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giovedì 14 luglio 2016
Nato ed Europei
sabato 9 luglio 2016
Sanders per la Clinton contro Trump
giovedì 23 giugno 2016
Venezuela: l'economia al tracollo
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In questo quadro, la prospettiva di una risoluzione interna del contrasto che non passi per un conflitto sembra sempre più irrealistica. Lo stimolo a sbloccare la situazione potrebbe venire dall’esterno - ma è bene non farsi illusioni. Un paese in crisi Acqua ed energia elettrica razionate, scaffali vuoti in negozi e supermercati, ospedali sforniti di medicinali di prima necessità, criminalità alle stelle: durante la presidenza Maduro, l’infelice combinazione tra cattiva gestione e basso prezzo del petrolio (di cui il paese detiene le maggiori riserve conosciute al mondo) ha portato l’economia al collasso e il popolo all’esasperazione. Ciononostante, il presidente, eletto nel 2013 con una maggioranza risicata, non sembra disposto a cambiare rotta e scarica la colpa della crisi sugli Stati Uniti, fautori - a suo dire - di una congiura per distruggere il paese. A nulla serve l’opposizione dell’Assemblea nazionale (eletta nel 2015 e dominata da forze anti-Maduro): il presidente, grazie al suo controllo sul Tribunale supremo di Giustizia, ha di prassi annullato le decisioni del potere legislativo e ha recentemente affermato che l’Assemblea potrebbe presto scomparire. Il referendum della discordia Il malcontento ha trovato un canale di espressione nella promozione di un referendum revocatorio - istituto previsto dalla Costituzione. Questo strumento rappresenta la via maestra per una soluzione interna e legale del contrasto politico, senza rotture dell’ordine democratico. Comprensibilmente, l’opposizione punta i piedi ed esige che si proceda subito alla consultazione popolare. Maduro, al contrario, cerca di impedire il referendum o per lo meno rimandarlo all’anno prossimo, quando, secondo la tempistica prevista per legge, l’eventuale revoca porterebbe alla sostituzione di Maduro da parte del suo vice anziché ad elezioni anticipate. Con governo e opposizione arroccati ciascuno sulle proprie posizioni, una risoluzione interna (e pacifica) del contrasto appare ormai improbabile, e il paese potrebbe implodere da un momento all’altro. In molti sperano che l’impulso a sbloccare la situazione evitando il peggio venga dall’esterno. Finora, però, questa speranza non sembra ben riposta. Oas e Mercosur contro Maduro Alcune organizzazioni internazionali di cui il Venezuela fa parte hanno intrapreso il cammino delle sanzioni, con lo scopo di mettere Maduro con le spalle al muro. È questo il caso dell’Organizzazione delle nazioni americane (Oas), un ente di cooperazione di cui fanno parte tutti gli stati del continente americano. Il segretario generale dell’organizzazione ha invocato l’applicazione della Carta democratica interamericana, che prevede sanzioni per i paesi in cui si verifichi una rottura dell’ordine democratico. Maduro ha però potuto contare sull’aiuto dei suoi alleati (Nicaragua, Bolivia e gli Stati Caraibici) per gettare acqua sul fuoco. Una azione simile sta prendendo piede anche nell’ambito del Mercosur (Mercato Comune del Sud - un blocco sub-regionale formato da Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela per promuovere il libero scambio), ma il processo è ancora agli inizi. Anche ammesso che si riescano ad adottare delle misure sanzionatorie contro il Venezuela, non è scontato che questo aiuterebbe nella soluzione pacifica della crisi. Di fatto, è probabile che le sanzioni peggiorerebbero ulteriormente le condizioni della popolazione senza smuovere Maduro di una virgola. Il presidente, infatti, si è già dichiarato pronto alla resistenza a oltranza - e il suo comportamento finora sembra confermare tale intenzione. La strada dei mediatori stranieri Un approccio differente per sbloccare la situazione è quello della mediazione tra presidenza e opposizione ad opera di entità esterne. Si tratta di un percorso problematico fin dai primi passi. Un nodo cruciale, infatti, sta nell’individuare un ente che, oltre ad avere interesse ad ovviare la crisi, abbia anche qualche chance di essere accettato da Maduro come interlocutore in un processo di mediazione. Questa condizione esclude d’un colpo qualsiasi organizzazione internazionale che abbia tra i suoi membri gli Stati Uniti. Perfino una iniziativa della Santa Sede pare non aver avuto miglior fortuna: un diplomatico del Vaticano ha recentemente cancellato una visita nel paese. Restano come possibili mediatori i vicini paesi dell’America Latina, che hanno tutto l’interesse (per prossimità geografica e interessi commerciali), oltre che canali preferenziali (attraverso i diversi organismi sovranazionali di cui sono membri, insieme al Venezuela), per far valere la causa del dialogo. Di fatto è in corso un tentativo di mediazione tra governo e opposizione promosso dall’Unasul (Unione delle Nazioni Sud-Americane - una organizzazione intergovernamentale di cui fanno parte tutti i paesi del Sud America) e condotto dall’ex-premier spagnolo, Luis Zapatero, insieme agli ex-presidenti di Panama e Repubblica Domenicana. Anche in questo caso, però, non c’è nessuna garanzia di successo: le posizioni di Maduro e dell’opposizione sono già estremamente polarizzate e potrebbe essere troppo tardi per una conciliazione in extremis. Il Venezuela cammina sul bordo del precipizio e, purtroppo, nessuna delle iniziative intraprese finora lascia ben sperare. Nel dubbio, meglio prepararsi al peggio. Ilaria Masiero è laureata in Discipline Economiche e Sociali e dottoranda in Economia presso la Fundação Getulio Vargas di San Paolo. |
domenica 12 giugno 2016
USA. Inizia il confronto finale
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sabato 4 giugno 2016
USA: poca coesione in casa democratici
| Usa 2016 Sanders fa più danni a Hillary che a Donald Giampiero Gramaglia 28/05/2016 |
Ma la decisione del senatore Bernie Sanders di restare in corsa contro Hillary Clinton, nonostante non abbia speranze di ottenere la nomination democratica, si rivela sempre più dannosa per l’ex first lady: da una parte, le impedisce di concentrare l’attenzione - e le spese - sul magnate dell’immobiliare suo avversario l’8 novembre; e, dall’altra, ne evidenzia debolezze e fragilità.
