Master 1° Livello

MASTER DI I LIVELLO

POLITICA MILITARE COMPARATA DAL 1945 AD OGGI

Dottrina, Strategia, Armamenti

Obiettivi e sbocchi professionali

Approfondimenti specifici caratterizzanti le peculiari situazioni al fine di fornire un approccio interdisciplinare alle relazioni internazionali dal punto di vista della politica militare, sia nazionale che comparata. Integrazione e perfezionamento della propria preparazione sia generale che professionale dal punto di vista culturale, scientifico e tecnico per l’area di interesse.

Destinatari e Requisiti

Appartenenti alle Forze Armate, appartenenti alle Forze dell’Ordine, Insegnanti di Scuola Media Superiore, Funzionari Pubblici e del Ministero degli Esteri, Funzionari della Industria della Difesa, Soci e simpatizzanti dell’Istituto del Nastro Azzurro, dell’UNUCI, delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, Cultori della Materia (Strategia, Arte Militare, Armamenti), giovani analisti specializzandi comparto geostrategico, procurement ed industria della Difesa.

Durata e CFU

1500 – 60 CFU. Seminari facoltativi extra Master. Conferenze facoltative su materie di indirizzo. Visite facoltative a industrie della Difesa. Case Study. Elettronic Warfare (a cura di Eletronic Goup –Roma). Attività facoltativa post master

Durata e CFU

Il Master si svolgerà in modalità e-learnig con Piattaforma 24h/24h

Costi ed agevolazioni

Euro 1500 (suddivise in due rate); Euro 1100 per le seguenti categorie:

Laureati UNICUANO, Militari, Insegnanti, Funzionari Pubblici, Forze dell’Ordine

Soci dell’Istituto del Nastro Azzurro, Soci dell’UNUCI

Possibilità postmaster

Le tesi meritevoli saranno pubblicate sulla rivista “QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO”

Possibilità di collaborazione e ricerca presso il CESVAM.

Conferimento ai militari decorati dell’Emblema Araldico

Conferimento ai più meritevoli dell’Attestato di Benemerenza dell’Istituto del Nastro Azzurro

Possibilità di partecipazione, a convenzione, ai progetti del CESVAM

Accredito presso i principali Istituti ed Enti con cui il CESVAM collabora

Contatti

06 456 783 dal lunedi al venerdi 09,30 – 17,30 unicusano@master

Direttore del Master: Lunedi 10,00 -12,30 -- 14,30 -16

ISTITUTO DEL NASTROAZZURRO UNIVERSITA’ NICCOL0’ CUSANO

CESVAM – Centro Studi sul Valore Militare www.unicusano.it/master

www.cesvam.org - email:didattica.cesvam@istitutonastroazzurro.org

America

Traduzione

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

This blog is written in Italian, a language base. Those who wish to translate into another language, may use the opportunity of the function of "Translation", which is reported in the pages.

America Centrale

America Centrale

Medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 su questo stesso blog seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo
adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità dello
Stato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento a questo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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lunedì 23 aprile 2018

Colombia: prospettive


La solitudine della piazza colombiana tra bocciature interne e promozioni internazionali
Colombia si muove nella piazza pubblica

