non solo imbarazzato i democratici. Ha anche ridotto le chance che questi si accodino ai repubblicani e votino subito, senza cioè aspettare l’esito del negoziato, nuove sanzioni contro l’Iran in numero sufficiente da rendere invalido il veto presidenziale.
L’ironia della vicenda, quindi, è che l’effetto del discorso di Netanyahu sul negoziato iraniano sarà nullo o addirittura controproducente.
Più difficile prevederne l’impatto sulle relazioni tra Usa e Israele. I due paesi sono legati da decenni di amicizia e le cose cambieranno drasticamente. Da martedì prossimo in poi Israele farebbe però meglio a non dare più per scontato l’ampio e quasi acritico sostegno bipartisan di cui ha sempre goduto a Washington.
Riccardo Alcaro è responsabile di ricerca dello IAI e non-resident Fellow presso il CUSE della Brookings Institution di Washington.
lunedì 23 febbraio 2015
Stati Uniti: Transatlantic Trade and Investment Partnership e l'Italia
| Area transatlantica di libero scambio Ttip, l’imperativo dell’urgenza Umberto Marengo 20/02/2015 |
Nelle intenzioni dei negoziatori, il Ttip deve essere un trattato ambizioso che permetterà di abbattere le barriere che limitano l’accesso al mercato, come per esempio dazi doganali, o regole che impediscono in alcuni casi allo stato di acquistare beni prodotti all’estero per favorire i produttori domestici, armonizzare le norme di tipo legislativo/regolamentare che limitano di fatto il commercio internazionale (barriere non tariffarie) di alcuni specifici prodotti, semplificare e garantire il mutuo riconoscimento delle regole del commercio come (per esempio, le misure doganali, le regole sulle etichettature dei prodotti di origine controllata, l’export dell’energia, etc.).
Addio barriere tariffarie
Gli Stati Uniti e l’Ue sono, ad oggi, le due principali potenze economiche mondiali e producono da sole oltre della metà del Pil mondiale e un terzo del commercio internazionale.
Le due economie sono già profondamente integrate e i dazi doganali sono in media bassi (circa 3%), anche se restano elevati su prodotti specifici. Basta pensare ai dazi imposti dagli Stati Uniti sulle calzature, sul tessile e sul tabacco europeo. Washington si è detta disponibile a eliminare tutti i dazi el’Ue prevede di fare lo stesso con limitate eccezioni per alcuni prodotti agricoli.
Le barriere non tariffarie restano invece un forte ostacolo al commercio, specialmente per le piccole e medie imprese che non possono sostenere i costi di adeguamento agli standard statunitensi.
In media si stima che le barriere non tariffarie aumentino i costi del commercio di quasi il 40% per i beni e del 30% per i servizi. Non tutti questi costi sono comprimibili: in alcuni casi l’armonizzazione sarebbe troppo costosa e in altri le differenze sono il risultato di diverse scelte politiche sulla regolamentazione (in alcuni casi più stringente in Europa come nel caso dell’agricoltura, in altri più stringente negli Stati Uniti).
L’accordo ha un grande valore strategico per il futuro dell’economia internazionale che verrà discusso il 26 febbraio in occasione di una conferenza internazionale organizzata dall’Istituto Affari Internazionali.
Il Ttip viene negoziato in un momento in cui il peso economico dei paesi occidentali è in declino e gli Stati Uniti sono parallelamente coinvolti nelle trattative per un accordo di libero scambio nell’area del Pacifico (Trans-Pacific Partnership).
L’Ue dipende più di ogni altra area economica dal commercio internazionale. Gli scambi commerciali (import e export) valgono l’87% del Pil, contro appena il 30,3% degli Stati Uniti e il 50%,2 della Cina.
Il Ttip può rappresentare l’ultima possibilità per Europa e Stati Uniti di fissare gli standard di produzione di beni e servizi, di protezione dei consumatori e dei lavoratori, e di imporli al resto del mondo, prima di perdere ulteriore terreno e quote di mercato a favore dei paesi asiatici.
Ttip e interessi italiani
Gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale extraeuropeo dell’Italia. L’economia italiana esporta oltre 27 miliardi di euro l’anno negli States (un trend in crescita) e ne importa 11 miliardi. Il Ttip sarebbe quindi di grande rilevanza per un paese competitivo sull’export come l’Italia.
Nella discussione pubblica di questi ultimi mesi (per esempio l’inchiesta Rai di Report dell’ottobre 2014) si è posta grande enfasi sul possibile impatto del Ttip sui settori agricolo e alimentare italiano.
Per quanto importanti, questi hanno un peso quantitativamente limitato nel commercio transatlantico (vale circa il 3% dell’export di valore aggiunto italiano negli Stati Uniti). Settori quali la meccanica e le attrezzature, i servizi, i trasporti e le comunicazioni hanno un peso quantitativamente superiore.
È quindi nell’interesse dell’Italia tenere alta l’attenzione politica sui settori della manifattura, della meccanica e dei trasporti, dove il paese è particolarmente competitivo nell’export e dove l’accordo contribuirebbe a rilanciare crescita e occupazione.
Il più grande nemico del Ttip - e dell’Ue - è il tempo. Le negoziazioni con gli Stati Uniti hanno faticato a partire, anche a causa della forte opposizione che il trattato suscita in alcuni settori in Europa.
Se non sarà possibile raggiungere un accordo entro le prossime elezioni presidenziali Usa del 2016 il Ttip rischia di diventare un guscio vuoto e l’Europa - un’economia bloccata e sul bordo della deflazione - perderà drammaticamente forza contrattuale sulla scena globale.
Gli Stati Uniti stanno attualmente chiudendo un altro Trattato con i paesi dell’Asean (Trans Pacific Partnership). Quando quell’accordo sarò raggiunto, diventerà ancora più difficile per l’Ue difendere i propri interessi sia con gli Stati Uniti che con tutti i paesi emergenti dell’Asia.
Se l’Europa vuole veramente difendere il proprio modello sociale ed economico nel mondo, l’accordo con gli Stati Uniti è una precondizione essenziale per poter interloquire in una posizione credibile con i paesi emergenti, ovvero con il futuro dell’economia mondiale.
Umberto Marengo è PhD candidate in EU Public Policy all’Università di Cambridge.
sabato 21 febbraio 2015
Brasile: il potenziamento delle risorse energetiche
Importanza di Itaipu
Di
(giolicitra55@hotmail.com )
Quest’anno la centrale idroelettrica Itaipu, a Foz di Iguaçu
- Brasile, raggiunse il suo maggior indice di efficienza nella produzione di
energia da ben trent’anni dalla sua
creazione. La diga binazionale, presente al confine tra il Brasile e il
Paraguay , pur non avendo l’infrastruttura dei moderni impianti asiatici, continua
ad sbalordire il panorama internazionale dimostrando a tutti gli effetti, che
l’utilizzo delle risorse idriche può essere un alternativa valida. Avendo una produzione annuale di circa 87,8 milioni di MWh, la centrale rappresenta
un trionfo per entrambi i paesi, di cui traggono dalla sua struttura
il 17%
del fabbisogno energetico nazionale
brasiliano e il 75% di quello
paraguayano.
Simbolo
di una intesa storica fra le due nazioni, la realizzazione di Itaipu ebbe
tuttavia delle grosse problematiche sia in passato, soprattutto per le
manifestazioni delle insoddisfazioni della vicina Argentina che si oppose alla
sua costruzione, che nel presente. La apertura dei rinegoziati del Trattato di
Itaipu del 1979 riguardo il commercio di crediti energetici potrebbe non
attendere fino al 2023. La conseguente crisi energetica, che in questo momento
investe L’America Latina, rischia di far riemergere nelle acque del fiume
Paranà gli scontentamenti di Asunción nella ripartizione delle quote assegnate.
Sarà in grado l’appena rieletta presidente Rousseff di ripetere l’impresa del precedente governo
Lula, che seppe placcare nel 2007 le rivendicazioni del Palacio de los López ad Asunción?
