Master 1° Livello

MASTER DI I LIVELLO

POLITICA MILITARE COMPARATA DAL 1945 AD OGGI

Dottrina, Strategia, Armamenti

Obiettivi e sbocchi professionali

Approfondimenti specifici caratterizzanti le peculiari situazioni al fine di fornire un approccio interdisciplinare alle relazioni internazionali dal punto di vista della politica militare, sia nazionale che comparata. Integrazione e perfezionamento della propria preparazione sia generale che professionale dal punto di vista culturale, scientifico e tecnico per l’area di interesse.

Destinatari e Requisiti

Appartenenti alle Forze Armate, appartenenti alle Forze dell’Ordine, Insegnanti di Scuola Media Superiore, Funzionari Pubblici e del Ministero degli Esteri, Funzionari della Industria della Difesa, Soci e simpatizzanti dell’Istituto del Nastro Azzurro, dell’UNUCI, delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, Cultori della Materia (Strategia, Arte Militare, Armamenti), giovani analisti specializzandi comparto geostrategico, procurement ed industria della Difesa.

Durata e CFU

1500 – 60 CFU. Seminari facoltativi extra Master. Conferenze facoltative su materie di indirizzo. Visite facoltative a industrie della Difesa. Case Study. Elettronic Warfare (a cura di Eletronic Goup –Roma). Attività facoltativa post master

Durata e CFU

Il Master si svolgerà in modalità e-learnig con Piattaforma 24h/24h

Costi ed agevolazioni

Euro 1500 (suddivise in due rate); Euro 1100 per le seguenti categorie:

Laureati UNICUANO, Militari, Insegnanti, Funzionari Pubblici, Forze dell’Ordine

Soci dell’Istituto del Nastro Azzurro, Soci dell’UNUCI

Possibilità postmaster

Le tesi meritevoli saranno pubblicate sulla rivista “QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO”

Possibilità di collaborazione e ricerca presso il CESVAM.

Conferimento ai militari decorati dell’Emblema Araldico

Conferimento ai più meritevoli dell’Attestato di Benemerenza dell’Istituto del Nastro Azzurro

Possibilità di partecipazione, a convenzione, ai progetti del CESVAM

Accredito presso i principali Istituti ed Enti con cui il CESVAM collabora

Contatti

06 456 783 dal lunedi al venerdi 09,30 – 17,30 unicusano@master

Direttore del Master: Lunedi 10,00 -12,30 -- 14,30 -16

ISTITUTO DEL NASTROAZZURRO UNIVERSITA’ NICCOL0’ CUSANO

CESVAM – Centro Studi sul Valore Militare www.unicusano.it/master

www.cesvam.org - email:didattica.cesvam@istitutonastroazzurro.org

America

Traduzione

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

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America Centrale

America Centrale

Medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 su questo stesso blog seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo
adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità dello
Stato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento a questo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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giovedì 1 dicembre 2016

Colombia: una prospettiva

 di Martha Alvarez

La solitudine della piazza colombiana tra bocciature interne
 e promozioni internazionali