di MARTHA ALVAREZ
Ora che il mondo ritorna multipolare e che il fracasso della visione unipolare e globalista del liberalismo è evidente nelle nuove scelte geopolitiche che i popoli sovrani stanno affrontando. Ora che sulle forze populiste si tessono i nuovi nazionalismi: Italia ha Grillo e la nazione vive la disfatta riformista della Costituzione proposta dal governo; gli Stati Uniti navigano nell’incertezza delle proprie scelte; la Russia è ritornata a essere un impero zarista, la Gran Bretagna ha la Brexit da pilotare; la Cina riconferma di Xi Jinping al governo per dare stabilità alla nazione leader dell’economia mondiale. Ora che nel Brasile la presa del potere por parte di Michel Temer, ha avviato numerose riforme generando le proteste popolari che ogni settimana stanno travolgendo la nazione sudamericana; lì vicino, in Colombia, non poteva mancare la tempesta che si è alzata dopo la sconfitta del ‘Sì’ al referendum, che ha spinto i cittadini a scendere nelle piazze a premere sul governo, le forze contrapposte degli alzati in armi e i promotori del ‘No’, a fare la scelta tra salvare gli Accordi già firmati lavorandoci sopra o a ricominciare d’accapo.
Dove i governi ricercano la sicurezza, essi si trovano l’instabilità geografica, che diffonde paure mondiali finanziate con pochi euro. Ora, quando i popoli che amano e ricercano la giustizia sono soffocati nell’avarizia e intrappolati nelle barriere dell’egoismo, si strozzano nell’architettura delle rogatorie e dei Trattati internazionali. In solo 40 giorni e ancora nella ospitalità della controversa Cuba, sulle 297 pagine del vecchio patto, nell’impronte delle sui righe hanno scritto le 310 pagine, che ora devono essere passate dalla carta alla vita reale con l’implementazione.
Ora che i popoli hanno una più incidente ricerca dei propri nazionalismi e di leader che diano identità alle genti delle regioni; ora che i dispersi nelle differenti nazioni in quanto non sono stati considerati nel momento che le potenze li hanno divisi cercano capi e rappresentanti; e ciononostante le frammentazioni interne, tutte le nazioni aderiscono ai problemi della globalizzazione: la risoluzione dei problemi ambientali, la ricerca di pace, giustizia, sicurezza e benessere. È per questo che dovrebbe prevale i principi d’uguaglianza e di responsabilità tra le genti. Ora, più che mai, la società colombiana vuole la pace e la comunità internazionale così lo ha compreso.
Il Presidente dopo la bocciatura avuta nel referendum del 2 ottobre, ha continuato instancabilmente a lavorare ascoltando le parti, riuscendo in breve tempo nell’intento d’avviare tutti i suoi sforzi diplomatici e legali che li sono stati conferiti per il raggiungimento di un ‘Nuovo Accordo’ di Pace con l’organizzazione guerrigliera più longeva del pianeta: Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia le “FARC”. E un nuovo equo accordo è stato avviato e raggiunto, in un dialogo in grado di soddisfare tutte le componenti del popolo colombiano. Dopo aver ricevuto il premio Nobel per la Pace, Juan Manuel Santos, senza dubbio, passa alla storia come figura di libertà.
Ora che la geopolitica crea barriere materiali e immateriali e tuttavia, diventa di flussi e movimentazioni biopolitiche; in momenti in che i conflitti nazionali e regionali sono globalizzati, il bisogno di pace della Colombia passa a essere voce da bar, da salotto e di tutti i cittadini di questo Pianeta, e indifferenti o no, si rispolverano le parole del caudillo colombiano, la cui morte diede avvio allo spirale della violenza che ha occupato la comunità internazionale amica della Colombia. Jorge Eliecer Gaitàn ferventemente aveva detto: “è vicino il momento in qui vedremo se è il popolo a comandare, se è il popolo a ordinare, se il popolo è il popolo e non una moltitudine di servi”.
Le piazze ritornano allo loro funzione vitale per la democrazia; ora, quando la geografia sembrava stabilita d’una volta per tutte e le frontiere della propria sovranità erano state definite anni fa. La Colombia si muove in questo mondo interessante che è pieno di diversità, alla ricerca dell’unità nella cooperazione internazionale, in una società delle nazioni, che sta organizzata come l’insieme di popoli amanti della pace e tuttavia vede aumentare le conflittualità locali. Tuttavia, nelle piazze i cittadini colombiani di tutte le componenti sociali, politiche, religiose e senza nessuna discriminazione ci sono abbracciati chiedendo accordi di pace.