Trump ha raggiunto quota 1237 delegati, cioè la maggioranza assoluta di quelli in palio, e ha la garanzia aritmetica della nomination repubblicana. Alla Clinton, ne mancano un centinaio: li conquisterà il 7 giugno, quando si vota in California e in una manciata di altri Stati. Rischia, però, d’arrivare alla meta con un’immagine offuscata dalle troppe sconfitte.
Trump ci scherza:"Rischiamo di correre contro il folle Bernie! È un pazzo, ma a noi piace la gente un po’ pazza", dice in un comizio ad Anaheim in California, prima di aggiungere: “Ma io voglio correre contro Hillary”.
Lo showman prima è incline ad accettare l’idea d’un dibattito con Sanders, purché ne vengano “10/15 milioni da versare in beneficenza contro le malattie delle donne” - detto a Bismarck, nel North Dakota -; poi, lo esclude per iscritto perché "sarebbe inappropriato dibattere con un candidato che finirà secondo nelle primarie".
Fermenti nei partiti e pressioni su Sanders
Ci sono fermenti nei due maggiori partiti Usa, nonostante la scelta dei candidati alla Casa Bianca sia ormai fatta: più forti fra i repubblicani, dove molti notabili non danno l’endorsement a Trump; più sottili fra i democratici, dove aumentano le pressioni perché il senatore del Vermont si ritiri dalla corsa.
Intorno a lui che agisce da indipendente e si autodefinisce socialista, c’è, però, generale rispetto e diffusa simpatia: la sua figura non è percepita come estranea al fronte progressista.
L’aggressività di Sanders, più popolare della sua rivale fra i giovani, le donne, i bianchi, condiziona Hillary, che deve condurre una campagna strabica, preoccupata di rintuzzare gli attacchi da destra e populisti di Trump, l’‘arcinemico’, ma anche quelli da sinistra e liberal del ‘compagno di squadra’.
Così, mentre Trump appare sulla cresta dell’onda e trasforma in voti dell’anti-politica anche le gaffe e le volgarità, l’ex first lady è ora sulla difensiva nei confronti del senatore anche in California, dove, fino a qualche tempo fa, aveva un vantaggio nettissimo.
La filosofia e l’impatto del senatore socialista
Sanders non dà tregua: a San Bernardino, in California, si presenta come l’uomo giusto per battere Trump, che - assicura - “non diventerà presidente”. Il senatore sta girando la California in lungo e in largo e sostiene: "Abbiamo l'energia e l'entusiasmo per vincere”.
Oltre allo showman, sfida a dibattito pure Hillary, che declina: per lei, ora, c’è un solo rivale, il magnate repubblicano, che la supera, per la prima volta, sia pure d’un soffio statisticamente irrilevante, nella media dei sondaggi. Per WP/Abc, ciascuno dei due probabili avversari è mal visto dal 60% dei potenziali elettori; per Wsj/Nbc l’ex first lady batte il magnate di tre punti, ma il senatore lo batte di ben 15 punti.
In un’intervista alla Ap, Sanders prevede che la convention democratica di Filadelfia a fine luglio si trasformi in un “caos”. "La democrazia non è sempre cordiale, tranquilla, gentile … La democrazia è caos. Ogni giorno, la mia vita è caos -‘mess’, in inglese ndr -. Se volete che tutto sia tranquillo e ordinato, che le cose procedano senza un dibattito vigoroso, questa non è democrazia".