Colombia si muove nella piazza pubblica

Ora che il mondo ritorna multipolare e sulle forze populiste si tessono i nuovi nazionalismi: Italia ha Grillo, gli Stati Uniti navigano nell’incertezza delle proprie scelte, la Russia è ritornata ad essere un impero zarista, la Gran Bretagna ha la sua Brexit da pilotare e in Colombia non poteva mancare la tempesta che si è alzata dopo la sconfitta del ‘Sì’ al referendum, che ha spinto i  cittadini a scendere nelle piazze a premere sul governo, le forze contrapposte degli alzati in armi e i promotori del ‘No’, a fare la scelta tra salvare gli Accordi già firmati lavorandoci sopra o ricominciare d’accapo.
La società colombiana vuole la pace e la comunità internazionale così lo ha compresso e se il Presidente Santos, che continua a lavorare per la pace ascoltando le parti, riesce in breve tempo nell’intento d’avviare tutti i suoi sforzi diplomatici e legali che li sono conferiti e raggiungerà un’accordo equo, in grado di soddisfare tutte le componenti del popolo colombiano, senza dubbio passerà alla storia come figura di libertà. 
Ora che la geopolitica crea barriere materiali e immateriali e tuttavia, diventa di flussi e movimentazioni. In momenti come questi che i conflitti regionali sono globalizzati e il bisogno di pace in Colombia risulta voce da bar, da salotto e di tutti i cittadini di questo pianeta. E indifferenti o no, si rispolverano le parole del caudillo colombiano, la cui morte diede avvio allo spirale della violenza che ha occupato la comunità internazionale amica della Colombia, Jorge Eliecer Gaitàn quando ferventemente ha detto: “é vicino il momento in qui vedremo se è il popolo a comandare, se è il popolo a ordinare, se il popolo è il popolo e non una moltitudine di servi”.
Ecco che le piazze ritornano allo loro funzione vitale per la democrazia. Ora, quando la geografia sembrava stabilita d’una volta per tutte e le frontiere della propria sovranità erano state definite anni fa e dove i governi ricercano la sicurezza, essi si trovano l’instabilità geografica, che diffonde paure mondiali finanziate con pochi euro. Popoli che amano e ricercano la giustizia, soffrono d’egoismo e si strozzano nell’architettura delle rogatorie.
La Colombia si muove in questo mondo interessante che è pieno di diversità, alla ricerca l’unità nella cooperazione internazionale; in una società delle nazioni, che sta organizzata  come l’insieme di popoli amanti della pace e tuttavia vede aumentare le conflittualità locali. Popoli che aderiscono ai problemi della globalizzazione nonostante le frammentazioni interne, sempre alla ricerca dei propri nazionalismi, che diano identità alle genti delle regioni, che dispersi nelle differenti nazioni, non sono state considerate nel momento che le potenze li hanno divisi.
Nei numerosi trattati, la comunità internazionale allenta i propri vincoli nazionali, alla ricerca del coordinamento, la solidarietà e l’accettazione ed ecco la Colombia. che è un popolo libero dal 1819, e tuttavia, ha nel suo territorio legittimità stanziali potenti non proprie e capaci di violentare fisica e ideologicamente le proprie genti. Una nazione ricca di risorse utili per il proprio sviluppo e ciò nonostante ha una base economica di sussistenza e si lascia irredimibilmente  spogliare costantemente.
Oggi lo spirito dei tempi ci fa vedere che la Russia, ieri simbolo d’ateismo, ora ritornata  potenza col richiamo all’identità religiosa; e ora la Colombia, un popolo dichiaratamente cattolico che sembra libero d’una fede, laico e indifferente alle questioni religiose, e ciononostante cade nelle trappole dell’analfabetismo funzionale, immergendosi nelle comunità religiose di garage, dove cerca di purgare le proprie colpe e aggregarsi politicamente, aiutando così ad spegnere lo spirito dell’illuminismo.
La geografia si muove in una serie di nazioni scosse delle scelte della secolarizzazione e che comunque ricerca il redentismo nelle guerre sante, tra polvere e sangue; e vede il popolo ‘cristiano’ colombiano, fiero di dichiararsi laico, che ritorna alla schiavitù del sacro, ma dimenticando le parole di Gesù, che solo la “verità renderà liberi”, si fa ingannare e imprigionare negli slogan pubblicitari.
L’economia globalizzata e trasformata alla volontà delle multinazionali, che muovono i fili di governi consenzienti in lasciare opprimere i propri popoli, ecco le Prime Nazioni colombiane che tornano ad esser protagonisti, si proclamano fieri del proprio origine e allontanando gli evangelizzatori, bollandoli come mercanti di morte. E nelle ferite aperte che tutti i popoli hanno,  trovandosi dentro un sistema economico iniquo, si fanno evidenti com’effetti collaterali i consumi poco legali o illegalizzati  di sostanze e d’informazione.
In un sistema economico che ha visto la crescita delle diseguaglianze nell’uso e approfittamento delle risorse dichiarate bene comune, vede in Colombia una nazione d’ingiustizia economica e sociale, dove il povero, che nelle urne non ha voluto guardare al futuro, e ora vuole che la realtà della scarna e povera piazza, decidesse e li dessi gli ascensori sociali di che ha bisogno per affermarsi come persona. 
In un mondo connesso, si produce la notizie e alla velocità della luce lo comunica ai popoli che dormono e ignorano; tuttavia in Colombia, gli abitanti della città e più connessi, hanno potuto scegliere aiutare al contadino produttore degli alimenti e generi di prima necessità ad uscire della spirale di violenza partitica e di guerriglia, in che innocentemente per quasi 70 anni si ha visto coinvolto. I figli dei contadini conoscendo cosa è la guerra, volevano la pace e hanno accompagnato i loro genitori al seggio elettorale; mentre che d’altra parte i figli dei quartieri poveri delle grandi città, non sapevano nulla perché i loro genitori avvolti nella propria povertà e ignoranza, hanno preferito restare a guardare, come si guarda una partita di calcio; e ora tutti due formando un solo gruppo, cercano di legittimare d’una parte, la propria scelta uscita sconfitta delle urne, e l’altra parte si cerca di annientare la propria pigrizia intellettiva e la passività politica,  coinvolgendo insieme alla piazza. Una piazza colombiana vuota fino al 2 ottobre, ma attualmente riempita dei giovani svogliati e alla ricerca d’identità, che ora vogliono fare la differenza.
Una piazza piena di genti che si sente essenzialmente scolarizzate e tuttavia ricerca interpreti delle proprie verità e si lascia guidare dei propri sciamani politici. Una piazza dive si trova rappresentata una società civile che vive fluidamente nell’indifferenza, e tuttavia, sconcertata vuole ricominciare d’accapo.
Mossi nelle acque buie, stagne delle mancanza di creatività politica, i popoli della Terra sono alla ricerca dei colpevoli, ed ecco che il mondo si muove in slogan politici che risultano vincenti e tuttavia, non danno le risposte tangibili desiderate. L’incertezza uscita delle urne colombiane ha fatto urlare senza esprimere un suono: chi si guiderà nel processo?. Ecco che la piazza internazionale mostra la solidarietà con il popolo colombiano. La diplomazia ha  spalleggiato subito al presidente Santos.
Juan Manuel Santos, presidente della Repubblica della Colombia, è stato insignito col Premio Nobel per la pace il passato 7 ottobre “per i suoi sforzi risoluti” per lograre la pacificazione all’interno della nazione che rappresenta la democrazia più antica dell’America Latina e una speranza per la comunità internazionale. Il presidente Santos è alla guida della Colombia dal 2010 e attualmente è al secondo mandato, dopo che nel 2014 è stato rieletto sul presupposto del raggiungimento d’un accordo di pace con l’organizzazione guerrigliera più longeva del pianeta: le “Farc”, Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia.
L’evento sociopolitico colombiano, anche se sembra dimenticato per il fluire dei giorni, esso è vivo e presente nelle piazze italiane, nei flussi dei turisti che arrivano a visitare i nostri monumenti, a confessarsi nei luoghi della fede, a sentire il sapore delle nostre ricette, a portare almeno in fotografia i simboli della grandezza e bellezza italiana ed a riscontrasi col la realtà delle nostre affollate metropolitane, con la singolare delinquenza e la sporcizia dei quartieri romani. Le urne colombiane ci ricordano che siamo a portata d’areo.
 Le reti del web muovono i cittadini colombiani dispersi nel mondo e sono la principale fonte d’informazione istantanea. Nel resto dei paesi democratici la comunità colombiana del ’Si’, ha chiamato a partecipare alle manifestazioni pubbliche spontanee. Il richiamo d’un nuovo plebiscito, in una raccolta firme come risposta alla vita, è rilevante e ha avuto importante partecipazione nella “Tavola Sociale per la Pace”, con partecipazione trasversale: da Norvegia, passando per la piazza Times Square a New York, a Parigi e Lione, nel Paese Vasco, a Ginevra, Sidney tra le centinaia di città solidali col popolo e il governo colombiano. In altre s’attendono i dovuti permessi.
Oggi evento internazionale è importante per manifestare. Durante la partita di calcio contro la nazionale dell’Uruguay, svoltasi 11 d’ottobre nella città di Barranquilla,  i colombiani si sono presentati con camicette e fazzoletti bianchi che hanno agitato durante l’esecuzione musicale del inno patrio e durante l’intervallo. 
The New York Times, ha identificato al ex presidente Uribe come “l’uomo che blocca la pace in Colombia”. Il fronte promotore del ‘No’ è stato subito interrogato dal quotidiano “El Tiempo”, nella voce più importante, la del ex presidente Uribe, si dimostra palesemente l’impreparazione al risultato. Uribe, ha dichiarato: “E’ stata una decisione del popolo colombiano. Il Presidente ha il dovere di trovare le strade per avviare nuovamente il dialogo, ma con l’importante contributo della maggior parte dei colombiani, che hanno votato no”.
Il ‘No’ ha ottenuto solo il 0.43%, ciò significa che il popolo, nelle piazze ancora cerca di capire l’incidenza effettiva e quali siano le proposte valide e innovative che hanno da fare agli Accordi. Basandosi nelle affermazioni del ex presidente Uribe, in una conferenza in Spagna, per molti è evidente che il fronte del ‘No’ porti d’oltranza i dialoghi, attendendo l’arrivo della nuova campagna elettorale del 2018, in che il partito che guida, il“Centro Democràtico”, spera tornare al governo.
Il giornale colombiano “La Republica”, ha riportato l’affermazioni di Juan Velez, tra i principali strateghi della campagna del ‘No’, in che hanno segnalato difficoltà nel reperire finanziamenti e come hanno giocato di astuzia, riuscendo a fare una campagna molto economica con un “apparente” alto beneficio. La loro strategia menzognera si ha sviluppato guardavano silenzio e non collaboravano nel dare giusta risposta che poggiasi o dessi spiegazione giusta agli Accordi e ha preferito concentrare il fuoco della strategia nell’indignazione. Il martellamento mediatico usando i dialetti e le paure, assieme ad un costante volantinaggio e il potere virale delle reti sociali, sono stati più efficace che il richiamo della ragione. Diffondendo la paura che i guerriglieri fossero pagati e onorati mente la nazione stava sommersa nei debiti e le persone annaspando nella povertà. I dibattiti parlamentari per una nuova riforma tributaria, sono stati strumentalizzati e agli anziani fecero credere che li veniva tolto il 7% della pensione, per finanziare e sussidiare chi abbandonava l’armi, e la campagna del ‘No’ è stata così incidente, che ancora i cittadini sono convinti che il guerrigliero senza apportare nulla, andava a guadagnare più del semplice operaio, che il latifondista sarebbe espropriato. Ai religiosi hanno detto che gli omosessuali prenderebbero la guida della nazione pervertendo a tutte le famiglie e disgregandole. Nelle frontiere usarono l’arma della situazione politico-economica del popolo venezuelano, affermando che Colombia dal giorno del voto si trasformava in una repubblica “castrochavista”.
Il castrochavismo è uno slogan coniato da Uribe, che sta diventando internazionale per fare una “geopolitica comparata”, mettendo d’una parte la situazione del popolo colombiano facendole credere che stanno meglio del popolo cubano e venezuelano, ciò nonostante, sia in Colombia, Venezuela o Cuba è palese i differenti indici della disoccupazione e della povertà, la poca libertà d’opinione, di partecipazione politica e di movimento e le numerose situazioni d’ingiustizia  giuridico-legale, per non dire socioeconomica. 
La pace colombiana è letteralmente sequestrata. Le querelle per avviare l’azione penale per presunta frode al suffragante, possono prendere la propria strada giuridica. L’unica certezza è che ora è necessario attendere e alla somma finale, nessuno sarà completamente soddisfatto.
La pace è un utopia più che mai per il popolo colombiano grazia a Uribe, l’ex presidente che durante il suo governo aveva duramente colpito le Farc attraverso il Ministro di Difesa Santos, e oggi si lo ritrova come proprio Presidente. Uribe che si era affermato nel immaginario dei suoi seguaci con slogan populisti che richiamano costantemente l’uso della forza. Un presidente che aveva desiderato sconfiggere le Farc investendo ogni risorsa possibile e che no ha risparmiato nulla, né falsità e costanti violazioni dei diritti umani, ma che riuscì ad internazionalizzare il conflitto con le sue persecuzioni. Un capo del governo che non ebbe cura delle persone che appartengono alla sicurezza e hanno il monopolio dell’uso delle forza, che legali e legalizzate, li ha usate, convertendole in delinquenti, terroristi e palesi violatori dei diritti umani. Un rappresentante del popolo che con la forza della violenza del proprio genitore e del mal affare personale, ha forse per sempre, allontanato i legittimi proprietari terrieri dei suoi numerosi possedimenti. Un governante che mentre svendeva le risorse energetiche nazionali, vietava al contadino la detenzione delle sementi naturali per favorire la semina d’OGM nelle coltivazioni colombiane. Un capo d’una nazione laica, che non ha paura d’strumentalizzare il sentimento religioso del proprio popolo, per ripristinare un radicalismo religioso.
La forza della volontà popolare si fa avanti nella ricca nazione colombiana che è alla ricerca della propria identità geopolitica, d’associare all’economia d’sviluppo e ad una modernizzazione industriale e finanziera, lontano dei prodotti globalmente accettati, tuttavia ancora ritenuti illeciti per maggior parte della comunità delle nazioni. Una nazione latinoamericana che diretta e indirettamente, con il carattere dinamico delle proprie contraddizioni sociali, cerca di diminuire i livelli di povertà economica e la disuguaglianza nel godimento delle multipli risorse naturali. Una nazione che contando con la dinamicità delle proprie genti, possa il proprio destino sul sistema elettorale, ma non si conforma al volere d’esigua maggioranza. Un popolo che gode d’una vecchia e consolidata democrazia, e tuttavia è la ricerca d’invenzioni nuove per promuovere la partecipazione politica. Un governo, che attualmente progetta di riflesso, nelle proprie relazioni esterne, il bisogno di riconoscimento come popolo che ricerca la pace.  
La comunità delle nazioni americane hanno dimostrato che non lasciano il popolo colombiano allo sbando. Stiamo imparando che se un’altra nazione guadagna e si converte in epicentro di sviluppo, esso si trasforma in benessere per le proprie genti nelle migrazioni e diversi scambi. Ottobre è il mese dell’artista e dell’arte colombiano, dove trovavano spazio le differenti manifestazioni culturali,  allora è naturale che tra slogan creativi, musica, canti e danze passi il tempo nel foro. Tuttavia, la piazza pubblica colombiana è stata trasformata da scenario civile e democratico, a luogo avvinto alla partecipazione violenta che la ha trasformata in scenario d’incertezze e minacce e la ha convinta dal giorno fatidico, il 9 aprile 1948, nel momento dell’omicidio del carismatico leader del partito liberale e candidato alla presidenza della Repubblica della Colombia Jorge Elicer Gaitàn.
Le frontiere del cyberspazio ci hanno ricordato che oggi le nostre identità sono porose, in quanto molteplici e veloci sono i cambiamenti geopolitici globali e che la Colombia non è un luogo sperduto. 
Colombia occupa una zona geo-strategica singolare per situarsi sotto l’orbita geo-stazionaria naturale, la vicinanza al Canale di Panama e i bellissimi paesaggi dell’Ande che inoltrandosi nel territorio colombiano, si snoda in tre cordigliere fertili.  Nel triangolo dei dipartimenti di Caldas, Risaralda e Quindìo si produce il migliore caffè del mondo. Le cordigliere pianure, savane e selva amazzonica, albergano nel loro sottosuolo minerali preziosi e industriali. Nelle sue frontiere si nascondono nei microclimi unici al mondo come il deserto di Tatacoa e di Villa de Leyva, e questa diversità dei climi tropicali, incidono inoltre, nella gioia, la fantasia, creatività e integrazione culturale delle genti che l’abitano dal livello del mare, alle zone sottostanti al Pico Cristobal Colòn a 5770 m.s.l.m., e altre alture significative.
Nel contesto d’una nazione in pieno sviluppo, la spirale della violenza si è insediata coinvolgendo pienamente distretti produttivi e comuni tradizionalmente tranquilli, che sono mutati in teatro di battaglie campali, in cui sono stati intrappolati persone di tutte le età e condizioni: ricattati, umiliati, scomparsi e assassinati. Lo spazio pubblico si è, nella resilienza del popolo colombiano, trasformato alla volontà d’una stancante violenza, che ha coniato 10 anni di violenza partitica e infine, ha portato alla formazione di gruppi ribelli al  governo che ancora sono attivi, tra esse: le Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia e l’Esercito del Popolo (Farc- EP), la più importante organizzazione guerrigliera.
Le Farc sono un’organizzazione di resistenza ideologica, d’ispirazione marxista-leninista e bolivariana, rappresentata per operai, contadini, indigeni e cittadini che s’opposero allo Stato, chiedendo giustizia e opportunità, con la convinzione che per portare il cambiamento e le riforme strutturali, dovevano sovvertire l'ordinamento statale per instaurare una democrazia popolare e socialista. Nata sotto la guida del leader guerrigliero Manuel Marulanda Velez, il 27 maggio 1964, quando lo Stato colombiano, durante l’Operazione “Marquetalia”, col appoggio statunitense che in quel periodo aveva avviato la campagna anticomunista del maccartismo, ha voluto reprimere con la forza una volontà popolare riuscendo solo ad avviare una lotta armata fratricida di conseguenze riconosciute  internazionalmente.
 Le Farc sono presenti in 242 municipi, nelle 14 regioni donde abita più del 12% della popolazione colombiana; tuttavia la guerriglia sconfinava le diverse frontiere terresti della Colombia, inoltrandosi nei territori Brasile, Ecuador, Panama, Perù e Venezuela, cagionando costanti confronti diplomatici ed obbligando ai paesi vicini a partecipare indirettamente al conflitto, con l’smistamento di numerose forze sorveglianti la propria frontiera.
A marzo 2008, il fronte sud delle Farc inseguito dalle milizie governative, s’inoltrò nella selva ecuadoriana, e dopo un’effettivo attacco,  morì il comandante Farc “Raúl Reyes” insieme ad altre 16 persone. Basandosi nell’indagini svolte dalle forze di sicurezza, su informazioni e dati dei computer trovati nei luoghi di conflitto, la “Revista Semana”, elaborò una mappa dove è evidente che le forze ribelli avevano una piazza pubblica che coinvolgeva circa 30 nazioni differenti.
Per 52 anni, le Farc e governo sono vissuti in costante rapporto di sfiducia, derivato della mancanza di volontà politica per cambiare le condizioni di vita dei contadini e del popolo che con fatica riesce a sopravvivere e della forza belligerante, che con la forza dell’ideale d’uguale opportunità, contava con forti simpatie popolari. I tentativi di pacificazione sono stati numerosi. Ma, mettere d’accordo gli interessi dei meno abbienti contro le classi ricche è un impressa millenaria; convincere al governo a limitare l'ingerenza degli  Stati Uniti (che ha combattuto duramente le Farc essendo il principale fautore del “Plan Colombia”, nella lotta al narcotraffico), negli affari interni della Colombia è una questioni d’opportunità politica e diplomatica; opporsi alla privatizzazione delle risorse naturali e lottare contro le multinazionali è un’impressa globale; porre fine alla violenza delle organizzazioni paramilitari, d’autodifesa, para-politica, estradabili, bande criminali, eserciti irregolari anti-restituzioni di terre, micro cartelli della droga e delinquenza comune, costituiscono una sfida interna per la Colombia dei prossimi anni e per la comunità internazionale che vuole partecipare alla crescita economica. Internazionalmente le Farc, sono state considerate dall’ONU come un gruppo guerrigliero; tuttavia, a seguito dell’attacco alle Torri Gemelle, gli Stati Uniti e la Unione Europea, le hanno catalogato come un’organizzazione terroristica.
In differenti periodi e sotto differenti governi, le Farc hanno voluto rientrare nella vita civile e democratica, avviando attività di reinserimento politicamente viabili. Tuttavia, la presenza d’altre forze destabilizzanti come il narcotraffico, il para -militarismo, e altre forze statali  deviate, hanno portato al quasi annientamento del“Unión Patriótica” (UP), un partito nato il 28 maggio 1985, frutto dei negoziati delle Farc e del governo Betancur. Un partito che aveva ricevuto il sostegno immediato da movimenti politici di sinistra, raggiungendo un significativo e rapido successo elettorale nelle elezioni del 1986 e del 1988.
La UP, d’accordo all’informe 5/97- caso 11.227, ante la Commissione Interamericana dei Diritti Umani, (CIDH), era stata percepito piuttosto come un'alternativa politica alla struttura di potere tradizionale, per canalizzare manifestazioni di protesta civile e popolare e come meccanismo politico, per una possibile re-assimilazione delle Farc alla vita civile. Lo Stato colombiano è stato condannato diverse volte per la CIDH, come responsabile d’aver violato i diritti consacrati nella Convenzione Americana dei Diritti Umani, in relazione alla persecuzione, espatrio e morte dei membri della UP e che costituisce, un clamoroso fallimento delle politiche governative. Il caso della morte violenta del Senatore Manuel Cepeda Vargas, costituisce un esempio.
La forza della violenza passa silenziosa per le strade sterrate dei “resguardos" delle  Prime Nazioni, che scappate alla violenza e l’avarizia del conquistador spagnolo, si sono rifuggiate nei pendii della Sierra Nevada de Santa Marta, nel cuore della selva amazzonica o nel deserto della Guajira.  Passa nelle città dove le forze produttive sviluppano la loro ragione d’essere e partecipano alla creazione del PIL, e arriva agli amministratori delegati e alti funzionari del governo che credono di trovarsi fuori delle zone di conflitto e arriva nella loro famiglie nella forma dei sequestri di persone, ricatti, estorsioni, corruzioni. Passa, inoltre, per le piazze contadine e per i quartieri poveri delle grandi città, nella forma dei reclutamenti forzati dei giovani por parte dalle forze insorgenti, sia dai reclutamenti legali e legalizzati in che il governo cerca di ghermire le loro potenzialità giovanili, avviandoli come militari di carriera, oppure come semplici soldati, giacché obbligati dalle condizione economiche, non potevano acquisire la “libreta militar”, un requisito essenziale per tutti i maschi, e che volessero o no, costituiva un documento necessario per partecipare serenamente alla vita civile ed economica.
Passa e travolge dalle zone centrali del paese e arriva alla selva, che si converte nella zona di commando e abitazione delle forze insorgenti. Passa per il mitico Mitù (Departamento del Vaupés) dove un’avanzata con più di 1.500 guerriglieri contro 120 poliziotti, hanno lasciato uccisi sulla piazza 40 membri delle forze governative insieme a 11 civili e hanno rapiti 38 soldati. Passa e lascia il suo legato de semina di piazze d’orrore, di tristezza e dolore, come il Dipartimento di Nariño, Caicedo (Antioquia), San Jacinto e Macayepo (Bolivar), Toribio e Jambalò (Cauca), Miraflores (Guaviare), Porto Rico (Meta), Cartagena del Chaira (Cauquetá), Algeciras (Huila), tra le molte ricordate e sottolineate duranti i negoziati di Pace a Cuba. Passa e travolge milioni di famiglie che soffrono l’incertezza dei loro scomparsi o piangono i caduti in quest’iniqua guerra, che no ha saputo risparmiare nessuno, perché tutti: nazionali e stranieri, all’affacciarsi sul territorio, hanno dovuto pagare le tasse.
Le Farc hanno sequestrato cittadini comuni o appartenenti al establishment politico-sociale, giornalisti e cittadini stranieri. Le successive richieste per la loro liberazione, sono state strumentalizzate por parte delle Farc per riuscire a finanziarsi, ottenere pubblicità e vantaggio politico sul governo. Il ‘Centro Nazionale di memoria storica’, nel 2013 ha pubblicato un rapporto dove evidenziava che tra il 1970 e il 2010, 39.058 persone sono state rapite e il 37% di questi plagi, più di 14.000, sono stati commessi dalle Farc. Il ‘Fondelibertad’ dice che tra il 1999 e il 2000, anni considerati di recrudescenza delle azioni di guerriglia, sono stati plagiati 6.800 persone; inoltre, tra il 1996 e il 2000 ci sono eseguiti 10 sequestri al giorno. La Procura colombiana a giugno 2016, ha stabilito che un totale di 9.476 indagini aperte, per il reato di sequestro di persona, sarebbero imputabile alle Farc.  Il governo all’inizio dei dialoghi ha richiesto la sospensione dei crimini di lesa umanità di questo tipo e le Farc hanno dimostrato volontà di collaborazione.
Un conflitto che passa lasciando un segno di morte e sofferenza per tutte le regioni del paese, dove le Farc hanno piantato le pericolose mine esplosive. Un rapporto della Vicepresidenza della Repubblica indica che tra il 1990 e il giugno 2013, 10.445 persone sono morte cadendo in campi minati. Il 62% delle vittime erano membri delle forze  governative di sicurezza, mentre che il resto erano civili, molti d’essi bambini. I dipartimenti d’Antiòquia, Meta, Caquetà, Norte de Santander, Cauca, Narino e Putumayo sono i più colpiti dalla messa a dimora di questi esplosivi e complessivamente, tra il 2002 e il 2011, ogni anno il numero delle vittime non era inferiore a 550. Per fortuna, grazie alla volontà politica delle Farc, in questi giorni, numerosi municipi si sommano alle zone di bonifica totale delle mine terrestri. 
Molteplici sono gli eventi, quanto esponenziali sono gli scenari della geografia della sofferenza e dell’insicurezza sociale, mescolata alla solidarietà e resilienza del popolo colombiano. D’altra parte, l’ente che governava, composto d’una casta deviata nella mescolanza d’autoritarismo, clientelismo e corruzione; assiso alla croce e alle combinazioni di vecchi dogmi medievali, rinnovava le millenarie forme d’sfruttamento, saccheggio e negazione dei diritti conquistati.  E questa realtà in conflitto doveva smorzare i toni e se possibile finire, se le parti in conflitto decidevano che era arrivato un momento politicamente viabile, per sedersi al tavolo dei negoziati e creare una nuova piazza di confronto.