Nei numerosi trattati, la comunità internazionale allenta i propri vincoli nazionali, alla ricerca del coordinamento, la solidarietà e l’accettazione. Ed ecco la Colombia, che è un popolo libero dal 1819, e tuttavia, ha nel suo territorio legittimità stanziali potenti non proprie, ancora capaci di violentare fisica e ideologicamente le proprie Prime Nazioni e il comune popolo sovrano, che sovrano no è da quando si è reso dipendente: di fatto, la Colombia è una nazione ricca di risorse utili per il proprio sviluppo e ciononostante ha ancora una base economica di sussistenza e si lascia spogliare costantemente. Perciò, per prendere consapevolezza del proprio diritto e valore, il popolo colombiano cerca l’aiuto della comunità internazionale.
L’identità geopolitica e la geografia umana si trasformano all’ombra di una serie di nazioni scosse delle scelte della secolarizzazione e che comunque ricercano il redentismo nelle guerre sante, tra polvere e sangue. Lo spirito dei tempi ci fa vedere che la Russia, ieri simbolo d’ateismo, ora ritornata potenza col richiamo all’identità religiosa. D’uguale modo il popolo colombiano esteriormente sembra libero d’una fede, indifferente alle questioni religiose, e ciononostante, cade nelle trappole dell’analfabetismo funzionale, immergendosi nelle comunità religiose di garage, dove cerca di purgare le proprie colpe e aggregarsi politicamente, aiutando così ad spegnere lo spirito dell’illuminismo. Dichiaratamente cattolico, il ‘cristiano’ colombiano è anche fiero di dichiararsi laico, tuttavia osserviamo che ritorna alla schiavitù del sacro, quando dimenticando le parole di Gesù: la verità vi renderà liberi”, si fa ingannare e imprigionare negli slogan pubblicitari del partitismo che mette in rischio la laicità dello Stato.
Nell’economia globalizzata e trasformata alla volontà delle multinazionali, che muovono i fili di governi consenzienti in lasciare opprimere i propri popoli, ecco le Prime Nazioni colombiane che tornano a esser protagonisti richiamando al governo come garante e protettore delle proprie ancestrali differenze, si proclamano fieri del proprio origine e allontanando gli ‘evangelizzatori’, bollandoli come mercanti di morte. E nelle ferite aperte che tutti i popoli hanno, trovandosi dentro un sistema economico iniquo, si fanno evidenti com’effetti collaterali: i consumi poco legali o illegalizzati di sostanze, di prodotti superflui e d’informazione.
In un sistema economico che ha visto la crescita delle diseguaglianze nell’uso e approfittamento delle risorse dichiarate bene comune, vede in Colombia una nazione d’ingiustizia economica e sociale, dove il povero nell’urna elettorale non ha voluto o non ha avuto la forza di guardare al futuro, e mediante la partecipazione alle diverse manifestazioni ha voluto che la realtà della scarna e povera piazza, decidesse e li dessi gli ascensori sociali di che ha bisogno per affermarsi come persona. Dopo la uscita dei risultati elettorali, la soglia imposta dalla Coste Costituzionale è stata superata del 10%, e su una popolazione atta per andare alle urne di 34.899.945, hanno partecipato solo 13.053.364 dei convocati, e di questi 12.800.858 hanno dato un voto valido.
Le frontiere del cyberspazio ci hanno ricordato che le nostre identità sono porose, in quanto molteplici e veloci sono i cambiamenti geopolitici globali e che la Colombia non è un luogo sperduto. In un mondo connesso, si produce la notizia e alla velocità della luce lo comunica ai popoli che dormono e ignorano; tuttavia il 2 ottobre in Colombia, gli abitanti della città e più connessi sono rimasti indifferenti nei propri affari nella misura del 62,57%, oppure all’ombra delle urne hanno evitato scegliere d’aiutare al contadino produttore degli alimenti a uscire della spirale di violenza partitica e di guerriglia, in che innocentemente per quasi 70 anni, si ha visto coinvolto. Le reti del web muovono i cittadini colombiani dispersi nel mondo e sono la principale fonte d’informazione istantanea, che li ha permesso d’avviare le diverse manifestazioni in richiamo alla pace.
