Master 1° Livello

MASTER DI I LIVELLO

POLITICA MILITARE COMPARATA DAL 1945 AD OGGI

Dottrina, Strategia, Armamenti

Obiettivi e sbocchi professionali

Approfondimenti specifici caratterizzanti le peculiari situazioni al fine di fornire un approccio interdisciplinare alle relazioni internazionali dal punto di vista della politica militare, sia nazionale che comparata. Integrazione e perfezionamento della propria preparazione sia generale che professionale dal punto di vista culturale, scientifico e tecnico per l’area di interesse.

Destinatari e Requisiti

Appartenenti alle Forze Armate, appartenenti alle Forze dell’Ordine, Insegnanti di Scuola Media Superiore, Funzionari Pubblici e del Ministero degli Esteri, Funzionari della Industria della Difesa, Soci e simpatizzanti dell’Istituto del Nastro Azzurro, dell’UNUCI, delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, Cultori della Materia (Strategia, Arte Militare, Armamenti), giovani analisti specializzandi comparto geostrategico, procurement ed industria della Difesa.

Durata e CFU

1500 – 60 CFU. Seminari facoltativi extra Master. Conferenze facoltative su materie di indirizzo. Visite facoltative a industrie della Difesa. Case Study. Elettronic Warfare (a cura di Eletronic Goup –Roma). Attività facoltativa post master

Durata e CFU

Il Master si svolgerà in modalità e-learnig con Piattaforma 24h/24h

Costi ed agevolazioni

Euro 1500 (suddivise in due rate); Euro 1100 per le seguenti categorie:

Laureati UNICUANO, Militari, Insegnanti, Funzionari Pubblici, Forze dell’Ordine

Soci dell’Istituto del Nastro Azzurro, Soci dell’UNUCI

Possibilità postmaster

Le tesi meritevoli saranno pubblicate sulla rivista “QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO”

Possibilità di collaborazione e ricerca presso il CESVAM.

Conferimento ai militari decorati dell’Emblema Araldico

Conferimento ai più meritevoli dell’Attestato di Benemerenza dell’Istituto del Nastro Azzurro

Possibilità di partecipazione, a convenzione, ai progetti del CESVAM

Accredito presso i principali Istituti ed Enti con cui il CESVAM collabora

Contatti

06 456 783 dal lunedi al venerdi 09,30 – 17,30 unicusano@master

Direttore del Master: Lunedi 10,00 -12,30 -- 14,30 -16

ISTITUTO DEL NASTROAZZURRO UNIVERSITA’ NICCOL0’ CUSANO

CESVAM – Centro Studi sul Valore Militare www.unicusano.it/master

www.cesvam.org - email:didattica.cesvam@istitutonastroazzurro.org

America

Traduzione

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

This blog is written in Italian, a language base. Those who wish to translate into another language, may use the opportunity of the function of "Translation", which is reported in the pages.

America Centrale

America Centrale

Medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 su questo stesso blog seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo
adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità dello
Stato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento a questo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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venerdì 11 novembre 2016

USA. Election day

Usa2016
Oltre Hillary e Trump, c’è da eleggere il Congresso
Vittoria Franchini, Chiara Rogate
27/10/2016
 più piccolopiù grande
I riflettori di tutto il mondo sono puntati sulla corsa alla Casa Bianca, ma l’8 novembre i cittadini statunitensi saranno chiamati a votare anche per il rinnovo delle camere, dal 2014 in mano al Partito Repubblicano.

Date le scarse possibilità di riacquisire la maggioranza nella Camera dei Rappresentanti (che sarà interamente rinnovata), garantirsi il controllo del Senato (di cui sarà sostituito un terzo dei membri) è fondamentale per il Partito Democratico.

Almeno fino alle prossime elezioni di metà mandato nel 2018.

L’obiettivo attuale è assicurarsi i seggi in ballo ora, momento in cui le circostanze sono favorevoli: 24 dei 34 posti a disposizione verranno lasciati da senatori repubblicani e i rimanenti 10 da democratici. Nel 2018, saranno invece 25 democratici e 8 repubblicani a rimettersi all’elettorato.

Senato indispensabile per realizzare l’agenda
L’approvazione delle proposte di legge richiede la maggioranza semplice (50+1). I repubblicani hanno attualmente 54 senatori (46 all’opposizione), molti dei quali appartenenti al Tea Party.Se vincesse Hillary Clinton, i democratici avrebbero dunque bisogno di una maggioranza di quattro poltrone, o alternativamente di cinque se fosse Trump a diventare il nuovo presidente (in caso di parità la posizione del Vice Presidente determina l’esito della votazione).

Tuttavia, nell’eventualità si verificassero operazioni di ostruzionismo (i cosiddetti filibuster),sarebbero necessari 60 voti per riavviare il processo di votazione. Una maggioranza in questo caso non semplice da realizzare data l’attuale conflittualità tra i due partiti.

Se Clinton diventasse Presidente ed il Senato rimanesse in mano ai repubblicani, sarebbe difficile concretizzare le riforme proposte dall’agenda democratica, dall’incremento del salario minimo all’educazione gratuita nelle università pubbliche.

Clinton ha già accennato al possibile ricorso all’Ordine Esecutivo in caso di necessità. L’Ordine Esecutivo, infatti, è l’unico strumento a disposizione del governo per superare stalli nel Congresso, come accaduto, ad esempio, nel caso della firma del Trattato di Parigi sui cambiamenti climatici nel 2015 ed in quello dell’incremento del salario minimo per gli impiegati statali.

Tuttavia, non si tratta di una misura senza costi. La sua validità è contestata in quanto sminuente del processo legislativo e fonte di tensione tra i partiti. Anche se il presidente Barack Obama vi ha fatto ricorso meno rispetto ai suoi predecessori, l’uso di questo strumento è stato uno degli aspetti più criticati della sua Presidenza.

La campagna elettorale per il Senato
Per i Repubblicani la campagna elettorale per il Senato è diventata sintomo di crescenti divisioni interne al partito, soprattutto dopo il video scandalo del 7 ottobre. Personaggi chiave come Paul Ryan, Presidente della Camera dei Rappresentanti, dopo aver scaricato Trump hanno infatti annunciato di volersi concentrare sugli swing states(al momento Nevada, New Hampshire, Pennsylvania, Nord Carolina, Florida, Missouri e Indiana) per l’elezione dei candidati al Congresso.

Il Partito Democratico si sta invece dimostrando compatto e sta investendo ingenti risorse puntando proprio sul legame dei candidati repubblicani con Trump. In New Hampshire, per esempio, il Partito ha investito $16 milioni in presenza televisiva ($4 milioni in più dei repubblicani) per sottrarre voti all’attuale senatrice Kelly Ayotte, già in calo a causa delle dichiarazioni con le quali ha definito Trump “un’ispirazione per i bambini di oggi.”

In Pennsylvania, ha investito $17 milioni (contro i $8 dei repubblicani), per convincere gli elettori che Pat Toomey, nonostante si dichiari imparziale, sia invece schierato con Trump.

Secondo gli autorevoli sondaggi di Nate Silver, il Partito Democratico ha al momento circa il 70% delle possibilità di vincere il Senato (oltre 20 punti in più dopo la diffusione del video).

Usa 2016 e l’elezione del nono giudice della Corte Suprema
La vittoria avrà implicazioni importanti per tutto il Paese. Una delle questioni più rilevanti ed urgenti è l’investitura del nono giudice della Corte Suprema (la scelta di Obama di Merrick Garland non è ancora stata approvata dal Congresso).

Al momento, infatti, non c’è una “maggioranza” all’interno della Corte, e la nomina del nuovo giudice (per la quale potrebbero servire 60 voti) sarà dunque decisiva per determinare l’ago della bilancia su questioni cruciali come aborto (sul quale la Clinton ha costruito parte della sua agenda rosa), immigrazione, associazioni lavorative o il ruolo dei Super PACs nel promuovere interessi privati attraverso finanziamenti ai partiti.

Tre dei giudici hanno quasi o più di 80 anni e il nuovo presidente si potrà facilmente trovare a dover nominare i loro sostituti nel corso dei prossimi quattro anni. Il futuro leader e l’appoggio del Senato saranno quindi fondamentali per determinare la posizione della Corte per i prossimi 20 anni (l’eta media degli altri giudici è di 60 anni) e dunque il futuro del Paese su questioni su cui i partiti si trovano sempre più distanti.

Vittoria Franchini e Chiara Rogate lavorano alla Banca Mondiale a Washington, D.C. e collaborano con il Circolo PD Washington sulle elezioni presidenziali 2016.

USA. Bernie Sanders e le sue prospettive

Usa2016
Per Bernie la rivoluzione è appena iniziata
Vittoria Franchini, Chiara Rogate
03/11/2016
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La fine della campagna di Bernie Sanders non si è chiusa come tante altre, con lo sventolare bandiera bianca. La delusione iniziale dei sostenitori, infatti, è stata sostituita in poco tempo da un nuovo entusiasmo per l’annuncio, a fine giugno, della nascita di una nuova organizzazione: Our Revolution.

Facendo leva sulla mobilitazione messa in moto nei mesi precedenti, Sanders e i suoi sostenitori si sono riorganizzati per avanzare la piattaforma politica delle primarie. Perché la “rivoluzione politica” non ha un termine di scadenza.

Da Our Revolution a Brand New Congress
Dopo l’annuncio a giugno, in 24mila hanno dato il loro sostegno alla nuova iniziativa. Con 2.600 eventi privati e 60mila persone connesse per seguire il discorso di Sanders in diretta streaming su Facebook Live, Our Revolution è stata lanciata ufficialmente il 24 agosto.

L’organizzazione si focalizza su 21 temi. Dalla Trans-Pacific Partnership all’educazione, dall’assicurazione sanitaria ai cambiamenti climatici e al rovesciamento dei super PAC, Our Revolution propone più potere ad enti e comunità locali.

Come dichiarato da Sanders, infatti, la vera rivoluzione politica nasce dal basso, con politiche e rappresentanti allineati con gli interessi dei cittadini. In soli due mesi, Our Revolution ha già appoggiato più di 60 candidati, da autorità locali a senatori.