(contatti su:geografia2013@libero.it)
venerdì 20 febbraio 2015
Stati Uniti : Resisterà la dottrina Obama alla prova dello Stato Islamico?
di
Giulia Dal Fiume
(giuliadalfiume@libero.it)
Il
presidente Obama ha formato il suo pensiero strategico antiterrorismo
sostenendo il concetto di “no boots on the ground”, il progressivo ritiro delle
forze di terra dai vari teatri di guerra e l’utilizzo progressivo della
tecnologia dei droni e dell’appoggio tecnico-logistico di personale militare
americano agli eserciti locali. Così, dopo il maldestro ritiro dall’Iraq e il
disimpegno dall’Afghanistan, sembrava che tale strategia fosse stata pienamente
seguita, fino a oggi. Il Califfato è la nuova sfida che si pone agli Stati
Uniti. Intervenire o non intervenire, mandando uomini sul campo?
Il
Pentagono sta raccogliendo informazioni proprio per verificare la necessità o
meno di consigliare al presidente Obama l’invio di un contingente che affianchi
il debole esercito iracheno nella lotta contro lo Stato Islamico.
Se non
fosse per il massiccio sostegno dei curdi, delle milizie sciite e dei pasdaran iraniani probabilmente il
Califfato avrebbe già conquistato l’importante e strategica città petrolifera
di Kirkuk che invece pare resistere agli attacchi, grazie anche ai raid aerei
alleati.
Un
eventuale intervento statunitense cambierebbe notevolmente lo status attuale. La
reazione dell’opinione pubblica americana alle terribili morti toccate ai
giornalisti James Foley e Steve Sotloff per primi, ha posto degli interrogativi
per quanto concerne la strategia da seguire. Si sa che gli equilibri nella
regione mediorientale sono assai precari: da un lato le monarchie sunnite,
Arabia Saudita e Qatar in testa, che appoggiano le azioni statunitensi, ma
auspicano la caduta del regime del leader Assad, dall’altro un attore molto
discusso, l’Iran, che, invece, sostiene il fronte del presidente siriano. A ciò
si aggiungono le preoccupazioni di Riyad e di Doha, ma anche di Israele, di un
possibile accordo sul nucleare iraniano, che porterebbe Teheran a divenire
attore di primo piano al fianco di Washington nella lotta al Califfato.
Per il
momento i giochi sono tutti aperti, ma pare che per il presidente Obama Assad
rappresenti, al momento, il male minore e che sia necessario un dispiegamento
di uomini maggiore di quello attuale.
14 febbraio 2015
(geografia2013@libero.it)
giovedì 12 febbraio 2015
Messico: necessaria la riforma delle forze di polizia
LA DIFFICILE SITUAZIONE DEL PRESIDENTE MESSICANO
Il giorno 8 dicembre 2014, il procuratore generale messicano Jesùs Murillo Karam ha confermato che è stato identificato il DNA di Alexander Mora Venancio, uno degli studenti scomparsi il 26 settembre a Iguala. La famiglia del ventunenne, ha dichiarato con fermezza che continuerà la protesta per chiedere le dimissioni dell'attuale presidente messicano Enrique Pena Nieto. Pochi giorni prima dell'identificazione del DNA, il presidente ha affermato, nella città di Acapulco, di voler attuare un piano di ripresa economica volto a contrastare la criminalità organizzata. Il suo intento è quello di eliminare i gruppi della polizia locale a favore di gruppi controllati a livello nazionale. Inoltre il governo federale avrà il diritto di sciogliere tali gruppi, qualora ci siano indizi sufficienti a provarne il coinvolgimento con il crimine organizzato, visto che a capo di questa brutta storia, legata alla scomparsa degli studenti, pare esserci un legame tra forze di polizia, bande malavitose e politica.
L'obiettivo di Enrique Pena è quello di sostituire le attuali 1.800 forze di polizia, con 32 solide corporazioni di sicurezza regionale.
Basti pensare che dal 2006 al 2012, in Messico più di 80.000 persone sono morte
a causa della violenza legata ai cartelli della droga e oltre 20.000 sono invece
scomparse. Stando all'ultimo sondaggio fatto nel paese, il 90% della popolazione considera la polizia come una delle istituzioni più corrotte: ecco il perché della radicale decisione del presidente messicano di voler fare le riforme costituzionali riguardo polizia e legalità.
Alessio Pecce
Il giorno 8 dicembre 2014, il procuratore generale messicano Jesùs Murillo Karam ha confermato che è stato identificato il DNA di Alexander Mora Venancio, uno degli studenti scomparsi il 26 settembre a Iguala. La famiglia del ventunenne, ha dichiarato con fermezza che continuerà la protesta per chiedere le dimissioni dell'attuale presidente messicano Enrique Pena Nieto. Pochi giorni prima dell'identificazione del DNA, il presidente ha affermato, nella città di Acapulco, di voler attuare un piano di ripresa economica volto a contrastare la criminalità organizzata. Il suo intento è quello di eliminare i gruppi della polizia locale a favore di gruppi controllati a livello nazionale. Inoltre il governo federale avrà il diritto di sciogliere tali gruppi, qualora ci siano indizi sufficienti a provarne il coinvolgimento con il crimine organizzato, visto che a capo di questa brutta storia, legata alla scomparsa degli studenti, pare esserci un legame tra forze di polizia, bande malavitose e politica.
L'obiettivo di Enrique Pena è quello di sostituire le attuali 1.800 forze di polizia, con 32 solide corporazioni di sicurezza regionale.
Basti pensare che dal 2006 al 2012, in Messico più di 80.000 persone sono morte
a causa della violenza legata ai cartelli della droga e oltre 20.000 sono invece
scomparse. Stando all'ultimo sondaggio fatto nel paese, il 90% della popolazione considera la polizia come una delle istituzioni più corrotte: ecco il perché della radicale decisione del presidente messicano di voler fare le riforme costituzionali riguardo polizia e legalità.
Alessio Pecce
mercoledì 28 gennaio 2015
Colombia: intralci sulla via del negoziato
Giulia dal Fiume
I negoziati di pace avviati faticosamente nel 2012 tra il governo
colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, meglio conosciute
come Farc, sono a rischio a causa del sequestro di un alto ufficiale
dell’esercito, il generale Rubén Dario Alzate. Quest’ultimo è stato rapito ieri
mentre visitava Las Mercedes, un villaggio a pochi chilometri da Quibdo,
capoluogo della regione occidentale del Choco. Pare che insieme al generale
siano stati sequestrati anche un altro militare e un consulente dell’esercito.
Il problema con le forze rivoluzionarie attanaglia lo stato colombiano
da ormai una cinquantina d’anni; i primi segnali di distensione si sono avuti
nell’ottobre 2012 quando, per la prima volta da dieci anni, vi è stato un
incontro diretto tra esponenti del governo e del movimento rivoluzionario in
Norvegia. Da allora non ci sono stati grossi passi avanti nelle trattative, ma
nemmeno passi indietro, fino ad oggi. Il presidente Juan Manuel Santos, dopo
una riunione con gli alti vertici militari di Bogotà, ha infatti annunciato la
sospensione delle trattative che si tengono a Cuba. Le autorità ritengono
quindi responsabili le Farc dell’accaduto, nonostante nella regione in cui è
avvenuto il fatto operino anche altre varie bande criminali, tra cui l’Esercito
di Liberazione Nazionale.
Nonostante il generale Alzate avesse “rotto tutti i protocolli di
sicurezza, trovandosi in abiti civili in una zona rossa”, come afferma in un
tweet il presidente Santos, non si riprenderanno i negoziati fino alla
liberazione degli ostaggi. Inoltre, il sequestro è avvenuto poco dopo la
cattura di altri due soldati durante i combattimenti nel nord del paese sempre
ad opera del movimento rivoluzionario; sono stati dichiarati prigionieri di
guerra ma le Farc si sono dichiarate pronte per trattarne la liberazione.
venerdì 23 gennaio 2015
ISAG: incontro sul VENEZUELa. Mercoledi 4 febbraio 2015
l'Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) è lieto d'invitarvi alla conferenza La situazione attuale in Venezuela: "potere popolare in azione", che si svolgerà mercoledì 4 febbraio 2015, dalle ore 18, presso la sede di Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive Multimediali) in Viale Regina Margherita 286, Roma.
La locandina col programma completo è disponibile cliccando qui.
il convegno è organizzato dall'Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana in collaborazione con IsAG.
Interverranno come relatori: S.E. Julian Isaias Rodriguez Diaz (Ambasciatore del Venezuela in Italia), Daniele Scalea (Direttore Generale dell’IsAG), Luciano Vasapollo (Delegato del Rettore dell’Università Sapienza per le relazioni internazionali con i paesi dell’ALBA), Giulietto Chiesa (fondatore di “PandoraTV”), Fulvio Grimaldi (giornalista e documentarista).