Nuove proposte d’inserimento come forma di combattimento ideologico nello spazio pubblico colombiano 
Il sequestro della candidata alla Presidenza della Repubblica per il Partito Verde, Ingrid Betancourt, permisero l’entrata nella scena a Hugo Chavez, allora Presidente del Venezuela. Oltre a intervenire per la liberalizzazione dei sequestrati, Chavez diede avvio una serie d’incontri esplorativi, che data l’affettività del dialogo e dimostrata la positività e serietà delle parti, s’intrapresero dei rapporti mirati ad ottenere la fine del conflitto colombiano, riuscendo a coinvolgere altri governi, principalmente della Norvegia, Cile e Cuba.
Tra i cittadini che hanno memoria storica è presente il ricordo di diversi negoziati, che hanno generato  momenti di pace democratica, ma non duratura. Nel 1985 si fonda il partito politico UP, come una proposta legale d’inserimento civile delle forze insorgenti che li portò di fatto alla piazza democratica. Tuttavia i candidati presidenziali Jaime Pardo Leal e Bernardo Jaramillo Ossa, 8 membri del Congresso, 13 deputati, 70 consiglieri, 11 sindaci e circa 5.000 membri, sono stati sottoposti a uno sterminio fisico sistematico por parte di gruppi paramilitari, membri delle forze di sicurezza dello stato (esercito, polizia segreta, polizia regolare e di intelligence) e narcotrafficanti. Molti dei sopravvissuti allo sterminio sono ritornati alle zone di conflitto, ma la maggioranza dei volti conosciuti hanno dovuto lasciare il paese e vivere d’esiliati principalmente preso le nazioni europee. 
La CIDH chiamata nel 1993 a risolvere una causa contro lo Stato colombiano per la sua responsabilità e la partecipazione a crimini contro l’UP,  nella sentenza non ha riconosciuto la responsabilità dello Stato per il crimine di genocidio, tuttavia l’accumulo delle  prove hanno sempre dimostrato l’uso di metodi illegali nelle forze officiali. Persiste la sfida affinché uno qualsiasi dei vari governi, possa rompere il ciclo di impunità che storicamente ha circondato questi crimini.
Il fallimento clamoroso delle ‘Negoziazioni di Pace’, intraprese tra il 1998 e il 2002 dall’allora presidente Andrés Pastrana e Manuel Marulanda, fino a quel momento supremo comandante Farc, portò a una nuova intensificazione del conflitto e la conseguente recrudescenza della violenza fino al 2012, quando s’avviarono nuove forme di confronto civile.
Durante quattro anni il governo e le Farc insieme a rappresentanti delle vittime e comunità nazionale interessata, con l’appoggio di consulenti e d’osservatori internazionali, hanno avviato incontri e negoziati che hanno culminato in un Accordo, firmato nella principale sede dei negoziati, l’Avana, il 25 agosto 2016, e  confermato davanti il popolo colombiano e la comunità internazionale il 26 settembre a Cartagena.  
La firma della pace si è materializzata alla presenza di numerosi governanti, diplomatici invitati e popolo in generale. Siglata con il “Balìgrafo”, simbolo della riconciliazione politica e sociale, tra il presidente Santos, massimo rappresentante della nazione [che ad agosto 2016 , con dati del Dipartimento Nazionale di Statistica (DANE, contava una demografia elettorale di 48.747.632 abitanti di cui 34.899.945 iscritti, con pieno diritto a voto], e il supremo leader dei 5.765 combattenti Farc, Rodrigo Londoño. 
Significativo è stato il “balìgrafo”, un simbolo di cambio consistente nella camicia d’un proiettile nel quale si è inserito la più civile e pacifica penna contenente l’inchiostro; ugualmente eclatante è la stretta di mani dei due rappresentanti delle forze in conflitto in mezzo alla piazza pubblica nazionale e internazionale.  La Pace si è letteralmente materializzata nella piazza della bella città di Cartagena, alla presenza di numerosi governanti, delegati dell’Alta diplomazia internazionale, 27 Ministri di affari Esteri, 10 direttori di organismi multilaterali, 2500 persone in rappresentazione d’organizzazioni impegnate per la pace e diritti umani, numerosi cittadini colombiani appartenenti ai settori produttivi e sociopolitico d’spicco, vittime provenienti d’ogni zona di conflitto,  ai quali si sono sommati gli osservatori e giornalisti internazionali.
Il presidente Santos, negoziando con tenacia e pazienza  l’Accordo di Pace, ha costruito un capolavoro geopolitico regionale, del quale danno testimonianza nel  palcoscenico di Cartagena  l’intervento del Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon e il Segretario di Stati Uniti, Kerry; la presenza dei 15  capi di Stato (i presidenti d’Argentina, Bolivia, Costa Rica, Cuba, Chile, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Honduras, México, Panamá, Paraguay, Peru, Repubblica Dominicana y Venezuela); il re Emerito della Spagna, don Juan Carlos I, gli  ex capo di governo Felipe González (Spagna), Ernesto Zedillo (México) y José Mujica (Uruguay); e l’ex segretario dell’ONU, Kofi Annan. Inoltre i rappresentanti degli  organismi internazionali: il Presidente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il Segretario Generale OEA, Luis Almagro; e i presidenti del Banco Mundiale, Jim Yong Kim; del Fondo Monetario Internacionale, Christine Lagarde; e della BID, Luis Alberto Moreno; la Segretaria Generale Ibero-americana, Rebeca Grynspan; la Segretaria della Cepal, Alicia Bárcenas, e il Presidente del Banco d’Sviluppo de America Latina (CAF), Enrique García. 
La volontà politica delle Farc e la richiesta di perdono a tutte le vittime por parte  del loro capo, Londoño, nella piazza internazionale di Cartagena, ha inoltre,  fortemente spalleggiato al presidente, e questo messaggio di pace è stato internazionalmente premiato quando Federica Mogherini, rappresentante della politica estera europea, ha annunciato la scelta di Bruxelles di rimuovere le Farc dalla lista internazionale dei gruppi terroristi, per inserirla a tutti gli effetti come gruppo politico.
Colombia è una Repubblica con separazioni di poteri, dipendente del governo centrale eletto per 4 anni, dove il presidente è il capo del potere esecutivo assieme ai ministri la lui scelti, e l’indirizzo politico dipende anche del parlamento, ai quali s’accede per il sistema di voto universale al che partecipano libera e volontariamente i cittadini, anche i residenti in altre nazioni. Inoltre, come parte delle politiche d’sviluppo previste nella Costituzione Nazionale del 1991, ha un’amministrazione decentralizzata di primo livello, in 32 dipartimenti che scelgono un governatore e una giunta, che ha sede nella città più importante, e un distretto Capitale: Santafé de Bogotà. Dal governo dipartimentale, dipendono i municipi, o le aree metropolitane, o i territori indigeni equivalenti, che sono il secondo livello. Per ultimo l’aree urbane, conformate da “comunas" o quartieri e nell’aree rurali le località o “corregimientos” e “veredas”. Le provincie sono un nome generico per definire zone storiche che non hanno vincolo giuridico.
Decenni di violenza per mano di movimenti di guerriglia hanno segnato il paese come un rifugio pericoloso per il traffico di droga per la sua capacità mimetica e di produttore delle risorse necessarie. Dal 2012, tuttavia, il governo ha lavorato per avviare i negoziati tra i gruppi di guerriglia che una volta controllavano vaste distese del Paese. Attualmente, meno del 6% dei colombiani vive in pericolo della violenza guerrigliera e i funzionari continuano a combattere l'industria dei narcotici in concerto con gli Stati Uniti.

La nascita d’una nuova piazza dove è stato montato un nuovo scenario d’incertezza
Gli’Accordi, sono consacrati in 297 pagine e contemplano: una cessazione alle ostilità e al fuoco bilaterale ( è un fatto molto significativo che le forze in conflitto abbiano sospeso l’attività e ancora l’osservino), la futura partecipazione politica e il pronto reinserimento dei guerriglieri Farc alla normale vita socio-economica; la possibilità di riscontrare la verità, giustizia e riparazione riguardo alle vittime; la riforma agraria per creare infrastrutture rurali e opportunità lavorativa per tutti; alcune possibili soluzioni al problema internazionale della produzione, elaborazione e commercio de droghe illecite nei quali la nazione si vede protagonista e meccanismi d’attuazione e verifica dello pattuito.  
La Corte Costituzionale, consultata preventivamente dal governo sull’opportunità  e  la valenza dello pattuito tra governo e Farc, il 18 di luglio, dà a conoscere l’approvazione del referendum come mezzo per dare effettiva legalità ai contenuti dell’Accordo e inoltre fissa, nel 13% come soglia necessaria, a significare che, in una demografia elettorale, tra gli aventi diritto, 4.396.626 persone dovevano esprimere il proprio favore agli Accordi e superare ovviamente il numero dei voti contrari.
L’accordo, avvallato per la Corte Costituzionale è sottoposto a referendum nazionale, il 2 ottobre 2016, con la formula: “Lei Appoggia l’Accordo Finale per la culminazione del Conflitto e la Costruzione di una Pace Stabile e Durevole?”. Tuttavia, nelle urne non si trattava di scegliere tra la pace e la guerra, ma la scelta democratica posava sugli Accordi dell’Avana e ciò significa che se vinceva il “sì” tali negoziati venivano  approvati e sanciti dal popolo.
La pace è un bisogno necessario, urgente e drammatico del popolo. Il bisogno di pace è palese in tutti i settori della società internazionale, che vede nella Colombia come una nazione in forte  sviluppo. 
La Colombia è riconosciuta come la nazione latinoamericana che ha la più antica democrazia dei tempi moderni. Ha una miscela unica di etnie e culture, ed è ricca in risorse naturali. è un esportatore d’oro, zaffiri, diamanti, smeraldi, produttore di vari minerali e prodotti agricoli che permette abbia un debito pubblico ragionevolmente basso. Negli ultimi anni ha visto un alzamento nella qualità di vita dei sui cittadini, che contano con l’input vitale della gioventù e una dinamica economico-finanziario in crescita, spalleggiata d’una collaudata democrazia che da stabilità politica ed è capace d’attrarre investimenti. Nella classificazione internazionale, sta tra le 31 maggiori economie del mondo.
Il Fondo Monetario Internazionale nel più recente rapporto ha classificato la Colombia nella posizione privilegiata, visto che nel 2015 ha riscontrato un incremento del PIL con una variazione positiva del 3.1%. Contribuiscono nella creazione del PIL: il settore finanziario che ha primeggiato col 20%, i servizi 15%, il commercio 12%, l’industria 11%, il settore minerario, estrattivo  8%, agrario, servizi e altro.
Dopo Brasile, Messico e Argentina, la Colombia ha ricevuto il riconoscimento come quarta economia più grande della zona. Osservata attentamente dal “Economist Intelligence Unit”, che la ha inserita nell’acronimo coniato nel 2009: i CIVETS (Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia, Sud Africa), per indicare i nuovi mercati promettenti e prossimi protagonisti dell’economia internazionale, per il suo dinamismo geopolitico, che profetizza un suo importante ruolo tra gli attori strategici nella governance mondiale, nelle Nazioni Unite e nel Fondo Monetario Internazionale; per la propria diversità geo-economica, come paese fornitore di sviluppo e di materie prime, capace d’attrarre inversione e, per la ricchezza umana, giovane, creativa e in crescita.
Il profilo del protagonismo attuale della Colombia, tracciato da studiosi di Harvard, è determinato dall’attrattivo che offre all’inversione straniera. La sfere dell’esportazioni nel 2015, includeva tra altri: petrolio, carbone, prodotti chimici, oro, caffè, fiori, nichel, e banane; principalmente con destinazione a Stati Uniti 28%, Unione Europea 19%, Cina 12%, India 6% e ai paesi vicini (Panama 6%, Ecuador 4%, Venezuela 3%, Brasile 3%, Aruba 2%, Cile 2%, Perù 2%); il tutto equivalente a US $ 48.52 miliardi. 
L’importazioni raggiungono US $ 56.05 miliardi, ed è significativo che in un paese tradizionalmente agricola, il 10.5%, dell’importazioni sia conformato da prodotti alimentari, bevande e l'agricoltura (mais giallo, soia, orzo, cotone); inoltre, nel paniere dell’importazioni ci sono: chimici e farmaci 16,6%, mezzi di trasporto e trasporti 15,3%, macchine ed attrezzature 11,3%, combustibili raffinati 9,9%, di metallo e del 7,7%, telefonia ed attrezzatura di comunicazione 5,9%;  provenienti dagli Stati Uniti Stati Uniti 36%, Cina il 19%, Mexico 9%, Germania 4%, Brasile 4% tra i più importanti. Il Trattato di Libero Scambio con Stati Uniti è vigente dal 2012, con la UE dal 2013, d’allora si sono sommati altri 10 e sono in corso diversi negoziati. 
La moneta ufficiale è il Peso colombiano, che nello scambio ufficiale del Banco della Repubblica, la Banca Centrale della Colombia, ed è l’organo che emette e regola, per ogni euro, il 21 ottobre 2016, alle ore 11,02 s’ottenevano 3.187 pesos. Oltre al dollaro degli Stati Uniti d’America(USD), ha come moneta di riserva ufficiali: la corona danese (DKK), Corona norvegese (NOK), corona svedese (SEK), dollaro australiano (AUD), dollaro canadese (CAD), dollaro neozelandese (NZD ), euro (EUR), franco svizzero (CHF), sterlina britannica (GBP), yen giapponese (JPY), renminbi cinese (CNH / CNY), dollaro di Hong Kong (HKD), dollaro di Singapore (SGD) e won coreano (KRW).
La Colombia è tra le nazioni che diedero vita alla Comunità delle Nazioni e posteriormente all’ONU; forma parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, la Banca Mondiale  e  numerose organizzazioni e comunità internazionali, tra cui l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), la Banca Interamericana d’Sviluppo (BID), la Comunità Andina delle Nazioni, l’Unione delle Nazioni Sudamericane e l’Alleanza del Pacifico dove sta trovando cooperazione per lo sviluppo e consolidazione geopolitica.
La storia insegna che in un contesto di conflitto armato, avvinti della resilienza negativa, si passa dell’uso letterale della forza, alla forza delle parole. E dove s’incrociano argomenti diversi, molti di essi possono essere indirizzati alla pancia degli elettori e non alla ragione, alla rimembranza negativa e non al cuore disponendolo verso il futuro. Ecco, dunque, che spuntano come zizzania le sentenze: si desidera dare impunità a criminali, assassini, sequestratori e narco -guerriglieri; che i loro crimini resteranno impuniti; che oltre tutto essi potranno presentarsi all’elezioni e magari diventare deputati o senatori; che una parte delle tasse e delle terre sarà distribuita direttamente agli alzati in armi; e che porzioni di territorio saranno ceduti per il loro inserimento; che la nazione cadrà sotto una dittatura “castrochavista”, e per ultimo: che le famiglie saranno disgregate. 
In un popolo che ha sofferto molto, tali argomenti pesano e non si possono sottovalutare; tuttavia, il governo e sostenitori del “si” erano fiduciosi, appoggiati nei sondaggi che davano un amplio vantaggio. Inoltre, spalleggiati della comunità internazionale, che si dichiarava costantemente favorevole agli Accordi nella voce dei rappresentanti dell’ONU, del Vaticano, l’Unione Europea, gli Statiti Uniti e nazioni varie. Ciononostante il 62,57% del popolo in quel giorno ha scelto  l’indifferenza, mancando all’osservanza personale del dovere civico che ha ogni cittadino appartenente a una nazione democratica.
La soglia minima, segnalata dalla Corte Costituzionale è stata superata del 10,8%, ma nella scelta delle 12.808.858 persone che hanno partecipato dando un voto valido, ha prevalso il rifiuto degli Accordi firmati tra il governo e le Farc come “condizione essenziale alla costruzione di una pace stabile e duratura”. Analogamente allo successo nel processo Brexit nell’Inghilterra, ha catturato l’attenzione del mondo. Ciononostante il fronte del ‘No’, con 6.431.372 persone, inaspettatamente abbia prevalso con solo il 0,43%, gli Accordi devono essere rinegoziati.