Ora che le relazioni di potere a confronto non sono la sintesi di quello che succede nei loro territori, i figli dei contadini colombiani conoscendo cosa è la guerra, volevano la pace e hanno accompagnato i loro genitori al seggio elettorale, mentre che d’altra parte, i figli dei quartieri poveri delle grandi città, non sapevano nulla perché i loro genitori avvolti nella propria povertà e ignoranza. Hanno preferito restare a guardare, come si guarda una partita di calcio; ma nel suo momento coinvolgendo insieme alla piazza e formando un solo gruppo, hanno cercato di legittimare la propria scelta uscita sconfitta delle urne, e d’altra parte, si cerca di annientare la propria pigrizia intellettiva e la passività politica.
Le piazze sono state il crogiolo della democrazia e dei ritrovi spontanei per delineare momenti cruciali della stabilità politica e sociale. Nei piccoli insediamenti, scuole, università, teatri, luoghi dello sport e soprattutto, in tutte le piazze delle città più importanti della Colombia si sono svolti dialoghi, momenti conviviali e manifestazioni artistiche e culturali a favore della pace. La piazza colombiana vuota fino al 5 ottobre, quando dopo la Marcia del Silenzio”, si è riempita di giovani politicamente svogliati e costantemente alla ricerca d’identità, spinti dalla bocciatura, volevano fare la differenza: in condizioni difficili e insalubri, hanno costituito una piccola repubblica!.
Durante settimane lo spazio pubblico colombiano è stato periodicamente riempito da cittadini comuni convocati da iniziative e scioperi pacifisti. Milioni di persone si sono coinvolti moralmente in una delle manifestazioni simboliche più eclatanti degli ultimi anni del paese.
Una piazza fatta di persone che si sentono essenzialmente scolarizzate e tuttavia ricercano interpreti delle proprie verità e si lasciano guidare dei propri sciamani politici. Una piazza dove si è ritrovata rappresentata una società civile che vive fluidamente nell’indifferenza politica, e tuttavia, sconcertata ha desiderato ricominciare d’accapo. La più importante piazza colombiana è la Piazza Bolivar a Bogotà; in essa durante più di 45 giorni è stato organizzato unAccampamento della Pace”, un presidio popolare senza interruzioni fino al 19 novembre, quando la forza pubblica delegata dal sindaco, che rappresenta le forze opposte al governo nazionale, per fare spazio a una manifestazione musicale, usando mezzi repressivi e violenza, ha provveduto a uno sgombero. Nell’immaginario collettivo quel manipolo di manifestanti hanno lasciato un enorme legato di valore civile, fede nel proprio governo, democrazia e pacifismo.
Mossi nelle acque buie, stagne della mancanza di creatività politica, i popoli della Terra sono alla ricerca dei colpevoli, ed ecco che il mondo si muove in slogan politici che risultano vincenti e tuttavia, non danno le tangibili risposte desiderate. L’incertezza uscita delle urne colombiane ha fatto urlare senza esprimere un suono: chi ci guiderà nel processo? Ecco che la piazza internazionale mostra la solidarietà con il popolo colombiano: la diplomazia ha spalleggiato subito al presidente Santos.
Juan Manuel Santos, presidente della Repubblica della Colombia, è stato insignito col Premio Nobel per la pace il passato 7 ottobre per i suoi sforzi risoluti” per lograre la pacificazione all’interno della nazione che rappresenta la democrazia più antica dell’America Latina e una speranza per la comunità internazionale. Santos è alla guida della Colombia dal 2010 e attualmente è al secondo mandato, dopo che nel 2014 è stato rieletto sul presupposto del raggiungimento dell’accordo che era già in negoziazione.
L’evento sociopolitico colombiano sembra dimenticato per il fluire dei giorni, tuttavia, esso è vivo e presente nelle piazze italiane, nei flussi dei turisti che arrivano a visitare musei e monumenti, a confessarsi nei luoghi della fede, a sentire il sapore delle nostre ricette, e anche a riscontrarsi con la realtà delle affollate metropolitane, con la singolare delinquenza e la sporcizia di alcuni quartieri romani e poi tornano in patria portano i ricordi tangibili e almeno in fotografia i simboli della grandezza e bellezza del nostro sistema paese. Le urne colombiane ci ricordano che siamo a portata d’areo.
Le piazze della globalità hanno offerto l’ospitalità, l’abbraccio di solidarietà e un luogo di confronto e d’informazione a gli amici della Colombia, passanti e a tutti i colombiani sparsi per il mondo che hanno potuto congregarsi. Nel resto dei paesi democratici la comunità colombiana del ’Si’ in essi residenti, è uscita vincente e ancora più desiderosi della pace, ha chiamato a partecipare alle manifestazioni pubbliche spontanee, in una raccolta firme come risposta alla vita, che ha avuto l’importante partecipazione trasversale nella Tavola Sociale per la Pace”, da Norvegia all’Australia, passando per la piazza Times Square a New York, coinvolgendo Parigi e Londra, il Paese Vasco e Roma, Ginevra e Buenos Aires.