L'incontro è pubblico con iscrizione obbligatoria rispondendo alla presente o scrivendo all'indirizzoeventi@istitutoisag.it. Indicare nome e cognome di ciascun partecipante. Le domande saranno accettate fino ad esaurimento dei posti a sedere.
Distinti saluti,
Tiberio Graziani, Presidente
Daniele Scalea, Direttore Generale
Daniele Scalea, Direttore Generale
lunedì 19 gennaio 2015
Stati Uniti: se la Corea del nord dichiara la guerra informatica
| Cyber war The Interview, quando la guerra diventa informatica Marco Roscini 14/01/2015 |
È successo alla fine dello scorso novembre e i motivi dell’attacco sarebbero riconducibili alla produzione, da parte della Sony,di ‘The Interview’ il film che racconta di un piano della Cia per uccidere l’attuale leader della Corea del Nord, Kim Jong-un.
A causa degli attacchi e delle minacce ricevute, la casa cinematografica ha ritirato dal mercato la pellicola, per poi tornare sui propri passi: il film è stato proiettato nel periodo natalizio in numerosi cinema statunitensi ed è stato reso disponibile su alcune piattaforme online.
I guardiani della pace di Pyongyang
Chi è responsabile per gli attacchi alla Sony? Secondo la versione fornita almeno inizialmente dall’Fbi, la Corea del Nord. Lasciando da parte il problema delle prove, le norme che determinano l’attribuzione della condotta di individui a uno stato sono contenute negli Articoli sulla Responsabilità degli Stati per atti illeciti adottati dalla Commissione del diritto internazionale (Cdi) delle Nazioni Unite nel 2001.
Se fosse dimostrato che i Gop non sono altri che la famigerata Unità 121, un corpo speciale di hackers inquadrati nel General Bureau of Reconnaissance delle forze armate di Pyongyang, si tratterebbe di organi dello stato le cui azioni sono attribuibili alla Corea del Nord in base all’articolo 4 degli Articoli della Cdi.
Se i Gop non fossero organi statali, la Corea del Nord sarebbe ugualmente responsabile qualora essi fossero abilitati ad esercitare prerogative di governo ed avessero agito in tale qualità (articolo 5 degli articoli della Cdi) O avessero agito sotto la direzione e il controllo delle autorità nordcoreane , ricevendone istruzioni specifiche al fine di condurre gli attacchi informatici contro la Sony (articolo 8).
Un’altra possibilità è che la Corea del Nord approvi pubblicamente le azioni dei pirati informatici e le assuma come proprie: in questo caso, similmente a quanto avvenne con l’occupazione dell’ambasciata Usa a Teheran da parte di studenti iraniani nel 1979, il comportamento di individui diverrebbe attribuibile allo stato che lo approva e lo fa suo (articolo 11 degli Articoli della Cdi).
Al di fuori dei casi sopra menzionati, gli attacchi rimarrebbero attribuibili soltanto ad attori non statali e come tali sarebbero inquadrabili più nell’ottica del crimine informatico che in quella della ‘cyber guerra’.
Se la Corea del Nord viola la sovranità Usa
Usando una qualificazione fuori luogo, la Corea del Nord ha definito ‘The Interview’ un ‘atto di guerra’. C’è da chiedersi se gli attacchi informatici in questione non siano invece tali.
L’uso della forza armata nelle relazioni tra stati è proibito dall’articolo 2, par. 4 della Carta delle Nazioni Unite. C’è accordo nel ritenere equivalenti a un uso della forza armata tradizionale quelle operazioni informatiche che causano, o intendono causare, danni materiali a persone o cose.
A queste possono probabilmente aggiungersi quelle operazioni informatiche che incapacitano in maniera significativa, per severità e durata, il normale funzionamento di infrastrutture critiche, interrompendo i servizi da esse forniti.
Non sembra che questo sia il caso dell’attacco alla Sony. Per quanto dati e informazioni siano andati persi o siano divenuti pubblici, nessun danno materiale si è prodotto né servizi essenziali sono stati interrotti in maniera significativa negli Stati Uniti o altrove.
Se gli attacchi contro la Sony non sono equiparabili a un uso della forza, a maggior ragione non possono qualificarsi come ‘attacco armato’ ai sensi dell’articolo 51 della Carta Onu.
Se fossero davvero imputabili alla Corea del Nord, gli attacchi alla Sony potrebbero piuttosto costituire una violazione della sovranità degli Stati Uniti consistente nella penetrazione non autorizzata nelle infrastrutture informatiche (governative o non) ivi localizzate e, ove fosse dimostrato un intento coercitivo sugli Stati Uniti, anche un intervento negli affari interni di questi ultimi, proibito come tale dal diritto internazionale.
Ritorsioni e contromisure Usa contro la Corea del Nord
Il presidente statunitense Barack Obama ha dichiarato che il suo paese reagirà “in maniera proporzionata” agli attacchi.
Gli Stati Uniti potrebbero cercare di assicurare alla giustizia Usa gli individui responsabili per gli attacchi contro la Sony. A tale proposito, si può ricordare il precedente del procedimento, iniziato dal Dipartimento di Giustizia statunitense nel maggio 2014, nei confronti di cinque militari cinesi presunti responsabili di spionaggio informatico contro compagnie statunitensi.
Come dimostra proprio quel caso, le possibilità di ottenere la collaborazione delle autorità straniere coinvolte sono più teoriche che reali.
Gli Usa potrebbero poi adottare ritorsioni e contromisure non militari contro la Corea del Nord (assumendo che questa sia davvero responsabile per gli attacchi).
Le prime sono semplicemente atti non amichevoli, ma leciti e potrebbero consistere, ad esempio, nel bloccare l’accesso a siti statunitensi da indirizzi Ip nordcoreani. Le seconde consistono in violazioni di obblighi internazionali nei confronti di uno stato, che perdono il loro carattere illecito in quanto costituiscono una risposta all’illecito altrui.
Oltre che adottare contromisure economiche (nei primi giorni del 2015 Obama ha in effetti annunciato un inasprimento delle sanzioni contro la Corea del Nord), gli Stati Uniti potrebbero lanciare contrattacchi informatici contro obiettivi nordcoreani, a condizione che essi non equivalgano a un uso della forza armata, cioè non causino danni materiali a persone o cose o non incapacitino in maniera significativa servizi essenziali di quel paese.
Le contromisure devono peraltro essere proporzionali al pregiudizio sofferto e hanno limiti stringenti: non possono avere carattere punitivo, occorre darne previa notifica allo stato che ne è oggetto e non possono consistere nella violazione di certi obblighi fondamentali, come quelli sui diritti umani.
Il problema è che la valutazione della proporzionalità di un cyber attacco è sempre difficoltosa a causa dell’alto rischio della propagazione incontrollata del malware.
Marco Roscini (Twitter: @marcoroscini) è Professore di Diritto internazionale all’Università di Westminster di Londra ed autore di Cyber Operations and the Use of Force in International Law (Oxford University Press, 2014).
mercoledì 14 gennaio 2015
Stati Uniti: Elezioni Presidenziali del 2016
| Usa 2016 Obama, l’anatra zoppa che spiazza i repubblicani Giampiero Gramaglia 03/01/2015 |
Invece, dentro il partito s’è già scatenata la corsa alla candidatura, che accentua divisioni e rivalità, soprattutto in assenza d’un ‘campione’ forte e riconosciuto: una decina almeno i pretendenti alla ‘nomination’, nessuno dei quali ha per il momento una visibilità nazionale.
I democratici, invece, sono più compatti e partono da meno lontano: due, massimo tre, i contendenti già emersi, profili forti e solida notorietà, l’immarcescibile Hillary Clinton, lo stagionato Joe Biden, la grintosa Elizabeth Warren.
Poi, c’è il fattore Obama, un fattore a sorpresa. Dopo il voto di Mid-term, il presidente era divenuto un’ameba politica, condannato a fare l’ ‘anatra zoppa’ nell’ultimo biennio alla Casa Bianca. Pareva persino fosse perseguitato da una ‘legge di Murphy’ applicata alla sua Amministrazione sui fronti della politica interna degli Stati Uniti.
Invece, a dicembre Barack Obama ha preso l’iniziativa, deciso a dettare lui l’agenda al Congresso che s’insedierà a gennaio, con maggioranza repubblicana sia alla Camera che al Senato.
