martedì 20 settembre 2016
giovedì 15 settembre 2016
Venezuela: il collasso economico
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Secondo il “2016 Global Law and Order Report”, un sondaggio realizzato dalla Gallup, la percentuale di siriani che si sentono al sicuro oggi all’interno dei confini del loro paese è del 32%, mentre in Venezuela solo il 14% della popolazione si sente protetta. Il peggior risultato tra tutti i paesi analizzati nel sondaggio. Nella morsa della violenza I venezuelani non sono diventati improvvisamente paranoici. Si sentono insicuri perché le autorità hanno perso completamente il controllo della violenza, divenuta endemica nella nazione sudamericana. È da parecchi anni che la situazione continua a degenerare, con un’escalation di brutalità, ma lo scorso luglio è stato battuto un record nefasto: negli istituti medico-legali di Caracas sono arrivati oltre 535 cadaveri di vittime di crimini. Una media di 17 corpi al giorno, che confermano come la capitale venezuelana sia la città più violenta del mondo. Un indice di 119 omicidi ogni 100 mila abitanti. Per avere un’idea, in Italia l’indice è di 0,8 omicidi ogni 100 mila abitanti. A Rio de Janeiro, che non è proprio in Svizzera, l’indice è circa un decimo di quello registrato a Caracas. L’Organizzazione mondiale della sanità considera la soglia di 10 omicidi ogni 100 mila abitanti come “un’epidemia”. La violenza è naturalmente legata al peggioramento dell’economia del Venezuela, sprofondato in un vortice di crisi che sembra non conoscere fine. Molte voci si stanno alzando in America Latina per chiedere che, a livello internazionale, una tale situazione venga considerata al pari di conflitti veri e propri, come appunto quelli in Siria, in Iraq o in Afghanistan. In fuga dal paese Non c'è da stupirsi, quindi, che i venezuelani fuggano in massa dal proprio paese. Secondo uno studio del Pew Research Center, oltre 10 mila venezuelani hanno già chiesto asilo politico agli Stati Uniti solo tra ottobre 2015 e giugno 2016. Nello stesso periodo dell’anno precedente, meno di 4 mila cittadini avevano presentato domanda d’asilo a Washington. Ma la disperazione è tale che chi lascia il paese cerca rifugio non solo nel “paraíso americano”, ma anche in nazioni teoricamente più povere dello stesso Venezuela. Il piccolo Ecuador, per esempio, ha accolto tra giugno e luglio scorsi oltre 2 mila venezuelani in fuga dall'inferno. Si tratta, di solito, di venezuelani di origine ecuadoriana che, durante gli anni della bonanza economica in Venezuela, sono fuggiti dalla povertà di Quito. Ora che la prosperità ha ceduto il posto ad una crisi conosciuta solo dalle nazioni in guerra, fanno il percorso inverso. Collasso economico e supermercati vuoti La situazione in Venezuela non è legata solo al crollo del prezzo del petrolio, oggi quotato ad un terzo del valore dei picchi raggiunti nel 2012-2013. Il paese era infatti già in crisi quando il petrolio superava i 120 dollari al barile. E le ragioni sono direttamente connesse alle disastrose scelte di politica economica dei governi di Hugo Chávez e Nicolás Maduro. La violenza che attanaglia il paese sudamericano non è altro che un ulteriore segnale del fallimento del cosiddetto “socialismo del XXI secolo”. Gli indicatori che suggellano questo fracasso sono, naturalmente, economici: il Pil è crollato del -4% nel 2014, del -10% nel 2015 e del -6% nel 2016. L’inflazione, secondo i dati ufficiali del governo, ha superato quota 200% (ma, secondo dati ufficiosi e più attendibili, si attesterebbe ad una percentuale dieci volte superiore). Senza contare la scarsità di materie prime, che ha portato alla chiusura di molte industrie. Impossibile continuare l’attività produttiva. La stessa Coca-Cola ha dovuto chiudere i battenti. Il risultato immediato è stata la scarsità di prodotti nei supermercati venezuelani, il cui simbolo più eclatante è stata la carenza di carta igienica in tutto il territorio nazionale. Episodi caricaturali a parte, esistono indicatori molto più drammatici. Il primo è quello della crisi alimentare, che ovviamente sta colpendo la popolazione più povera. E che ha portato a fughe di massa verso la Colombia alla ricerca di cibo, nelle poche ore in cui il governo di Caracas ha permesso l’apertura delle frontiere. Scene degne di esodi biblici riprese dalle televisioni di tutto il mondo. Come se non bastasse, in un recente articolo l’agenzia Reuters ha riportato come un numero crescente di giovani donne ricorra, obbligata dagli eventi, alla sterilizzazione, per evitare le difficoltà di una gravidanza e della crescita di figli in un paese in preda ad una crisi così terribile. Secondo l’agenzia di stampa, “contraccettivi tradizionali sono praticamente scomparsi dagli scaffali, forzando le donne verso un’operazione chirurgica difficilmente reversibile”. Non è complicato comprendere perché i governi di Argentina, Brasile e Paraguay si rifiutino di passare la presidenza del Mercosur al Venezuela. Un paese in piena crisi umanitaria e che continua la sua traiettoria verso il disastro. Carlo Cauti è un giornalista italiano di base a São Paulo del Brasile. | ||||||||
mercoledì 14 settembre 2016
USA: a due mesi dal voto
USA: la campagna elettorale sempre più incomprensibile
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Brasile: verso la soluzione della crisi istituzionale