Oggi evento internazionale in che partecipavano i colombiani si costituì in un importante momento per manifestare il desiderio di pace. Durante le partite di calcio, le gare di ciclismo e di altri sport internazionali, sportivi e tifosi si sono fortemente espressi con cori e slogan, con camicette e fazzoletti bianchi e bandiere. Il presidente Santos è stato invitato dalla Regina Elisabetta al palazzo di Buckingham, ha parlato ai membri del Parlamento britannico e con il primo Ministro Theresa May, sul appoggio britannico e la cooperazione bilaterale nel post conflitto.
Oltre a Cuba, Cile, Venezuela e Norvegia, anche gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo di prim’ordine per attivare, sostenere e concludere i negoziati. L’elezione di Trump e la scelta del Segretario di Stato nella persona di Rex Tillerson, senza dubbio non potrà cambiare di molto la politica Americana nel confronto della Colombia: sia repubblicani che democratici per anni hanno ‘aiutato’ a raggiungere il clima propizio per la pace, con un progetto chiamato Plan Colombia”; a febbraio 2016, Obama durante la visita di Santos alla Casa Bianca, ha annunciato un nuovo stanziamento di 450 milioni di dollari per il progetto Paz Colombia” e il palazzo di Nariño, il 2 dicembre ha avuto la visita del vicepresidente Americano Joe Biden, per “rafforzare i vincoli commerciali” e promuovere il rinascere dell’interesse americano per lo sviluppo e la pace del popolo colombiano.
The New York Times, ha identificato al ex presidente Uribe come l’uomo che blocca la pace in Colombia”. Di fatto, la notte del 2 ottobre, il fronte promotore del ‘No’ interrogato dai giornalisti dimostra palesemente l’impreparazione al risultato, e i giorni seguenti sono carenti nel dare risposte efficaci e costruttive. Uribe, ha dichiarato: “è stata una decisione del popolo colombiano. Il Presidente ha il dovere di trovare le strade per avviare nuovamente il dialogo, ma con l’importante contributo della maggior parte dei colombiani, che hanno votato no”. Il popolo ha avuto una grossa delusione.
La dimostrazione che la Colombia è una democrazia matura sta nel fatto che anche una cifra esegua è tenuta in considerazione. Il ‘No’ ha ottenuto solo il 0.43%, ciò significa che il popolo nelle piazze ha cercato di capire l’incidenza effettiva e quali siano le proposte valide e innovative che hanno da fare agli Accordi. Basandosi nelle affermazioni del ex presidente Uribe, in una conferenza tenuta in Spagna, per molti è evidente che il fronte del ‘No’ ha semplicemente voluto portare d’oltranza i dialoghi, attendendo l’arrivo della nuova campagna elettorale del 2018, in che il partito Centro Democratico”, spera di tornare al governo. La società politica, religiosa e diversi settori della vita civile colombiana hanno fatto più di 500 proposte di modifica, che sono stati considerati attentamente dai rappresentanti del Governo e delle FARC.
Storicamente i governi colombiani avevano portato avanti altri negoziati raggiungendo altri accordi di pacificazione; ma, quest’anno per ben due volte si è arrivato alla firma. La nazione rappresentata dal gruppo di campisti e il popolo colombiano in toto, hanno pazientemente atteso che il rappresentante del governo Humberto della Calle e tutti gli altri attori convocati un’altra volta sotto il cielo cubano, portassero a termine un ‘nuovo’ accordo.
Il nuovo patto raggiunto all’Avana in solo 40 giorni, ha portato i protagonisti dell’accordo anteriore: il Presidente della Repubblica e il massimo capo delle FARC, Rodrigo Londoño, alias "Timochenko", alla cerimonia di sigillo, il 24 novembre, nel teatro Colón de Bogotá, davanti a una affollata platea. Il primo era stato firmato davanti a una nutrita Comunità internazionale che si diede protocollare appuntamento nella città colombiana di Cartagena, il 26 settembre, patto rifiutato degli elettori nel referendum del 2 ottobre.