Brand New Congress, Bnc, è un’altra iniziativa lanciata da ex dipendenti della campagna di Sanders. L’obiettivo? Sostituire tutti i 400 rappresentanti (in Senato e Congresso) alle elezioni di metà mandato del 2018.

Si cercano politici non di professione e senza velleità politiche: lavoratori democratici, repubblicani e indipendenti che rappresentino culture religiose ed etniche di appartenenza e accomunati dalla volontà di cambiare il sistema attuale in modo efficiente. Il programma politico è ancora da definire nei dettagli, ma, per entità ed interventi, è attualmente focalizzato su un piano economico simile al New Deal.

Critiche a Jeff Weaver
Le proposte di Our Revolution e Bnc hanno entusiasmato migliaia di cittadini, ma stanno già affrontando le prime sfide pratiche. A una settimana dal lancio di Our Revolutionmetà dello staff si è dimesso dopo la nomina a Presidente di Jeff Weaver, ex manager della campagna elettorale di Sanders.

Weaver è accusato, specialmente dalla generazione più giovane, di aver perso le primarie investendo troppe risorse su metodi tradizionali di propaganda (spot televisivi) invece che sulla mobilitazione dal basso.

Inoltre, lo statuto 501(c)4 di non-profit permette di ricevere ingenti donazioni, in contrasto con i piccoli contributi (in media di $27) che hanno caratterizzato la campagna delle primarie, con il rischio che interessi privati influenzino l’organizzazione, per quanto sulla carta l’organizzazione non ammetta donazioni per una specifica attività né (contrariamente alle non profit in generale) la loro detrazione dalle tasse.

In ultimo, lo statuto non permette l’associazione ad attività politiche, rendendo impossibile il vero e proprio sostegno di candidati e alle loro campagne, nonché la mobilitazione di attivisti. L’iniziale appoggio a Tim Canova in Florida, per esempio,è stato di fatto revocato dopo due settimane(1).

Per quanto riguarda Bnc, stime indicano che il reclutamento di un nuovo Congresso richieda almeno il doppio dei $227 milioni raccolti da Sanders durante la campagna. Al momento, i finanziamenti hanno raggiunto i $150,000 e solo due anni separano dall’obiettivo del 2018 (2).

Sanders, il senatore, e una campagna che vuole la mobilitazione dal basso
Sanders ha incoraggiato Our Revolution a presentare istanze per il cambiamento, a cui lui darà voce in Senato (come capo del Senate Budget Committee se a maggioranza democratica), ma i primi due mesi di vita dell’organizzazione evidenziano alcune tensioni fondamentali, a cominciare dalla relazione tra un senatore e una campagna che vuole continuare con la mobilitazione dal basso. A essa legata, vie è la frizione tra l’affiliazione al Partito Democratico di Bernie e la realtà che vede la maggior parte dei suoi sostenitori indipendenti dal Partito.

Terza e non ultima sfida, sia per Our Revolution, che per Bnc, deriva dalla capacità di unire le forze per portare avanti l’agenda legislativa, all’interno dell’organizzazione e al suo esterno, con organizzazioni e movimenti progressisti, come Progressive Democrats of America, il Congressional Progressive Caucuse del Green Party nonché movimenti non partisan, come Black Lives Matterthe Fight for $15 (salario minimo), e attivisti per i cambiamenti climatici e diritti civili. Per quanto riguarda Our Revolution, per ora la sfida riparte dai cinque uomini bianchi del consiglio di amministrazione.

(1) http://www.politico.com/story/2016/08/bernie-sanders-group-turmoil-227297#ixzz4OFvGSgLA.
(2) http://www.progressive.org/news/2016/10/189006/magazine-whats-next-bernies-revolution
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Vittoria Franchini e Chiara Rogate lavorano alla Banca Mondiale a Washington, D.C. e collaborano con il Circolo PD Washington sulle elezioni presidenziali 2016.

USA. Elezioni. Confronto sui temi economici

Usa e Economia
Hillary e Donald: due diverse ricette per l’economia
Marco Magnani, Fosco Riani
03/11/2016
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This is not an ordinary time and this is not an ordinary election. Queste parole, pronunciate da Hillary Clinton nel secondo dibattito televisivo con Donald Trump, ben sintetizzano la peculiarità di queste elezioni presidenziali.

L’intera campagna elettorale è stata caratterizzata dallo scontro tra personalità piuttosto che dalla competizione tra due visioni diverse per il futuro degli Stati Uniti. Ciononostante, i programmi dei due candidati presentano forti differenze. Soprattutto nell’agenda economica. E ciò avrà un peso nella scelta elettorale dei cittadini statunitensi.

Gli statunitensi votano guardando al portafoglio
Lo slogan di James Carville, consigliere di Bill Clinton nelle elezioni del 1992, è sempre attuale. Gli statunitensi votano con il portafoglio. Secondo un recente sondaggio di CBS News/New York Times, per un terzo degli elettori crescita e occupazione sono i temi che più influenzeranno il voto.

La preoccupazione per l’economia potrebbe sembrare immotivata. Dopo la grave crisi finanziaria del 2008 e la contrazione del Pil l’anno successivo, negli Stati Uniti è tornata la crescita, sono stati creati quasi 10 milioni di posti di lavoro e l’inflazione è stabile intorno all’1,5%.

Ciononostante, la ripresa presenta alcune fragilità. Negli ultimi otto anni il tasso di disoccupazione è passato dal 10% al 4,9%, ma 14 milioni di cittadini hanno abbandonato la forza lavoro. E la crescita media della produttività si è ridotta significativamente. Ancora una volta l’economia sarà importante nell’urna.

Il fenomeno più preoccupante è l’aumento della diseguaglianza, economica e sociale. Anziché essere diffusa, la crescita si è concentrata solo in certi settori, aree geografiche e classe sociali. Agli straordinari successi dell’hi-tech della Silicon Valley e del biomedicale di San Diego si contrappongono la crisi dell’automotive a Detroit e il declino del manifatturiero nella Rust Belt. I gap sono aumentati e con essi tensioni, ansie e senso d’incertezza. Soprattutto della classe media.

A fronte di indiscutibili storie di successo, negli ultimi decenni le condizioni economiche di molti statunitensi sono peggiorate. Il reddito medio dei lavoratori dipendenti è diminuito e le persone con un’istruzione limitata faticano sempre di più a trovare buoni posti di lavoro.

Clinton vs. Trump: l’agenda economica prevarrà sugli scandali?
I tanti scandali personali e punti di debolezza dei due candidati, combinati con l’azione dei SuperPacs - i Political Action Committee che possono raccogliere e spendere enormi quantità di denaro - e il crescente peso dei social networks, hanno contribuito a spostare l’attenzione dai contenuti alle emozioni e a personalizzare eccessivamente lo scontro elettorale.

Tuttavia, Trump e Clinton propongono risposte molto diverse su temi quali lavoro, crescita, tasse, spesa pubblica, immigrazione, commercio. Per creare posti di lavoro la candidata democratica punta su un aumento della spesa pubblica per investimenti in infrastrutture, formazione professionale, energia pulita.

Clinton è inoltre favorevole all’aumento del salario minimo federale (oggi di 7,25 dollari l’ora), a rivedere la legislazione sull’immigrazione e a promuovere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro attraverso un miglioramento delle condizioni di congedo parentale (Trump prevede solo il congedo di maternità), dell’offerta di servizi per l’infanzia e la diminuzione delle spese per l’istruzione, in primis quelle universitarie.

Le proposte di Trump, meno articolate, prevedono massicci investimenti in difesa e infrastrutture promettendo un aumento del tasso di crescita fino al 3,5% e 25 milioni di nuovi posti di lavoro in dieci anni.

Su tasse e spesa pubblica le differenze tra i due candidati sono in gran parte in linea con le tradizioni dei rispettivi partiti. I democratici prevedono investimenti pubblici e miglioramenti della previdenza finanziati con aumenti delle tasse; i repubblicani, strenui oppositori del big government, promettono un taglio delle imposte.

La Tax Foundation stima che con Trump i contribuenti risparmierebbero in media 1.818 dollari l’anno e con la Clinton ne verserebbero 176 in più. È tuttavia interessante come nessuno dei due enfatizzi i rischi dell’enorme debito pubblico.

La proposta fiscale è forse la parte più dettagliata e chiara del programma di Trump. Prevede per le imprese un taglio drastico dell’aliquota dal 35% al 15%. Alle persone fisiche si promette una forte semplificazione, con riduzione a sole tre aliquote: 12%, 25% e 33%.

Ciò diminuirebbe il carico fiscale per i contribuenti in tutte le fasce di reddito - oggi l’aliquota marginale più elevata è del 39.6% - ma ridurrebbe anche la progressività del sistema. Inoltre il calo delle entrate fiscali - stimato tra 4,4 e 5,9 trilioni di dollari in dieci anni - avrebbe conseguenze pesanti sul debito pubblico.

La Clinton invoca aumenti delle tasse per redditi superiori ai 250mila dollari e agevolazioni per le classi più deboli. Sul lato corporate, agevolazioni per le imprese che condividono i profitti con i dipendenti, aumento delle imposte sulle plusvalenze a breve termine al fine di incoraggiare investimenti a lungo termine e sanzioni fiscali per le aziende che delocalizzano.

Dal Nafta al Ttip, il commercio internazionale divide i candidati
In campagna elettorale Trump ha accusato molti partner commerciali degli Stati Uniti di concorrenza sleale. Le soluzioni proposte sono introdurre dazi e tariffe, rinegoziare il trattato di libero scambio nordamericano Nafta e rimettere in discussione i progressi fatti su quelli con l’Asia, Tpp, e l’Europa, Ttip. Questa linea è in chiara rottura con quella tradizionale repubblicana su globalizzazione e commercio internazionale.