Obama, da ameba politica ad asso pigliatutto
Il presidente pareva ko, ma covava la metamorfosi. Prima, ha lanciato la riforma dell’immigrazione, con l’equivalente Usa d’un decreto legge, costringendo il Congresso, riluttante, ad occuparsene; poi, ha abbattuto il muro diplomatico delle relazioni con Cuba, passando al Congresso la patata bollente della fine dell’embargo.
L’opposizione repubblicana fa la voce grossa, ma su entrambi i fronti avrà problemi grossi a fare deragliare le iniziative presidenziali.
Obama accetta un compromesso sul bilancio che rinvia il rischio di uno ‘shutdown’ dell’apparato pubblico federale; colora in rosa l’economia americana 2015/’16 (“La rinascita è una realtà); gioca in chiave anti-repubblicana il rapporto del Senato sulle torture della Cia nella lotta al terrorismo; bacchetta sia la Sony che la Corea del Nord nella vicenda del film censurato dopo attacchi hacker; soprattutto, decide il disgelo delle relazioni con Cuba, dopo oltre 50 anni; e, da ultimo, ribadisce che farà il possibile per realizzare una delle sue prime promesse elettorali, chiudere Guantanamo, dove restano 132 detenuti ‘nemici combattenti’.
Insomma, il presidente ha di nuovo l’iniziativa; e ‘Natale alle Hawaii’ non diventa un cine-panettone per seppellirlo di risate.
Cuba, un assist ai repubblicani di Florida
La ripresa delle relazioni con Cuba è, in proiezione delle elezioni presidenziali del 2016, un assist fornito ad alcuni potenziali candidati repubblicani, in particolare a quelli che vengono dalla Florida, lo Stato degli esuli cubani anti-castristi, Jeb Bush e Marco Rubio.
Figlio di presidente e fratello di presidente, Jeb ha subito fatto sapere che si opporrà alla svolta nelle relazioni tra Washington e l’Avana. E il senatore Rubio giudica l'accordo tra Obama e Raul Castro "inspiegabile" e dice che cambierà idea solo quando Cuba diventerà una democrazia.
"Userò ogni strumento a nostra disposizione", dice Rubio, pronto a ostacolare il finanziamento della futura ambasciata all'Avana e d’impedire la nomina dell'ambasciatore.
Nella corsa alla nomination, Rubio, di origini cubane e presto a capo della sottocommissione Esteri per l'Emisfero occidentale, è più indietro di Bush, ex governatore della Florida e moglie ispanica, che ha recentemente ammesso di riflettere alla candidatura per Usa 2016.
I segnali non mancavano. La resistenza della famiglia - scriveva la stampa Usa - si sarebbe allentata, i suoi consiglieri stanno assumendo nuovi collaboratori e – soprattutto - lui si è dimesso da tutti gli incarichi che ricopriva e ha perso nuotando sette chili in pochi mesi, perché la sua silhouette non ispirava dinamismo presidenziale.
Ma permangono incognite politiche: l’ultimo dei Bush si chiede se possa conquistare la nomination senza fare –troppe- concessioni all’ala più conservatrice del suo partito e restando il più possibile fedele alla sua linea, centrista e, quindi, potenzialmente capace di catturare l’elettorato moderato e indeciso. Jeb è, ad esempio, aperto al compromesso sulla riforma dell’immigrazione.
Identikit dei candidati Usa 2016
Nel tracciare l’identikit dei candidati alla nomination, bisogna proprio partire dalla loro capacità d’occupare il centro, tenendo al contempo unito e mobilitato il loro partito. Per i repubblicani è più difficile, perché loro sono una galassia di componenti, dove populismo del Tea Party e fondamentalismo degli evangelici hanno una forte capacità di mobilitazione, ma anche d’alienazione - dell’elettorato moderato.
Un altro fattore è che gli Stati Uniti si sono stancati d’un comandante in capo che tentenna più di quanto non decida. Nonostante la metamorfosi d’Obama, i democratici prenderanno sempre più le distanze dalla Casa Bianca nella corsa 2016.
I candidati potrebbero avere nomi antichi, se dovessero essere, com’è possibile, Hillary Rodham Clinton, ex first lady, ex senatrice dello Stato di New York, ex segretario di Stato, ma soprattutto candidata alla nomination democratica battuta nel 2008 da Obama; e appunto Jeb Bush, il ‘cocco di famiglia’ destinato alla Casa Bianca da papà George, ma che nel 2000 si fece bruciare dal fratellone su cui nessuno in casa scommetteva un cent.
Bush e Rubio a parte, i repubblicani sono alla ricerca d’un leader: l’usato - più o meno - sicuro conservatore se ne sta per ora al coperto.
Chris Christie, governatore del New Jersey, Ted Cruz, senatore del Texas, Mike Huckabee, ex governatore dell’Arkansas, Sarah Palin, candidata vice-presidente 2008, Rick Perry, ex governatore del Texas, Mitt Romney, candidato presidente 2012, Paul Ryan, candidato vice-presidente 2012, Rick Santorum, ex senatore della Pennsylvania, giocano a nascondino e hanno tutti scheletri nell’armadio.
Si espone di più, confermando che negli Usa la politica è anche un affare di famiglia, ‘Rand’ Paul, senatore del Kentucky, un ‘conservatore costituzionale’, figlio del deputato repubblicano del Texas Ron Paul, un libertario che nel 2012 fu l’ultimo ad arrendersi alla nomination di Romney.
Nei prossimi mesi fioccheranno nomi nuovi. Ai repubblicani, manca una donna credibile. Dubito che possa esserlo Shelley Moore Capito, neo-senatrice della West Virginia, un colonnello che, quand’era ragazza, scuoiava il maiale.
Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
Stati Uniti. eppure la Germania nazista con il terrore e le torture non ottenne nulla
| Cia Non voltiamo pagina sulle torture Antonio Armellini 18/12/2014 |
Insomma: chi ricorre alla tortura riesce a catturare terroristi altrimenti imprendibili, come Osama bin Laden. Ma chi lo fa scende allo stesso livello di degrado morale dei terroristi che sta torturando e va contro l’essenza stessa dei principi etici che vuole difendere.
Non è una contraddizione nuova: zone grigie nelle guerre “sporche” come quella al terrorismo internazionale ce ne sono sempre state ed erano davvero in pochi a credere che a Guantanamo o nei carceri clandestini dove finivano le vittime delle renditions, vigessero le regole dello stato di diritto.
Un conto tuttavia è immaginarlo, sospettarlo, saperlo senza saperlo: un altro è vedersi porre dinanzi una realtà inaccettabile illustrata in molti, anche se non in tutti i suoi dettagli.
Fare pulizia nella Cia
L’opinione pubblica statunitense ha reagito con un’indignazione collettiva che è stata a un tempo doverosa e sentita: posta ancora una volta dinanzi al problema di come una società aperta debba affrontare una minaccia che si collochi al difuori di qualsiasi regola riconosciuta, ha dimostrato di saper anteporre la salvaguardia della propria natura democratica alle esigenze meno confessabili della realpolitk.
O perlomeno lo ha fatto quella parte dell’opinione pubblica che si riconosce nei valori liberali e vota perlopiù democratico. E che in questa occasione - e su questo terreno - si è dimostrata essere maggioritaria.
Per l’amministrazione di Barack Obama la pubblicazione è stata l’occasione per fare una buona pulizia nella Cia - nei confronti della quale i rapporti non sono stati sempre idilliaci - e per regolare qualche conto: i fatti contestati risalgono per la gran parte al periodo dell’amministrazione Bush-Cheney.
Che tutto ciò basti ad assolvere Obama da vere responsabilità in materia è tutt’altro che certo: le operazioni clandestine sono continuate sino a poco tempo fa e non è molto credibile per il presidente cavarsela sostenendo che non sapeva, non era stato informato e non poteva immaginare.
Oltretutto una linea del genere dà fiato alle trombe repubblicane sulla inanità della sua presidenza, attenta all’immagine e al bling-bling, ma colpevolmente distratta sulla sicurezza, anche quando c’era da sporcarsi le mani.
Cheney rifarebbe tutto
George W. Bush è rimasto silenzioso, ma l’allora vicepresidente Dick Cheney non ha perso tempo nel farsi sentire, dichiarando alla televisione Nbc che “lo avrebbe rifatto senza esitazioni” di fronte a un pericolo paragonabile, aggiungendo di ritenere degli eroi gli agenti segreti implicati.