La Presidenza della Repubblica usando la norma che permette che il Congresso approvi proposizioni su politiche pubbliche, questa volta ha sottoposto lo pattuito in sessioni separate del Senato e della Camera dei rappresentanti. Dopo accesi dibattiti a favore o contro il Nuovo Accordo, oppure contro o a favore del governo, in tempo record, il Senato ha spalleggiato il nuovo patto con 75 voti a favore, la Camera ha stabilito la vittoria con 130 voti. Uribe ha accettato aver commesso errori, e insieme ai rappresentanti del popolo oppositori, hanno lasciato le aule durante le votazioni, pertanto non si è verificato nessun voto contro.
Era stato spostato l’arrivo del momento della controfirma popolare degli accordi, il cosiddetto giorno D”: dal giorno dopo il referendum, cioè dal 3 d’ottobre, al 30 di novembre. Il congresso colombiano è eletto direttamente ogni quattro anni, allora, l’approvazione dell’Accordo raggiunto tra governo e FARC por parte del Senato e della Camera è una forma di referendum popolare indiretto.
Negli ospedali civili e militari fanno un bilancio positivo riportando i livelli bassi e mai visti di civili e soldati caduti o feriti in combattimento con le forze insurrezionali; tuttavia, recentemente, sono tornati all’azione gruppi di paramilitari e di delinquenza comune: in zone di coltivazione illecite e di produzione mineraria illegale, diversi leader sociali vincolati con i gruppi politici di sinistra sono stati assassinati. Certamente le risorse colombiane sono molteplici, come lo sono gli attori interessati in guadagnare mettendo a repentaglio la vita delle persone e l’ordine e la sicurezza nazionale.
Il Santos sta lavorando per avviare a conclusione le leggi d’indulto e amnistia e per integrare delle commissioni speciali per dare compimento al storico Accordo, che coinvolge la Procura, rappresentanti delle FARC, ONG e l’Ufficio della Presidenza della Repubblica. Il popolo colombiano dopo il periodo di apatia e di sfiducia nelle istituzioni ha spalleggiato fortemente al presidente e insieme alla comunità internazionale, ammira la perseveranza con cui ha proseguito allo scopo di trovare il nuovo accordo. Il desiderio di porre fine a una guerra fratricida che si prolunga dal 1948 ha vinto con il prossimo reinserimento alla vita civili di più di 5000 alzati in armi. Una lotta ingiusta che ha lasciato un saldo vicino ai 300.000 morti, cerca sette milioni di sfollati, una moltitudine di scomparsi e di vittime dirette e indirette, si trasforma in una giusta lotta civile e democratica.
Il nuovo patto è riconosciuto come migliore e più solido, ha però tante sfide che la Colombia non può affrontare nella sua solitudine. Il progetto di disarmo e di smobilitazione dei guerriglieri è già in corso e dovrà svilupparsi fino a metà del 2017; inoltre, la riforma rurale, la partecipazione politica dei guerriglieri, la questione delle vittime, la fine del conflitto e l’implementazione e verificazione degli Accordi, sono aspetti che sembrano di politica interna a una nazione sovrana, tuttavia, la comunità italiana e internazionale sono chiamate a partecipare attivamente.
La Colombia ha fama d’essere un ottimo partner commerciale e ha un ottimo futuro prospettato anche dal suo inserimento al capo dei CIVETS, che oltre ai i BRICS, sono la nuova sigla che vuole identificar i futuri poli strategici, economici e politici, degli emergenti che s’affacciano alla scena del protagonismo mondiale. I CIVETS sono l’insieme della Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia, e Sudafrica che hanno stabilità politica, una dinamica economico e finanziaria, un debito stero relativamente basso e una popolazione giovane, che tuttavia, affrontano con lucidità i comuni problemi di disoccupazione, sperequazione sociale e corruzione. D’accordo a dati ONU, la Colombia è classificata tra i maggiori produttori di cocaina. L’implementazione dell’Accordo e l’aiuto internazionale è un punto di lancio per trovare la soluzione strutturale alla produzione, commercio e consumo di sostanze dannose per la salute umana.
A Oslo il 10 dicembre 2016, Juan Manuel Santos ha ricevuto il Nobel per la Pace a nome dei milioni di vittime del conflitto”. Senza l’amplia collaborazione e il contributo del popolo norvegese, il governo colombiano non avrebbe potuto uscire vincente, così lo ha riconosciuto Santos al parlare con Erna Solberg, Primo Ministro norvegese. In Colombia comincia a formarsi e crescere la generazione della pace; la piazza colombiana non sarà più avvolta nella propria solitudine.
Martha Alvarez, fequentractrice Master in Strategia Globale e Sicurezza