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Nel complesso quesito, approvato con 61 voti a favore e 20 contrari, sono riassunte le ragioni formali che hanno portato all’impeachment dell’ormai ex-presidente del Brasile, Dilma Rousseff. Prima di spiegare nel merito le accuse, è necessario sottolineare come il processo abbia seguito l’iter previsto dalla Costituzione del 1988. Un procedimento estremamente articolato, durato otto mesi e 17 giorni, con oltre 100 ore di dibattiti tra accusa e difesa, ripetuti interventi della Corte dei Conti e del Supremo tribunale federale (Stf), votato per ben quattro distinte sedute dalla Camera e dal Senato a maggioranze qualificate, e conclusosi con l’allontanamento definitivo della presidente solo dopo un’estenuante seduta-fiume finale durata una settimana, presieduta dal più alto magistrato del paese, il presidente del Stf. Il tutto trasmesso in diretta nelle case dei brasiliani, nel migliore stile delle telenovelas locali, con tanto di pianti degli avvocati di accusa e difesa. Non si è trattato, quindi, di una rottura democratica, né di un golpe bianco, ma di un processo che ha seguito i dettami della Carta fondamentale, per quanto possa essere stato politicamente traumatico per il Brasile. Pedaladas fiscais e contabilità creativa Tra le accuse rivolte alla Rousseff, il primo punto riguarda le cosiddette “pedaladas fiscais”, ovvero il mancato pagamento del governo federale di Brasilia di crediti concessi da diverse banche pubbliche. Una pratica espressamente vietata dall’art 36 della Legge di Responsabilità Fiscale (101/2000), varata proprio per evitare azioni fiscalmente irresponsabili da parte dell’esecutivo, che avrebbe potuto utilizzare le istituzioni finanziarie sotto il suo controllo per aumentare senza limiti la spesa pubblica, dissestando così conti pubblici, devastando la contabilità delle banche statali e generando un’impennata inflattiva. Gli istituti di credito pubblici, i cui vertici sono nominati direttamente da Brasilia, avevano anticipato ingenti somme per finanziare i programmi sociali varati dall’esecutivo. Una pratica normale nei governi precedenti, i quali avevano rimborsato le banche pochi mesi dopo la concessione degli anticipi. Il governo Rousseff, invece, non lo ha fatto, utilizzando questi crediti come entrate accessorie per oltre 56 miliardi di reais, circa l’1% del Pil. Il tutto senza contabilizzare queste operazioni e truccando così il bilancio federale. Per ragioni puramente formali, nelle accuse non sono state inserite operazioni analoghe, ma molto più imponenti, portate avanti dal Banco Nacional de Desenvolvimento Econômico e Social (Bndes), la banca pubblica di sviluppo brasiliana, che ha fornito prestiti sussidiati ad aziende “amiche” del governo per un valore superiore a 500 miliardi di reais, oltre il 10% del Pil. Le stesse aziende che negli anni hanno generosamente finanziato le campagne elettorali del Partido dos Trabalhadores (PT) della Rousseff. Benché non presenti tra i capi d’imputazione, i senatori brasiliani, e l’opinione pubblica, ne hanno naturalmente tenuto conto. La seconda accusa riguarda i decreti di credito supplementare firmati dalla Rousseff senza l’autorizzazione del Congresso. Questi decreti permettevano un aumento della spesa pubblica aggirando i limiti previsti dalla legge di bilancio votata annualmente da Camera e Senato. L’art 167 della Costituzione Federale proibisce chiaramente questo tipo di aumento delle uscite, indicando nella violazione di tale norma una ragione per l’impeachment del capo dello Stato. Questi due capi d’accusa, sostanzialmente contabilità creativa, possono sembrare poca cosa e non giustificare la perdita di un mandato presidenziale derivante da elezioni libere e democratiche, come quelle realizzatesi nell’ottobre 2014. Ed è esattamente questa la strategia politica che il PT, vincitore di quella tornata, ha fatto sua per propagandare la narrativa del “golpe” in Brasile e all’estero. Il Brasile di Dilma in crisi Tuttavia, bisogna considerare il contesto in cui l’impeachment è stato votato. In un paese in profonda crisi economica, con tre anni consecutivi di contrazione del Pil ( arrivato a -3,8% nel 2015 e a -4% previsto nel 2016), un’inflazione che ha sfiorato l’11% e che ha superato il 150% tra i beni alimentari, una disoccupazione passata dal 4,8% all’11,3%, un real svalutatosi da 1,75 a 4 in relazione al dollaro, interi settori economici completamente dissestati da scelte dirigiste sbagliate del governo e il più grande scandalo di corruzione della storia del Brasile: l’operazione “Lava Jato”. Un’indagine che ha come epicentro il gigante statale petrolifero Petrobras, di cui Dilma è stata per anni presidente del consiglio di amministrazione, e che ha colpito in pieno il PT, accusato di avere saccheggiato la statale per finanziare le proprie campagne elettorali. Elezioni presidenziali incluse. Lula, padrino da difendere Dilma ha perso definitivamente l’appoggio dei parlamentari che ancora la sostenevano, o che erano in dubbio su come votare, quando la scorsa primavera ha cercato di nominare ministro l’ex-presidente Luiz Inácio Lula da Silva, suo padrino politico. L’obiettivo, smascherato dalla pubblicazione di intercettazioni telefoniche tra Dilma e Lula, era quello di garantire a quest’ultimo un foro privilegiato ed evitare così che venisse processato dal tribunale ordinario che sta indagando sulla Lava Jato, la mani pulite locale. Un atto che ha indignato i brasiliani, facendo sprofondare la già bassa popolarità della presidente al 9% tra la popolazione. L’impeachment, di per sé, non è mai un voto puramente tecnico. Essendo il Congresso a giudicare è necessariamente un atto anche politico. Dilma Rousseff, quindi, non ha perso il suo mandato solo per le ragioni giuridiche, ma anche per un contesto di pessima gestione economica, maldestra articolazione politica e scandalosa attuazione personale. Da mesi in Brasile appariva chiaro che il governo Rousseff non fosse più sostenibile. Il voto del 31 agosto 2016 genererà infiniti scritti, fiumi di parole, intense battaglie retoriche, virulente dispute politiche e non farà sicuramente parte della memoria condivisa del paese. Ma viste le condizioni in cui versa il Brasile, era necessario girare pagina. Carlo Cauti è un giornalista italiano di base a São Paulo del Brasile. |
venerdì 2 settembre 2016
USA: Elezioni presidenziali 2016