Egli sa bene che, rapporto Cia o non rapporto Cia, la maggioranza dell’opinione pubblica Usa sostiene senza riserve la lotta al terrorismo, percepita come una minaccia inafferrabile perché incomprensibile alla luce del sistema di regole della società statunitense.
C’è una linea sottile che separa l’indignazione per gli eccessi e la crudeltà dei waterboarding, delle “idratazioni rettali” e delle altre pratiche e l’accettazione - che spesso si straforma in appoggio esplicito - per le finalità ultime che esse perseguivano.
Sarebbe ingeneroso affermare che il discrimine è dato dalla quantità delle azioni e non dalla loro qualità, perché in molti casi la protesta è nata da un sentimento morale autentico.
Ma potrebbe fornire una chiave di lettura delle reazioni che sono arrivate a pioggia dal mondo, a opera di governi che - aldilà dei toni di ferma condanna - con le pratiche in questione hanno una confidenza decisamente maggiore.
Anti-americanismo
Nel tentativo di recuperare per questa via un consenso interno, Obama ha dimostrato ancora una volta scarsa attenzione alle implicazioni di politica internazionale. A cominciare dai paesi che, più o meno di nascosto, a queste politiche avevano dato una mano, accogliendo e torturando a loro volta un po’ di terroristi spediti a questo fine dagli Stati Uniti.
Per arrivare ad alleati privilegiati come la Gran Bretagna, alla quale era stato promesso un segreto nel rapporto che è stato prontamente svelato.
Il vento di anti-americanismo che ha pervaso la questione è stato in molti casi strumentale: quale migliore occasione per gettare su Washington la colpa di nefandezze che avrebbero potuto avere un’eco non meno sanguinolenta in casa propria? Quando sento i toni accorati di certi commenti cinesi, per fare un solo esempio, mi sembra di trovarmi dinanzi a una versione sinistra del mago di Oz.
Detto ciò, non vorrei essere frainteso. La tortura praticata dalla Cia è abietta e non può in alcun modo essere tollerata. Essa esiste anche in molti altri luoghi e paesi e la giustificazione che viene data è sempre la stessa: non c’era altro modo per salvaguardare il bene comune. Definizione scivolosa quant’altri mai: per Pol Pot il bene comune era quello che lui stava facendo in Cambogia.
La protesta non porterà a una condanna universale delle sue pratiche, ma potrà servire a moderarne - in date circostanze e periodi ristretti - gli eccessi: varrebbe la pena di perseguirla con forza non foss’altro che per questo. Senza tuttavia farsi troppe illusioni sul genere umano, che buono proprio non è.
Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, è commissario dell’Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO).
Stati Uniti: una pagina non certo edificante per la democrazia
| Cia Le torture e la forza del sistema Usa Massimo Teodori 16/12/2014 |
I fatti sono noti: il comitato senatoriale presieduto dalla Democratica Dianne Feinstein, a conclusione di tre anni di lavoro, ha documentato le sistematiche violenze contro i prigionieri catturati dopo l’11 settembre 2001.
Il Presidente Barack Obama ha quindi deciso di rendere pubblico l’intero dossier degli atti indicibili commessi dalle agenzie federali.
I gravissimi comportamenti dalla pubblica immoralità sono stati difesi e giustificati dal vecchio gruppo dei bushiani nelle persone di Dick Cheney e Donald Rumsfield, ed ancor più dal direttore in carica della Cia, John Brennan, che ha invocato la ragion di Stato per “mantenere gli Stati Uniti forti e sicuri dopo lo shock dell’attacco a New York e Washington”.
Pesi e contrappesi
Una prima notazione sulla vicenda riguarda la pluralità dei centri di potere che governano gli Stati Uniti. Il conflitto nel comportamento e nell’interpretazione che si è verificato tra la Presidenza e una parte del Congresso pronti alla trasparenza, e la potente Cia indirizzata alla copertura, mette in luce quanto complesso e talvolta contraddittorio sia il meccanismo che presiede al potere nazionale.
Tutte le volte che si imputa agli Stati Uniti - spesso a ragione - qualche comportamento eticamente riprovevole, si è soliti accorpare indebitamente in un sol fascio univoco strutture e organismi che invece sono distinti e separati in una architettura istituzionale che ha notoriamente come regola i pesi e contrappesi.
Potere di inchiesta del Congresso
La seconda osservazione, non di poco conto da un’ottica italiana, riguarda il potere che il Congresso, o almeno la sua parte maggioritaria (che fino al nuovo anno è dei Democratici) esercita nei confronti di una potentissima agenzia di intelligence, penetrando senza limiti anche negli ambiti più reconditi dei suoi atti.
Non è la prima volta che ciò accade, anzi si può affermare che il potere di inchiesta della Camera alta non si arresta di fronte ad alcun “segreto di Stato”, anche il più dannoso per gli interessi e l’immagine nazionale come certamente è stato l’uso sistematico delle torture durato almeno per i due mandati del Presidente George W.Bush.
Lo stesso Obama, di fronte alle proteste di una parte dell’apparato della sicurezza e dell’intero partito repubblicano, ora maggioritario nei due rami del Congresso, ha esercitato in maniera decisa i suoi poteri smentendo di fatto chi lo giudica un presidente dimezzato dopo le elezioni di mezzo temine.
Riconoscere gli errori
Ma il punto più significativo della cultura istituzionale e dello spirito statunitense è stata la capacità della politica di riconoscere e rivelare i propri errori e le proprie responsabilità dimostrata sia dal ramo esecutivo che da quello legislativo, prevenendo e oltrepassando gli elementi terzi come la magistratura e i mass media.
Questa mi sembra essere una caratteristica ricorrente della storia Usa soprattutto nell’ultimo secolo. I potenti Stati Uniti, che in ragione della enorme forza economica e militare commettono abusi all’interno e all’estero, sono talvolta pronti a fare ammenda quasi si trattasse di un vero e proprio ribaltamento dell’ipocrita uso della retorica del bene contro il male.
Questa volta il contrappasso è stato provocato dal presidente Obama e dai senatori democratici contro la tortura invocata come “mezzo necessario al raggiungimento di un fine”, ma analoghe svolte si sono verificate in diversi altri momenti cruciali della vicenda nazionale.
Si ricordi, ad esempio, il risarcimento decretato dopo molti anni dalla Corte suprema per l’abuso commesso da Franklin D. Roosevelt contro i cittadini americani Nisei, sbattuti da un giorno all’altro in campi di concentramento dopo Pearl Harbor.
Si richiami l’atteggiamento del Congresso che decretò la fine di Joseph McCarthy e del maccartismo dopo anni di pavido sostegno.
Si pensi al disvelamento della natura strumentale dell’incidente del golfo del Tonchino ai tempi della guerra del Vietnam. E, più recentemente, si consideri la stessa diffusione delle immagini “scandalose” di Abu Ghraib.
Tutto ciò induce a pensare che la politica democratica statunitense, nonostante tutto, funziona soprattutto per quell’aspetto che rappresenta il punto debole di molti stati occidentali, e cioè la forza del sistema politico-istituzionale di correggere se stesso senza ricorrere ed attendere l’intervento di agenti esterni.
Massimo Teodori, storico e americanista (m.teodori@mclink.it).
martedì 13 gennaio 2015
Stati Uniti: cambia la mappa elettorale
| Usa Louisiana, la roccaforte democratica che crolla Daniele Fiorentino 11/01/2015 |
È vero d’altronde che il partito sta attraversando una crisi più generale che ha messo in discussione anche stati più sicuri nel nord e nell’ovest del paese. Nel Novecento però i democratici hanno fatto del Sud la loro roccaforte per decenni, tanto da mettere in difficoltà non pochi presidenti del partito, spesso costretti a limitare le loro scelte in considerazione delle aspettative degli elettori bianchi di stati tradizionalmente segregazionisti e rurali.
A dicembre, la clamorosa sconfitta della senatrice democratica Mary Landrieu in Louisiana sembra aver fatto crollare l’ultimo bastione di un fortilizio ormai collassato, chiudendo definitivamente un ciclo iniziato con il cosiddetto compromesso del 1876.
All’indomani della Guerra civile e della Ricostruzione, i democratici concessero la vittoria nella contesa per la presidenza a Rutherford Hayes, sulla base di circa 20 voti elettorali contestati e nonostante Samuel Tilden avesse riportato il 50,9 % del voto popolare, a patto che il governo federale ritirasse il proprio controllo politico e militare.