Le posizioni di Clinton in materia di libero scambio sono meno nette e per questo sono state attaccate con successo dal rivale. Da First Lady la candidata democratica ha sostenuto il Nafta e da segretario di Stato ha appoggiato il Tpp definendolo il nuovogold standard, salvo poi dichiarare di non essere soddisfatta dell’accordo raggiunto.

Anche sul Ttip la Clinton è divenuta più critica rispetto al passato. Il suo equilibrismo cerca di mantenere il consenso degli elettori centristi e al contempo conquistare l’ala liberal del partito che alle primarie ha sostenuto Bernie Sanders, molto critico degli accordi commerciali.

Passando invece alla politica monetaria, negli ultimi anni, la Fed ha attirato le critiche di entrambi i partiti per il ruolo nel salvataggio delle banche dopo la crisi del 2008, per la presunta eccessiva sintonia con Wall Street e per l’uso aggressivo e prolungato del quantitative easing.

Tuttavia, le posizioni della Clinton e di Trump sulla Banca Centrale americana sono state ambigue e altalenanti. La prima non si è espressa nel merito sulla politica monetaria ma si è limitata a criticare la revolving door tra banche d’affari e Fed che crea conflitti d’interesse tra il settore bancario e i suoi regolatori.

Il secondo, dopo aver accusato Janet Yellen d’inadeguatezza e la Fed di mantenere i tassi d’interesse bassi per motivazioni politiche, è in seguito divenuto più prudente nei suoi giudizi. Anche per non essere percepito come contrario alla politica monetaria espansiva, che aiuta la crescita e favorisce le esportazioni americane mantenendo il dollaro debole.

Gli scandali hanno eccessivamente personalizzato questa campagna elettorale, ma l'agenda economica influenzerà molto il voto degli americani. It's the economy, stupidrimane di grande attualità.

Marco Magnani vive da circa 30 anni tra Italia e Stati Uniti. Fellow allo IAI e Senior Research Fellow alla Harvard Kennedy School, ha pubblicato “Sette Anni di Vacche Sobrie” (Utet), “Creating Economic Growth” (PalgraveMacmillan) e “Terra e Buoi dei Paesi Tuoi” (Utet) e collabora con IlSole24Ore. Insegna Monetary Policy, Economic Growth and International Affairs a Scienze Politiche della LUISS (www.magnanimarco.com; twitter @marcomagnan1).
Fosco Riani è laureando del corso magistrale in inglese di International Relations al Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS e collabora con la rivista Internazionale
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mercoledì 2 novembre 2016

USA: gli ultimi giorni di campagna elettorale

Usa 2016
Dubbi su Clinton dietro sostegno egiziano per Trump
Azzurra Meringolo
30/10/2016
 più piccolopiù grande
Russia ed Egitto un’altra volta dalla stessa parte. Nella partita #Usa2016, il governo del Cairo sembra uno dei pochi a tifare per lo stesso candidato sostenuto dal Cremlino.

Infatti, l’istrionico tycoon Donald Trump ha fatto breccia non soltanto tra chi negli ultimi anni ha maturato una crescente antipatia nei confronti dell’ex Segretario di Stato Hillary Clinton, ma soprattutto tra i funzionari impegnati nell’opera di restaurazione in atto.

Molti sono convinti che la prima candidata donna della storia statunitense sia stata una strenua sostenitrice dell’ascesa della Fratellanza Musulmana, il movimento islamista che quegli stessi funzionari hanno dovuto polverizzare, per tornare al potere.

Anche Aya Hegazi nel bilaterale tra Clinton e Al-Sisi
Anche in occasione dell’ultima Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi si è mostrato più a suo agio a colloquio con Donald che con Hillary.

Nonostante la lettera con la quale un gruppo di accademici e attivisti statunitensi (tra i quali anche alcuni rappresentati del mondo conservatore) hanno suggerito ai due candidati di non concedere una photo opportunity all’ex-generale andato al potere con un golpe non pacifico nel luglio 2013, sia Clinton che Trump hanno deciso altrimenti: hanno così ricevuto Al-Sisi, ritenendolo il leader di un Paese troppo importante, in una regione dall’equilibrio precario, per poterselo inimicare.

Dopo aver mostrato apprezzamenti per Al-Sisi, descrivendolo nella sua autobiografia,Hard Choices, come un leader che ha la classica tempra dell’uomo forte mediorientale, Clinton ha confermato, con la scelta di incontrare il raìs egiziano, la sua tendenza a rassicurare gli alleati regionali che fino ad ora hanno garantito la stabilità (almeno quella di breve periodo).

Tuttavia, non ha perso l’occasione del faccia a faccia per mostrarsi anche un’attenta, e per alcuni aspetti preoccupata, osservatrice del contesto interno egiziano :oltre all’enfasi (peraltro condivisa dallo stesso Trump) sulla lotta al terrorismo, Clinton ha così enfatizzato il rispetto dello stato di diritto.

In particolare, ha chiesto ad Al-Sisi il rilascio di Aya Hegazy, cittadina egiziana con nazionalità statunitense incarcerata dalle autorità del Cairo con l’accusa di aver sfruttato bambini di strada; in effetti si tratta di minori che la Hegazy, dopo la rivoluzione del 2011, aveva deciso di aiutare, creando un’apposita onlus.

A causa di questa richiesta, Clinton è stata accusata dalla stampa egiziana di interferenza esterna, proprio come era avvenuto quattro anni fa quando, in qualità di responsabile della politica estera del presidente Barack Obama, venne persino considerata dal regime una traditrice che aveva abbandonato l’alleato nel momento del bisogno.

Le scarse speranze di Clinton sulle primavere arabe
Diversamente da altri membri dell’amministrazione, che hanno ritenuto le primavere arabe un’incredibile opportunità per dare un senso compiuto al cambiamento tanto millantato dallo stesso Obama (tutti ricordano il suo discorso all’Università del Cairo del giugno 2009), Clinton ha avuto in realtà idee decisamente meno naïf.

In più occasioni si è mostrata scettica sul possibile successo dei ragazzi di piazza Tahrir, sentendosi in dovere di non abbandonare quelli che per decenni erano stati gli storici alleati degli Stati Uniti - iniziando proprio da Hosni Mubarak, al quale era legata personalmente anche per i rapporti diretti che aveva con sua moglie Suzanne.

Se gli attivisti egiziani - quelli del 2011 come quelli di oggi - ben ricordano questi dettagli, molti dirigenti del governo attuale sembrano però averli dimenticati. Nella loro memoria, la candidata democratica è legata in primis alla figura dell’ex presidente Mohammed Morsi, leader della Fratellanza Musulmana che Hillary avrebbe aiutato - secondo loro - a vincere le elezioni del 2012, le prime presidenziali libere del post-Mubarak.

Teorie cospirazione anti-americane
In linea con le diffuse teorie cospiratorie che dominano il dibattito locale, tali analisi affondano le radici in una contorta interpretazione di quanto detto dalla Clinton in quel preciso momento storico.

Secondo l’allora ministro della Difesa egiziano, Hussein Tantawi, le parole con le quali il Segretario di Stato americano aveva invitato i militari a consegnare il potere al legittimo vincitore delle urne erano un’interferenza esterna mirata a minare la stabilità egiziana, favorendo l’ascesa degli islamisti.

E così era già stata interpretata, nell’estate 2012, la visita che Clinton fece al tycoondegli islamisti Khairat al-Shater. L’evento causò lo scoppio di proteste anti americane, con tanto di lancio di pomodori verso l’allora Segretario di Stato.

Durante questa campagna elettorale 2016, numerosi organi di stampa hanno poi arricchito la tesi cospiratoria chiamando in causa una delle principali collaboratrici della Clinton da circa vent’anni, Huma Abedin - musulmana, di origine mista indo-pakistana e con un’infanzia trascorsa in Arabia Saudita.

La Abedin è stata descritta come un membro segreto della Fratellanza Mussulmana. Secondo i media governativi, la stretta relazione tra le due donne sarebbe, dunque, anche una prova tangibile della vicinanza della Clinton alla Fratellanza.

La propaganda anti americana è arrivata a coinvolgere anche la moglie dell’ex-presidente Morsi, che lo scorso anno avrebbe promesso di rilasciare “comunicazioni segrete”e rivelatorie della relazione speciale tra suo marito - ora in carcere - e Hillary.

Quanti tifano contro l’ex-First Lady l’accusano inoltre di essere stata una delle principali responsabili della nascita dell’autoproclamatosi “stato islamico”, a causa anzitutto del suo voto - poi rinnegato - a favore dell’intervento in Iraq nel 2003, quando era senatrice.

Pertanto, facendo dell’anti americanismo un’arma di battaglia politica utile a creare consenso interno, la propaganda di regime ha ritratto Hillary Clinton come una minaccia alla stabilità nazionale; ciò anche a causa delle sue critiche - peraltro sempre moderate nei toni - nei confronti dei militari, etichettate come interferenze.

La simpatia nei confronti di Trump, nell’establishment egiziano, è quindi nata più per reazione che per convinzione. Sebbene le sue battute sui musulmani abbiano raccolto per lo più disapprovazione, le sue sparate non hanno destato troppa preoccupazione in vista di una eventuale presidenza.

Anzi, per editorialisti del calibro di Mohamed Kamal, ex parlamentare e membro del comitato politico del partito del vecchio faraone, le dichiarazioni del miliardario newyorchese sarebbero spesso in linea con le posizioni attuali dello stato egiziano.

Articolo pubblicato anche su Aspenia online.

Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.

USA: il profilo delle elezioni

Usa 2016
Oltre Hillary e Trump, c’è da eleggere il Congresso
Vittoria Franchini, Chiara Rogate
27/10/2016
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I riflettori di tutto il mondo sono puntati sulla corsa alla Casa Bianca, ma l’8 novembre i cittadini statunitensi saranno chiamati a votare anche per il rinnovo delle camere, dal 2014 in mano al Partito Repubblicano.

Date le scarse possibilità di riacquisire la maggioranza nella Camera dei Rappresentanti (che sarà interamente rinnovata), garantirsi il controllo del Senato (di cui sarà sostituito un terzo dei membri) è fondamentale per il Partito Democratico.

Almeno fino alle prossime elezioni di metà mandato nel 2018.