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L’immagine che danno i media e gli analisti americani appare dunque come assai univoca, descrivendo anche la candidatura di Hillary Clinton come l’unica concepibile, mentre l’erratico Donald Trump sarebbe un fenomeno da dimenticare al più presto. Uno sguardo più attento rivolto alle mobilitazioni in corso, però, fa emergere una serie di cambiamenti in atto, il bisogno di rattoppare il racconto nazionale americano e di rimettere in moto la mobilità sociale, delineando lo scenario di una possibile vittoria di Trump. America bianca e povera La candidatura del tycoon traduce il malessere dell’uomo bianco americano con un livello di educazione relativamente bassa. D'altronde, il campo Clinton difende una serie di altre categorie: le donne, i neri, gli ispanici, la comunità lgbt, la Silicon Valley. Assistiamo quindi a una frattura fra un’America bianca relativamente povera che, di fronte a delle difficoltà economiche e sociali, segue un discorso vago di ripiego nazionalista con slanci xenofobi,e una “United Colors of America” di cui si fanno campioni i democratici, portatori un modello comunitario trasformato, nel quale anche la lingua inglese viene affiancata a un forte elemento ispanico, come bene illustra la presenza nel ticket per la Casa Bianca del candidato vicepresidente Tim Kaine, fluente in spagnolo. Al di là dell’apprezzamento per l’uso della lingua di Cervantes (o di Garcia Lorca…), l’elemento comunitario e identitario sembra un fattore caratteristico della candidatura della Clinton, che tra l’altro critica il campo Trump per il suo pessimismo e la sua visione di crisi. Detto in sintesi, i democratici difendono il bilancio della presidenza Obama e insistono sull’ulteriore integrazione delle diverse comunità che compongono il tessuto sociale degli Stati Uniti e sulla difesa dei loro diritti in un contesto segnato anche da violenze razziali. La società secondo Donald Va tuttavia sottolineato che il campo democratico non riprende la pertinente analisi di cui è stato portatore Bernie Sanders durante le primarie, relativamente alla percezione di un arresto economico e sociale della società americana. Si tratta di un problema che non è semplicemente riconducibile a questioni di integrazione comunitaria o razziale, ma che richiama una buona vecchia analisi di classi socio-economiche, con alcuni elementi forti: l’aumento del divario fra la parte più ricca del paese e il resto della collettività, ma anche l’inceppamento della mobilità sociale. Quest’ultimo punto risulta dolente in un paese in cui la possibilità di farcela nell’ambito di una generazione è alla base del sogno collettivo, e rimanda anche al dibattito sui costi e l’accessibilità del sistema universitario. Non è che Trump dia delle risposte particolarmente convincenti e strutturate a questi problemi. Però persiste nel denunciare, anche in modo ingarbugliato, una serie di problematiche fortemente sentite dalla pancia del paese: quelle di una società con ridotti margini di progresso economico e sociale per alcune fasce, una percezione negativa combinata con l’accento sull’identità bianca, anglosassone e maschile (per non dire maschilista) minacciata dalla diversità della società statunitense. È ovvio che per molti aspetti questa visione di ripiego rimanda a delle componenti razziste che sono difficilmente digeribili. Ma bisogna ascoltare il senso della protesta economico e sociale espressa dal consenso intorno a Trump, anche per constatare come la candidatura Clinton non dia risposte soddisfacenti a questi appelli. Al di là delle debolezze strutturali di una nomination democratica ritrita che assomiglia a un riassunto delle puntate di “House of Cards”, va anche osservato che dietro le numerose difficoltà, l’impresentabile Trump riesce comunque ad addomesticare il partito repubblicano. Dopo alcune vicissitudini interne al partito, hanno dato il loro appoggio anche figure istituzionali come lo speaker della Camera Paul Ryan e i senatori John McCain e Kelly Ayotte, placando anche quei repubblicani che non riescono a passare il Rubicone per votare Clinton. Di fronte a questa navigazione difficile, molti interpretano ogni tribolazione di Trump come un passo falso. Però il tycoon va avanti, e vanno rilevati alcuni elementi importanti: la sua raccolta fondi ha segnato recentemente un progresso netto, con un’impennata di piccoli donatori che dimostra come egli registri maggiori consensi nella parte medio bassa dell’elettorato, mentre Hillary Clinton trionfa nel ricevere finanziamenti da parte di milionari o star dello show business. Inoltre, Donald Trump ha recentemente annunciato la creazione di un comitato di esperti economici, composto da imprenditori piuttosto solidi ma anche classici (soltanto vecchia economia, poca tecnologia): una mossa che può accrescere la serietà delle sue proposte, ma segna anche una visione conservatrice di un capitalismo relativamente diffidente nei confronti della Silicon Valley. Tutto questo corrisponde anche a un emergente dibattito all’interno del partito repubblicano, con alcune voci che chiedono una crescita di investimenti pubblici seguendo una visione keynesiana e rimettono in discussione il dogma reaganiano del taglio lineare delle tasse. Questi sostengono che una riduzione generalizzata delle imposte non corrisponda a una crescita dell’insieme della società, non potendo il problema del divario fra fasce alte e basse di redditi essere trattato in questo modo. Partita aperta per la presidenza Donald Trump ha sconvolto gli equilibri all’interno del partito repubblicano, e questo lascia anche spazio per delle importanti revisioni intellettuali. Certo, non va visto come il campione di un nuovo pensiero; semmai come il goffo e spesso inquietante interprete di tendenze contraddittorie. Ma si tratta di tendenze di fondo che rappresentano un sostrato solido per la sua candidatura e che ne determinano anche potenti leve di voto. Se aggiungiamo a quest’insieme di fattori la combinazione fra la pressione mediatica e la danarosa campagna democratica, che provoca un’impressione di perpetua denigrazione nei confronti del candidato repubblicano, osserviamo un Trump bashingche potrebbe avere effetti perversi nelle urne e provocare le adesioni di molti che non si vogliono lasciare imporre una verità da parte dei media e dell’establishment. Il risultato delle elezioni di novembre è, quindi, tutt’altro che scontato. Jean-Pierre Darnis è professore associato all'università di Nizza e direttore del Programma di ricerca su sicurezza e difesa dello IAI (Twitter: @jpdarnis). |