E il senatore sottolinea che la sua campagna richiama nuovi arrivati, gente che non avevano mai fatto politica: “Il partito democratico deve decidere se diventare più inclusivo o no … Se farà la scelta giusta e aprirà le porte a lavoratori e giovani, si creerà il dinamismo di cui c’è bisogno e ci sarà caos".
In un’intervista alla Nbc, la Clinton è stata molto conciliante con Sanders, riconoscendogli il diritto di continuare la sua corsa, ma insistendo sulla necessità di concentrare l’attenzione su Trump, che “non è un candidato normale” e che “pone pericoli” agli Stati Uniti. Fra i due, c’è stata un’intesa anche sulla composizione della commissione che dovrà redigere la piattaforma per la convention.
Tra il Nonno e la Zia, una storia d’amore e d’odio
Tra Nonno Bernie, 75 anni, e Zia Hillary, 69 anni, è quasi una storia d’amore e d’odio, anche se scomodare Catullo dopo Patty Pravo può stonare. E c’è chi ipotizza che fra i due finirà in un ticket, con il senatore candidato vice-presidente. Ipotesi di cui la Clinton, per il momento, non intende parlare, senza però escluderla. Si sa che la campagna di Hillary sta vagliando la scelta del vice, senza escludere una donna - però, improbabile -, o un ispanico, o altri.
Sanders sarebbe a corto di fondi per la sua campagna: finora, ha speso circa 207 milioni di dollari, contro i 182 della Clinton. All'inizio di maggio il senatore aveva in cassa meno di sei milioni, mentre l’ex first lady ne aveva 30, secondo la commissione elettorale federale. Ad aprile, i due avevano raccolto più o meno la stessa somma, oltre 25 milioni di dollari. Ma poi Bernie ha speso quasi 39 milioni di dollari, 15 più di Hillary.
Il senatore non rallenta però gli sforzi: sabato 21 maggio, era alla frontiera tra San Diego e Tijuana, in Messico, e s’è impegnato per una riforma dell’immigrazione e la riunificazione delle famiglie: "Abbiamo 11 milioni di persone che sono senza documenti e che credo meritino un cammino verso la cittadinanza" - un messaggio in antitesi con Trump ed i suoi propositi di muri e deportazioni.
Il Nonno rosso batte chiodi di sinistra: "È assurdo che la paga media di un amministratore delegato sia 335 volte quella media d’un lavoratore. Questo grottesco divario deve finire"; e "Gli insegnanti stanno facendo il lavoro più importante in America. Meritano rispetto e un salario migliore". Pezzi di programma che sarà forse Hillary a realizzare.
Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
I Rapporti del Vaticano con l'America latina
| Politica estera del Vaticano La visione neo bolivariana di papa Francesco Aldo Maria Valli 26/05/2016 |
Bergoglio ritiene che si debba ragionare in termini di Stato continentale. Alla base c’è la Teologia del pueblo, derivazione argentina della Teologia della liberazione che rifiuta la lettura marxista della realtà e la lotta di classe, ma valorizza il ruolo del popolo (il “santo popolo”, come lo definisce spesso Bergoglio), considerato come la risorsa numero uno dell’America Latina.
Di qui, con evidenti venature populiste, per non dire peroniste, le dure critiche ai processi di globalizzazione e alla politiche neoliberiste, con la richiesta di integrare l’economia di mercato con una visione sociale.
America Latina, la terra della speranza
Alla vigilia del viaggio che lo ha portato in Ecuador, Bolivia e Paraguay, Francesco, riprendendo l’espressione di Giovanni Paolo II, ha parlato del Sudamerica come continente della speranza perché da esso, ha detto, si attendono nuovi modelli di sviluppo in grado di integrare giustizia, equità, riconciliazione, sviluppo.
Il papa, ha detto il segretario di Stato della Santa Sede, cardinale Pietro Parolin, vede nel Sudamerica un laboratorio politico e sociale (intervista a Radio Vaticana, 2 luglio 2015): per questo dice no alle colonizzazioni ideologiche, all’imposizione di modelli, e predica il Vangelo della vita, della famiglia e del rispetto del creato.
Il Vaticano e la crisi del Venezuela
All’atto pratico però Francesco incontra grandi difficoltà. Circa il disastrato Venezuela, il previsto viaggio di monsignor Paul Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, è stato annullato nei giorni scorsi “per motivi che non dipendono dalla Chiesa”, come ha fatto sapere la nunziatura apostolica.
Presenziando alla nomina del nuovo nunzio apostolico per il Venezuela, Gallagher avrebbe dato un segnale a favore della destituzione del presidente Nicolas Maduro, come sperava il leader dell’opposizione Enrique Capriles, ma il governo si è nettamente opposto. La polarizzazione dello scontro in Venezuela ha raggiunto il punto di rottura e lo spettro della guerra civile non è lontano. La Chiesa è forse l’unico attore internazionale che potrebbe contribuire ad allentare la tensione, ma la diplomazia vaticana sta incontrando ostacoli al momento insormontabili.