L’obiettivo attuale è assicurarsi i seggi in ballo ora, momento in cui le circostanze sono favorevoli: 24 dei 34 posti a disposizione verranno lasciati da senatori repubblicani e i rimanenti 10 da democratici. Nel 2018, saranno invece 25 democratici e 8 repubblicani a rimettersi all’elettorato.

Senato indispensabile per realizzare l’agenda
L’approvazione delle proposte di legge richiede la maggioranza semplice (50+1). I repubblicani hanno attualmente 54 senatori (46 all’opposizione), molti dei quali appartenenti al Tea Party.Se vincesse Hillary Clinton, i democratici avrebbero dunque bisogno di una maggioranza di quattro poltrone, o alternativamente di cinque se fosse Trump a diventare il nuovo presidente (in caso di parità la posizione del Vice Presidente determina l’esito della votazione).

Tuttavia, nell’eventualità si verificassero operazioni di ostruzionismo (i cosiddettifilibuster),sarebbero necessari 60 voti per riavviare il processo di votazione. Una maggioranza in questo caso non semplice da realizzare data l’attuale conflittualità tra i due partiti.

Se Clinton diventasse Presidente ed il Senato rimanesse in mano ai repubblicani, sarebbe difficile concretizzare le riforme proposte dall’agenda democratica, dall’incremento del salario minimo all’educazione gratuita nelle università pubbliche.

Clinton ha già accennato al possibile ricorso all’Ordine Esecutivo in caso di necessità. L’Ordine Esecutivo, infatti, è l’unico strumento a disposizione del governo per superare stalli nel Congresso, come accaduto, ad esempio, nel caso della firma del Trattato di Parigi sui cambiamenti climatici nel 2015 ed in quello dell’incremento del salario minimo per gli impiegati statali.

Tuttavia, non si tratta di una misura senza costi. La sua validità è contestata in quanto sminuente del processo legislativo e fonte di tensione tra i partiti. Anche se il presidente Barack Obama vi ha fatto ricorso meno rispetto ai suoi predecessori, l’uso di questo strumento è stato uno degli aspetti più criticati della sua Presidenza.

La campagna elettorale per il Senato
Per i Repubblicani la campagna elettorale per il Senato è diventata sintomo di crescenti divisioni interne al partito, soprattutto dopo il video scandalo del 7 ottobre. Personaggi chiave come Paul Ryan, Presidente della Camera dei Rappresentanti, dopo aver scaricato Trump hanno infatti annunciato di volersi concentrare sugli swing states (al momento Nevada, New Hampshire, Pennsylvania, Nord Carolina, Florida, Missouri e Indiana) per l’elezione dei candidati al Congresso.

Il Partito Democratico si sta invece dimostrando compatto e sta investendo ingenti risorse puntando proprio sul legame dei candidati repubblicani con Trump. In New Hampshire, per esempio, il Partito ha investito $16 milioni in presenza televisiva ($4 milioni in più dei repubblicani) per sottrarre voti all’attuale senatrice Kelly Ayotte, già in calo a causa delle dichiarazioni con le quali ha definito Trump “un’ispirazione per i bambini di oggi.”

In Pennsylvania, ha investito $17 milioni (contro i $8 dei repubblicani), per convincere gli elettori che Pat Toomey, nonostante si dichiari imparziale, sia invece schierato con Trump.

Secondo gli autorevoli sondaggi di Nate Silver, il Partito Democratico ha al momento circa il 70% delle possibilità di vincere il Senato (oltre 20 punti in più dopo la diffusione del video).

Usa 2016 e l’elezione del nono giudice della Corte Suprema
La vittoria avrà implicazioni importanti per tutto il Paese. Una delle questioni più rilevanti ed urgenti è l’investitura del nono giudice della Corte Suprema (la scelta di Obama diMerrick Garland non è ancora stata approvata dal Congresso).

Al momento, infatti, non c’è una “maggioranza” all’interno della Corte, e la nomina del nuovo giudice (per la quale potrebbero servire 60 voti) sarà dunque decisiva per determinare l’ago della bilancia su questioni cruciali come aborto (sul quale la Clinton ha costruito parte della sua agenda rosa), immigrazione, associazioni lavorative o il ruolo dei Super PACs nel promuovere interessi privati attraverso finanziamenti ai partiti.

Tre dei giudici hanno quasi o più di 80 anni e il nuovo presidente si potrà facilmente trovare a dover nominare i loro sostituti nel corso dei prossimi quattro anni. Il futuro leader e l’appoggio del Senato saranno quindi fondamentali per determinare la posizione della Corte per i prossimi 20 anni (l’eta media degli altri giudici è di 60 anni) e dunque il futuro del Paese su questioni su cui i partiti si trovano sempre più distanti.

Vittoria Franchini e Chiara Rogate lavorano alla Banca Mondiale a Washington, D.C. e collaborano con il Circolo PD Washington sulle elezioni presidenziali 2016.

mercoledì 26 ottobre 2016

USA: le ultime battute della campagna elettorale

sa 2016
Hillary avanti, la spada di Donald sul voto
Giampiero Gramaglia
21/10/2016
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Hillary Clinton ha davanti a sé una strada larga e piana. Donald Trump una strada in salita, tutta curve e sterrata. La candidata democratica deve solo badare a se stessa: non fare errori ed evitare bucce di banana e trappole.

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Il candidato repubblicano deve azzeccarle tutte e sperare che la rivale faccia sbagli. E, in tutta la stagione dei dibattiti, dal 27 settembre a oggi, Trump ne ha azzeccate davvero poche: ha perso i tre confronti - l’unico successo l’ha ottenuto il suo vice Mike Pence - ed è stato travolto dalla divulgazione di video e audio sessisti e da una decina di denunce di molestie da parte di donne uscite dal suo passato.

L’ultima trovata del magnate e showman rischia di rivelarsi un boomerang. Mercoledì sera, rispondendo a una domanda sui sospetti di brogli da lui avanzati, Trump non ha voluto impegnarsi ad accettare il risultato del voto, quale che esso sia: “Lascio la suspense. Deciderò al momento”.

New York Times, un attacco alla democrazia
Restano tutti di stucco: il moderatore, un giornalista della Fox, Chris Wallace; i media, che subito la sparano nei titoli d’apertura dei siti; il suo vice e il suo partito, che sostenevano il contrario - ci si batte fino al voto, poi il popolo decide e mette tutti d’accordo. Trump forse s’accorge d’averla fatta grossa, ma, per metterci una pezza, la combina più grossa: parlando in Ohio, dice che accetterà il verdetto delle urne “se vinco io”. Se perde, farà ricorso.

Un attacco alla democrazia: così il New York Times interpreta la spada di Damocle posta da Trump sulle presidenziali dell’8 Novembre. Il rifiuto del magnate d’impegnarsi a riconoscere la propria - eventuale ma sempre più probabile - sconfitta è senza precedenti nella storia americana.

Il principio della transizione senza sussulti da un’Amministrazione all’altra viene messo in discussione, creando allarme a Wall Street e fra gli imprenditori. In visita a Roma Loretta Lynch, ministro della Giustizia Usa, assicura: “Il nostro sistema elettorale è sicuro”.

L’unica che s’era preparata a questa eventualità è Hillary Clinton. La candidata democratica replica: “Tutte le volte che le cose non vanno come lui vuole, lui dice che sono truccate”; e snocciola tutta una sfilza di esempi, fino agli Emmy non vinti dal suo programma TV. Hillary dice: “Donald denigra la democrazia americana, è il candidato più pericoloso che ci sia mai stato”. Lui afferma: “Il voto è truccato a partire dal fatto che la Clinton non dovrebbe potere correre, dovrebbe essere in prigione”.

Un dibattito senza strette di mano
Quello sul palco dell’Università del Nevada a Las Vegas è un dibattito senza strette di mano, né prima, né dopo. I sondaggi dicono che la Clinton inanella la terza vittoria consecutiva: la Cnn le assegna il successo 52 a 37%. Per il Whashington Post, Trump, che è indietro nelle intenzioni di voto, non sfrutta l’occasione per recuperare e si guadagna, contando un sacco di frottole, un sacco di pinocchietti.

Lui, però, si proclama vincitore ed effettivamente domina la scena su Twitter: il 60% dei cinguettii lo riguardano. Ma il Wall Street Journal si chiede se i repubblicani potranno salvare la maggioranza in Senato, considerando già persa la presidenza.

Il magnate, che deve rimontare, si presenta più aggressivo e a tratti concitato; l’ex first lady esibisce sempre il sorriso (un po’ posticcio) e la fermezza. Lui veste scuro con cravatta rosso repubblicano. Lei ha una tunica bianco panna, colletto coreano e taglio che evoca l’India, e pantaloni in tono; l’acconciatura è curata - tutto molto meglio dell’abito a farfalla improbabile del secondo dibattito.

. Se questa fosse una partita di tennis, il terzo set non l’avrebbero neppure giocato: sarebbe già finita con un ‘gioco, partita, incontro’ alla fine del secondo, Hillary 2 - Donald 0. Ma questo è un match di boxe: l’avversario lo puoi mandare a terra anche all’ultimo round, il colpo del ko lo puoi trovare anche all’ultimo secondo e quando ai punti sei irrimediabilmente sotto. Lo showman, però, non ci riesce: al gong, il suonato è lui.

Temi inediti, Corte Suprema, aborto, armi
L’ultimo confronto tocca temi non affrontati, o solo sfiorati, nei primi due, la Corte Suprema, l’aborto, il diritto d’avere e portare armi, le Fondazioni di famiglia. Ma offre pure passaggi ripetitivi sull’economia, le tasse, l’occupazione, l’immigrazione, la sicurezza, il liberismo, le mail, Putin, l’Isis, la Siria, i rapporti con le donne.