Il giorno in che la piazza pubblica ha scelto l’indifferenza si trasforma in settimane di passione
I popoli sono l’insieme d’individui concreti capaci di cambiare la propria storia. Dopo la giornata elettorale, lentamente il popolo colombiano è uscito in modo spontaneo della loro sonnolenza e resosi conto della precarietà, della mancanza di senso civico, dell’inganno e travolti della propria coscienza politica, ha riempito gli spazi pubblici.  Inizialmente in più di 100 municipi ha organizzato presidi permanenti, ora sono circa 500. La partecipazione è numerosa di modo che gli indifferenti al processo di pace hanno abbandonato la loro passività e urlando “AcuerdoYa”, esigono accordi già. Danno la loro legittimità al tavolo dell’Avana e difendono gli Accordi nella sua totalità. Votanti del ‘Sì’, il 49,78%, e i decisori che hanno portato il ‘No’ all’urne, convivono nelle strade e piazze in un abbraccio fraterno, con musica e cantici di pace proclamano il loro accoglimento dei ribelli, (anche se non riconosciuti, né possibili di raggiungere) nel suo reinserimento alla vita civile.
Dopo le prime ore d’sconcerto, strade e piazze si sono riempite con i cittadini che urlavano come ai tempi dell’indipendenza nel 1810: “Cabildo Abierto” (Capitolo aperto). Il Cabildo è una figura ritaglio della dominazione spagnola, che è l'incontro degli abitanti e loro rappresentanti nella piazza pubblica, in cui possono partecipare direttamente, al fine di discutere questioni d’interesse  per la comunità, anche procedere con l’elaborazione di documenti e raccolta firme.
Tunja è una città storica, asso economico e universitario, situata a pochi chilometri dove la Colombia ottenne l’indipendenza della dominazione Spagnola, nella Battaglia per la liberazione del 7 agosto 1819; è inoltre il centro politico -amministrativo del dipartimento di Boyacà, uno dei 32 che conformano la suddivisione amministrativa nazionale. Tunja si è costituita come una delle prime città, che d’accordo alla coordinazione delle forze popolari, è riuscita a raccogliere le firme per convocare il “Primo Cabildo Aperto”, nel dipartimento. A Bogotà, sarà aperto il primo cabildo  il 25 ottobre, alle ore 9. “La pace è irreversibile. Facciamolo noi!” e lo slogan più diffuso.
Il Cabildo o istanza de consulta popolare, è la essenza pura della partecipazione cittadina. Si tratta di uno dei meccanismi di partecipazione prevista dalla Costituzione colombiana, affinché i cittadini possano esercitare la loro sovranità. I cittadini d’iniziativa propria, nella misura del 5% degli aventi diritto a partecipare alle votazioni in un predeterminato municipio, distretto, località, comuna o corregimento, hanno raccolto le firme e le hanno presentate in osservanza della Costituzione e della Legge Statuaria 175 del 6  luglio 2015. Essi l’hanno presentata il 20 ottobre alla commissione elettorale, della “Registradurìa”, che è l’ente coordinatore locale che funge d’anagrafe dei cittadini in concerto con l’Ordine del Notariato. Ora sono necessari altri 5 giorni, affinché la “Registradurìa” controlli, verificano nomi e cognomi, carta d’identità e firma necessari per avallare ed emettere un documento per l’incorporazione e dichiarare aperto il cabildo.
Juan M. Santos è al secondo mandato presidenziale, dopo il primo periodo 2010- 2014, in che ha tenuto conto la pressione internazionale che voleva fermare le continue violazioni ai diritti della  persona, verificatosi anche quando era Ministro della Difesa nazionale sotto il governo Uribe, poiché avviando efficaci azioni, aveva colpito duramente i diversi fronti di guerriglia, uccidendo alcuni capi come Raùl Reyes, Mono Jojoy e Alfonso Cano. Nel 2014 era stato rieletto col preciso incarico di portare a termine i negoziati di pace che dal gennaio del 2012 si svolgevano a Cuba. Ha avviato i dialoghi, firmato gli Accordi e annunciato il Plebiscito. Tuttavia, la sua presenza nel salotto internazionale dove andando altre le differenze ideologiche, aveva ristabilito ottime relazioni col governo venezuelano e costruito efficaci rapporti con l’Ecuador e altre nazioni della zona, uscendo vincente nel ricostruire una egemonia colombiana nella sfera geopolitica, ciononostante, li aveva fatto trascurare una più efficace azione interna, specialmente durante il mese che ha durato la campagna a favore del ‘Si’.  Comunque il suo, era un governo avvolto della sfiducia e dello scetticismo popolare, fino al 2 de ottobre, quando in un 62,57% non si è presentato al seggio elettorale, atto simbolicamente rilevante. Oggi la piazza pur conservando molte osservazioni, le ristabilisce l’appoggio e la fiducia meritata.
La decisione vincolante del popolo colombiano è una scelta che ha sollevato dubbi e l'instabilità nei giorni successivi. Ora è una firme voce che costantemente ricerca la pace nei presidi pubblici. Su un totale di 12.808.858 persone che fece una scelta valida, il voto del ‘Sì’ si è fermato al 49,78% e a causa della eccessiva fiducia del governo, la cronica mancanza di partecipazione al voto, sommato al cattivo tempo atmosferico a motivo del passaggio dell’uragano Matthew che ha impedito che votassero almeno 187.260 persone.
Le marce, manifestazioni, presidio delle piazze, fiaccolate e raccolta firme, in questo momento, formano parte essenziale della società civile colombiana.  Il popolo colombiano è stato convocato dalle organizzazioni di studenti universitari e movimenti sociali e culturali, da partiti politici, rappresentanti del settore agrario e comunità etniche, dalle organizzazioni di vittime del conflitto, gruppi ambientalisti, animalisti, associazioni d’educatori, membri della comunità LGBTI e settori popolari comuni. 
I presidi sono attivi giorno e notte. Le marce popolari stanno coinvolgendo trasversalmente la società e sono state denominate: ‘la marcia del silenzio’, ‘marcia della pace’, ‘marcia delle fiori’, ‘la Marcia Per La Dignità delle Vittime’, e altro e si hanno sviluppato non solo nelle principali città colombiane.
I cittadini e vittime sono state ispirate alla mobilitazione nella speranza di trovare un cambio di strategia militare e di polizia, oltreché chiedere verità, giustizia e riparazione por i crimini che le forze militari e insurrezionali hanno commesso nel marco del conflitto colombiano.
Sono numerosi i militari condannati e ancora non effettivamente segnalati per l’esecuzioni extragiudiziali denominate “falsi positivi”. Per avere premi, forze legali o legalizzate,  sono ritenuti ideologi, mandanti, e semplici esecutori di vere e proprie sentenze di morte, operate contro cittadini comuni, colpevoli d’essere abitanti della strada, ragazzi che si sono trovati nel luogo e momento in che gli uniformati facevano retate; oppure, azioni criminali contra semplici indigeni o  contadini che presi ed spostati al luogo della loro esecuzione, sono stati rivestiti con abiti simili a quelli dei guerriglieri e fatti passare come combattenti.
Un effetto del marco della giustizia di transizione previsto nell’Accordo, significava per i militari, una possibile revisione dei loro casi e processi. La speranza nel vedere riconosciuta la loro libertà immediata, oppure, con l’ammissione di responsabilità, raccontando la verità, potevano diminuire la loro pena a 8 anni, un periodo molto minore a quello che la giustizia ordinaria prevedeva e alla quale, alcuni sono stati condannati: fino a 60 anni di galera. Dalla galera hanno sottoscritto diverse lettere indirizzate al presidente Santos e comunque, i loro familiari si sono organizzati e hanno partecipato alle manifestazioni.
In Colombia la confusione di ruoli, missioni e concetti è molto forte, tanto ché la separazione tra funzioni militari e di polizia sono minimi; inoltre, le forze detengono strumenti d’uso civile come programmazione costanti di radiodiffusione, d’altro gradimento nelle zone periferiche e tra i contadini. Esso significa che si ha bisogno d’una riforma culturale nella popolazione in generale.
La Banca Mondiale ha seguito il percorso di spesa del governo colombiano, considerando che è tra coloro che più hanno investito in equipaggiamento militare, con una spesa militare che del 2,2% nel 1998 è passata al 3,4% del totale PIL del 2015. D’altra parte l’organizzazione guerrigliera, nelle zone d’influenza stabilizzò un sistema contributivo a base volontaria, che reperiva sia di risorse umane che economiche,  tuttavia la principale fonte di finanziamento è il “gramaje”, che è l’imposta sul cultivo, produzione e commercio di materie prime e sostanze illegali. “The Economist" ha pubblicato in aprile 2016, alcune stime sul patrimonio delle Farc, rivelando che nel 2012 avevano un patrimonio di 33 miliardi di pesos colombiani, una cifra che non considera i costi di manutenzione del propio esercito guerrigliero. Il documento elaborato con riferimento a dati d’analisti governativi, presupponeva che il reddito annuo delle Farc oscillava tra US $ 200 milioni e US $ 3,5 miliardi dall'inizio di questo secolo, quando il gruppo era al suo momento di più fortezza, con 18.000 combattenti. Senza dubbio le finanze delle Farc, sono diminuite dal momento d’inizio dei negoziati.
Ricercatori scientifici, artisti, cantanti, sportivi e comunità in generale hanno collaborato nel diffondere la speranza di pace che il “Cabildo Abierto” rappresenta. Il richiamo della piazza è che non si spenda un peso colombiano in più per finanziare la guerra. Nel 2014, la Colombia ha speso in difesa 11.082 milioni di dollari. Le capacità militare per il 2016, riportata nella “Global Fire Power”, classifica al 41 posto per la sua potenza di fuoco in confronto a 126 nazioni. Sulla totalità dei 46 milioni d’abitanti, ha circa 24 milioni di persone adatte per il servizio; d’esse 19.015.000 persone possono servire immediatamente. 
L’obbligo di servizio militare per i maschi è un fatto socio-economico non indifferente;  tuttavia, i cittadini possono “pagare” il rilascio d’una carta di compensazione militare. Inoltre, possono fare la richiesta d’esonero, usando i meccanismi di diritto di petizione, habeas corpus, habeas data, la tutela o presentando demanda ante un giudice invocando la sentenza T-455 del 2014 della Corte Costituzionale, per obiezioni di coscienza, con motivazioni etiche, religiose o politiche. La opzione di prestare un servizio sociale per la pace è radicata come progetto di legge. Nel 2015 circa 845.000 persone hanno raggiunto l’età militare durante l’anno, e circa 445.000 sono il personale di prima linea attivo e 62.000 il personale di riserva attivo. 
I fornitori dell’industria militar, oltre la nazionale Industria Militare (Indumil), sono ditte di Stati Uniti, Israele, Degno Unito, Francia, Svezia, Canada e anche il Brasile. 
Le forze militari colombiane: aeronautica, esercito e marina, costituisce una forza riconosciuta come una delle più professionalmente preparate ed efficaci. Sono costantemente chiamate a partecipare in operazioni speciali ottenendo amplio riconoscimento internazionale, oppure costituiscono parte dei “contractor”. Un rapporto del giornale “El Espectador” indica che soltanto tra i 2010 e il 2012 sono stati formati dalle truppe colombiane, oltre 5.000 cittadini dell'America centrale, specialmente per fare fronte nella guerra alla droga.
I militari sono stati rappresentati nel tavolo di negoziati dell’Avana e hanno visto nel Generale Javier Florez, capo di stato maggiore congiunto delle Forze Armate, uno dei primi ufficiali che sono andati a Cuba e ha dato la mano alle Farc.
La piazza dei negoziati si è arricchita dalla manifesta volontà por parte dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), che figura tra i vecchi gruppi d’alzati in armi, è il nuovo protagonista che si è affacciato per chiedere d’essere inserito nei futuri dialoghi, ed avviare loro ingresso alla vita socio-economia. I negoziati s’avvieranno a novembre e  s’svilupperanno nella cornice della città di Quito.
Deve risultare chiaro che geopoliticamente parlando le Farc, no lasciano la piazza conquistata con polvere e sangue facilmente, né abbandoneranno lo spazio vuoto per essere riempita d’altre forze violente, se la comunità internazionale l’aiuta a concludere i negoziati col proprio governo. Uribe, perseguitando il propio popolo lo ha fatto fuggire; allora, le autostrade della narco -guerriglia si sono ramificate nei paesi vicini: al Panama, Messico e Perù, al Venezuela e al Brasile e di lì si progettano di fronte agli interessi italiani, all’Africa. Oggi le frontiere del narcotraffico si sono spostate dell’America latina e passano per il Mali e il Magreb, raggiungono le nostre piazze. Esso ci fa ricordare che posiamo stare in sistemi geopolitici differenti, e tuttavia, in un sistema interdipendente, dove le lotte criminali s’uniscono in un scenario di strema complessità attraverso il web, il mainstream, e dall’individualismo esistenziale, indice all’azione, al esperimento. 
Non è indifferente che fuori delle frontiere colombiane, sono stati ubicati 203 luoghi di votazione nei consolati dispersi nelle nazioni vicine come Panama e Venezuela, ma anche in Cina, Ungheria, Svizzera, Egitto, oltreché i paesi europei. La “Registraduria” è l’organo responsabile del registro e identificazione dei colombiani e l’amministrazione dei processi elettorali, ha stabilito 1.372 seggi, affinché le 599.026 persone abilitate per votare al estero, potessero esercitare il loro personale diritto-obbligo civile. 
La Gran Bretagna, che ora comincia a fare fronte ai timori sorti dopo l’esito del proprio referendum, trova nella nazione latinoamericana un partner ideale, non solo per le riserve economiche in sterline che la Colombia ha, per gl’interessi economico-finanziari reciproci e nondimeno, anche con il bisogno di visto per entrare nel territorio inglese, la loro offerta d’ospitalità somma 9.177 persone regolarmente registrate preso il consolato colombiano. Non risulta indifferente che il Parlamento britannico abbia offerto l’appoggio incondizionato al processo di pace, e che parlamentari laburisti, conservatori, nazionalisti, abbiano appoggiato una risoluzione promossa dai sindacalisti per sostenere il processo di pace colombiano. Il popolo britannico ha espresso la solidarietà permettendo e promuovendo le mobilitazioni dei colombiani che continuano a difendere il Diritto Costituzionale e Umano alla Pace.
A Roma un gruppo di cittadini colombiani hanno organizzato un momento di manifestazione a favore degli Accordi e per la pace. Il bollettino della “Registraduria Nazional del Estado Civil”, ha riscontrato che in Italia hanno votato 431 delle 5.241 persone abilitate. I voti validi sono stati 428 e una persona ha votato in bianco e due anno reso nullo il loro voto. Il ‘Si’, ha ottenuto il 75% dei voti con 321 persone, mentre che 107 persone hanno sostenuto il ‘No’. E questo dovrebbe fare riflettere la diplomazia italiana. 
Olanda, ha avuto una discriminazione nei risultati che ha visto depositati 139 voto ‘Sí’, e i ‘No’ è arrivato a 34 voti; comunque il 16 ottobre ha ospitato una manifestazione di colombiani. Olanda è la nazione conosciuta come il paese dove le droghe ritenute illecite por il governo colombiano, sono legalizzate e tuttavia, ha le carceri vuote.  
Nel foro d’Atene e di Roma è nata la civiltà geopolitica attuale. Ancora oggi la piazza sceglie.  La Piazza di Bolivar in Bogotà è il pivot della democrazia e intorno al quale il popolo pretende sviluppare l’alleanza tra governo, Farc e forze contrapposte. è la piazza più internazionale e importante della Colombia. In essa s’sviluppano le principali manifestazioni popolari e anche lì, circa 200 persone accampano ogni notte dal 5 ottobre. Denominato “l’Accampamento della Pace”, sono una forma d’espressione che aggruppa studianti, cittadini, vittime della violenza e, sono in attesa che le forze promotrice del ‘No’, governo e Farc arrivino presto ad un’accordo che favorisca l’stabilimento della tanto desiderata pace. Essa vuole rappresentare tutti i cittadini che credono nelle possibilità d’una soluzione veloce e che permetta vedere un nuovo Accordo; tuttavia alcuni partecipanti dal 20 ottobre hanno cominciato a ricevere minacce tramite Facebook, e altri mezzi.
Un comunicato ‘dell’accampamento di pace’, fa evidente che hanno ricevuto pressione da forze  sconosciute denominate: “Forze Speciali Anticomuniste”, e offrono una risposta a essi: “vogliamo dire che è esattamente per l’ambiente di violenza che siamo qui, sogniamo un paese in cui tali minacce non hanno posto. Ciò non significa non abbiamo paura, ma questa volta non lasceremmo che la paura vinca. Come abbiamo detto nel nostro comunicato della scorsa settimana, il campo non s’alza finché non avremo un percorso verso un’accordo”.