mercoledì 3 gennaio 2018

La Struttura dell'Atlante

IL COLTRINARI ATLANTE SI COMPONE DELLE SEGUENTI PARTI

GEOSTRATEGICO
EUROPA
ITALIA
ASIA
MEDIORIENTE
AFRICA
AMERICHE
OCEANIA, in cui sono annotati indicazioni e note di metodo
TERRE POLARI

L'Indirizzo è 
geografia2013@libero.it

cliccando su ogni foto nelle colonne laterali si è inviati automaticamente al blog del continente indicato 

mercoledì 26 luglio 2017

giovedì 13 luglio 2017

mercoledì 12 luglio 2017

domenica 18 giugno 2017

USA: da una improvvisazione all'altra

L’America di Trump
Migranti: Usa, strage nei deserti della morte
Adriano Metz
27/06/2017
 più piccolopiù grande
‘Archiviato’ il clima, avviando a liquefazione i ghiacciai, Donald Trump, che vorrebbe ‘congelare’ il Russiagate, torna a occuparsi d’immigrazione. Lo fa, ovviamente, a modo suo: porta il bando anti-musulmani, finora bloccato dalle sentenze dei giudici federali, alla Corte Suprema e ne ottiene una parziale attuazione.

Bloccata dal Congresso sul muro al confine con il Messico, l’Amministrazione conferma la stretta anti-immigrati - il numero degli arrestati è salito del 38% nei primi 100 giorni di Trump presidente, a una media di oltre 400 al giorno - e l’atteggiamento anti-Islam - per la prima volta da almeno vent’anni, la Casa Bianca non ha organizzato la consueta cena per la comunità musulmana a fine Ramadan.

Nuove regole e pannelli solari
Parlando nello Iowa, che non è proprio terra di frontiera, Trump annuncia come imminenti nuove regole sull'immigrazione: “Chi vuole entrare negli Usa dev’essere in grado di sostenersi finanziariamente e non potrà godere dei benefici del welfare per almeno cinque anni dal suo ingresso". Quanto al muro, un impegno della campagna elettorale, accantonata l’idea strampalata che lo paghi il governo messicano, l’idea è ora di attrezzarlo con pannelli solari che produrranno energia e ripagheranno così l'opera.