La Clinton ha fra l’altro detto che Trump è “un burattino di Putin”. Trump che Putin, e al Assad, sono più furbi del presidente Obama e della Clinton. L’ex segretario di Stato non invierà in Iraq soldati come “forza di occupazione”, il magnate sostiene che l’offensiva di Mosul è stata lanciata per favorire la campagna della rivale (“Avevamo Mosul, ce ne siamo andati e l’abbiamo persa”). Anche la situazione di Aleppo è, per Trump, colpa di Obama: “In Siria, noi appoggiamo i ribelli, ma manco sappiamo chi siano”.

Lui cita contro Hillary Bernie Sanders; lei, che ne ha avuto l’endorsement: “Chiediamogli chi sostiene per presidente”. Agli attacchi di Trump contro patti commerciali e immigrazione, lei replica: “Hai costruito la Trump Tower con lavoratori illegali e acciaio cinese”.

Il repubblicano ammorbidisce un po’ i toni sulla deportazione degli illegali, ma assicura: “Impediremo a integralisti, musulmani, terroristi di entrare nel nostro Paese”. La democratica accentua quelli sui controlli in nome della sicurezza. Wallace fa una domanda a Hillary citando Wikileaks e Trump lo ringrazia, mettendolo in imbarazzo.

Il confronto è vivace sull’ingerenza di hacker russi nella campagna presidenziale, su chi può avere il nucleare, sui rapporti con gli alleati, sulle fondazioni di famiglia, sui piani fiscali.

Lei solleva la questione della dichiarazione fiscale non pubblicata da lui - “Ci sono immigrati illegali che pagano più tasse di quante non ne abbia pagate Donald per 18 anni”; Trump l’accusa di avere creato l’Isis e la invita a restituire i soldi avuti da Paesi che non rispettano le donne. Lui pensa che la campagna di lei innesca la violenza e alimenta false illazioni nei suoi confronti; lei crede che lui semini insulti e divisione nella società americana.

Concluso il dibattito, Trump chiama a consiglio la famiglia sul podio. La Clinton scende a salutare la sua: niente mail nel clan Clinton, gli hacker di Wikileaks sono in ascolto.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.

domenica 23 ottobre 2016

USA: politica in difficoltà nel Golfo

Medioriente
Stati Uniti-Arabia Saudita: l'alleato scomodo
Silvia Colombo
20/10/2016
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Il sostegno statunitense alla missione militare a guida saudita in Yemen non è un assegno in bianco. Con queste parole l’Amministrazione Usa ha voluto sottolineare il proprio crescente disappunto nei confronti non soltanto di una gestione del conflitto sempre più problematica da parte delle autorità saudite, ma anche di un trend che rischia di portare Washington a un coinvolgimento diretto nelle ostilità.

I recenti attacchi alla nave militare statunitense Mason che stazionava in acque internazionali nel Mar Rosso da parte dei ribelli Houthi rappresentano passi decisi in quella direzione. Nel frattempo, la Casa Bianca ha dichiarato di voler avviare un’immediata revisione del proprio sostegno all’Arabia Saudita in Yemen, aiuto che per il momento si è concretizzato in intelligence e training, nonché negli attacchi mirati compiuti da droni statunitensi contro i ribelli nemici di Riad.

La guerra saudita in Yemen influenza la relazione con gli Usa
Si tratta dell’ennesima crisi nei rapporti tra Washington e Riad, scatenata dall’uccisione di 140 civili durante una cerimonia funebre nella capitale Sana’a controllata dagli Houthi per la quale il dito è stato puntato contro l’Arabia Saudita.

Riad nelle ultime settimane ha intensificato i bombardamenti a tappeto delle postazioni controllate dai ribelli e dalla popolazione civile a essi simpatizzanti. C’è da domandarsi se questa crisi porterà a un sostanziale cambiamento nelle relazioni tra i due partner strategici in un momento in cui gli Stati Uniti si trovano alle prese con una feroce campagna presidenziale e l’Arabia Saudita deve affrontare - a livello interno e regionale - le conseguenze del piano di riforma ‘Visione 2030’ , lanciato dal giovane vice principe ereditario Mohamed Bin Salman, e dell’impegno militare nel vicino Yemen che sta drenando ingenti risorse statali.

Sulla scia del collasso dei prezzi del petrolio, l’Arabia Saudita aveva accumulato un deficit di 100 miliardi di dollari nel 2015, mentre le riserve del Paese in valuta straniera sono calate di un quarto negli ultimi due anni, obbligandolo a chiedere prestiti alle banche estere. Alcuni progetti infrastrutturali sono stati sospesi, creando malumori e proteste tra i lavoratori stranieri che mandano avanti i cantieri del Regno.

La crisi economica è stata aggravata da due fattori, uno di natura strutturale e uno contingente alla specifica situazione regionale in cui si trova il Paese. Con il quasi raddoppio della popolazione saudita dal 1990 a oggi, circa la metà dei sauditi oggi ha meno di 25 anni e il settore privato - a fronte di un pubblico ormai più che saturato - non è in grado di assorbire i quasi 300 mila giovani che si affacciano al mercato del lavoro ogni anno. Ergo occorre cambiare il modello economico e provvedere a tagli per liberare risorse da impiegare in maniera più produttiva.

Il secondo fattore è invece rappresentato dall’impegno militare in Yemen, proprio nel momento in cui esso rischia di divenire un elemento di frizione nelle relazioni con l’alleato strategico statunitense.

Jasta: le famiglie delle vittime dell’11 settembre possono fare causa all’Arabia Saudita
Tali relazioni sono in balìa di un altro dossier sensibile che ruota intorno al superamento del veto di Barack Obama nei confronti della legge votata dal Congresso che permetterebbe alle famiglie delle vittime e ai superstiti dell’11 settembre di citare in giudizio cittadini sauditi in quanto sponsor degli attacchi terroristici alle Torri Gemelle.

Un diretto coinvolgimento da parte del governo saudita o di personalità di spicco dell’establishment del Regno negli eventi che provocarono la morte di circa 3000 persone non è tuttavia finora emerso. Dopo l’approvazione unanime da parte del Senato e il passaggio alla Camera, il Justice Against Sponsors of Terrorism Act, Jasta, è stato temporaneamente bloccato dal Presidente attraverso il proprio potere di veto.

Obama aveva addotto giustificazioni in merito alla sicurezza del Paese e dei propri cittadini di fronte alla possibilità che una simile forma di giustizia venga invocata a favore dei cittadini di altri paesi quali il Pakistan, lo Yemen o la Somalia, vittime di atti terroristici compiuti dagli Stati Uniti.

Il superamento, il 28 settembre, del veto presidenziale a larga maggioranza ha rappresentato un colpo durissimo per la presidenza ormai agli sgoccioli di Obama che ha pubblicamente espresso disappunto in merito alla decisione del Congresso e del contrasto venutosi a creare tra esso e la Casa Bianca a meno di quattro mesi dallo scadere del proprio mandato presidenziale.

Secondo alcuni membri del Congresso, l’Amministrazione Usa si sarebbe voluta piegare alle pressioni saudite che, per mano del proprio ministro degli Affari Esteri, Adel al-Jubeir, aveva dato avvio a una forte campagna per impedire il passaggio della legge a partire dal primo voto al Senato del maggio scorso.

L’asse Washington-Riad non vacilla
Alla luce dell’incertezza circa le conseguenze concrete del Jasta, da una parte, e del crescente malcontento da parte di Washington a proposito della condotta saudita in Yemen, dall’altra, sarebbe lecito aspettarsi una revisione o, quantomeno, un raffreddamento nei rapporti bilaterali tra i due partner strategici.

Ciò in uno scenario ipotetico. Nella realtà, per quanto scomoda e difficile da giustificare agli occhi della propria opinione pubblica la relazione Stati Uniti-Arabia Saudita possa essere divenuta, i due alleati hanno bisogno l’uno dell’altro. E in questo spirito il Congresso statunitense - che ha lottato con successo per far passare la legge per permettere ai propri cittadini di citare in giudizio uno stato sponsor del terrorismo - ha trovato la forza, senza nemmeno troppo turarsi il naso, per impedire un emendamento volto a bloccare la vendita di un miliardo e mezzo di dollari di armi a vantaggio dello stesso stato in questione.

Quwsto è il segno che vi è bisogno di molto di più per far vacillare l’asse Washington-Riad.

Silvia Colombo è ricercatrice dello IAI.

giovedì 13 ottobre 2016

USA. Elezioni presidenziali. Più spettacolo che politica

Usa 2016
Hillary vs Trump: dibattito 2, lei vince, lui sopravvive
Giampiero Gramaglia
11/10/2016
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Guardano già tutti al terzo e ultimo dibattito televisivo dall’Università del Nevada a Las Vegas, mercoledì 19 ottobre: il secondo, attesissimo, e seguitissimo, non è stato decisivo.

Una platea di oltre 66 milioni di spettatori decreta - dice un sondaggio della Cnn - il successo di Hillary Clinton su Donald Trump, 57% a 34%; ma la partita della Casa Bianca resta aperta. E il sito 270towin.com non corregge la sua mappa dei Grandi Elettori: 200 alla democratica, 163 al repubblicano e 175 incerti in 13 Stati.

La Clinton riparte subito in campagna, dalla Florida, con l’aiuto di Al Gore, che, lì, non è proprio una garanzia. L’ex first lady viaggia forte del vantaggio che sondaggi effettuati prima del dibattito, ma dopo lo scandalo dei commenti sessisti del suo rivale, le attribuiscono: 11 punti, 46% a 35%, secondo WSJ/Nbc; il libertario Gary Johnson è al 9%, la verde Jill Stein al 2%. Se il confronto si riduce a un testa a testa, il margine di Hillary sale a 14 punti, 52% a 38%.

Ma Trump sopravvive al secondo confronto: la Clinton non trova, e neppure cerca, il colpo del KO, forse, le sta pure bene un avversario malridotto, che si trascini fino all’Election Day, l’8 novembre. Donald non è cucciolo che uggiola, se ferito; è, piuttosto, una belva che azzanna (o, almeno, ci prova).

Di colpi bassi, ne tenterà ancora: a St. Louis, s’è presentato alla stampa con quattro donne che o hanno accusato di violenza Bill Clinton o hanno avuto relazioni con l’ex presidente: Trump progettava di piazzarle in prima fila al dibattito, proprio accanto a Bill, ma la commissione che gestisce i confronti sventa in extremis la manovra e le spedisce in tribuna.