mercoledì 31 agosto 2016
Brasile: il fallimento delle Olimpiadi
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Checché ne abbiano detto la stampa brasiliana e quella internazionale fino alla vigilia della cerimonia di apertura, se tutto andrà come previsto (e l’inaugurazione è stata propizia in questo senso) i Giochi saranno molto probabilmente ricordati un successo di pubblico e di critica, eguagliando il risultato positivo della Coppa del Mondo del 2014 (prestazioni calcistiche della squadra di casa a parte). Per quanto possa essere confusa la gestione del villaggio olimpico, i benefici della manifestazione sportiva per la città sono ben visibili. L'evento aiuta l'economia locale e lascia un'eredità importante ai cariocas. Anche le promesse non mantenute, come la pulizia della Baia di Guanabara, sono già state digerite dall’opinione pubblica e rinviate a data da destinarsi. Il problema, tuttavia, rimane legato al post-Giochi, soprattutto per quanto riguarda la carenza di fondi e la scarsa capacità di gestione e manutenzione degli impianti sportivi costruiti per l’occasione. Inoltre, secondo diversi specialisti, la costruzione di un villaggio olimpico ex novo è una strategia obsoleta. Probabilmente, Rio de Janeiro sarà l'ultima città in cui verrà realizzato un progetto di questo tipo: dalla prossima Olimpiade non si organizzeranno più Giochi in questo modo. A Tokyo, nel 2020, saranno utilizzati impianti già esistenti, solo ristrutturati per l’occasione, concentrando gli investimenti in opere infrastrutturali come metropolitane, o in miglioramenti urbani che rimarranno a disposizione dei cittadini dopo la manifestazione sportiva. E lo stesso dovrebbe avvenire anche per le città che ospiteranno i Giochi in futuro. Nessun altro costruirà nuovi parchi olimpici. La fine degli elefanti bianchi È questo quanto previsto dall’“Agenda 2020”, un documento approvato nel 2014 dal Comitato olimpico internazionale (Cio) che intende porre fine ai cosiddetti “elefanti bianchi”, mega-infrastrutture costruite per i Giochi olimpici e condannate all’abbandono o al sottoutilizzo dopo la cerimonia di chiusura. A Rio de Janeiro, ad esempio, la costruzione del velodromo è considerato uno dei casi di realizzazione di infrastrutture inutili per la città. Nella metropoli brasiliana - ma in generale in tutto il paese - il ciclismo è poco praticato e non desta particolare interesse nel pubblico: infatti, il sindaco di Rio Eduardo Paes è dovuto correre ai ripari annunciando che la struttura verrà smontata alla fine dei giochi e donata ad una città che ne faccia richiesta. L'obiettivo del Cio è evitare che, a partire dalle prossime Olimpiadi, si verifichino eccessi di spesa per l’organizzazione delle gare nel paese ospitante. Una decisione che punta a scongiurare sprechi e a non appesantire i bilanci pubblici, ma anche ad arginare opportunità di corruzione. Basti pensare che ancora oggi la Grecia non ha recuperato gli investimenti realizzati per i Giochi del 2004 e sconta le conseguenze di un indebitamento mal pianificato. A Rio, invece, la costruzione del villaggio olimpico è stata realizzata con una mega-speculazione immobiliare dal gigante delle costruzioni Odebrecht, invischiato negli scandali di corruzione a tutti i livelli di governo e il cui amministratore delegato e principale azionista, Marcelo Odebrecht, è agli arresti da oltre un anno nell’ambito dell’operazione “Lava Jato”, la Mani Pulite brasiliana. Infine, non è un caso che lo Stato di Rio de Janeiro abbia dichiarato bancarotta poche settimane prima dell’apertura dei Giochi. Nondimeno, per permettere che in futuro i Giochi si svolgano in paesi in via di sviluppo, dove le infrastrutture sono scarse, il Cio permetterà il raggruppamento di diverse città, ognuna dotata di diverse strutture sportive adeguate o dove sono necessari pochi adattamenti, evitando di concentrare tutti gli eventi in un unico luogo. I paesi del Golfo Persico o quelli dell’America centrale e dei Caraibi si sono già interessati alla possibilità. Così facendo, le nazioni meno sviluppate non dovranno preoccuparsi di realizzare opere gigantesche. Fino ad oggi, i costi per la realizzazione di un’Olimpiade sono lievitati al punto da permettere solo alle città “ricche” di potersi candidare. A partire da questa edizione, saranno invece i Giochi a doversi adattare alle città-sede, e non le città ai Giochi. Opportunità carioca Questa strategia è stata già in parte applicata a Rio 2016. Per il maxi-evento, la città ha trasformato il suo volto. La zona portuale, fino a pochi anni fa squallida ed abbandonata, è stata riqualificata ed oggi è diventata il nuovo “salotto buono” della metropoli brasiliana, arrivando a rivaleggiare con la tradizionale Copacabana. Nuove infrastrutture di trasporto sono state costruite per consentire l’accesso al parco olimpico, e sono stati lanciati programmi sociali destinati a restare anche dopo la fine delle Olimpiadi. La maggior parte delle opere sono state realizzate attraverso una partnership pubblico-privata, cercando di non appesantire troppo le casse pubbliche. Ma l’edizione è comunque costata oltre 40 miliardi di reais (oltre 10,5 miliardi di euro). Rio 2016 potrà essere ricordato come un caso di successo, al pari delle Olimpiadi di Barcellona del 1992, oppure come un costoso fallimento, nel solco di Atene 2004. Non esiste una formula magica per assicurare un ritorno a lungo termine in tutti i settori legati ai grandi progetti sportivi. Il segreto è l'adattamento. Pechino e Sydney, ad esempio, hanno subito un calo significativo del turismo dopo i Giochi, tanto che a Sydney diversi alberghi hanno chiuso dopo le Olimpiadi per mancanza di clienti. Nel caso di Barcellona, ci sono voluti dieci anni per recuperare il numero di turisti del periodo delle Olimpiadi, ma la città catalana è riuscita ad affermarsi come meta turistica mondiale, diventando una metropoli “alla moda”. Ed è a questo esempio che si ispira Rio. Carlo Cauti è un giornalista italiano di base a São Paulo del Brasile. | ||||||||