La firma dell’accordo il 26 settembre 2016, è stato il momento più eclatante in che la nazione ha visto come un lampo l’arrivo della fine della guerra fratricida. Ora bisogna trovare un compromesso sociale, legislativo o politico che preservi dei sanguinosi combattimenti e permetta il disarmo dell’insorgenza e riuscire, per mezzo del dialogo e del dibattito politico a migliorare le condizioni socioeconomiche del popolo colombiano e a fare effettivo l’esempio che la regione e nel mondo s’attende. 

Grazie. 
Martha Alvarez
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NOTE: Ho utilizzato principalmente riferimenti dei quotidiani “El Tiempo" e “El Espectador”, della “Revista Semana", “Las2orillas” documenti on line,  quindi valutati de dominio pubblico, grazie a Google.  Sono citate gli autori di frasi specifiche, sono ricerche che ho sviluppato nelle settimane dal 10 ottobre al 23 che ho confrontato con l’informazioni d’amici, e con note di conoscenti diffuse in facebook.
Le fotografie sono copiate tra quelle pubblicate nei profili d’amici personali in Facebook, Hollman Morris, Maryory Ortiz, specialmente del gruppo social “Colombianos en el exterior”,  e della pagina del Presidente Juan Manuel  Santos, quindi valutate di dominio pubblico.

mercoledì 30 novembre 2016

USA: Trump candidato e Trump presidente. Note a margine

Usa 2016
Obiettivo: il riflusso della marea
Riccardo Perissich
22/11/2016
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Nei prossimi mesi saranno prodotte raffinate analisi del clamoroso voto dell’8 novembre in America; tuttavia, disponiamo già ora di molti dati che ci aiutano a cominciare a capire quali siano i meccanismi che consentono ai populisti di vincere in modo clamoroso e a volte inaspettato.

La politica della post-verità
In primo luogo, lo si era già visto a proposito di Brexit, l’uso sistematico e deliberato della menzogna.Solo le anime candide possono credere che essa sia normalmente assente dalla lotta politica.

Tuttavia il fenomeno cui assistiamo, definito “la politica della post-verità”, comporta un uso non strumentale ma strategico della menzogna; lo scopo, facilitato dal carattere sempre più frammentato e polarizzato dell’informazione, è di indurre quante più persone a credere in un mondo di relativismo assoluto in cui la verità non esiste. L’obiettivo non è di proporre un programma, ma di delegittimare una classe dirigente.

Il populismo non esisterebbe se l’occidente non avesse attraversato una lunga crisi economica, accompagnata da grandi mutamenti sociali, da profonde trasformazioni degli equilibri internazionali e da una rivoluzione tecnologica.

Tutto ciò ha prodotto l’emarginazione di alcuni settori della popolazione e un aumento delle disuguaglianze: fenomeni in parte inevitabili, in parte prodotto di scelte politiche sbagliate. La scommessa che ha portato Trump alla vittoria è consistita nel riuscire ad aggiungere in alcuni Stati chiave queste persone, in buona parte tradizionali elettori democratici, alla massa dei tradizionali elettori repubblicani.

Trump il candidato e Trump il presidente 
Se la coalizione di Trump è eterogenea, il programma lo è ancora di più. Ovviamente dovremo aspettare che emerga l’inevitabile differenza fra il candidato e il presidente, ma alcune indicazioni cominciano a delinearsi.

In primo luogo, sembrano confermati i timori di una svolta radicale rispetto a un ormai lungo percorso di evoluzione politica e culturale per l’affermazione dei diritti civili intesi in senso largo; evoluzione consacrata dall’elezione del primo presidente afro-americano. Per quanto riguarda la politica estera, bisognerà capire se saranno confermate, di fronte a una realtà internazionale che rifiuta di lasciarsi semplificare, alcune indicazioni di forte rottura con la tradizione internazionalista che dura dalla fine della seconda guerra mondiale.

Per la politica economica, se si esaminano le indicazioni programmatiche enunciate durante la campagna, sembrano quasi emergere due Trump. Uno “reaganiano”che promette un forte taglio alle imposte, deregolamentazione in campo finanziario e ambientale, aumento delle spese militari e ridimensionamento di “obamacare”.

C’è però anche un Trump “rooseveltiano” che per risollevare la classe media emarginata promette un grande programma d’infrastrutture, il cui finanziamento è peraltro ancora vago. I due Trump sono palesemente incompatibili fra loro perché l’insieme del programma farebbe esplodere un debito pubblico già oltre i livelli di guardia.

Accanto a ciò, c’è la promessa di un radicale freno all’immigrazione e di una decisa svolta protezionista. Non sappiamo fino a dove vorrà spingersi, ma anche l’America dovrà inevitabilmente fare in conti con l’effetto del protezionismo che, per proteggere settori non competitivi, provoca ritorsioni e tarpa le ali alla parte più dinamica dell’economia.

Del resto, la principale minaccia a parte dell’economia tradizionale non viene dalla globalizzazione, ma dalla tecnologia che nessuno riuscirà a fermare. Per il momento, l’unica certezza che abbiamo è che tutto ciò dovrà essere negoziato con un Congresso a maggioranza repubblicana. È quindi legittimo avanzare la previsione che il risultato finale sarà più “Reagan”, forse con più protezionismo, e meno “Roosevelt”, con buona pace di chi aveva votato contro “la candidata di Wall Street”.

Se questa analisi è corretta e tenendo anche conto che alcuni elementi del programma di Trump (per esempio infrastrutture e protezionismo) erano presenti anche in quello dei democratici, è facile indulgere alla tentazione di pensare che una parte degli elettori che gli hanno dato la vittoria,abbiano votato “contro il proprio interesse”.

Chi solleva questo dubbio è immediatamente accusato di elitismo e di arroganza.C’è tuttavia un altro modo di leggere il voto. Contrariamente a una semplificazione diffusa, i democratici non hanno “perso la classe media”. La maggioranza di quelli che hanno redditi medio-bassi, della popolazione urbana e delle minoranze ha votato per la Clinton.Trump è stato portato alla Casa Bianca dall’elettorato bianco di ogni categoria sociale, donne comprese.

L’esperienza concreta di molte di queste persone è quella di mutamenti economici repentini con la conseguente necessità di accettare impieghi meno qualificati, di crescita delle minoranze mentre i propri figli sono confrontati ad aspettative decrescenti, della messa in discussione di tradizioni e di valori religiosi, dell’arrivo massiccio di immigrati.

D’altro canto, in un mondo che può sembrare un universo parallelo, buona parte della classe media urbana cavalca con profitto il progresso tecnologico e combatte battaglie vincenti per la legalizzazione della marijuana e dei matrimoni omosessuali.

Non importa che molti di questi fenomeni abbiano scarso impatto sulla situazione economica di coloro che si sentono emarginati; non importa che le misure promesse da Trump non serviranno a ridurre le disuguaglianze, ma probabilmente contribuiranno ad allargarle.

La rabbia che irrompe nelle urne ha motivazioni identitarie e culturali prima ancora che economiche. L’errore compiuto dai democratici (e non solo da loro) è stato di non aver capito che di fronte a un cambiamento tumultuoso, la forbice del divario culturale si allargava nella società oltre la soglia di pericolo; in questo senso, l’accusa di arroganza rivolta a un’intera classe dirigente è almeno in parte giustificata.

La lunga crisi economica ha fatto il resto. La coalizione democratica che doveva riunire le donne, le minoranze e la classe media urbana si è rivelata difficile da mobilitare, mentre esplodeva la rabbia della coalizione populista. Si è tentati di pensare ai versi di Yeats: “I migliori non hanno convinzioni / mentre i peggiori sono pieni d’intensa passione”.