Se in Colombia, anche grazie alla mediazione vaticana, c’è ottimismo circa gli accordi di pace tra governo e Farc, molti altri fronti restano problematici. Il 19 maggio, ricevendo in Vaticano i vescovi del Celam (Consiglio episcopale latinoamericano), Francesco, tornando a parlare di “patria grande” e di integrazione dei popoli, non ha nascosto le sue preoccupazioni ed ha citato in particolare Venezuela, Brasile, Bolivia e Argentina.
Guerra fredda tra Francesco e Macri
In particolare, circa l’Argentina, a sei mesi dall’inizio del mandato del presidente Maurizio Macri che ha messo fine alla lunga egemonia della famiglia Kirchner-Fernandez, la Chiesa incomincia ad attaccare.
Il primo maggio il presidente della Conferenza episcopale argentina, José María Arancedo ha accusato la politica economica che usa il lavoro come merce e come un semplice scalino della catena finanziaria. L’Università Cattolica di Buenos Aires ha poi diffuso un rapporto che denuncia il dilagare del traffico di droga, specie nei quartieri poveri. Il periodo di osservazione è terminato e ormai si parla apertamente di guerra fredda tra Francesco e Macri.
Intanto a Cuba, terminata l’era dell’arcivescovo Jaime Lucas Ortega y Alamino, grande elettore di Bergoglio al conclave, andato in pensione per raggiunti limiti d’età, è incominciata quella Juan de la Caridad García Rodríguez, cubano, classe 1948, ottimo conoscitore della realtà dell’isola e uomo di mediazione: una nomina nel segno della continuità dopo lo storico accordo tra l’Avana e Washington, raggiunto anche grazie alla decisiva mediazione vaticana.
Aldo Maria Valli è vaticanista di Rai1.
venerdì 27 maggio 2016
USA: la corsa sempre più in fibrillazione
| Usa 2016 Trump vs Hillary, una sfida nata dagli errori Giampiero Gramaglia 14/05/2016 |
E, adesso, non sanno se convertirsi a Donald Trump, sperando che riesca a conquistare la Casa Bianca, oppure boicottarlo, consegnando gli Stati Uniti a Hillary Rodham Clinton - 12 anni ‘democratici’ di fila, non accade dai tempi di Franklyn Delano Roosevelt.
Tra l’estate e l’autunno 2015, l’establishment del partito conservatore, di cui sempre si parla, senza che si sappia bene chi ne faccia parte, non capì che quell’ossesso dalla bazza rossa che diceva cose grossolane e sconvenienti, litigava con le giornaliste sul palco dei dibattiti in diretta televisiva, definiva i messicani stupratori e considerava i musulmani tutti indiziati di terrorismo, ma riempiva le arene per i suoi comizi e vinceva tutti i confronti, non era un fenomeno stagionale, ma rischiava di durare.
Perciò, gli hanno messo controfigure sbiadite, come Jeb Bush, o inesperte, come Marco Rubio, o ‘di risulta’, come John Kasich, che l’orco Trump s’è mangiato in un solo boccone; e, intanto, gli cresceva accanto un’alternativa persino peggiore, Ted Cruz, senatore del Texas, ultraconservatore, populista e - per fare buon peso - pure baciapile evangelico e antipatico che di più non si può.
Quando si sono finalmente convinti che il pericolo era reale, era tardi: la frittata era fatta. I notabili hanno cercato di tirare fuori un asso dalla manica, ma avevano solo ruote di scorta, per di più usate e neppure disponibili: Mitt Romney, candidato 2012, o Paul Ryan, speaker della Camera, dopo che l’opzione indipendente Michael Bloomberg era tramontata prima che si facesse alba. E l’ipotesi d’una convention aperta, dove cercare di rimescolare le carte, s’è rivelata impraticabile: gli elettori la consideravano alla stregua d’una truffa.
Adesso, è proprio finita
Così, fra i repubblicani, Trump è rimasto solo per i ritiri in sequenza, dopo le primarie nell’Indiana, dei rivali superstiti Cruz e Kasich - all’inizio, erano 17. Fra i democratici, la Clinton, pur perdendo nell’Indiana e poi in West Virginia, è ormai vicina alla garanzia aritmetica della nomination, che non può più sfuggirle: Bernie Sanders, il suo rivale, lo sa e lo riconosce, ma resta in corsa per incidere sulla piattaforma del partito alla convention.
La conta dei delegati indica che il magnate dell’immobiliare e l’ex first lady stanno per conquistare la maggioranza assoluta dei rispettivi delegati: in assoluto, allo showman ne mancano 102, a Hillary 144; in percentuale, il repubblicano è quasi al 92%, la democratica quasi al 96% - fra i democratici, i delegati sono quasi il doppio dei repubblicani.