Molti di quei voti erano del Sud e avevano consentito ai democratici di prendersi il Congresso con 178 rappresentanti a 106. Si chiudeva così l’epica contesa che aveva visto in Lincoln il convinto assertore di un’unificazione che faceva del partito repubblicano il campione dei diritti civili.
Dixiecrats
Da allora il partito dell’asinello dominò per un lungo periodo le elezioni nel Sud creando una “consituency” tanto resistente da limitare le opzioni di apertura e desgregazione prese in considerazione in successione da Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman e John Kennedy.
Addirittura, non soddisfatti delle scelte a loro avviso troppo aperte alle sollecitazioni del movimento dei diritti civili e della politica economica dei presidenti del loro partito, i “Dixiecrats”, i democratici del Sud, presentarono un loro ticket alle presidenziali del 1948 e del 1968.
Strom Thurmond nel ’48 prese più di un milione di voti aggiudicandosi quattro stati, mentre George Wallace, il governatore noto per la sua strenua difesa della segregazione, venti anni più tardi ne prese quasi dieci come indipendente, conquistando cinque stati. In entrambe le contese la Louisiana andò al terzo candidato.
I “Dixiecrats” rientrarono poi nel partito e lo stesso Thurmond rimase senatore per il South Carolina dal 1954 al 2003. Perfino due stati che in qualche modo hanno fatto eccezione sulla fedeltà agli organi centrali e sull’andamento delle sorti del partito, come la Louisiana e la Florida, hanno visto i propri rappresentanti democratici perdere progressivamente incarichi.
Tra il Sud e il Midwest
Dal 1877 il Partito Democratico ha vinto 31 delle 35 elezioni per governatore della Louisiana e quasi tutte le sfide al Congresso. Che cosa è successo dunque?
In realtà si è verificato un progressivo e più ampio spostamento delle fedeltà di partito tra il Sud e il Midwest, un tempo avanguardie della riforma, dove il progressismo e il New Deal attecchirono con maggiore efficacia, e dove il partito democratico finì per rappresentare speranze andate poi deluse.
Se a inizio Novecento i democratici rappresentavano ancora gli interessi agrari di certe regioni del paese, gradualmente quell’identificazione è andata perdendosi soprattutto grazie a un primo spostamento verso Nixon nel 1968 e in modo definitivo con Reagan e con l’affermazione di una nuova destra cristiana. Questo anche grazie al ruolo giocato dai cosiddetti telepredicatori nella seconda metà degli anni Ottanta.
A favorire questo passaggio da un voto massicciamente democratico al dominio dei repubblicani sono stati poi: la questione dei diritti civili, il peggioramento della bilancia economica in agricoltura e una progressiva marginalizzazione di quella che viene spesso definita America profonda e che coincide in buona misura con la “Bible Belt”.
Elettori etnici
Nelle ultime elezioni di mid-term anche alcuni gruppi di “elettori etnici” hanno preferito, almeno in parte votare repubblicano o rimanere a casa a seguito della delusione verso le politiche di Barack Obama e di un partito mostratosi troppo esitante di fronte alla determinazione delle frange più radicali del Grand old party, ovvero i repubblicani.
Questa è comunque una tendenza diffusa un po’ su tutto il territorio nazionale con picchi più evidenti nel meridione. Il futuro dei democratici in queste aree rimane potenzialmente nelle mani di minoranze, il cui numero è in crescita e che, se non troveranno risposte dal partito che tradizionalmente ne protegge gli interessi, potrebbero nuovamente allontanarsi o cercare riscontri nei repubblicani.
Anche se la stragrande maggioranza dei rappresentanti e dei senatori afro-americani, ispanici e asiatico-americani votano ancora democratico, senatori come Tim Scott, un afro-americano del South Carolina, e Marco Rubio, cubano-americano della Florida, rappresentano un segnale importante di un possibile cambiamento delle tendenze.
Daniele Fiorentino è docente di storia degli Stati Uniti presso l’Università “Ro
Venezuela: il calo del petrolio mette a rischio la stabilità venezuelana
di Filippo Romeo
1.- F. William Engdahl, "The Collapse of Oil Prices: Has Washington Just Sthot Itself in the Oily Foot?" [On line] http://www.globalresearch.ca. Consultato il 20.12.2014.
2.- F. William Engdahl, "Oil War on Russia: Ridiculous People and Unintended Consequences" [On line]http://journal-neo.org. Consultato il 20.12.2014.
3.- La crescita della domanda di petrolio rimane bassa. Negli ultimi due anni, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), l’Amministrazione USA per l’Informazione Energetica (EIA) e l’OPEC hanno abbassato con successo le attese su un incremento globale della domanda. Secondo l’ultimo rapporto della IEA, le previsioni sulla domanda globale di petrolio nel 2014 e nel 2015 sono state inferiori di, rispettivamente, 91,56 e 92,96 milioni di barili a giorno. Zhang Dan, "Why do oil prices keep falling?" [On line]http://english.cntv.cn. Consultato il 20.12.2014.
4.- Sul punto cfr. [On line] http://www.cepr.net. Consultato il 20.12.2014.
5.- Sul punto cfr. Filippo Romeo, "La riforma energetica messicana", [On line] http://www.geopolitica-rivista.org. Consultato il 20.12.2014.
6.- I dati si riferiscono a delle stime effettuate dalla Bank of America e riprese da Mark Weisbrot all'interno di un articolo apparso sul The Guardian, il 07/11/2013, dal titolo: "Ci dispiace per voi che odiate il Venezuela: Questo Paese non è la Grecia dell'America Latina".
7.- Alcuni analisti sostengono che la recente svolta tra Cuba e Stati Uniti è stata determinata anche dal fatto che a Cuba sono diminuiti gli aiuti economici da parte venezuelana.
31/12/2014
È ormai stato acclarato da più parti che il crollo del prezzo del petrolio si innesta all’interno della contrapposizione geopolitica in atto tra Russia e Stati Uniti, questi ultimi supportati dai loro stretti alleati sauditi. Secondo autorevoli osservatori, infatti, tale repentino collasso rientrerebbe in una strategia elaborata nel corso dell’incontro tenutosi in una località segreta sulle coste del Mar Rosso tra John Kerry e il Re saudita Abdullah e finalizzata a colpire l’economia russa, che si basa fortemente sulle esportazioni di petrolio e di gas1.
Non è infatti peregrino ipotizzare che l’intento finale di tale strategia, unita al peso delle sanzioni, consista nella creazione di una pesante crisi economica dello Stato russo, tale da compromettere seriamente il ruolo stesso del suo establishment. Peraltro, alcuni analisti, e fra questi F. William Engdahl, ritengono che tale politica provocherà certamente delle conseguenze anche sulla produzione statunitense che verrà, anch’essa, colpita duramente da questo gioco al ribasso. Engdahl, in particolare, sostiene che la strategia arabo-statunitense danneggerà le compagnie che hanno investito nello Shale Oil dal momento che, laddove il prezzo si stabilizzasse sotto la soglia degli 80 dollari al barile, l’attività di perforazione non sarebbe più conveniente.
In altri termini, secondo questa tesi, la nuova situazione prodotta dall’attuale ribasso dei prezzi starebbe offrendo all’Arabia Saudita la ghiotta opportunità di riassumere il controllo globale del mercato del petrolio permettendo, più in particolare, al vecchio establishment saudita di regolare i conti con la nuova guardia che è andata ad investire in USA nello Shale Oil2. Lo Stato saudita, infatti, detenendo ormai il coltello dalla parte del manico, sta ricavando notevoli vantaggi dallo sfruttamento di greggio e sta cercando di far abbassare ulteriormente i prezzi, incentivando al contempo una produzione stabile per poter spremere la quota di mercato degli USA, la cui produzione di petrolio è recentemente aumentata. Da questa valutazione andrebbe dedotta la scelta, adottata dai sauditi in ambito OPEC nella riunione del 27 novembre 2014, di non tagliare la produzione.