I repubblicani ricompattano un’unità di facciata
La dimostrazione televisiva di vitalità politica ricompatta, dietro a Trump, il partito repubblicano, o almeno la facciata del partito. Del resto, cambiare cavallo a questo punto della campagna elettorale sarebbe difficilissimo, anche se il magnate si ritirasse - e non succederà.

Lo afferma lo stratega Karl Rove, il guru delle vittorie di Bush nel 2000 e 2004: "È praticamente impossibile sostituire qualcuno ad agosto, figuriamoci in ottobre". Bisognerebbe convocare un comitato di 160 membri della Convention repubblicana per selezionare il nuovo candidato; poi non si saprebbe come gestire chi ha già votato per corrispondenza - sarebbero quasi mezzo milione e aumentano ogni giorno.

Non a caso commentatori statunitensi parlano di un “dibattito animalesco”, cominciato senza stretta di mano e conclusosi con una stretta di mano più dovuta che voluta: Trump, dopo lo scandalo, lotta per la sopravvivenza.

Twitter batte tutti i suoi record, con oltre 17 milioni di cinguettii. In un’ora e mezza, Hillary guadagna 25mila followers, Donald 16mila. Gli hashtag più usati sono quelli che riguardano il magnate: in testa, il disaccordo sulla Siria tra il magnate e il suo vice Mike Pence, che molti conservatori moderati vorrebbero, a questo punto, vedere al suo posto.

Nonostante la bacchettata sulle dita pubblica, il governatore dell’Indiana, cui a caldo c’è chi presta propositi di rinuncia, s’allinea al suo boss. I fedelissimi di Trump fanno i conti con i voltagabbana, che avevano già scaricato il magnate come se fosse ‘morto’ dopo i video sessisti. Ma le riserve dell’establishment e dei moderati restano intatte.

La cravatta, il tailleur e la camicetta
Sul palco dell’Università del Missouri, Trump si presenta finalmente con una cravatta rosso repubblicano, Hillary con un tailleur pantalone blu i cui risvolti chiari richiamavano la blusa (l’insieme è molto meno riuscito del completo rosso del primo confronto). Ma l’attenzione si concentra sulla camicetta di Melania, la moglie di Donald: è fucsia, con su scritto Pussy Blow, Fuoco alla Miccia - ma il doppio senso sessuale non può sfuggire. Lei dirà poi che non era intenzionale, ma nessuno le crede.

Il magnate denuncia nervosismo dondolandosi di continuo, muovendosi per scaricare la tensione e tirando su spesso col naso (chissà se anche stavolta era il microfono che non funzionava). Ed è fin dall’inizio intimidatorio con i moderatori, Anderson Cooper della Cnn e Martha Raddatz della Abc: li accusa di presunti favoritismi alla sua rivale, mentre i due sono impegnati a fare rispettare i tempi, a correggere affermazioni palesemente inesatte, a esigere risposte alle domande.

L’ex ‘first lady’ parte con il freno a mano tirato, come se fosse nel contempo fiduciosa che il rivale finisca per incartarsi da solo e timorosa di quello che può tirare fuori.

Chiacchiere, retorica e siparietti
Il dibattito parte con la domanda posta da un insegnante nera: le dichiarazioni sessiste del magnate e showman, che le declassa a “chiacchiere da spogliatoio”. “Non ne sono orgoglioso e me ne scuso, ma ho grande rispetto per le donne, nessuno ha più rispetto di me per le donne… Ci sono cose più terribili a questo mondo... Io renderò l’America di nuovo grande e sicura e ricca, io batterò l’Isis”.

Trump evoca il passato dei Clinton, ammette di avere legalmente usato scappatoie fiscali per pagare meno tasse: "Certo che l'ho fatto. E lo fa gran parte dei donatori di Hillary". E torna a vantarsi d’essere colui che meglio conosce il sistema fiscale Usa: la sua dichiarazione fiscale resta però tabù, fin quando - è il ritornello - gli accertamenti non saranno finiti.

Proprio sui terreni per lui più scivolosi, Trump pare cavarsela abbastanza bene. E va all’attacco sull’emailgate (“Se io fossi responsabile della Giustizia, tu saresti in prigione… Metterò in piedi una commissione d’inchiesta speciale per indagare…”). Delle risposte di Hillary, il magnate non sa che farsene: liquida tutto con “sono solo parole, le stesse parole che abbiamo sempre sentito, sono sceso in campo perché sono stufo di sentirle”.

La Clinton ammette gli errori nell’emailgate, contesta la veridicità delle affermazioni di Trump - del resto, il facts checking è devastante, ma il magnate non se ne cura -, cita Michelle Obama: “Quando loro vanno basso, noi voliamo alto”.

Le domande del pubblico toccano su temi di fondo, sanità, tasse, lavoro, energia, i disagi razziali e l’islamofobia. Trump ripropone “il cavallo di Troia dei siriani che entrano” e polemizza di nuovo “con i Paesi della Nato” che non fanno il loro dovere per la sicurezza comune.

Hillary padroneggia meglio le materie, definisce la retorica anti-Islam del rivale “un regalo” al sedicente Stato islamico, critica la Russia e ne denuncia le manovre: “Non era mai successo che una potenza cercasse d’influenzare così tanto il nostro voto; e non lo fa certo perché sia eletta io”.

La domanda più difficile è l’ultima: ciascuno deve dire una cosa buona dell’altro: la Clinton fa l’elogio dei figli di Trump, in prima fila; Donald riconosce che Hillary è “una che non molla”.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.

COLOMBIA: la pace ancora possibile

America Latina
Colombia: forse non tutto è perduto
Ilaria Masiero
08/10/2016
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Il Nobel è arrivato anche se pace non è fatta. Il premio al presidente Manuel Santos è arrivato infatti pochi giorni dopo la sconfitta referendaria del 2 ottobre che sembra far naufragare l’intesa raggiunto tra il governo colombiano e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, Farc, Un accordo frutto di quattro anni di intensi negoziati. Forse però non tutto è perduto.

Con uno scarto di appena 54 mila voti (50,2% a 49,8%) e un tasso di astensionismo oltre il 60%, il popolo colombiano ha bocciato a sorpresa l’accordo di pace che avrebbe posto fine a un conflitto civile durato più di 50 anni (il più lungo nella storia dell’America Latina) e responsabile di circa 250 mila morti e almeno 6 milioni di sfollati (più del 10% della popolazione).

A far pendere l’ago della bilancia a favore del “no” sembrano esser stati i termini dell’accordo, ritenuti troppo indulgenti con le Farc - il gruppo armato di ispirazione marxista che attualmente conta meno di 10 mila guerriglieri e si finanzia con attività illegali quali il narcotraffico e l’estorsione.

A fronte della fine delle ostilità, del disarmo delle Farc e della restituzione delle terre illegalmente confiscate, l’intesa prevedeva che gli ex-guerriglieri beneficiassero di una generosa (sebbene parziale) amnistia, un sussidio economico individuale, dei fondi per dar vita a un partito politico, nonché dieci seggi garantiti in Parlamento in ciascuna delle prossime due legislature.

A questi patti il popolo non c’è stato; la palla ora torna ai negoziatori.

Santos e Timochenko
Il rigetto dell’intesa ha preso in contropiede i suoi principali fautori - il presidente Juan Manuel Santos fresco di Nobel da un lato e il leader delle Farc Rodrigo Londoño “Timochenko” dall’altro - senza però scalfire il loro comune interesse al raggiungimento di un accordo. Questa non è una sorpresa:la posta in gioco è altissima per entrambi.

Santos, che è al suo secondo e ultimo mandato, si gioca la sua eredità politica. Il presidente, infatti, prepara il terreno per i negoziati con le Farc fin dal 2012, e proprio sul tema del dialogo ha disputato e vinto le ultime elezioni (2014) nonché, pochi giorni dopo il referendum, il premio Nobel per la pace - che ha il sapore di un premio di incoraggiamento.È dunque comprensibile che Santos non intenda arrivare a fine mandato (2018) a mani vuote.

D’altra parte, Timochenko si gioca la possibilità di un reinserimento agevolato in società per sé stesso e per i suoi, traghettando il gruppo dalla clandestinità nelle foreste alla dignità delle camere parlamentari. Inoltre, anche in vista di una prossima partecipazione al processo democratico del paese, il leader delle Farc ha molto da guadagnare in termini di immagine dal suggellare lo storico accordo con la sua firma.

Un’altra pace è possibile 
L’inaspettato esito del voto popolare rappresenta un salto nel buio, ma sembrano esserci alcuni segnali incoraggianti.

Il primo è che il “no” ha vinto solo per una manciata di voti. Anche considerando l’astensionismo, il passaggio dell’uragano Matthew sembra avere ostacolato l’affluenza alle urne soprattutto in aree che avevano sostenuto Santos e il suo programma pro-dialogo alle scorse elezioni. Questo lascia accesa la speranza che una nuova proposta di intesa potrebbe sortir miglior fortuna.

Persino il leader del fronte del “no”, l’ex-presidente Álvaro Uribe, è passato dal predicare il pugno di ferro al partecipare al dibattito per l’elaborazione di un nuovo accordo.

Il secondo elemento che emerge dal referendum è che la prossima proposta di intesa dovrà essere almeno marginalmente meno concessiva con i guerriglieri. Timochenko lo sa e anche così ha escluso il ritorno alle armi. Questo può significare una sola cosa: che c’è margine per mettersi d’accordo.

La pace è possibile, ma la guerra non è esclusa
L’unica alternativa per le Farc sarebbe fare dietrofront e re-imbracciare le armi, il che - dopo aver chiesto pubblicamente perdono a tutte le vittime del conflitto, aver celebrato la fine delle ostilità con una grande festa in stile Woodstock e aver più volte dichiarato che non è più tempo per la lotta armata - sembra improbabile, ma non impossibile.