venerdì 26 agosto 2016
USA: inizia la volata finale
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Poi, dal Labour Day, il Primo Maggio Usa, quest’anno il 5 settembre, si entrerà negli ultimi due mesi decisivi di questa campagna maratona, che, per i due protagonisti, Hillary Rodham Clinton e Donald Trump, sarà durata, a conti fatti, quasi 18 mesi. Gli appuntamenti di Cleveland - i repubblicani, dal 18 al 21 luglio - e di Filadelfia - i democratici, dal 25 al 28 luglio - e i discorsi finali sono stati specchio fedele dei due partiti e dei due candidati. Hillary non dice una parola fuori posto, ma non scalda i cuori; simula un’empatia, che non prova, con il suo pubblico; e dissimula, senza magari mentire in modo esplicito. Trump è un fiume in piena che le spara grosse a ogni capoverso e che nasconde dietro la contestazione del politically correct e, quindi, dietro il paravento della franchezza, la banalità delle idee e la genericità delle affermazioni, quando non sono pure e semplici balle. I sondaggi ci diranno se l’effetto convention ha rilanciato la Clinton in testa alla corsa, dopo che Trump aveva goduto dello slancio della kermesse repubblicana. Ma Filadelfia ha mediaticamente avuto meno impatto di Cleveland, dove si temevano incidenti che non ci sono sostanzialmente stati. Un discorso senza errori e senza acuti Quello di accettazione della nomination di Hillary è stato un discorso senza errori, ma senza acuti. C’è quasi da dare ragione a Trump, che chiosa: "Una collezione di cliché e di retorica riciclata". L’ex first lady chiude la convention democratica, impegnandosi ad agire, se sarà eletta, per unire l’America e non per dividerla, come - è esplicito - fa il suo rivale. E parla di sicurezza, armi, terrorismo, razzismo, diritti civili; tranquillizza gli alleati sul rispetto degli impegni. Introdotta sul palco del Wells Fargo Center, dopo un’esibizione di Kate Perry, dalla figlia Chelsea, che l’ha presentata come “una lottatrice che non s’arrende”, la Clinton sforna frasi fatte, come “Siamo alla resa dei conti" e "Siamo più forti se uniti". L’ex first lady, mamma e nonna, era vestita di bianco, Chelsea di rosso: lo sfondo blu completava i colori della bandiera americana, ripetuti dalle migliaia di palloncini piovuti sul palco nel tripudio finale. Se Trump è corrosivo, il presidente Barack Obama, che mercoledì sera aveva dato il suo appoggio all’ex first lady, presentandola come suo successore, commenta: "Grande discorso. È esperta. È pronta. Non si arrende mai. Ecco perché Hillary deve essere il nostro prossimo presidente". Dalla fiera di paese al grande cinema Il copione delle convention è sostanzialmente identico, per i repubblicani e per i democratici: sussulti di contestazione all’inizio, perché questa è una democrazia; il voto che zittisce - o almeno acquieta - le polemiche; il crescendo degli interventi - quello dei democratici è incomparabile, Michelle, Bill, Barack, Hillary. Ci sono sfumature di differenze: i repubblicani hanno un contesto più da kermesse, un po’ scaciato, noi diremmo coatto; i democratici sono perfettini, ingessati, pure nella rabbia, o nell’entusiasmo. Così, mentre a Cleveland i repubblicani avevano organizzato una fiera di paese, al Wells Fargo Center di Filadelfia è stato grande cinema: tutti da Oscar: gli attori protagonisti, mogli e mariti, presidenti e aspiranti, ciascuno recita la sua parte da consumato professionista. I meno bravi sono stati i vice. Mike Pence, il repubblicano, e Tim Kaine, il democratico, non valgono i loro boss e si vede: non hanno carisma e non fanno il peso, l’uno troppo rozzo, l’altro troppo prete. Chiunque eleggano, gli americani passeranno i quattro anni del prossimo mandato incrociando le dita che il titolare non debba essere sostituito in corsa. Alle convention, e non solo, tutto è finto, ma tutto pare terribilmente vero; e tutti ci credono, o fingono di farlo: l’unità repubblicana dietro Trump; la complicità tra Obama e Hillary che giusto otto anni or sono stavano a sbranarsi; persino la ‘love story’ di Bill e l’incontro “con una ragazza” - lui che ne ha sicuramente incontrato decine, anche se ne ha sposato una sola. Il lato debole e il soffitto di cristallo Il discorso di Bill è troppo mieloso: questo è il lato debole del copione del kolossal democratico. La condiscendenza, in nome del potere, presente e futuro, di Hillary moglie tradita nei confronti di Bill marito fedifrago, ma governatore o presidente, aliena molte simpatie specie femminili alla candidata democratica. Anche se la letteratura è fitta e variegata, su come Hillary reagì al Sexgate, i giochini erotici del marito nello Studio Ovale con la stagista Monica Lewinski: solidale in pubblico, furibonda in privato fino a scagliargli contro un libro, secondo i racconti di biografi ‘gossippari’. Filadelfia celebra, tuttavia, lo storico evento della prima donna candidata alla Casa Bianca da uno dei due maggiori partiti statunitensi: in un video di neppure due minuti, la Clinton rompe non solo metaforicamente il 'tetto di cristallo', come viene metaforicamente chiamata la barriera invisibile che ostacola da sempre l’ascesa delle donne al vertice. Nel montaggio sfilano i 44 uomini che l'hanno preceduta alla Casa Bianca: una carrellata di volti che alla fine compongono un tetto di vetro vero e proprio. E, in un crescendo, il volto di Hillary viene in primo piano tra i vetri infranti: vestita con un fiammante abito rosso, circondata da donne. Folgorante anche la chiusa del video, indirizzata alle bambine "forse all'ascolto": "Può essere che io diventi la prossima presidente degli Stati Uniti. Ma una di voi sarà sicuramente la successiva". Il passaggio di testimone In questo clima, la convention ha assistito, mercoledì sera, a un passaggio del testimone simbolico tra il presidente Obama e la Clinton: fra i due, sul palco, un abbraccio quasi intenso, romantico. “Sono orgoglioso di te”, dice lui. L’unità del partito dietro la sua candidata è suggellata dalla lealtà di Sanders, che placa la rivolta degli irriducibili ‘sanderistas’, dalla sfilata di ispanici, neri, donne, personaggi dello showbiz, dall’endorsement del magnate dell’editoria ed ex sindaco di New York Mike Bloomberg. Tutti sono con Hillary, che “è la scelta giusta”. E tutti sono contro Trump, che “è un demagogo” e “un incompetente”, ma che “è pericoloso”. Come a Cleveland, anche a Filadelfia l’unità è più forte contro che per. Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI. | ||||||||