Europa debole davanti alla sfida ai suoi valori
Quanto precede è solo in parte un’analisi specificamente americana, ma si può largamente applicare anche all’Europa. È in gioco l’intero sistema di valori interni e internazionali su cui si è retto l’occidente dalla fine della seconda guerra mondiale.

Da questo punto di vista, assume un forte significato il gesto con cui a Berlino Obama, forse scoprendo tardivamente l’Europa, ha consegnato simbolicamente ad Angela Merkel la bandiera della difesa dei valori dell’internazionalismo liberale.

Mai come oggi sarebbe necessaria una risposta unitaria, ma l’Europa affronta questa sfida in condizioni di particolare debolezza. La prevedibile fine della lunga stagione dei bassi tassi d’interesse e le minacce protezioniste renderanno ancora più difficile l’uscita dalla crisi, con il rischio di danneggiare particolarmente i paesi più fragili come l’Italia. Analoghe considerazioni si possono fare per la politica estera sul futuro della Nato, i rapporti con la Russia, l’accordo con l’Iran. I rapporti transatlantici resteranno stretti, ma dovranno essere ridefiniti.

Il cammino perché l’Europa possa completare il processo di riforma, affrontare la sfida dell’immigrazione e la necessità di assumere maggiori responsabilità internazionali, sarà arduo e non scontato. C’è però una premessa senza la quale nulla sarà possibile: i moderati di destra e di sinistra devono acquisire la consapevolezza che la fiducia reciproca non potrà essere ristabilita in assenza, almeno nei principali paesi, di governi stabili al riparo dall’ondata populista.

Nella sua storia della seconda guerra mondiale, Churchill intitolò il capitolo che precede Stalingrado “La loro ora più bella”. Il capitolo seguente ha per titolo “Il riflusso della marea”. I prossimi mesi sono pieni di scadenze elettorali in numerosi paesi. Bisogna prepararsi a perderne alcune, ma la nostra Stalingrado sarà probabilmente nel maggio prossimo a Parigi.

Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, è autore del volume “L'Unione europea: una storia non ufficiale”, Longanesi editore.

USA: la nuova presidenza si affaccia in M.O

Usa 2016 
Trump e il conflitto israelo-palestinese
Lorenzo Kamel
21/11/2016
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L’Università di Ariel (ex “Ariel College”) è sita in un insediamento israeliano posto nel cuore dei territori occupati da Israele a seguito della Guerra dei sei giorni del 1967.

Stando al quotidiano israeliano Calcalist, dal 2007 a oggi ha ricevuto fondi pari a 42 milioni di dollari dalle autorità israeliane, una cifra considerevole se paragonata ad esempio ai 600mila dollari elargiti nello stesso periodo all’Università Ben-Gurion del Negev (dove insegnano numerosi docenti critici delle politiche adottate nei territori occupati).

Per collegare Gerusalemme con i maggiori insediamenti e con istituti come l’“Università di Ariel”, in questi mesi le autorità israeliane stanno investendo per lo sviluppo di una nuova fitta rete tranviaria e ferroviaria.

A dispetto di quanto sovente sostenuto, queste politiche non porteranno (né sono finalizzate) alla creazione di un unico stato tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo in cui tutti i cittadini godano di pari diritti civili e politici.

Risulteranno invece nell’annessione della sola percentuale dei territori occupati ritenuta “utile” (risorse naturali) e funzionale (in termini demografici e di sicurezza) alle politiche israeliane. Come accaduto, mutatis mutandis, nella Striscia di Gaza, milioni di palestinesi e di riflesso gran parte delle loro risorse naturali ne resteranno ermeticamente esclusi.

Trump e il conflitto 
L’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti sembrerebbe rappresentare il tassello in grado di concretizzare i processi di “annessione selettiva” che si stanno delineando. Nelle parole del ministro dell’Economia Naftali Bennett, “Trump’s victory is an opportunity for Israel to immediately retract the notion of a Palestinian state in the center of the country”.

Le dichiarazioni rilasciate dal candidato repubblicano nella parte finale della campagna elettorale sembrerebbero in effetti lasciare poco spazio a dubbi. Oltre a esprimersi in favore del trasferimento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme (Washington sarebbe a quel punto l’unico Paese al mondo ad avere un’ambasciata a Gerusalemme), Trump ha chiarito che gli “insediamenti non rappresentano un ostacolo alla pace”, esortando Israele a costruirne altri.

Fino a marzo del 2016, Trump dichiarava di voler restare “neutrale” e di non volersi esprimere circa i torti e le ragioni delle due parti.

Solo a seguito di enormi finanziamenti elargiti da maggio 2016 dal magnate dei casinò Sheldon Adelson, principale finanziatore della campagna di Trump, si è assistito a un cambiamento netto nel tenore delle dichiarazioni. La pratica e le dichiarazioni elettorali saranno dunque, ancora di più di quanto avviene abitualmente, tutte da verificare.

Un approccio pragmatico
Quanto sta avvenendo in ciò che anche il Dipartimento di Stato Usa indica come “territori occupati” è in parte ricollegabile a questioni connesse alla sicurezza di Israele.

Esse possono tuttavia fare luce solo su un frammento di una realtà più complessa. È sufficiente ricordare che circa il 94% dei materiali prodotti annualmente nelle cave israeliane costruite in Cisgiordania è trasportato in Israele e che milioni di palestinesi - a differenza di quanto accade con i coloni, soggetti a legislazione israeliana - sono giudicati da corti militari israeliane: il 99,74% dei processi si conclude in condanne.

Le autorità israeliane giustificano tale sperequazione di trattamento sostenendo che la Convenzione di Ginevra proibisce di alterare lo status legale di persone presenti in territori occupati. La medesima Convenzione - così come quella dell’Aja del 1907 in relazione allo sfruttamento delle materie prime - viene tuttavia ignorata per quanto concerne il divieto imposto a una potenza occupante di trasferire (ad esempio tramite enormi finanziamenti) parte della propria popolazione in un territorio da essa occupato.

A ciò si sommano considerazioni di carattere più pratico. Caso unico al mondo, milioni di palestinesi sono sprovvisti da mezzo secolo tanto di uno stato quanto di una cittadinanza. Le “potenze occupanti” presenti in contesti come ad esempio il Tibet, Cipro del Nord o il Western Sahara - aventi caratteristiche politicheeconomiche e legalipeculiari rispetto al contesto palestinese - mantengono sì i benefici connessi alle loro “occupazioni”, ma si sono assunte anche alcune responsabilità nei riguardi delle popolazioni assoggettate.

Visti da Washington
Washington è consapevole di questi aspetti e, a dispetto di un sostegno sovente incondizionato, ha adottato alcune contromisure significative. Lo scorso 23 gennaio la U.S. Customs and Border Protection ha pubblicato ad esempio una dichiarazione ufficiale ribadendo che qualsiasi prodotto proveniente dalla Cisgiordania non può essere legalmente etichettato come “Israel”, o “Made in Israel”.

Per l’occasione le autorità statunitensi, pur consapevoli che alcuni insediamenti possano essere mantenuti da Israele nell’ambito di un accordo tra le parti (dunque non stabilito ex ante), hanno citato una nota del Dipartimento del Tesoro del 1997 in cui veniva chiarito che i “goods produced in the West Bank or Gaza Strip shall be marked as originating from ‘West Bank,’ ‘Gaza,’ ‘Gaza Strip,’ ‘West Bank/Gaza”. Le politiche adottate dall’Unione europea e da Washington presentano in questo senso alcuni punti di contatto.

È troppo presto per sapere se l’amministrazione Trump indebolirà o smantellerà questo approccio legale e normativo. Molti segnali lo lasciano supporre, inclusa la presenza di Steve Bannon come capo stratega della nuova amministrazione.

Tuttavia, storicamente, a differenza di quanto si potrebbe presumere, alcuni degli approcci più pragmatici al conflitto sono stati registrati con amministrazioni a guida repubblicana. Per rimanere alle ultime tre decadi, nel 1991 George H.W. Bush fu il primo presidente a trattenere 400milioni di dollari come “rappresaglia” per le politiche israeliane legate agli insediamenti: per contro, nel febbraio 2011, l’amministrazione Obama ha posto il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che indicava gli insediamenti come “illegali” e ha accordato ad Israele una cifra mai toccata in precedenza in finanziamenti militari (3,8 miliardi di dollari l’anno).

L’amministrazione di Bush padre avviò anche il “processo di pace” a cui fu ammessa a prendere parte l’Organizzazione di liberazione della Palestina (Olp). Quella di “Bush figlio” fu invece la prima amministrazione statunitense a riconoscere il diritto del popolo palestinese a costituirsi in Stato.

L’amministrazione Trump e l’establishment repubblicano si muoveranno sullo stesso solco? Dopo la Brexit e l’elezione di Trump è forse più saggio evitare previsioni e trovare conforto nell’ironia di Churchill: “L’abilità in politica consiste nella capacità di prevedere ciò che accadrà domani, la settimana prossima, il mese prossimo, l’anno prossimo. E successivamente nell’essere in grado di spiegare perché non è avvenuto”.

Lorenzo Kamel è responsabile di ricerca allo IAI e Marie Curie Experienced Researcher al Frias. Il suo ultimo libro, "Imperial Perceptions of Palestine: British Influence and Power in late Ottoman Times", ha vinto il Palestine Book Award 2016.

lunedì 21 novembre 2016

USA: tutti si chiedono il perchè. Ma non era il caso di pensarci prima?

Trump presidente
Un uomo senza diga al proprio potere
Giampiero Gramaglia
16/11/2016
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Due anni di tempo per realizzare due programmi: quello del presidente eletto Donald Trump e quello dei repubblicani. L’agenda del magnate è più fluida, funzione dell’umore e del momento; quella del partito è più prevedibile.

Ci sono punti di contatto: la revoca, almeno parziale, dell’Obamacare, la riforma sanitaria dell’Amministrazione democratica. Ci sono punti d’attrito: l’attuazione del ‘piano migranti’, l’erezione del muro e l’espulsione d’irregolari. Ci sono concessioni ai fondamentalisti: la restituzione agli Stati del potere di decisione sull’aborto, riportando indietro gli Stati Uniti di oltre quarant’anni - questo è compito della Corte Suprema, che deve correggere l’impatto di una sentenza del 1973.

Indicazioni che gli analisti esprimono con cautela, dopo che sondaggisti, esperti, giornalisti, tutti siamo stati persino peggio degli economisti, che non ci azzeccano mai, nel leggere l’orientamento degli americani in vista dell’Election Day l’8 Novembre: la vittoria di Hillary Clinton, largamente pronosticata, s’è tramutata in una disfatta, nonostante l’ex first lady abbia ottenuto più voti popolari del suo rivale - ma, nel sistema federale Usa, contano i Grandi Elettori.

Stavolta, gli elettori statunitensi hanno addirittura perso il loro senso dell’equilibrio paradigmatico: Trump e i repubblicani si trovano nelle mani tutto il potere, la Casa Bianca, il Congresso - Camera e Senato -, una netta maggioranza di governatori e di parlamenti statali; e possono inoltre imprimere alla Corte Suprema un orientamento decisamente conservatore – un giudice va nominato al più presto, per riempire il vuoto lasciato dalla morte di Antonin Scalia; e un altro posto sta per rendersi disponibile.

L’unico frangiflutti alla marea repubblicana è quello rappresentato da Yanet Yellen, che guida la Federal Reserve dal febbraio 2014 e che non può essere rimossa fino a fine mandato: nominata da Barack Obama, rispettata da tutti, la Yellen non è però una democratica d’ordinanza, ma piuttosto una tecnica.

Le proteste tardive di giovani (e donne) schizzinosi
Dopo il voto, l’America anti-Trump s’è messa in marcia e non s’è ancora fermata: ci sono state manifestazioni in decine di città e università, centinaia di arresti, un fiume in piena di giovani, donne, neri, ispanici che scandiscono lo slogan ‘Not My President’: sono reduci di Occupy Wall Street e militanti di Black lives matter, sono i Millennials, la cui neghittosità nel giorno del voto, però, è stata determinante, a favore del magnate. Ora vogliono smacchiarsi la coscienza. Ma è tardi.

Se i giovani - e le donne - l’8 Novembre avessero votato numerosi come nel 2008 e nel 2012, oggi Hillary sarebbe il presidente eletto e loro non sarebbero in strada. Invece, la schizzinosità di chi - certo che Trump non ce l’avrebbe fatta - non è andato alle urne perché orfano di Bernie Sanders o perché non in sintonia con l’ex first lady ha messo le sorti dell’America nella mani di baby-boomers ormai pensionati o quasi, bianchi e maschi, consegnando la vittoria allo showman e alla sua cerchia di familiari, lobbisti e razzisti.

New York e Los Angeles hanno registrato le contestazioni più numerose, Portland in Oregon quelle più virulente. Il movimento coinvolge meno il Sud, le Grandi Pianure, le Montagne Rocciose, l’America più conservatrice ed evangelica, che Trump presidente l’ha voluto o se n’è fatta subito una ragione.

In chi manifesta, e in chi ne condivide la protesta, c’è il timore che Trump possa tradurre in pratica la deriva xenofoba, razzista e sessista sventolata durante la campagna elettorale. Si teme anche che prendano ulteriore vigore i gruppi suprematisti bianchi: il Ku Klux Klan, esagerando, si attribuisce un ruolo decisivo nell’elezione del magnate e annuncia un meeting a Charlotte, North Carolina, mentre sui muri delle città compaiono scritte inquietanti, ma non sorprendenti: "Rendiamo l'America bianca grande di nuovo", versione razzista dello slogan presidenziale.

I repubblicani fanno bingo, i democratici senza leader
La stampa americana risale indietro nel tempo, anche di un secolo, chiedendosi se e quando, vi sia mai stato un tale allineamento partitico dei tre poteri, l’esecutivo, il legislativo, il giuridico. Va, però, detto che i confronti sono difficili ed aleatori: il numero degli Stati varia, le modalità elettive del Senato pure. Nel recente passato, è accaduto a tutti e tre gli ultimi presidenti di avere dalla loro, almeno per un biennio, tutto il Congresso.