Molto dipenderà dall’abilità dei negoziatori di arrivare a un nuovo accordo. Moltissimo dipenderà dalla rapidità con cui lo faranno. Nell’assenza di un’intesa definitiva, il cessate il fuoco tra governo e guerriglia nonché la sospensione delle attività illegali da parte di quest’ultima, attualmente in vigore, non possono durare a lungo.

Senza chiare garanzie giuridiche e a corto di mezzi di sostentamento, il rischio è che i guerriglieri (con o senza il placet del loro leader) optino per il ritorno alla vita di prima, mandando all’aria tutto il percorso di dialogo degli ultimi anni.

Metter fine a un conflitto richiede negoziati complessi, in cui ogni parte cerca di portarsi a casa il risultato concedendo all’altra solo il minimo indispensabile. Non è facile. Sarebbe però una disdetta se, in una rara congiuntura in cui tutti vogliono la pace, la guerra avesse la meglio.

Ilaria Masiero è laureata in Discipline Economiche e Sociali e dottoranda in Economia presso la Fundação Getulio Vargas di San Paolo.

lunedì 10 ottobre 2016

USA. II confronto fra i candidati

sa 2016
Hillary vs Donald, Tim e Mike più sosia che vice
Giampiero Gramaglia
06/10/2016
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Qualcosa mi suggerisce che il candidato repubblicano alla vicepresidenza, Mike Pence, lo ritroveremo sui percorsi della Casa Bianca, magari come candidato 2020 alla nomination repubblicana, che Donald Trump non ce la faccia l’8 novembre o che ce la faccia, ma poi non regga il peso dell’età per un secondo mandato.

E qualcosa mi suggerisce che il vice scelto da Hillary Clinton, Tim Kaine, sia già arrivato dove non pensava d’arrivare e non abbia l’ambizione di andare oltre: se lei vince, ne sarà il vice; se perde, resterà senatore, almeno fino al 2019. Ma la corsa alla Casa Bianca non è per lui (e lui ne pare conscio).

Teniamoci stretto i titolari
Visti i vice, chiunque vinca teniamoci ben stretto il titolare e speriamo che nulla gli accada, di qui a fine mandato: Kaine e Pence trascorrono i 90’ del loro dibattito in diretta televisiva a fondersi ciascuno nella personalità del proprio boss, ad apparirne quasi dei sosia. Al massimo, c’è uno sforzo di complementarità.

Pence vuole trasmettere una sensazione di tranquilla autorevolezza, apparire persona di buon senso, proprio l’opposto dell’aggressività impulsiva del suo capofila, di cui però fa proprie anche le tesi e i gesti più paradossali.

Kaine, invece deve quasi fare dimenticare di essere un uomo, per non minare il primato di Hillary, la prima donna sulla via della Casa Bianca. In questo, lo aiuta quel fare un po’ dimesso da professore, o preside, di scuola media e quel ‘odor di sacrestia’ che gli resta addosso dai suoi trascorsi gesuitici.

Come la pensino davvero Hillary e Donald si capisce solo quando l’ottima moderatrice, Elaine Quijano, giornalista della Cbs d’origini filippine, la più giovane a gestire un dibattito nazionale dai tempi - 1988 - di Bush padre e Dukakis, li sollecita sul personale: la religione e l’aborto. Per il resto, è tutto un ‘Hillary pensa’ e ‘Donald dice’; e un intreccio di attacchi reciproci mai l’un l’altro, ma sempre all’altrui capofila.

Tatticamente, i due vice giocano a parti rovesciate rispetto ai loro boss: Kaine è più aggressivo, ha lampi d’energia negli occhi; Pence ha la forza tranquilla. Gruppi d’ascolto e un sondaggio a caldo Cnn/Orc gli danno la vittoria, 48 a 42%, anche se le battute più efficaci sono del democratico. Domenica, nel secondo dibattito con Hillary, Trump dovrà tenere a mente la lezione: il pubblico sembra preferire quest’anno chi smorza e si difende a chi punge e attacca.

John Podesta, presidente della campagna della Clinton, mette un po’ di sale sulla coda del dibattito e ipotizza senza mezzi termini che Pence abbia corso per sé e non per Trump: una versione di parte che rovescia la frittata (Kaine esce sconfitto, ma Trump perde).

Il ‘crociato’ e il ‘missionario’
Sul palco della Longwood University di Farmville in Virginia, con lo stesso allestimento già usato per il primo dibattito presidenziale il 26 settembre alla Hofstra University nello Stato di New York, Pence e Kaine si sono presentati a cravatte invertite, blu il repubblicano, rossa il democratico, entrambi con completi scuri, camicia chiara, spilletta sul bavero sinistro: Pence con i capelli bianchi ancora folti e in ordine; Kaine con i capelli grigi più radi e meno controllati. Il democratico giocava in casa perché è stato sindaco di Richmond, governatore della Virginia ed è ora senatore dello Stato.

Per i due vice, era l’occasione per farsi conoscere perché il 40% degli americani manco sa chi sono, non ne conosce i nomi - ma quel 40% di sicuro non guardava il dibattito. I telespettatori, circa 50 milioni, una platea cospicua per un dibattito ‘di serie B’, hanno scoperto due ligi numeri due, non due leader.

Solo verso la fine, alle domande sulla loro fede e sull'aborto, i due hanno entrambi risposto con accenti personali e convinti: Kaine è cattolico, è stato missionario in Honduras e ha raccontato la sua difficoltà a gestire la pena di morte da governatore; Pence è un cattolico ‘convertito’ evangelico ed è un crociato ‘pro vita’.

Il Monte Rushmore degli uomini forti
I temi del confronto sono stati l’immigrazione, la sicurezza, la lotta contro il terrorismo, l’economia - poco - e l’assistenza sanitaria, gli errori fatti e gli insulti lanciati nella campagna. Kaine ha così contestato a Trump le offese e le discriminazioni contro i messicani, i musulmani, le donne; Pence ha ricordato il “cesto di miserabili” detto dalla Clinton di metà dei sostenitori di Trump.

Kaine è “spaventato a morte” dalla prospettiva di Trump comandante-in-capo. Pence giudica “brillante” l’abilità di Trump nel pagare meno tasse possibile, o nel non pagarle del tutto, e rinnova l’impegno a cancellare la riforma sanitaria del presidente Barack Obama, quel ‘obamacare’, che il marito di Hillary, Bill, con una gaffe da pivello, ha appena definito, parlando nel Michigan, “la cosa più folle del mondo”.

“Trump ha il suo Monte Rushmore personale”, dice il democratico, con le effigie di Vladimir Putin, Kim Jong-un, Saddam Hussein e Muammar Gheddafi. “Questa se l’è preparata a lungo”, gli fa eco, un po’ invidioso, Pence, che cerca di difendere le posizioni di Trump su Putin - “è un leader più forte di Obama” - o sul nucleare.

E qui Kaine ricorda le tesi del magnate sulla proliferazione nucleare, a favore che Arabia Saudita, Giappone e Corea del Sud si dotino della bomba (“Questo è più sicurezza?”, chiede, senza avere risposta). E racconta che Ronald Reagan era preoccupato che qualcuno come Trump diventasse presidente, quando ammonì che "qualche idiota o maniaco poteva scatenare un evento catastrofico" con le armi nucleari. Pence contrattacca sulle responsabilità della Clinton nel Medio Oriente e nell’accordo nucleare con l’Iran. Entrambi criticano l'altrui Fondazione.

Alla fine, stretta di mano e ritorno dietro le quinte. Domenica 9, toccherà di nuovo ai leader, non alle loro controfigure. I sondaggi si succedono e Hillary resta salda in testa, grazie al primo match: la Nbc le dà sei punti sul suo rivale. E il vice-presidente Joe Biden si sbilancia: “Hillary vincerà nettamente”. Lui pensa alle elezioni, non al confronto del 9, dove Trump promette di essere cattivo: la forza tranquilla, lui non sa cos’è.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.

giovedì 6 ottobre 2016

Colombia: i nuovi orizzonti di pace

La resa delle Farc al capitalismo
Carlo Cauti
23/09/2016
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L'accordo di pace in Colombia non rappresenta solo la fine dell'ultimo vestigio della Guerra Fredda in America Latina. Significa anche la resa di uno degli ultimi gruppi combattenti contro il mercato.

Quattro anni fa, Iván Márquez, uno dei leader delle Farc aveva aperto le trattative di pace a L'Avana con le seguenti parole: "Siamo venuti per smascherare questo assassino metafisico che è il mercato, siamo venuti a denunciare il carattere criminale del capitale finanziario, siamo venuti a mettere neoliberismo sul banco degli imputati come boia dei popoli e fabbrica di morte".

Quattro anni dopo, le Farc depongono le armi senza che il mercato sia stato sconfitto o il neoliberismo abbia cessato di ispirare la maggior parte delle economie dell'America Latina e del mondo. E senza che il “grande capitale finanziario internazionale” abbia cessato di essere “egemone”, come non si stancano di ripetere i leader guerriglieri. La retorica marxista si è dovuta arrendere alla realtà dei fatti.

Per l’Economist, il riconoscimento da parte delle Farc dell’ordine costituzionale colombiano è la morte di un ceppo di violenza stalinista che ha afflitto l'America Latina per decenni. Un ceppo di violenza che ha provocato oltre 220 mila morti, 45 miladesaparecidos e 6,9 milioni di profughi interni costretti ad abbandonare le proprie case. Senza contare che le Farc hanno fatto del sequestro di essere umani - fenomeno rappresentato da numeri elevati - una fonte di finanziamenti.

Farc in attesa del debutto alle urne
Alla luce di tutto ciò, è utile ragionare sugli effetti che le Farc potranno rappresentare all’interno del panorama elettorale colombiano, sempre nel caso in cui l’accordo di pace dovesse essere effettivamente concretizzato. Per la prima volta l’organizzazione di ispirazione marxista-leninista disputerà il potere con i voti invece che con i proiettili. E non è affatto detto che non conquisti un buon risultato alle urne.