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lunedì 22 agosto 2016
Brasile; di crisi in crisi
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A far pendere l’ago della bilancia in favore del Brasile furono l’esuberanza economica, la stabilità politica, il grande appoggio popolare all’iniziativa, e il fatto che nessuno stato sudamericano avesse mai ospitato i Giochi. A quasi sette anni da quel giorno, solo l’ultima di queste condizioni resta valida. Crisi economica a più livelli Fino a poco tempo fa, il Brasile viveva un ciclo economico positivo, alimentato dalla forte domanda globale per le risorse naturali e agricole di cui il paese è ricco, e culminato nel 2010, quando il Pil aumentò del 7,5% - e tutti pensavano che il gigante si fosse svegliato una volta per tutte. Negli anni successivi, tuttavia, lo scenario è mutato radicalmente. Una serie complessa di fattori tra cui spiccano il crollo del prezzo del petrolio e la gestione imprudente dei conti pubblici da parte dell’erede di Lula, Dilma Rousseff, hanno sprofondato il paese nella sua peggiore crisi dagli anni Trenta. A fronte di questo cambio di scena, le spese per l’organizzazione dei Giochi (circa 11 miliardi di Euro, di cui il 40% di provenienza pubblica), anziché consacrare una nuova potenza globale, infieriscono ulteriormente su una economia già a terra. La considerazione che una parte dei costi sono in capo alle amministrazioni cittadina e statale di Rio de Janeiro - e non alla repubblica federale - non serve da rassicurazione. Anzi. Sebbene le casse della Città Meravigliosa sembrino trovarsi in uno stato ragionevole, lo stesso non può dirsi delle finanze dello stato di Rio. In giugno, il governatore ha dichiarato lo stato di calamità pubblica. Questa misura, normalmente riservata ai casi di catastrofi naturali, è stata adottata in ragione della crisi finanziaria dello stato che - secondo il governatore - poteva pregiudicare il mantenimento degli impegni presi in vista dei Giochi. Lo stato di calamità ha permesso al governo federale di dare un aiutino allo stato di Rio, che probabilmente basterà per “mettere una pezza” sulla questione Olimpiadi. Quello che accadrà dopo è un altro paio di maniche. Crisi politica a tutto campo Poco dopo essersi aggiudicato l’assegnazione delle Olimpiadi, Lula ha terminato il suo secondo mandato consecutivo con un indice di approvazione stellare, prossimo all’80%. Tutt’altro clima si respira a pochi giorni dall’inizio dei Giochi. Di fatto, è possibile che il calendario di eventi delle Olimpiadi 2016 includa, come extra, l’impeachment della presidente Dilma Rousseff. Accusata di aver truccato il bilancio dello Stato, l’erede designata di Lula è stata sospesa dall’incarico a maggio, in attesa del verdetto finale da parte del Senato federale - verdetto che potrebbe arrivare proprio durante le Olimpiadi. Da parte sua, il presidente ad interim, Michel Temer, vice ed ex-alleato della Rousseff, non è finora riuscito a costruirsi una base di appoggio consistente. Infatti, da un lato ha catalizzato l’ostilità delle forze di sinistra pro-Rousseff, dall’altro si sta progressivamente alienando le simpatie dei gruppi liberali, delusi dalle troppo timide misure di austerità. E la crisi non si ferma qui. Una buona fetta della classe politica (e imprenditoriale) brasiliana si trova coinvolta, più o meno direttamente, nell’inchiesta Lava Jato, il maggiore scandalo di corruzione e riciclaggio di denaro nella storia del paese. Non c’è da stupirsi, dunque, che il clima non sia dei più sereni - sebbene qualsiasi prospettiva di rottura dell’ordine democratico appaia alquanto improbabile. Olimpiadi per chi? Tutti i giorni i brasiliani si confrontano con una economia in crisi. Tutti i giorni, si sentono dire che una buona parte della classe dirigente che per anni ha gestito i soldi pubblici avrebbe, in sostanza, rubato, e che forse ci sarà bisogno di aumentare le imposte per risanare i conti. Tra l’altro, la gente ha fresco nella memoria il ricordo della Coppa del Mondo 2014, che a sua volta costò ai contribuenti circa 8 miliardi di euro e si lasciò alle spalle una scia di stadi che non riescono a pagare i propri costi e di opere pubbliche inconcluse. In questa cornice, l’idea di spendere per l’organizzazione dei Giochi (le cui opere peraltro sono affidate a 5 imprese, tutte indagate nell’inchiesta Lava Jato) è come un pugno nello stomaco, e la gente scende in strada domandando: “Olimpiadi per chi?”. A pochi giorni dall’apertura dei Giochi, secondo una ricerca dell’istituto Datafolha, il 50% dei brasiliani sono contrari alla realizzazione dell’evento - tre anni fa erano solo il 25% -, e poco meno di due terzi pensa che le porterà più perdite che benefici. Come spesso succede nelle telenovele brasiliane, è probabile che, nonostante tutte le condizioni avverse, le Olimpiadi siano un successo. Il problema sarà il ritorno alla vita reale. Ilaria Masiero è laureata in Discipline Economiche e Sociali e dottoranda in Economia presso la Fundação Getulio Vargas di San Paolo. | ||||||||
lunedì 1 agosto 2016
Brasile. Le olimpiadi