Tale linea, sposata anche dai Russi (che non sono membri OPEC), ha suscitato lo stupore di molti, tra cui il ministro del petrolio venezuelano Rafael Ramirez che cercava proprio nei Russi una sponda politica. La scelta dei Russi, infatti, potrebbe essere stata dettata dalla paura di perdere quote di mercato considerato che negli ultimi tempi si è registrato un calo della domanda energetica, anche per via della crisi che ha sancito un drastico calo della produttività, mentre l’offerta continua ad aumentare. A tal proposito basti pensare che economie sviluppate come quella giapponese, o quelle delle maggiori nazioni europee, hanno rallentato il proprio consumo mentre quelle dei nuovi paesi emergenti, bisognosi di energia come la Cina, si sono impegnati a sviluppare energie alternative migliorando la propria efficienza energetica3.
La nuova situazione potrebbe inoltre portare ai Sauditi dei vantaggi anche sullo scacchiere regionale, dal momento che anche l’Iran ovviamente potrebbe subire dei notevoli contraccolpi dal crollo dei prezzi del petrolio.
L’impatto del crollo dei prezzi del petrolio sta tenendo sul filo del rasoio anche le economie di altri paesi produttori tra cui quelle dell’America Latina che, dopo il Medio Oriente, è l’area che detiene il maggior numero di riserve petrolifere su scala globale. In particolare, Venezuela, Brasile e Messico – i tre principali produttori – sono i Paesi della regione che ne stanno maggiormente risentendo; il Venezuela più degli altri dal momento che la sua economia, diversamente da Messico e Brasile che hanno delle economie diversificate, dipende quasi esclusivamente dal mercato petrolifero in ragione del mancato completamento del processo di diversificazione economica che il governo di Hugo Chávez, prima, e quello di Nicolás Maduro, poi, sono stati incapaci di completare.
L’impatto del crollo dei prezzi del petrolio sta tenendo sul filo del rasoio anche le economie di altri paesi produttori tra cui quelle dell’America Latina che, dopo il Medio Oriente, è l’area che detiene il maggior numero di riserve petrolifere su scala globale. In particolare, Venezuela, Brasile e Messico – i tre principali produttori – sono i Paesi della regione che ne stanno maggiormente risentendo; il Venezuela più degli altri dal momento che la sua economia, diversamente da Messico e Brasile che hanno delle economie diversificate, dipende quasi esclusivamente dal mercato petrolifero in ragione del mancato completamento del processo di diversificazione economica che il governo di Hugo Chávez, prima, e quello di Nicolás Maduro, poi, sono stati incapaci di completare.
La sua economia, infatti, si regge al 95% sulle esportazioni petrolifere4 e il dato diventa ancor più cruciale se si tiene conto del fatto che circa l’80% della spesa pubblica viene finanziata dagli introiti derivanti dalla vendita del petrolio e che detta dipendenza comporta una spesa di circa 30-40 miliardi di dollari per coprire i costi di importazione. È chiaro, dunque, che nonostante il Venezuela abbia superato l’Arabia Saudita in termini di riserve di greggio, un’economia così esclusivamente dipendente da tale risorsa non può considerarsi solida nel lungo periodo, soprattutto per la rilevanza di altri fattori, quale per l’appunto l’attuale oscillazione dei prezzi del greggio. Le stime, infatti, pronosticano che quest’anno le entrate del Governo potrebbero già diminuire di 10 miliardi di dollari, mettendo in seria difficoltà i conti pubblici. A ciò si aggiungano i seri problemi economici e sociali che hanno interessato il Paese nel corso dell’ultimo anno che, seppur enfatizzati da certa stampa che sperava di ottenere nel breve periodo un regime change, erano comunque tali da far ritenere che l’economia non versasse in buone acque. La situazione descritta potrebbe altresì peggiorare per via della drastica riduzione delle entrate in valuta estera necessarie a pagare i debiti contratti sui mercati e a garantire l’importazione di beni primari, quali quelli alimentari.
Per quanto concerne il Messico, secondo produttore di petrolio su scala regionale, si osserva che il persistente calo dei prezzi potrebbe mettere a rischio i presunti benefici della riforma energetica intrapresa5, dal momento che non attirerebbe l’interesse di eventuali capitali stranieri poiché, come è ovvio, il petrolio a buon prezzo di mercato gioca un ruolo fondamentale sull’attrazione degli investimenti stranieri. Così il Messico, che sperava attraverso la riforma energetica di migliorare il suo PIL, potrebbe essere costretto a ridimensionare le sue attese.
Il Brasile, invece, è il terzo produttore regionale e la sua produzione viene per la maggior parte reimpiegata nel mercato interno con la conseguenza che il Paese non dipende dai proventi derivanti dalla vendita del petrolio, grazie anche al fatto di avere un’economia diversificata. Nonostante ciò, anche il Brasile è danneggiato (ancorché in modo lieve) da questo calo del prezzo dell’oro nero poiché sarà costretto a posticipare i suoi piani di esplorazione del giacimento “Pre Sal”, situato nelle acque profonde dell’Oceano Atlantico e scoperto nel 2007, dal momento che le esplorazioni sono eccessivamente costose e quindi poco convenienti in un periodo come quello attuale.
In definitiva, si osserva come per il Venezuela la crisi in corso potrebbe tuttavia rappresentare la giusta occasione per fare un decisivo balzo in avanti sulla strada della diversificazione economica. Secondo alcune stime economiche del 2013 il Paese potrebbe ancora beneficiare di circa 21,7 miliardi di dollari che la Banca Centrale detiene come riserve, oltre ad altri 15 miliardi detenuti da varie agenzie governative, per un totale di 36,7 miliardi di dollari6 che potrebbero permettergli di concludere la diversificazione del comparto produttivo. È ovvio che Nicolás Maduro non può perdere altro tempo, dovendo, al contrario, accelerare i tempi al fine di impedire che un eventuale ulteriore peggioramento della situazione vanifichi tutti gli sforzi effettuati da Hugo Chavéz nel corso degli anni, compreso quello di ridurre la povertà. La crucialità di questa fase si coglie maggiormente se si considerano le conseguenze che una crisi economica venezuelana potrebbe comportare a catena a livello regionale. Per un Venezuela indebolito sarebbe difficile, infatti, portare avanti i programmi di assistenza sociale con l’effetto che vi sarebbe il pericolo di uno sfaldamento dei progetti bolivariani portati avanti nell’ultimo decennio.7
NOTE:
Filippo Romeo è Ricercatore Associato dell'IsAG, Programma "America Latina".1.- F. William Engdahl, "The Collapse of Oil Prices: Has Washington Just Sthot Itself in the Oily Foot?" [On line] http://www.globalresearch.ca. Consultato il 20.12.2014.
2.- F. William Engdahl, "Oil War on Russia: Ridiculous People and Unintended Consequences" [On line]http://journal-neo.org. Consultato il 20.12.2014.
3.- La crescita della domanda di petrolio rimane bassa. Negli ultimi due anni, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), l’Amministrazione USA per l’Informazione Energetica (EIA) e l’OPEC hanno abbassato con successo le attese su un incremento globale della domanda. Secondo l’ultimo rapporto della IEA, le previsioni sulla domanda globale di petrolio nel 2014 e nel 2015 sono state inferiori di, rispettivamente, 91,56 e 92,96 milioni di barili a giorno. Zhang Dan, "Why do oil prices keep falling?" [On line]http://english.cntv.cn. Consultato il 20.12.2014.
4.- Sul punto cfr. [On line] http://www.cepr.net. Consultato il 20.12.2014.
5.- Sul punto cfr. Filippo Romeo, "La riforma energetica messicana", [On line] http://www.geopolitica-rivista.org. Consultato il 20.12.2014.
6.- I dati si riferiscono a delle stime effettuate dalla Bank of America e riprese da Mark Weisbrot all'interno di un articolo apparso sul The Guardian, il 07/11/2013, dal titolo: "Ci dispiace per voi che odiate il Venezuela: Questo Paese non è la Grecia dell'America Latina".
7.- Alcuni analisti sostengono che la recente svolta tra Cuba e Stati Uniti è stata determinata anche dal fatto che a Cuba sono diminuiti gli aiuti economici da parte venezuelana.
Caraibe: inizio di una nuova fase
Disgelo tra Cuba e
Stati Uniti
“Todos
somos americanos” – con quest’espressione, il 17 dicembre, il
presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha lasciato una forte impronta sul
cambio di rotta in politica estera, preannunciando cambiamenti significativi per
riformare i rapporti con Cuba. Le misure da implementare prevedono: la regolarizzazione
del dialogo attraverso relazioni diplomatiche sane e la conseguente riapertura
delle reciproche ambasciate; la cancellazione di Cuba dalla lista dei paesi che
fiancheggiano il terrorismo; una parziale rimozione delle restrizioni relative
agli spostamenti e al commercio, quindi il via libera dell’export dagli Usa,
con viaggi e transazioni di denaro più facili.