E, uno dopo l’altro, i sondaggi nazionali indicano che Trump, sulla cresta dell’onda, è vicino, se non davanti, alla Clinton nelle intenzioni di voto degli americani, in caso di scontro fra i due all’Election Day l’8 novembre: un rilevamento Reuters/Ipsos attribuisce all’ex first lady il 41% delle preferenze e al magnate dell’immobiliare il 40%, con un 19% d’indecisi. Però, l’oscillazione dei dati desta perplessità sull'attendibilità dei risultati:alla verifica precedente, Hillary era 13 punti avanti.
Magagne e contrasti, nemici di sempre e amici dell’ultim’ora
Non tutto fila liscio per Trump: ha contro Ryan, che non gli ha ancora assicurato sostegno, mentre ha dalla sua il leader del partito al Senato, Mitch McConnell.
Inoltre, il presidente Barack Obama ammonisce “la presidenza non è un reality”; la Cia è diffidente all’idea di spartire con lui in briefing riservati i suoi segreti come vuole la prassi; il tentativo di fare la pace con gli ispanici mangiando tacos il ‘5 de Mayo’ fallisce, anzi innesca nuove polemiche; e la giustizia a San Diego e a New York ha nel mirino la sua Università dell’immobiliare - a novembre, dopo il voto, dovrà testimoniare.
E lui, forse per svincolarsi dall’assedio delle magagne, dà un saggio di quel che sarà la sua campagna: attacca Hillary perché è la moglie - e la complice - di Bill, ‘abusatore di donne’.
Intorno a Trump, è un via vai di gente che tiene le distanze o sale sul carro del vincitore. Il magnate minaccia di chiedere la rimozione di Ryan dalla presidenza della convention di luglio, se lo speaker continuerà a negargli l’appoggio. Ma, intanto, i due Bush presidenti, George H. e George W., padre e figlio, come pure Jeb, e anche Romney e, forse, John McCain fanno sapere che, loro, a Cleveland non ci andranno.
Intanto, lo showman affida al suo ex rivale Chris Christie, governatore del New Jersey, il compito di guidare la transizione, in caso di elezione. Christie, fra i primi notabili repubblicani a schierarsi con il magnate, dovrà cioè facilitare l’insediamento alla Casa Bianca e l’avvicendamento dello staff. Cruz non esclude un ticket con il magnate, Rick Perry si propone come vice, mentre Rubio, Kasich e altri rivali battuti ostentano distacco.
Dalla parte di Trump, continua ad esserci Sarah Palin, candidata alla vice-presidenza nel 2008, e critica dei critici dello showman - Ryan agirebbe solo per calcolo personale, volendosi candidare nel 2020 -, e s’è pure schierato Dick Cheney, il vice di Bush 2.
La volta delle prime volte
Se il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà ancora un democratico, sarà una donna, la prima, dopo che Barack Obama è stato il primo nero. Se sarà un repubblicano, sarà per la prima volta una persona che non ha mai affrontato un’elezione né gestito un ufficio pubblico.
Nell’Election Day, saranno di fronte due personalità e due vissuti profondamente diversi: una donna politica d’enorme esperienza, che è stata first lady, senatrice, candidata alla nomination nel 2008, segretario di Stato; e un imprenditore di successo senza esperienza politica, anzi un campione dell’anti-politica; una donna che non piace alle femministe e un uomo che spesso insulta le donne; una che pesa le parole e uno che si vanta di non farlo.
Per motivi diversi, entrambi sono a rischio d’inciampare in scheletri che escano dall’armadio o d’essere invischiati in inchieste sul loro operato: Hillary, ad esempio, per l’uso di mail private quand’era segretario di Stato; Donald per le disavventure dell’Università.
Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
USA: sempre più verso il Pacifico
| Disarmo Obama a Hiroshima, pellegrinaggio senza scuse Carlo Trezza 23/05/2016 |
L'obiettivo dichiarato di giungere a un mondo privo di armi atomiche costituì una priorità sin dai tempi della sua campagna elettorale e trovò forti sostegni politici sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo.
Basti ricordare la lettera al Wall Street Journal in cui quattro eminenti ex ministri degli esteri e difesa e senatori, due democratici e due repubblicani (Nunn, Perry, Kissinger e Schultz) si schierarono a favore di tale principio già prima dell’insediamento di Obama. Seguirono analoghi sostegni da parte di personalità di spicco dei principali paesi europei, Italia compresa (D'Alema, Calogero, Fini, La Malfa, Parisi).
Verso passi concreti
Da slogan elettorale, il concetto di un mondo privo dell'atomica si tradusse in programma di Governo in occasione dello storico discorso tenuto dal Presidente al Castello di Praga nell'aprile 2009.
Tra i vari punti enunciati figuravano passi concreti quali la ratifica americana del trattato che proibisce gli esperimenti nucleari, Ctbt, la messa al bando della produzione del materiale per le bombe nucleari, Fmct, un nuovo trattato per ridurre le testate nucleari russe e americane, la creazione di una banca internazionale del combustibile per le centrali nucleari, l'apertura al dialogo sul nucleare iraniano, il rafforzamento del trattato di non proliferazione e della sicurezza nucleare. A gran parte di questo programma è stato dato un seguito.