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I numeri che ruotano attorno all’evento sono oggettivamente rilevanti: sono attese circa 300 mila persone tra turisti, spettatori e team di atleti internazionali, controbilanciate da un contestuale dispiegamento di circa 80.000 agenti di polizia, forze armate ed operatori di sicurezza. Una ipotesi di rischio attentati è data come possibile da diversi osservatori, ma non ovviamente sostanziabile quanto a eventuali target e modalità di azione su suolo brasiliano. I margini di imprevedibilità sono elevatissimi, come gli eventi di Dacca del 1̊ luglio e di Nizza del 14 luglio e di Monaco del 22 luglio hanno tristemente dimostrato. I fattori di rischio sociale per la propaganda di Isis Alcuni fattori di rischio precursori e facilitanti sono stati individuati dall’Abin (Agencia Brasileira de Inteligencia), ovvero il servizio intelligence federale brasiliano e veicolati ai media. In un contesto socio-economico fortemente degradato rispetto a 10 anni fa (con un Pil contrattosi del 7% negli ultimi due anni), richiami radicalizzanti nel Paese verde-oro potrebbero attecchire più facilmente in individui appartenenti alle fasce sociali più indigenti, facendosi strada in aree a devianza criminale endogena (favelas, criminalità comune, narcotraffico, tifoseria violenta). Il timore è quello di una islamizzazione di micro-contesti, catalizzando i disagi e gli squilibri sociali. Sotto questa prospettiva, gli arresti operati dalla polizia federale brasiliana nel mese di luglio nei confronti di una sedicente cellula jihadista brasiliana avrebbero evidenziato l’esistenza di una retorica jihadista già annidata in alcuni circuiti web locali. Non va inoltre dimenticata l’esistenza di diversi milioni di brasiliani di ascendenza araba, principalmente di origine libanese e siriana (ed in quota minoritaria maghrebina, egiziana, giordana ed irachena). Giunti nel Paese sin dalla metà dell’Ottocento, sono oggi per la gran parte di cittadini di terza o quarta generazione, generalmente ben integrati, dei quali solo poche migliaia arabo-parlanti e di fede musulmana. Elementi di mitigazione del rischio Di contro, c’è da dire che il Brasile non è certo un Paese politicamente esposto o inviso di per sé agli occhi dell’estremismo jihadista. Nel 2014 l’ex ministro degli Esteri brasiliano, Luiz Alberto Figueiredo, aveva addirittura ribadito la contrarietà brasiliana all’effettuazione di raid aerei contro lo “stato islamico” in assenza di una legittimazione forte dell’Onu. La distanza geografica dai centri di interesse del “Califfato” è inoltre notevole e storicamente il Brasile non ha subito episodi di terrorismo di matrice jihadista. Altro elemento di mitigazione del rischio su cui riflettere è che in Brasile, a differenza dell’Europa e delle sue periferie urbane, la gran parte degli arabo-brasiliani è di religione cattolica e, soprattutto, parte attiva della vita economica locale. Ciò in virtù nei processi integrativi di lungo corso esercitati nel tempo sulle diaspore libanesi e siriane in Brasile, oggi per lo più dinamici rappresentanti dell’imprenditoria e del mondo degli affari locali. Vi è infine da osservare come la cultura di vita brasiliana - intesa come liberalità di agire e di costumi - sia per molti versi incompatibile con i precetti oscurantisti dell’islamismo più radicale. Tra opportunità mediatiche e modelli di minaccia I terroristi cercano di massimizzare il danno prodotto, secondo differenti metriche del danno e della perdita: numero di vittime, distruzione materiale, economica o simbolica. Secondo un principio di visibilità mediatica, le Olimpiadi di Rio potrebbe essere un target di opportunità sostanzioso, caratterizzando la città carioca in senso narrativo-manipolativo come “lasciva e corruttrice”. Nella selezione degli obiettivi da colpire, inoltre, quasi sempre le grandi città metropolitane - come Bali (2002), Casablanca (2003), Madrid (2004), Londra (2005), Mumbai (2008), Boston (2013), Parigi (2015), Ankara (2016), Bruxelles (2016) o Dacca (2016) per citare casi di eventi associati al jihadismo islamico - sono state ritenute dai terroristi appetibili nelle Nazioni -bersaglio individuate. Detto quanto sopra dei luoghi e dei possibili scenari rappresentativi per lo “stato islamico”, un’analisi strutturale dei network terroristici porta a enunciare il seguente principio generale: maggiore è il numero di componenti della cellula, maggiore è la probabilità che la stessa venga intercettata dalle forze di sicurezza. Nel caso di una radicalizzazione improvvisa o di una azione condotta su base isolata, come potrebbe essere il caso di un ipotetico lupo solitario brasiliano, appare molto più difficile un’opera di prevenzione e monitoraggio. In definitiva, un attentato terroristico appartiene ad una classe di eventi del tutto peculiare, basata certo su singole, caotiche e talvolta contraddittorie volontà umane, ma possibilmente da inquadrare anche all’interno di principi tendenzialmente lineari.In questo contesto, massima attenzione andrà esercitata dagli apparati di sicurezza affinché i colori del carnevale olimpico restino immacolati, preservando i valori ecumenici sottesi all’evento a cinque cerchi. Diego Bolchini è analista di relazioni identitarie, autore di contributi per diverse riviste specializzate nei settori afferenti geopolitica, sicurezza e difesa. |
giovedì 28 luglio 2016
USA. Elezioni versante repubblicano