Barack Obama e Raul Castro stanno inaugurando un’era di cambiamenti per milioni
di cubani dopo cinquant’anni di ostruzionismo statunitense. Il contenuto ideologico della politica castrista, nel
corso dei decenni, si è progressivamente affievolito. Negli ultimi anni Cuba ha
mostrato capacità di equilibrio diplomatico nelle forme di mediazione tra Farc
e governo colombiano. Le recenti riforme economiche rendono il paese una meta
allettante per gli investimenti degli Stati Uniti. Obama non ha alcun margine
di manovra in un congresso in cui domina l’ala repubblicana, quindi sceglie la
via degli ordini esecutivi, come nel caso cubano. Inoltre aprire a una politica
distensiva e di collaborazione con l’Havana significa conquistare voti in
Florida, uno stato che ha da sempre rappresentato l’ago della bilancia nelle
presidenziali. Nell’immediato il governo cubano ha rilasciato un agente
dei servizi segreti statunitensi prigioniero da metà anni Novanta e Alan Gross,
in carcere all’Avana dal 2009. Mentre gli Stati Uniti hanno liberato tre spie
cubane che hanno trascorso quasi quindici anni in prigione. Lo scambio effettuato segna l’inizio di una nuova fase
e la strada intrapresa da Obama potrebbe rivelarsi la sua mossa più significativa
in politica estera.
Alessandro Ugo
Imbriglia
(ugo1990@hotmail.it)
Il Messico: tra le fiamme
NOTA
La
scomparsa di 43 studenti, avvenuta a Iguala, nello stato di Guerrero, lo scorso
24 settembre, è il caso più eclatante di una lunga serie di misfatti che attanaglia il Messico negli
ultimi anni. Il 5 giugno 2009 quarantanove bambini hanno perso la vita
nell’incendio dell’asilo ABC di Hermosillo. Nella dichiarazione dello scorso 7
novembre, il procuratore Jesús Murillo Karam ha affermato che molto
probabilmente i 43 studenti scomparsi nello stato di Guerrero sono stati
bruciati vivi su un rogo. Qualche giorno dopo, un esiguo numero di “anarchici”
ha incendiato il portone del Palacio nacional, che stranamente era presidiato
da un solo generale in borghese. Il 12 novembre il parlamento dello stato di
Guerrero è stato incendiato. La rassegna di questi fatti ci consente di analizzare
brevissimamente le reazioni delle istituzioni a questi eventi. Nel caso
dell’incendio dell’asilo ABC di Hermosillo i responsabili non sono stati
identificati, le vittime non sono state onorate e le loro famiglie non hanno
ottenuto alcun tipo di supporto. Riguardo alla scomparsa dei 43 studenti, il
procuratore Karam ha confermato il 7 novembre ciò che padre Solalinde aveva già
rivelato il 17 ottobre. Questo ritardo, congiuntamente alla partenza per la
Cina del presidente Peña Nieto, nel giorno in cui Karam rilasciava le sue
dichiarazioni ufficiali, ha provocato lo sdegno della popolazione. Dunque il
presidente messicano appare ormai estraneo a tutto ciò che accade nella vita
reale delle persone. Il distacco tra popolo e istituzioni non può essere certo colmato col solo presenzialismo
mediatico. Tutti questi indizi lasciano presagire che le istituzioni intendano invogliare
la popolazione a compiere azioni sovversive, così da criminalizzare, in maniera
pretestuosa, qualunque forma di malcontento.
Alessandro Ugo Imbriglia
Messico: manifestazioni contro Pena Nieto
NOTA
In Messico, il 20 novembre 2014, nello stato di Guerrero, si
è verificata una manifestazione volta a trovare delle risposte riguardo la
scomparsa di 43 studenti, avvenuta a Iguala il 26 settembre. Lo scrittore
Fabrizio Mejfa Madrid, in una sua dichiarazione, ha affermato che tale forma di
protesta rappresenta una dura presa di posizione nei confronti del governo di
Enrique Pena Nieto, accusato di essere spesso estraneo alle vicende nazionali.
Del resto in un paese come il Messico, popolato da 106.700.000 abitanti e una
capitale come Città del Messico, considerata una delle più popolate al mondo,
il ruolo e soprattutto la presenza sul territorio da parte delle massime
istituzioni, deve essere costante e concreta. Dopo ore di marcia pacifica per
le strade della capitale, in cui il presidente è stato uno dei principali
slogan di protesta, si sono verificati dei durissimi scontri di fronte al
Palazzo Nazionale, terminati con l'arresto di undici persone. Quando una
manifestazione pacifica, col passar dei minuti, sfocia in una rappresaglia, il
malcontento generale risulta essere allo stremo e purtroppo le informazioni
riguardo gli studenti tardano ad arrivare e di conseguenza non aiutano a rasserenare
gli animi. Il malumore è amplificato
dalle parole della giornalista e
direttore del “Tijuana weekly magazine Zeta, Adela Navarro Bello, la quale
conferma l'inadeguatezza e l'incompetenza nel ruolo di presidente da parte di
Pena Nieto.
Alessio Pecce
venerdì 9 gennaio 2015
ISAG: studio sul Quebec
ISAG: Quaderno di Geopolitica:
Nel 1965 il Québec, provincia del Canada, inaugurava un suo ufficio di rappresentanza a Milano, cui sarebbe poi seguita una Delegazione a Roma. Quello stesso anno, infatti, il ministro quebecchese Paul Gérin-Lajoie aveva lanciato la propria dottrina, secondo cui tutto ciò che è di competenza del governo provinciale in Québec, lo è anche all’estero. Oggi la provincia francofona del Canada ha numerose rappresentanze nel mondo, ma il rapporto con l’Italia rimane tra i più stretti, ...
per ulteriori informazioni:geografia2013@libero.it
giovedì 27 novembre 2014
ISaG: 11 Dicembre Conferenza: 1965-2014 Cinquant'anni di Quebc in Italia
Alla Camera dei Deputati
l'Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) è lieto d'invitarvi alla conferenza 1965-2015: Cinquant'anni di Québec in Italia, che si terrà giovedì 11 dicembre 2014, dalle ore 15.30 alle ore 18, presso la Sala della Mercede di Palazzo Marini, Camera dei Deputati, in Via della Mercede 55. L'evento è realizzato in collaborazione con la Delegazione del Québec in Italia in occasione dell'uscita dell'omonimoQuaderno di Geopolitica. Nel 1965 il Québec, provincia del Canada, inaugurava un suo ufficio di rappresentanza a Milano, cui sarebbe poi seguita una Delegazione a Roma. Quello stesso anno, infatti, il ministro quebecchese Paul Gérin-Lajoie aveva lanciato la propria dottrina, secondo cui tutto ciò che è di competenza del governo provinciale in Québec, lo è anche all’estero. Oggi la provincia francofona del Canada ha numerose rappresentanze nel mondo, ma il rapporto con l’Italia rimane tra i più stretti, in virtù della vicinanza culturale e della vivacità degli scambi commerciali e ideali. Una nutrita comunità italo-canadese risiede in Québec, ottimamente integrata, e numerosi artisti e letterati quebecchesi (oltre a studenti e turisti) visitano l’Italia per ammirarne i retaggi culturali. Scienza, cultura e arte sono infatti dei focus politici del Québec, per sua natura particolarmente attento agli elementi che definiscono l’identità di un popolo. La locandina col programma completo è disponibile cliccando qui. Interverranno: Amalia Daniela Renosto (Québec, Delegata in Italia), On. Stefano Dambruoso (Camera dei Deputati, Questore), On. Francesca Lamarca (Camera dei Deputati, Membro Commissione Esteri), Tiberio Graziani (Istituto IsAG, Presidente), Paolo Quattrocchi (NCTM Studio Legale, Associato), Daniele Scalea (Istituto IsAG, Direttore Generale). Per prendere parte all'evento è necessario effettuare entro le ore 12 di lunedì 8 dicembre2014 laregistrazione all'indirizzo eventi@istituto-geopolitica.eu, comunicando nome, cognome, indirizzo e-maildi ciascun partecipante. Nei locali della Camera dei Deputati per i signori uomini sono obbligatori la giacca e la cravatta. Distinti saluti,
Daniele Scalea
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