La sicurezza nucleare si è rafforzata nel quadro di quattro vertici celebrati al massimo livello, il Trattato Nuovo Start ha condotto a ulteriori riduzioni di testate russe e americane, la Conferenza del Tnp del 2010 è stata un successo, il programma nucleare iraniano è stato congelato.
Resistenze al disarmo
Rimangono tuttavia incompiuti alcuni impegni importanti. La ratifica americana del Ctbt non ha nessuna possibilità di essere approvata, prima del termine del mandato presidenziale, da un Congresso ostile al Presidente. L'avvio di un negoziato Fmct rimane tuttora bloccato alla Conferenza del Disarmo di Ginevra.
La questione nucleare coreana si è incancrenita. Per ottenere l'assenso del Senato alla ratifica Nuovo Start, Obama ha dovuto pagare un alto prezzo proprio in termini di aumento delle risorse dedicate all'ammodernamento dell'arsenale nucleare americano.
Tra gli impegni di Praga più direttamente collegati con la imminente visita a Hiroshima, figura quello di "ricercare la pace e la sicurezza di un mondo privo di armi nucleari" e la "riduzione del ruolo delle armi nucleari nella strategia di sicurezza americana". Si tratta di impegni nei quali egli può legittimamente rivendicare alcuni passi in avanti: ad esempio la riduzione dei casi in cui l'America risponderebbe con l'arma nucleare qualora subisse un attacco. Molto spesso Obama si è trovato solo a promuovere queste campagne.
Le responsabilità morali di agire, ieri e oggi
Ma il collegamento più forte con la visita a Hiroshima è il passaggio del programma enunciato a Praga in cui si afferma che, come unico paese nucleare ad aver impiegato le armi nucleari, gli Stati Uniti hanno la responsabilità morale di agire("as the only nuclear power to have used a nuclear weapon, the United States has a moral responsibility to act"). Non vi sono precedenti di dichiarazioni simili di alcun titolare della Casa Bianca, né si è trattato di un gesto di mera circostanza.
Al discorso è infatti seguito un crescendo di attenzioni verso la questione dei bombardamenti delle due città giapponesi e verso le loro commemorazioni annuali che non poteva che essere pilotato dalla Casa Bianca e che culmina ora con questa storica e coraggiosa visita presidenziale.
È stato già preannunciato che non si tratterà di un "mea culpa", né sono prevedibili gesti paragonabili all'inginocchiamento di Willy Brandt di fronte al ghetto di Varsavia. Occorrerà seguire comunque con attenzione la sostanza e la gestualità dell'evento per poter trarne delle conclusioni. Si riaprirà in ogni caso il dibattito sulle passate responsabilità e sulla necessità, come si sostiene nella storiografia ufficiale, di distruggere le due città al fine di accelerare la conclusione del secondo conflitto mondiale.
Chiunque si rechi a visitare le due città distrutte non può in buona fede disconoscere la legittimità del concetto, attualmente fortemente dibattuto e spesso contestato dalle potenze nucleari, delle "conseguenze catastrofiche dell'uso dell' arma nucleare".
L’anno scorso non è andato in porto il tentativo di far convergere verso Hiroshima o Nagasaki i massimi leader politici e spirituali in occasione del settantesimo anniversario dei bombardamenti. Il fatto che tale pellegrinaggio venga fatto ora individualmente dal Capo di Stato della maggiore potenza nucleare assume dunque un alto rilievo simbolico e apre la strada a una maggiore presa di coscienza della drammatica questione dell'arma atomica, soprattutto da parte dei maggiori dirigenti internazionali.
L'Ambasciatore Carlo Trezza, Presidente uscente del Missile Technology Control Regime, è stato Presidente dell'Advisory Board di Ban Ki moon per gli Affari del Disarmo e Presidente della Conferenza del Disarmo.
mercoledì 11 maggio 2016
Brasile: acque sempre agitate
| America Latina Brasile, il vento contagioso del dopo Dilma Ilaria Masiero 21/05/2016 |
Nel frattempo, la Rousseff è sostituita ad interim dal suo vice ed ex-alleato, Michel Temer. Nonostante il processo ufficiale sia appena cominciato, il destino della Rousseff sembra segnato. In questo caso, Temer resterà in carica fino alle prossime elezioni, nel 2018.
L’allontanamento della presidente conclude bruscamente i 13 anni ininterrotti di governo del Partidodos Trabalhadores (o Pt) - il partito di sinistra di cui la Rousseff e il suo predecessore, Luiz Inácio Lula da Silva, sono esponenti - e può dare una scossa notevole all’economia brasiliana così come agli equilibri politici regionali.