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“Spaventoso” è la prima reazione filtrata dal clan Bush, assente alla convention: viene da Mary Cary, che scriveva i discorsi di papà George, presidente dal 1989 al 1993, e che oggi è autorevole opinionista. Trump si presenta come il candidato di ‘Law and Order’, s’impegna a sospendere immediatamente l’immigrazione negli Stati Uniti da tutti i Paesi coinvolti nel terrorismo e a costruire un muro al confine con il Messico, afferma che “l’americanismo e non il globalismo è il nostro credo” e mette in dubbio la solidarietà atlantica. Tutto condito con il superamento del “politicamente corretto”: “Non possiamo più permettercelo”. La platea di Cleveland accoglie con un’ovazione, tutti in piedi, l’accettazione della nomination. Hillary Clinton, la candidata democratica, gli ribatte: “Non sei la nostra voce” e, soprattutto, “costruiremo un muro tra te e la presidenza”. Il circo della convention La convention repubblicana s’è svolta a Cleveland, dal 18 al 21 luglio. Quella democratica si riunirà a Filadelfia, dal 25 al 28 luglio.Sotto il tendone di ‘Barnum’ Trump, alla 'Quicken Loans Arena', c’era di tutto: ultra-conservatori Tea-Party e fondamentalisti cristiani, anti-gay e anti-abortisti, suprematisti e adepti del Ku Klux Klan, creazionisti e negazionisti, e pure sceriffi, guru, astronauti, dipendenti delle aziende del magnate e tutta la famiglia fino all’ultima figlia. E fuori, a protestare, c’erano giovani, donne, ambientalisti, ispanici, neri di ‘Black livesmatter’, e pure delle rinate Pantere Nere. Fin da prima che Trump invadesse la politica americana, le convention erano dei circhi: kermesse strapaesane, con delegati che non se ne perdono una e altri che arrivavano con lo spirito con cui i musulmani vanno alla Mecca, il viaggio della vita, una testimonianza di fede politica. Mancavano solo i repubblicani moderati, almeno molti di essi: sono rimasti a casa, Mitt Romney, John McCain, tutta la famiglia Bush. Persino il governatore dell’Ohio John Kasich non s’è fatto vedere. E Marco Rubio ha mandato solo un video-clip. Sarah Palin, che non è certo una moderata, non c’era perché “l’Alaska è troppo lontana da Cleveland”. Ted Cruz, ultra-conservatore evangelico, ha consumato sul palco il suo strappo “Caro Donald, non ti voto”. Fra gli ospiti stranieri, notati l’euro-scettico Nigel Farage - Trump è un fautore della Brexit - e l’olandese xenofobo e anti-Islam Geert Wilders. Non c’era Matteo Salvini: lo showman ha già dimostrato di non rimarcarne né la presenza né l’assenza. Le estati violente, 1968/2016 In questa violenta estate americana, che assomiglia sempre più a quella tragica del 1968, quando vennero ammazzati Martin Luther King e Robert Kennedy a la convention democratica a Chicago fu teatro di ripetuti scontri, le uccisioni di neri da parte di poliziotti bianchi e le stragi di agenti compiute da reduci neri avevano gettato è benzina sul fuoco dell’appuntamento di Cleveland. E Trump l’incendiario aveva addebitato quelle morti "alla mancanza di leadership” e “alla debolezza” del presidente Obama. Le misure di sicurezza per prevenire incidenti erano altissime, specie dopo l'annuncio che le nuove Pantere Nere avrebbero manifestato armate fuori dall’Arena: il II emendamento della Costituzione (approvato il 5 dicembre 1791) e la legge dell'Ohio (che consente di girare in pubblico con armi a vista e cariche, come in Texas) lo rendono possibile. E il governatore Kasich aveva respinto l’istanza dei sindacati dei poliziotti di sospendere la norma per alcuni giorni. A conti fatti, ci sono state manifestazioni pro e anti-Trump, tafferugli, arresti e contusi: il bilancio, dal punto di vista dell’ordine pubblico, non è stato drammatico come si temeva. Tra nomination e discorsi, il filo dell’unità anti-Hillary Con 1725 voti - ne bastavano 1237 -, la convention ha ufficializzato la designazione di Trump candidato repubblicano alla Casa Bianca: dopo 16 mesi di campagna elettorale e decine di primarie, il magnate ha sbaragliato 16 concorrenti, superato l'ostracismo dell'establishment del partito e formalmente conquistato la nomination. La ‘rivolta degli irriducibili’, che promettevano ostruzionismo, s’infrange al primo voto procedurale. Articolata su quattro temi, uno al giorno, ‘legge e ordine’, l’economia e il lavoro, il primato dell’America nel Mondo e l’unità dell’America, la convention doveva suggellare l’unità ritrovata del partito repubblicano, con l’avallo dei due leader parlamentari Paul Ryan e Mitch McConnell allo showman. Proprio Ryan, speaker della Camera e presidente della Convention, massimo esponente politico repubblicano e non esattamente un ammiratore di Trump, ha dovuto annunciare la nomination, ufficializzando il ticket con il governatore dell'Indiana Mike Pence. Ryan, che non ha mai formalmente ‘endorsed’ Trump, ha esortato all’unità del partito, spronandolo a "competere in ogni parte d'America per ogni singolo voto": "Solo con Trump e Pence - ha detto - abbiamo la chance di qualcosa di meglio" di Obama; ed ha preso di mira Hillary Clinton. L'elemento unificante della convention repubblicana è stata proprio l'incessante giaculatoria contro l'ex first lady, cui ha pure partecipato Pence: l’ha definita, con un gioco di parole, “il segretario dello status quo”, che non può essere comandante in capo dopo l’attentato di Bengasi in Libia. L’8 Novembre la scelta "è tra il cambiamento e lo status quo": con Trump presidente, “il cambiamento sarà enorme". Per la stragrande maggioranza degli elettori americani, il discorso è stata l’occasione per conoscere il governatore dell’Indiana, ultra-conservatore e Tea Party, anti-gay e pro-armi. Pence s’è presentato così: "Sono un cristiano, un conservatore e un repubblicano, in quest'ordine". E ha scherzato: "Non avrei mai immaginato di trovarmi qui ... Trump è noto per la forte personalità e per il carisma: credo cercasse un po' di equilibrio nel ticket". Una platea di bocca buona intonava "Ci piace Mike". Gaffes, plagi e plotoni d’esecuzione Non tutto è però filato liscio nella convention orchestrata come una festa di famiglia di casa Trump. Il discorso di Melania, la moglie, una modella slovena tutta di bianco vestita, ha suscitato vivaci critiche: alcuni passaggi erano copiati dal discorso tenuto da Michelle Obama alla convention di Detroit nel 2008. Donald fa spallucce: “Tutta pubblicità”. Ma Meredith McIver, autrice del testo, ammette la colpa e offre le dimissioni, però respinte. Negli Usa, il plagio è colpa grave, dalle scuole alla politica, può lasciare il segno. Lo showman s’è invece dissociato da un suo consigliere, Al Baldasaro, che vorrebbe Hillary “portata davanti a un plotone d’esecuzione e fucilata per alto tradimento". Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI. | ||||||||
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