Il partito repubblicano, che pareva a pezzi, condannato alla minoranza dall’evoluzione demografica e diviso al proprio interno fra moderati, Tea Party, evangelici si ritrova padrone di tutto: con Trump, che doveva esserne l’esecutore testamentario, è risorto e ha fatto bingo, raccogliendo consensi che non aveva mai avuto (e che forse non avrà mai più).

Il partito democratico, che pareva destinato a tenere la presidenza e a riprendersi almeno il Senato, si ritrova con zero potere e senza squadra dirigente, perché nessuno dei suoi leader sarà spendibile nel 2020: Hillary Clinton è bruciata, dopo i flop 2008 e 2016; John Kerry è bruciato dal 2004; Bernie Sanders sarà troppo vecchio, come Joe Biden. E, se il mantra è il cambiamento, bisogna trovare qualcuno che lo rappresenti: Elizabeth Warren ha il volto giusto, ma l’età è un handicap - avrà 71 anni, uno in più di Trump oggi.

Il New Yorker s’interroga su come il partito democratico possa uscire da questo incubo. La riscossa non potrà venire, se verrà, prima delle elezioni di mid term del 2018, quando le carte del Congresso potrebbero rimescolarsi.

Cambio di passo tra candidato e presidente?
Altroché cambio di passo, tra il candidato e il presidente: Trump, nella terra di mezzo tra l’elezione e l’insediamento, non abbandona il populismo. E l’ipotesi di un disimpegno degli Usa dagli accordi sul clima crea ansia e panico a livello planetario, proprio quando l’Onu diffonde i dati più allarmanti sul riscaldamento globale.

Preso in un vortice di interviste e telefonate, il presidente eletto annuncia che il suo stipendio sarà d’un dollaro l’anno, mentre anche i think tank conservatori s’interrogano su fattibilità ed efficacia d’alcune sue ricette, come il muro e le espulsioni.

Nel suo dire e fare post-voto, Trump fa il pendolo tra conferma della linea anti-establishment e ricerca di compromesso con i moderati: blandisce il presidente Obama, ma vuole smantellarne l’eredità; lusinga a modo suo Bill Clinton (“Ha talento”) e tranquillizza Hillary (l’inchiesta per sbatterla in carcere, minacciata nei dibattiti, non è una priorità); sceglie una colomba come capo dello staff alla Casa Bianca - Reince Priebus, uomo del partito - e un falco come “stratega e consigliere” - Stephen Bannon, un razzista.

Trump esce confortato da un colloquio telefonico con Vladimir Putin: rispetto reciproco e reciproca non ingerenza negli affari interni sarebbero i punti fermi del nuovo rapporto Usa-Russia. Invece, non dà eco ai messaggi dei leader dell’Ue e della Nato e riceve a casa sua il dandy euro-scettico Nigel Farage, l’artefice della Brexit, mentre il presidente Obama trova in Europa interrogativi cui non sa rispondere e inquietudini che non può stemperare.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.

mercoledì 16 novembre 2016

Colombia: ogni sforzo per la pace

America latina
Colombia, la pace possibile
Carlo Cauti
14/11/2016
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Il governo di Bogotà non ha perso tempo per annunciare una nuova intesa negoziata con le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (Farc). La firma arriva a sei settimane dalla bocciatura alle urne dell’accordo di pace con un margine del 50,2%. Un risultato che ha smentito tutti i sondaggi.

Tuttavia, immediatamente dopo il voto è apparso chiaro a tutti che solo un nuovo compromesso con la guerriglia avrebbe potuto spezzare il circolo vizioso della violenza, liberando il Paese dalla sua prigione chiamata destino ed evitando flagelli ancora peggiori.

Il secondo accordo - ottenuto grazie alla mediazione delle diplomazie di Cuba e Norvegia - include quasi tutte le proposte portate avanti dall’opposizione durante la campagna del "no", tranne quella di impedire alle Farc di candidarsi alle elezioni politiche. Non è stato ancora deciso se l'intesa verrà sottoposta ad un nuovo referendum o soltanto ad un voto in Parlamento.

250 mila morti in 52 anni
Analizzando a freddo il risultato della consultazione popolare che ha rigettato il primo accordo, il dato più impressionante è il 63% di astensione. Benché non siano andati a votare, è evidente che non vi sono, né potrebbero esserci, tre quarti dei colombiani a favore del proseguimento del conflitto armato più lungo dell’America Latina.

La spirale di brutalità che da oltre 52 anni devasta il Paese, con oltre 250 mila morti, centinaia di migliaia di feriti, sequestrati e ricattati, porta con sé, oltre alle azioni terroristiche, anche ostacoli all’economia. Vaste regioni sono paralizzate dalle azioni di gruppi armati, l'insicurezza regna e la letale alleanza tra guerriglia e narcotraffico è fonte di enorme corruzione istituzionale e sociale.

Il voto negativo e l’astensione non significano il rifiuto della pace. Ma il rifiuto di quella pace. Esprimono un profondo scetticismo sul contenuto dell’accordo, nel quale una grande maggioranza dei colombiani vedeva le Farc, benché sconfitte sui campi di battaglia, come le grandi vittoriose sul tavolo negoziale, avendo ottenuto concessioni percepite come eccessive e ingiuste.

I colombiani hanno rifiutato salvacondotti ai capi di una guerriglia sanguinaria e degenerata così come hanno rigettato privilegi nella trasformazione delle Farc da movimento sovversivo a forza politica. Un esempio su tutti: il sussidio economico statale, previsto nel primo accordo, che sarebbe stato erogato a membri di un gruppo armato che ha obbligato 6,9 milioni di colombiani ad abbandonare le proprie case. Evidentemente inaccettabile.

Un conflitto fuori dal tempo
Le reazioni immediate, tanto del governo come delle Farc, indicano che da nessuna delle parti c'è l'intenzione di riprendere le armi. Subito dopo il voto, oltre alle dichiarazioni di circostanza del presidente Juan Manuel Santos, fresco di premio Nobel per la Pace, e del leader della guerriglia Rodrigo Londoño “Timochenko”, si è passati ai fatti.

Le Farc si sono ritirate da diverse regioni, come quella di Llanos del Yarí nel Departamento del Meta, rispettando gli impegni presi con il trattato rigettato dalle urne. Da parte sua, Santos ha incontrato il suo predecessore Álvaro Uribe, a capo del fronte del “no”. Il compromesso bipartisan raggiunto ha dato vita al nuovo accordo. La strada della pace sembra essere un cammino obbligato. Per fortuna.

D’altronde, le stesse cause del confronto hanno smesso di avere un senso dopo la fine della Guerra Fredda. Fa impressione vedere le fotografie dei leader della guerriglia, all’Avana, con le loro impeccabili gayaberas bianche, i sigari tra le labbra e i bicchieri di rum a portata di mano, mentre guardano in televisione il conteggio dei voti.

Non sembrano combattenti nostalgici della dura vita nella foresta, ma un gruppo di uomini invecchiati e stanchi, consci che in fondo (anche se non lo ammetteranno mai) quello che rappresentano è ormai fuori dal tempo e dalla storia, condannato irrimediabilmente a sparire. Se non fosse così non vi sarebbero le condizioni per un accordo di pace.

Tirando le conclusioni sul referendum, la popolarità delle Farc, che in alcuni momenti della storia del conflitto armato è arrivata ad essere abbastanza alta, è crollata. Una nitida maggioranza della popolazione colombiana non crede più a quello che il gruppo armato fa o dice.

E l’aspirazione di questa maggioranza è che le Farc escano non solo dalle montagne e dalla Foresta Amazzonica, ma anche dalla vita politica. Per i guerriglieri sarà necessario molto sforzo e duro lavoro politico per recuperare un ruolo rilevante nella Colombia del futuro.

Transizione democratica
Il nuovo accordo è stato raggiunto in maniera sorprendentemente rapida. Il che dimostra che le ragioni del “no” non erano affatto pretestuose, così come, evidentemente, le concessioni alle Farc erano eccessivamente generose.

Questo nuovo accordo, se diverrà definitivo, sarà l’ulteriore prova che è possibile pacificare regioni dove la violenza pare incancrenita. È già successo in America Centrale e in Irlanda del Nord, dove coloro che si ammazzavano con ferocia fino a pochi anni fa oggi coesistono, si ambientano e giocano nell’arena democratica.

L’importante è essere consapevoli che la vecchia idea che ha mobilizzato tanti giovani negli anni ’60 e ’70, ovvero che la giustizia sociale si fa sulla punta delle baionette, oggi è definitivamente sotterrata.

Chi è morto ammaliato da quest’illusione messianica non ha contribuito per niente a ridurre la povertà e le disuguaglianze, servendo solo da pretesto per l’instaurazione di dittature militari atroci, per l’assassinio di migliaia di innocenti e per ritardare ancora di più la lotta al sottosviluppo.

In America Latina rinasce, da questo profluvio di rivoluzioni e controrivoluzioni, l’idea che, alla fine, la democrazia è l’unico sistema che produce vero progresso, impedisce la violenza e crea le condizioni di coesistenza pacifica che permettono la soluzione effettiva dei problemi sociali.

E questo è il presupposto per disinnescare tutte le guerriglie e poter stipulare accordi di pace permanenti. È meno spettacolare di quanto desiderato dagli impazienti giustizieri sociali, ma giudicando con i piedi ben piantati a terra, quali sono i modelli rivoluzionari di successo?

Carlo Cauti è un giornalista italiano di base a São Paulo del Brasile.

USA: incognite ed insicurezza

Usa 2016
Dagli Usa all’Ue, un preoccupante vento populista 
Gianni Bonvicini
14/11/2016
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Passato lo shock iniziale dell’inaspettata vittoria di Donald Trump stiamo assistendo allo spargimento di una robusta dose di melassa per addolcire il significato di questo controverso risultato
 elettorale.

I salotti delle nostre Tv diffondono messaggi tranquillizzanti del tipo: un presidente è diverso dal candidato che ha spaventato mezzo mondo; nel sistema costituzionale americano esistono robusti contrappesi al potere del presidente; la realtà finirà per prevalere sugli slogan, spesso assurdi, della campagna elettorale; e così narrando. Ma a nostro sommesso avviso le cose stanno in modo un po’ diverso.



L’onda populista si propaga
Donald Trump rappresenta una radicale rottura nel sistema politico americano. La sua candidatura è maturata contro lo stesso establishment del partito repubblicano, che fino all’ultimo istante ha cercato di togliere il proprio appoggio a Trump.

Egli rappresenta infatti un modello estremo di antipolitica generato all’interno del proprio partito, quello repubblicano appunto, dalle grandi tradizioni democratiche. Segnala, in altre parole, la degenerazione del sistema dei partiti. Questa non è davvero una novità da noi in Europa. Ma che ciò avvenga all’interno della maggiore potenza mondiale non è un fatto tranquillizzante.

Anzi, il grande vento dell’antipolitica che oggi spira negli Usa finirà per trasformarsi in una tempesta anche in Europa. Come succede da sempre. Sia che si tratti della crisi finanziaria nata nel 2008 negli Stati Uniti e approdata qualche anno dopo da noi. Sia che si tratti di una tendenza culturale o d’altro tipo, nata oltre atlantico e poco dopo diffusasi in Europa.

Insomma, il populismo rappresentato da Donald Trump non si esaurirà all’interno delle mura della Casa Bianca. La sua filosofia (termine inappropriato da applicare a Trump) si alimenta di nazionalismo, di chiusura dei confini agli immigrati e al commercio, di rifiuto del diverso e del principio di solidarietà.

Una tempesta di individualismo, egoismo, xenofobia si abbatterà sulle nostre società e sui nostri sistemi politici. Già si avvertono questi preoccupanti segnali. La crescita di una destra anti sistema si sta manifestando in modo impetuoso nei paesi del Centro Europa, dalla Polonia all’Ungheria, e perfino nell’Europa del Nord, in Svezia e Finlandia dove nel giro di pochi anni si sono rotti gli schemi del tradizionale sistema partitico, di un’alternanza fra conservatori e riformisti.

Feeling tra giovani e destra nazionalista-fascista
Ma il fenomeno più preoccupante riguarda l’elettorato giovanile che esprime una forte propensione a sposare la causa della destra nazionalista e razzista. Tipico l’esempio dell’Ungheria dove la maggioranza dei giovani, anche universitari, si è spostata ancora più a destra del partito euroscettico del premier Viktor Orban, dando vita ad una formazione chiamata Jobbik

C’è da chiedersi quali siano le ragioni di questa rivoluzione politica che sta contagiando gli Stati Uniti e l’Unione europea. Esse vanno in parte fatte risalire al disagio economico e di prospettiva che tocca le giovani generazioni e che si manifesta anche nel progressivo impoverimento delle classi medie.

Ma al di là di queste spiegazioni, piuttosto diffuse e condivise, vi è anche una grave responsabilità delle èlite politiche e dei partiti tradizionali: l’avere perduto nel tempo la capacità educativa nei confronti dei propri elettori e del popolo in generale.

Funzione fondamentale dei leader politici, quella di sapere spiegare alla gente le scelte da fare, i sacrifici da affrontare, gli obiettivi da raggiungere. Ma per ottenere il sostegno popolare è necessario parlare con il linguaggio della verità, della responsabilità e della condivisione. Se non si è in grado di dialogare con la testa della gente, allora sarà la pancia a dettare il futuro politico di un paese.

Ed è quello che sta succedendo con Trump e che già si è manifestato con la Brexit in Gran Bretagna, con la crescita dei movimenti populisti in tutti i paesi dell’Unione e con l’emergere di sentimenti xenofobi e di chiusura. È questo il vero rischio che corriamo con un Trump alla Casa Bianca.

Salvini, Grillo e Meloni entusiasti della vittoria di Trump
Questo forte vento americano potremo sentirlo molto presto. Un primo test saranno le elezioni del 4 dicembre in Austria, ove sono molto cresciute le probabilità di vittoria di Norbert Hofer, candidato nazionalista e razzista.

E poi a seguire le elezioni in Olanda con la minaccia dell’affermazione dell’antieuropeo Geert Wilders. O ancora l’appuntamento in Francia alle presidenziali di primavera con una Marie Le Pen ringalluzzita dall’affermazione di Trump.