Opportunità per l’economia
Temer, del partito centrista Pmdb (Partito del Movimento democratico brasiliano), ha scelto una équipe economica con tutte le carte in regola, a partire dal nuovo ministro dell’Economia, Henrique Meirelles - governatore della Banca centrale fino al 2010 ed ex-direttore della statunitense Bank Boston - e dal nuovo governatore della Banca centrale, Ilan Goldfajn - già capo-economista della principale banca privata brasiliana e dottore presso la prestigiosa università statunitense Mit.
La speranza è che questi rispettati professionisti siano in grado di contrastare la spirale degenerativa in cui il Brasile sembra intrappolato, con un deficit di bilancio che supera il 10% del Pil, inflazione e disoccupazione al 10% e il Pil in caduta libera (-3,8% nel 2015).
Il nuovo governo sembra orientato verso un approccio meno interventista e più liberale rispetto al precedente. L’agenda di Meirelles prevede il contenimento del debito pubblico (attraverso tagli alla spesa, privatizzazioni e concessioni per le infrastrutture), la riforma delle pensioni e del lavoro e la garanzia di una maggiore autonomia alla Banca centrale.
In contrasto con l’immobilismo degli ultimi tempi, il nuovo governo non ha perso un attimo: nella prima settimana, il numero di ministeri è passato da 32 a 23 e sono stati mandati a casa in media più di cento funzionari al giorno. Inoltre, si è già aperto il tavolo con i sindacati sulla riforma delle pensioni. Tutto sommato, il governo Temer parte ben intenzionato e ben equipaggiato - ma la strada è lunga.
L’interpretazione golpista dei paesi bolivariani
La fine della presidenza Rousseff e la preannunciata svolta in direzione pro-mercato del governo Temer si ripercuoteranno sugli equilibri politici dell’America Latina e, dopo quasi vent’anni di successi dei candidati di sinistra, la regione potrebbe spostarsi su posizioni più centriste e liberali.
La vittoria di Lula in Brasile, nel 2003, ha fortemente contribuito alla “svolta a sinistra” dell’America Latina - iniziata nel 1998, con la vittoria di Hugo Chavez in Venezuela. Come il Brasile, è il più grande paese della regione in termini di popolazione, territorio e Pil, così il Pt è il partito social-democratico più influente della zona, e ha rappresentato un importante punto di riferimento e alleato internazionale per i governi socialisti/populisti che si sono via via instaurati in America Latina.
Non a caso, i cosiddetti “paesi bolivariani” (Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador e Nicaragua), tradizionali alleati del Pt, hanno usato toni per nulla moderati nell’additare l’impeachment come un colpo di stato e dichiarare la loro ostilità al governo Temer, considerato illegittimo.
Anche Maduro trema
In particolare, il capo di stato del Venezuela, Nicolás Maduro, in cerca di vie di fuga per evitare la possibile destituzione per referendum popolare, ha sfruttato l’occasione per dichiarare lo stato di emergenza come mezzo necessario a fronteggiare le presunte trame golpiste orchestrate dagli Stati Uniti e di cui il Brasile sarebbe stato vittima, complice lo stesso Temer.
L’asse socialista/populista latino-americano ha già subito un duro colpo lo scorso dicembre, quando il liberale Mauricio Macri ha sostituito la populista Cristina Fernández de Kirchner alla presidenza dell’Argentina - un’altra tra le maggiori economie della regione. Di nuovo, non è un caso che questo paese sia stato uno dei primi a riconoscere il nuovo governo brasiliano.
Svolta liberista per l’America Latina?
Il governo centrista di Temer sembra intenzionato a porre fine al sostegno diplomatico e talvolta economico di cui i governi socialisti/populisti della regione, anche i più estremi, hanno finora approfittato. Alcuni passi in questa direzione sono già stati fatti dal nuovo ministro degli Esteri, José Serra, che non ha usato mezzi termini nel rispondere alle accuse dei governi bolivariani e ha avvisato che d’ora in avanti la diplomazia sarà uniformata agli interessi dello Stato e non a quelli di un partito. Serra ha inoltre indicato l’Argentina come partner preferenziale in America Latina.
Se il Brasile del Pt ha fatto da perno nella svolta a sinistra dell’America Latina, il paese che esce dall’impeachment potrebbe sbilanciare l’asse politico regionale verso posizioni più liberali. Una piccola spinta in tal senso verrà dalla ridefinizione delle precedenti alleanze internazionali. Di tutt’altra portata sarà la scossa se il governo Temer riuscirà nella sua impresa, mostrando ai suoi vicini che la strada per una economia più aperta e sostenibile è dietro l’angolo.
Ilaria Masiero è laureata in Discipline Economiche e Sociali e dottoranda in Economia presso la Fundação Getulio Vargas di San Paolo.
lunedì 2 maggio 2016
Brasile: crisi presidenziale
| Brasile Dilma con le valigie in mano Ilaria Masiero 02/05/2016 |
Impeachment: come, quando, perché
Per i casi di impeachment la Costituzione brasiliana prevede un iter lungo e articolato, complicato anche dall’inesperienza in materia delle istituzioni che solo una volta, nel 1992,hanno portato a termine tale processo.