I problemi che hanno portato al sorgere del gruppo guerrigliero-terrorista sono reali e ancora molto presenti nella società colombiana, così come in gran parte dell’America Latina. Differenze sociali estreme, eccessiva concentrazione della ricchezza, proprietà fondiaria in mano a pochi proprietari, condizioni miserabili di buona parte delle popolazioni locali, nessuna prospettiva di miglioramento futuro.

Le Farc non sono nate per caso. Né è un caso che esse abbiano resistito dal 1964, prosperando all’interno della foresta tropicale e sopravvivendo alla caduta del muro di Berlino e alla sconfitta ideologica mondiale del socialismo.

Il conflitto in Colombia è stato una vera e propria guerra civile, combattuta sulla base di un astio ideologico apparentemente insanabile, in una regione del mondo, l’America Latina, dove il socialismo reale è ancora studiato sui banchi di scuola e nelle università come alternativa viabile. E senza limare queste differenze non è possibile ricucire una nazione che ha convissuto con una violenza brutale per oltre mezzo secolo.

Le trattative con i campesinos e la questione rurale
Infatti, la necessità di uno stato vigile, che mitighi le conseguenze più ruvide del sistema economico colombiano, è ben presente nell’accordo di pace tra governo e Farc.

Il primo capitolo si concentra su una specie di riforma agraria che prevede, nello specifico, l’iniziativa di trattative dignitose con i campesinos. Un colombiano su tre vive nella Colombia rural, fattore che lo rende più povero, meno educato e più denutrito dei suoi compatrioti urbani. A mostrarlo è stata anche la relazione sullo Sviluppo Umano 2011 dell'Undp, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo.

Nelle città colombiane la povertà estrema è del 7%, nei campi raggiunge il 29%. Più del 60% della popolazione rurale in età lavorativa ha concluso solo la scuola elementare e non è un caso che circa la stessa proporzione riceva un pagamento per il proprio lavoro inferiore al salario minimo.

I guerriglieri delle Farc sono nati proprio come guerriglia rurale. Per questo motivo prendere di petto il problema della distribuzione fondiaria nell’accordo di pace non è una concessione del governo o un segno di debolezza, come molti hanno considerato, ma illogico riconoscimento della necessità di superare le condizioni socio-economiche squilibrate che hanno portato allo scoppio della guerra civile.

Il rapporto con il business della droga
In aggiunta, le Farc dovranno decidere che atteggiamento adottare nei confronti di quella economia nera, para-capitalista, che si concentra sul mercato della droga e si affida ai sui trafficanti. Il Rapporto 2015 dell’United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) ha infatti confermato la Colombia come il principale produttore mondiale di cocaina.

L’enorme massa monetaria che la cocaina garantisce ai trafficanti viene reinvestita in altre attività. Ad esempio, secondo l’agenzia Bloomberg, i narcos controllerebbero il mercato del cambio di valute in Colombia, un canale utilizzato anche per il riciclaggio di denaro.

Attraverso una fitta rete di cambiavalute, presenti in centri commerciali di lusso, aeroporti internazionali e addirittura nello stesso palazzo della Banca Centrale colombiana, i trafficanti offrono un cambio con uno sconto del 10% rispetto a quanto offerto da banche e investitori.

Anche le Farc utilizzerebbero questo sistema per finanziarsi. Ma da quando il Dipartimento del Tesoro Usa ha scoperto la cosa, ha bloccato gli attivi delle società coinvolte e ha praticamente proibito ai cittadini nordamericani di fare affari con loro. Le Farc dovranno quindi decidere come comportarsi con questo business.

Il futuro partito di sinistra che rappresenterà l’eredità ideologica delle Farc dovrà quindi riuscire a presentare critiche concrete alle distorsioni della società colombiana, evitando di cadere nella fallimentare deriva del “bolivarianismo” del vicino Venezuela che tanti danni sta provocando alla popolazione del Paese.

Dall’altro lato, dovrà rappresentare un’alternativa alle sinistre “rosa”, come quelle del Partido dos Trabalhadores (PT) in Brasile, che pur dopo 13 anni al potere non sono riusciti a modificare sostanzialmente l’iniquo status quo sociale, perdendo la battaglia contro le disuguaglianze economiche.

Ma la sfida politica posta dalle Farc si estende non solo all’insieme delle sinistre latinoamericane, ma anche a se stesse. Come uscire dalla retorica condanna del “neoliberismo egemone”, dalla gabbia ideologica della dialettica marxista e presentare proposte concrete in grado di funzionare e conquistare i voti che i proiettili (veri e retorici) hanno perso.

Carlo Cauti è un giornalista italiano di base a São Paulo del Brasile.

domenica 2 ottobre 2016

USA. Elezioni Primo confronto

Usa 2016
Hillary vs Donald, la secchiona batte l’istrione
Giampiero Gramaglia
28/09/2016
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Il prossimo sarà peggio. E, forse, andrà meglio. Non è un gioco di parole: è questione di prospettiva. Il primo dibattito in diretta televisiva fra Hillary Clinton e Donald Trump, seguito da oltre cento milioni di americani, è stato grintoso, ma senza colpi bassi.

Ora, il candidato repubblicano, uscitone sconfitto, promette che non darà quartiere alla rivale democratica nel secondo appuntamento, l’8 ottobre, a un mese esatto dall’Election Day: “Colpirò più duro”, annuncia il magnate, già pentitosi di non avere sollevato, questioni spinose per l’ex first lady, come le infedeltà del marito, ed ex presidente, Bill. “Mi sono frenato perché c’era Chelsea in sala” spiega, come se la figlia dei Clinton, madre due volte, fosse una fragile adolescente.

L’imbarbarimento del dibattito, dunque, è garantito: sarà peggio. Ma pure l’audience è assicurata, magari in crescita, attratta dall’attesa di pruriginose rivelazioni: dunque, andrà meglio. Non è detto, invece, che il risultato cambi. La Clinton, che non nasconde la soddisfazione per com’è andata, dice: “Io non mollo … Il punto è la tempra, l’adeguatezza, la preparazione a ricoprire il ruolo più importante al Mondo”.

E il presidente Obama, che ha seguito il primo dibattito nella Treaty Room della Casa Bianca, la sostiene: “Trump non può fare il presidente, non è preparato”, ribadisce, appena spenta la tv. E poi tweetta: "Non potrei essere più orgoglioso di Hillary. La sua visione e la sua padronanza mostrano che è pronta per essere il nostro prossimo presidente".

Il verdetto del pubblico
Lo confesso: a me, alla fine, pareva un match pari: non uno 0 a 0, per carità, ché gol ne avevano segnato entrambi, ma un bel 2 a 2 senza biscotto stile Svezia-Danimarca. E lo stesso giudizio avevo captato, via twitter o in presa diretta, da colleghi e commentatori autorevoli ed esperti.

Invece, i sondaggi hanno inequivocabilmente indicato che il pubblico ha attribuito una larga vittoria a Hillary Clinton, forse abbacinato dal rosso vistoso del suo completo, non sufficientemente bilanciato dal blu elettrico della cravatta scelta da Donald Trump.

Per la Cnn, che fa un sondaggio in tempo reale, Hillary ne esce meglio per il 62% degli intervistati, quasi i due terzi. La Monmouth University chiede se lo showman ha la stoffa per fare il presidente: il 61% risponde no, il 35% sì.

E l'editorial board del Washington Post, già schieratosi contro Trump, commenta senza ambiguità: "Il primo dibattito televisivo ha mostrato ancora volta che c'è un unico candidato adatto alla presidenza", la Clinton, "non perfetta ma esperta e sicura". Il dibattito racconta il fallimento del processo di selezione repubblicano, "con la designazione di un candidato che, cinico o ignorante, vende una visione distorta della realtà, squalificandosi praticamente con ogni sua affermazione".

Il primo round va, dunque, alla secchiona, che si presenta preparata e tiene a freno i nervi, e punisce l’istrione, che improvvisa e man mano va fuori giri. Ma la vittoria di Hillary è ai punti, non è un ko; Donald ha ancora due occasioni per rovesciare il verdetto, l’8, quando i due dovranno rispondere alle domande dei cittadini, e il 18, quando si tornerà alla formula d’esordio. Il 4 toccherà ai loro vice, Tim Kaine e Mike Pence.

Botte e risposte e punture di spillo
Lei parte sulla difensiva e finisce all’attacco; lui fa bene la fase di studio, ma poi cede un po’ alla distanza e almeno una volta farfuglia. Il match è regolare, l’arbitro - cioè il moderatore, Lester Holt, giornalista della Nbc - non fischia mai a sproposito. Lui la prende in giro perché s’è preparata al dibattito, ma lei reagisce: "Mi sono preparata a fare il presidente"; e riesce a innervosirlo.

Partiti senza affondare i colpi, i due candidati alla Casa Bianca hanno finito con prodursi in attacchi anche personali. Trump dice che Hillary "non ha la tempra" per essere presidente; lei replica che lui "insulta le donne" e le minoranze. Hillary ricorda quello che lei ha fatto nella sua vita politica, lui ribatte "Lo hai fatto male".

Trump le rimprovera di non avere pubblicato le sue mail di quando era segretario di Stato; Hillary suggerisce che lui nasconda qualche cosa, rifiutandosi di pubblicare la propria dichiarazione dei redditi. E ancora: "Manchiamo di leadership, colpa di gente come la Clinton" - Trump -; "Donald ha storie di pregiudizi razziali" - Hillary.

Nuovo contro vecchio
Lui la mette sul nuovo contro il vecchio; lei sull'esperienza contro l’approssimazione. Trump procede per affermazioni categoriche, Hillary cerca di stare ai fatti. In effetti, la verifica sulla veridicità delle affermazioni fatte - un esercizio serio, negli Stati Uniti - becca il magnate in fallo almeno 13 volte.

Resta da vedere quanto e come il dibattito avrà cambiato le posizioni fra i due candidati, arrivati quasi in equilibrio al confronto, anche se un sondaggio della Nbc, pubblicato immediatamente prima dello show, dà la Clinton al 45% e Trump al 40%, davanti al libertario Gary Johnson al 10% e alla verde Jill Stein al 3%.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.