E perfino le elezioni d’autunno in Germania con gli estremisti di Alternative fur Deutschland in crescita soprattutto nell’est del paese. E che dire poi del prossimo referendum costituzionale in Italia, con i vari Salvini, Grillo e Meloni entusiasti della vittoria di Trump?

C’è solo da sperare che i sondaggi che oggi danno in vantaggio il no sbaglino ancora una volta clamorosamente, come è successo in Gran Bretagna per la Brexit e negli Stati Uniti con Trump.

Ma a parte le battute, il vero problema che si pone oggi anche in Italia è il futuro dei partiti e della loro capacità di portare avanti un impegno di riformismo, parlando alla testa della gente per convincerla della bontà della proposta.

È quindi necessario che i leader politici, a cominciare da Matteo Renzi, facciano un rapido esame autocritico per potere correre ai ripari prima che sia troppo tardi. Altrimenti saranno l’irrazionalità e il grande vento populista a dettare la scelta degli elettori.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Adige.

Gianni Bonvicini è vicepresidente vicario dello IAI.

venerdì 11 novembre 2016

USA: il meaculpa degli analisti

Usa 2016
Trump presidente, wait and see
Jean-Pierre Darnis
10/11/2016
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La vittoria di Donald ha colto molti di sorpresa in primis per una ragione oggettiva, ovvero la difficoltà ad interpretare la pancia del Paese attraverso i sondaggi che hanno decisamente sottovaluto il fenomeno.

Vi è anche una ragione soggettiva che ha condizionato commentatori ed analisti, ovvero la loro forte identificazione con la candidatura di Hillary Clinton e il rifiuto della candidatura di Trump, spesso percepita e presentata come impraticabile perché politicamente scorretta.

Il sostegno maturato attorno alla candidatura di Trump doveva però portare gli analisti a prendere più seriamente la sua candidatura, non escludendo una vittoria, come fatto su questa testata durante l’estate.

La democrazia Usa non è a rischio
Con l’insediamento di Trump bisognerà ora rivedere l’interpretazione del fenomeno Trump, adottando nuove lenti per leggere la sua presidenza. La delusione seguita alla disfatta di Clinton è tale fra l’intelligentsia e l’establishment americano, ma anche all’interno di quello europeo, che risulta difficile scendere dal carro partigiano per tornare alla valutazione delle politiche, anche nella loro dimensione internazionale.

Bisogna però procedere ricordando una serie di capisaldi. Prima di tutto va sottolineato la solidità delle istituzioni Usa con un potere ben articolato fra esecutivo, legislativo e giudiziario. Tra l’altro, già in un passato recente abbiamo assistito alla vittoria di personalità che non rispettavano i criteri canonici dell’establishment politico statunitense, ad esempio Ronald Reagan, senza che questo significasse un’interruzione della democrazia americana.

Il presidente non governa da solo, ma deve rapportarsi con il Congresso che ormai resterà a maggioranza repubblicana. Si tratta certo di uno schieramento monocolore ma che non appare però come il “partito del presidente”, visti i numerosi screzi fra i responsabili del partito e Trump che per certi versi ha preso all’arrembaggio questo partito.

Ci sarà quindi una dialettica fra Presidenza e parlamento che produrrà esiti diversi dagli slogan di campagna.

Il successo della campagna anti-establishment di Trump
La campagna di Trump è stata vinta con un forte discorso identitario, invocando il ritorno al primato americano. Questo tipo di inclinazione nazionalista spinge oggi molti a temere un isolazionismo nonché la rottura di una serie di alleanze o addirittura l’uscita dai quadri multilaterali.

Certamente questo tipo di messaggio si è riscontrato in una campagna con toni anti-establishment che sconfinavano spesso nella xenofobia. Ma non bisogna però programmare a tavolino le politiche della presidenza Trump prima che vengano decise e attuate, come se si proseguisse una campagna elettorale che da toni catastrofici dovesse necessariamente portare alla catastrofe.

Vanno evitatele profezie auto realizzatrici che contribuiscono a considerare la futura presidenza in termini di rottura nociva o instabilità. E' quindi urgente aspettare.

In aggiunta, si possono sin da ora ricordare alcuni elementi che aiutano a relativizzare i messaggi della campagna. In primis va ricordato che parecchie promesse fatte in campagna elettorale restano tali quando si va al potere. Secondo, Trump era un candidato con un ristretto team che si è imposto al partito repubblicano. Adesso che è presidente dovrà appoggiarsi su un numeroso staff con competenze articolate e all’interno di una dialettica politica con il Congresso.

Ci saranno certamente alcune evoluzioni interne, a partire dalla nomina del giudice della corte suprema che deve sostituire Scalia. Già questa nomina potrebbe imporre un tono sicuramente conservatore su questa importante istituzione, con conseguenze sulle questioni dei diritti fondamentali.

Ci saranno poi conseguenze sulle politiche sociali ed economiche. La crescita della disuguaglianza è stata una delle principali tematiche della campagna di Trump. come del resto di quella di Bernie Sanders. Ciononostante, non si riesce a immaginare una presidenza Trump con una svolta sociale se non addirittura socialista.

La paura dell’isolazionismo di Trump
Nel contesto internazionale molti temono l’isolazionismo della futura presidenza Trump. Anche le considerazioni sul potenziale isolazionismo vanno però prese con le pinze. Accanto a questioni di forte simbologia come quella dell’immigrazione proveniente dal Messico, certamente Trump è una figura business friendly che difficilmente smonterà il quadro commerciale e di prosperità legato ad accordi multilaterali.

Tra l’altro, già nelle vesti di candidato Trump appariva spesso come quello della vecchia industria e dell’immobiliare di fronte alle aziende di tecnologia e media californiane tradizionalmente vicine al campo democratico.

Ma quell’enorme serbatoio di investimenti e di ricerche, anche legato all’avanzamento tecnologico della sicurezza nazionale statunitense, difficilmente può essere ignorato dal potere federale, con tutte le implicazioni in termini di relazioni internazionali (commercio ma anche regolamentazione).

In generale poi, i repubblicani hanno spesso mostrato una loro prudenza nell’intervenire negli affari del mondo, per poi non esitare nell’adoperare strumenti militari nei confronti di nemici che minacciavano interessi o alleanze statunitensi nel globo.

La presidenza Trump apre una nuova era, con una serie di attese da parte di un elettorato che spera in segni di ripresa del discorso identitario, quel racconto che imparenta tutti con i discendenti della Mayflower e che ristabilisce il senso del primato americano, o in modo più corretto, l’auto percezione positiva che gli americani hanno della loro storia e del loro modo di vivere.

Questa rivisitazione potrebbe essere comunque difficile da realizzare nel contesto del ventunesimo secolo. Esiste quindi un eventuale rischio di immobilismo da parte della presidenza Trump, ma questo non dovrebbe poi destare troppe preoccupazioni. Wait and see.

Jean-Pierre Darnis è professore associato all'università di Nizza e direttore del Programma di ricerca su sicurezza e difesa dello IAI (Twitter: @jpdarnis).

USA. Una campagna elettorale squallida

Usa2016
Hillary vs Donald, finale di partita velenoso
Giampiero Gramaglia
06/11/2016
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È stata una campagna elettorale mediocre e cattiva. Ma il finale è stato molto peggio di tutto quello che s’era visto prima: colpi bassi; accuse personali; la discesa in campo di personaggi decisamente marginali, come il direttore dell’Fbi James Comey e l’uomo in boxer, Anthony Weiner, diventati protagonisti tanto inattesi quanto determinanti.

Dopo il terzo dibattito in diretta televisiva, la partita tra la democratica Hillary Clinton e il repubblicano Donald Trump, era ancora aperta, ma orientata. Invece, la riapertura inopinata dell’inchiesta dell’Fbi, già archiviata, sull’emailgate ha rovesciato l’inerzia dall’avvicinamento al voto a favore del magnate, mentre l’ex first lady fatica a mantenersi a galla.

È un po’ come se l’arbitro si sia messo a fischiare a senso unico, nelle ultime battute d’un match non ancora deciso. Anche la decisione di sabato sull’Arizona, uno degli stati in bilico, va contro Hillary e a favore di Donald: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha avallato la legge, voluta dai repubblicani e bloccata da una Corte d’Appello federale, che proibisce il voto anticipato.

Un handicap per i democratici, perché sono soprattutto neri e ispanici a ricorrere al voto anticipato: due ‘constituencies’ pro-Clinton cruciali in uno Stato potenzialmente decisivo.Ottobre di sorprese, nella campagna, non ne ha portate una sola; e la coda di novembre s’è pure rivelata velenosa.

Una settimana frenetica, allarmi, paure, minacce
L’ultima settimana prima dell’ElectionDay, negli Stati Uniti è stata tesa e frenetica. Queste sono divenute elezioni da paranoia: un incubo, tra chi grida ai brogli, chi apre inchieste, chi ne conduce di soppiatto, chi razzia mail e chi le diffonde - gli hacker e Wikileaks. Un clima che favorisce il candidato repubblicano, più incline a gettarla in rissa, sulla rivale democratica, più precisa sui contenuti e a disagio quando si gioca ad alzare i toni. .

L’Amministrazione statunitense si fa megafono del timore di un attacco di hacker massiccio, dalla Russia o da altrove, il giorno del voto, per gettare nel caos la democrazia Usa e mostrarne le fragilità, almeno tecnologiche - quelle sostanziali le ha già evidenziate la campagna. .

L’intelligence mette in guardia dal rischio di un attacco dei terroristi di Al-Qaida - una cellula, o dei lupi solitari - che potrebbero colpire lunedì in Texas, o in Virginia, o a New York.

E l'Fbi, da una settimana protagonista assoluto e schierato della campagna, starebbe indagando su falsi documenti volti a screditare la Clinton nell'ambito della più ampia indagine sui presunte interferenze russe.

Verso il 20 gennaio
Oltre18 mesi di campagna elettorale - il 22 marzo 2015, Ted Cruz, senatore del Texas, repubblicano, annunciava per primo la candidatura alla nomination -, quasi sei mesi di primarie e caucuses da gennaio a giugno, due convention, tre dibattiti presidenziali non condurranno, almeno formalmente, alla parola fine martedì prossimo.

La sera dell’ElectionDay, però, si saprà chi sarà il 45° presidente degli Stati Uniti, salvo strascichi stile Florida 2000 tra George W. Bush e Al Gore: se per la prima volta una donna o per la prima volta una figura che non ha mai ricoperto un incarico pubblico né affrontato un voto popolare.

Seguendo un preciso e complesso rituale costituzionale, le procedure per l’elezione del presidente andranno comunque avanti, dopo l’8 Novembre: il giorno chiave sarà mercoledì 19 dicembre, mentre l’insediamento avverrà venerdì 20 gennaio 2017.

La procedura e i Grandi Elettori
La Costituzione statunitense prevede che le elezioni si svolgano il martedì che segue il primo lunedì di novembre: dunque, quest’anno, l’8. Si vota per il presidente e il vicepresidente e per rinnovare parzialmente il Congresso: tutta la Camera, 435 seggi - oggi, 247 repubblicani e 188 democratici -, e un terzo del Senato, 34 seggi - 24 repubblicani e 10 democratici - su 100 - oggi, 54 repubblicani, 44 democratici e due indipendenti che votano per lo più democratico -, oltre a 12 governatori - sette democratici e cinque repubblicani - su 50.

I mandati dei deputati durano due anni; quelli dei senatori sei: gli uni e gli altri sono rinnovabili senza - ma Trump vorrebbe rivedere questa norma. I mandati dei governatori durano quattro anni e sono rinnovabili una sola volta.

Tradizionalmente, ci sono, inoltre, migliaia di consultazioni statali e locali e decine - o persino centinaia - di referendum statali e locali. Gli elettori, in genere, devono districarsi fra le schede, che siano moderne, elettroniche, o ancora con il vecchio, e contestato, sistema della punzonatura.

Nei singoli Stati e nel Distretto di Colombia, dove sorge Washington, i votanti non eleggono direttamente il presidente, ma un collegio di Grandi Elettori in numero pari, per ogni Stato, alla somma dei senatori, due per ciascuno Stato, e dei deputati, variabili in funzione della popolazione.

Il collegio elettorale si compone di 538 Grandi Elettori. Il numero minimo di Grandi Elettori per uno Stato è tre: Alaska, Delaware, Montana, North e South Dakota, Vermont, Wyoming e Distretto di Columbia. Il numero massimo è 55 (California), davanti a Texas 38 e New York 29. I numeri dei Grandi Elettori Stato per Stato vengono periodicamente adeguati alle variazioni demografiche.

I collegi dei Grandi Elettori si riuniscono Stato per Stato il primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre: quest’anno, il 19 dicembre. I Grandi Elettori procedono a votazioni separate per il presidente e il vicepresidente. La norma vuole che, in tutti gli Stati, tranne Maine e Nebraska, tutti i voti dei Grandi Elettori vadano ai candidati che hanno ottenuto più voti popolari in quello Stato. Nel Maine - 4 - e nel Nebraska - 5 -, i voti sono contati nei singoli distretti elettorali.

I risultati delle votazioni del 19 dicembre vengono trasmessi all'Ufficio del Registro federale, dove il Congresso li verifica entro la fine dell’anno.All’inizio di gennaio del 2017, il nuovo Congresso siede in sessione plenaria congiunta e procede al computo ufficiale dei voti elettorali. Il presidente del Senato annuncia l’esito delle elezioni e proclama il presidente eletto, se è stata raggiunta la maggioranza necessaria, cioè 270 Grandi Elettori su 538.

Se così non fosse, toccherà alla Camera eleggere il presidente a maggioranza, votando per delegazioni di Stati, fra i tre candidati che hanno ottenuto più voti, e al Senato eleggere il vicepresidente, scegliendo fra i due candidati che hanno avuto più voti.

Venerdì 20 gennaio, il processo si completa: il presidente e il vice-presidente prestano giuramento nelle mani del presidente della Corte Suprema ed entrano nel pieno delle loro funzioni. Saranno passate più di dieci settimane dall’ElectionDay. E chissà se l’inchiesta dell’Fbi sulle mail si sarà conclusa.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.

Hillary - Chi la vota, il bianco è suo

Donald - Chi lo vota, i bianchi sono suoi