Il calvario della Rousseff è iniziato nel dicembre 2015, quando il presidente della Camera Eduardo Cunha, esponente del partito centrista Pmdb (Partito del movimento democratico brasiliano) e nemico di lunga data della Presidente, ha accettato di analizzare la mozione di impeachment presentata da tre cittadini.
Superato il vaglio della Camera il 17 aprile, la palla è passata al Senato che deve decidere (a maggioranza semplice) se confermare l’apertura del processo contro la Presidente. Il voto è atteso a inizio maggio, ma la vittoria del fronte anti-Rousseff è già data per scontata.
Una volta che il processo sia stato ufficialmente instaurato, la Presidente sarà sostituita dal suo vice, Michel Temer del Pmdb, per 180 giorni, al termine dei quali il Senato deciderà sull’impeachment in via definitiva (con maggioranza di due terzi). Se la Rousseff verrà condannata, sarà Temer a portare a termine il mandato presidenziale, fino alle elezioni del 2018.
Le accuse ufficiali alla base della mozione di impeachment vertono su questioni di improbità amministrativa: la Presidente avrebbe truccato il bilancio dello Stato per nascondere l’allarmante situazione dei conti pubblici. Tuttavia, non è ovvio che le astuzie contabili a cui la Rousseff avrebbe fatto ricorso siano sucettibili di motivare un procedimento di impeachment e su entrambi i fronti è diffusa l’opinione (più o meno palesata) che si tratti più che altro di un cavillo per allontanare la Presidente anzitempo.
Questo forse spiega perché, durante la votazione per appello nominale alla Camera dei Deputati, se da un lato i fedelissimi della Presidente gridavano al golpe, dall’altro i deputati pro-impeachment si sono ben guardati dall’entrare nel merito delle accuse, profondendosi invece in saluti e dediche stravaganti - chi alla mamma, chi al partner, chi al cane.
Temer, missione (quasi) impossibile
L’uscita di scena della Rousseff, prima per i 180 giorni di rito e poi in via definitiva, appare ad oggi lo scenario più probabile. In questo caso, il mandato presidenziale passerà a Temer.
Se e quando riceverà l’incarico, Temer si imbarcherà in una missione quasi impossibile. La formazione di un nuovo governo, già di per sé impresa ardua, sarà complicata dalle ripercussioni dello scandalo Lava Jato, il più grande schema di corruzione della storia del Brasile, nel quale sono indagati 21 deputati tra cui alcuni esponenti del Pmdb – lo stesso Temer è sospettato di aver usato denaro sporco per finanziare la sua campagna elettorale.
Per giunta, l’attività del nuovo governo sarà ostacolata dai parlamentari del partito della Rousseff, il Partito dei Lavoratori, e dai loro fedeli alleati che hanno già annunciato ostruzionismo a oltranza. In questa cornice infausta, Temer dovrà portare a termine una combinazione di tagli alla spesa pubblica e aumento delle imposte - pillola tanto necessaria quanto amara - per contrastare il deficit di bilancio, schizzato dal 2,4% al 10,8% del Pil durante la presidenza Rousseff.
D’altro canto, si prevede che l’impeachment stimolerà la fiducia di cittadini e investitori nel breve periodo, alleviando leggermente la situazione economica: gli analisti stimano che quest’anno il Pil brasiliano diminuirà del 3-4% con Temer al potere, mentre, se l’impeachment dovesse fallire, potrebbe sprofondare fino al -6%. La speranza è che l’eventuale nuovo governo sappia approfittare di questo soffio di fiducia per avviare le riforme necessarie e riportare il paese sulla via della crescita nel medio termine.
L’opportunità del “come fai, sbagli”
Temer riuscirà nell’impresa? È presto per fare previsioni. Una cosa, però, si può dire. In caso di condanna della Rousseff, il governo che nascerà dalle ceneri dell’impeachment si troverà, agli occhi degli elettori, nella peculiare condizione del “come fai, sbagli”.
Se - come auspicabile - Temer riuscirà ad avviare le riforme, il popolo lo detesterà nell’immediato e con ogni probabilità non gliene riconoscerà il merito nel medio periodo. In caso contrario, il Paese (e la comunità internazionale) ne disdegneranno l’immobilismo.
Questa sentenza di quasi certa morte politica solleva in qualche modo il governo dall’affanno di distribuire contentini effimeri (e cari) per procacciarsi voti alle prossime elezioni, e dà a Temer e alla sua squadra i giusti (meno sbagliati) incentivi a fare il bene del Brasile, per davvero. E allora sì che il Paese gliene sarà grato - nei libri di storia, s’intende.
Ilaria Masiero è laureata in Discipline Economiche e Sociali e dottoranda in Economia presso la Fundação Getulio Vargas di San Paolo.
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