Eppure, nonostante la stretta e le minacce di giri di vite ulteriori, il flusso dei migranti non s’arresta. Anzi, le prospettive di muri più alti e di riforme penalizzanti spingono i disperati a serrare i tempi dei viaggi. Del resto, l’economia va bene e i posti di lavoro per gente senza pretese non mancano.

Così, nei deserti lungo il confine tra il Messico e il Sud degli Usa, Texas, New Mexico, Arizona, si consuma una strage che è paragonabile nelle sue dimensioni a quella dei migranti nel Mediterraneo - se non è peggiore -. Di quelle vittime, più immanenti di quelle in mare, perché i loro resti sono ben visibili lungo i sentieri della morte, poco si parla, nell’America di Trump.

Crani senza volto, ossa senza nome
La ‘copertina’ dell’inchiesta realizzata per il New York Times da Manny Fernandes, con fotografie di George Etheredge che sono un pugno nello stomaco, è agghiacciante: una galleria di crani, ciascuno con un numero di identificazione. Quel che resta di persone che, dopo avere illegalmente passato il confine tra Messico e Usa, sono morte nel deserto, di sete, di fame, di stenti, di fatica.

I loro corpi, talora abbandonati, talora sepolti alla meglio da compagni di viaggio, sono stati trovati, ma, in assenza di documenti, non sono stati identificati. Alcuni teschi sono bianchi calcificati, come le carcasse degli animali dei film western; uno è traversato da una striscia di tinta rossa, lasciata dalla decomposizione di una bandana per portava in testa per ripararsi, inutilmente, dal sole.

Un obitorio per immigranti clandestini allestito alla Texas State University, accoglie i resti senza nome di 212 persone: il laboratorio dell’Ateneo, a San Marco, si sforza di identificarli, incrociando dati e dna disponibili e facendo l’inventario degli oggetti trovati. Ma è un granello di sabbia di pietà in un deserto di morte.

“Vogliamo restituire loro almeno il nome”, spiega al NYT Timothy P. Gocha, un antropologo forensi impegnato nell’OperationIdentification: “Ciascuno di loro merita di più d’un numero”. dietro s’intravedono vicende umane, fedi religiose: il Caso 377 portava dentro una croce un grano di riso con su incisi due nomi, Sara e Rigo, forse i figli; il caso 519 aveva con sé le pagine dei Salmi strappate da una Bibbia in spagnolo.

L’immigrazione fa più vittime de 11/09 e Katrina
Dal 2000 a oggi, la Border Patrol, la polizia di frontiera rafforzata da Trump con migliaia d’effettivi, che pattuglia il confine per intercettare i convogli dei migranti, ha documentato oltre 6000 cadaveri. Nella sola contea di Brooks, tra Laredo e Corpus Christi, dal 2009 a oggi è stata accertata la morte di oltre 500 migranti.

Ne ha uccisi più l’immigrazione clandestina che l’11 Settembre 2001 e l’uragano Katrina nel 2005 messi insieme: gli attacchi terroristici contro New York e Washington fecero circa 3000 vittime, la furia degli elementi sulla Louisiana e sugli Stati limitrofi meno di 2000.

Nei primi quatto mesi del 2017 le vittime certificate sono state quante quelle di tutto il 2010: questo potrebbe risultare l’anno più tragico per l’immigrazione, dai picchi del 2012/2013, quando la ripresa dell’economia si cumulava con la speranza di una riforma dell’immigrazione che regolarizzasse chi già si trovava sul territorio americano.

Una spinta dalla Corte Suprema amica
Delle politiche anti-immigrazione annunciate da Trump, nessuna finora è andata in porto: il Muro cozza con le priorità di bilancio del Congresso; il bando è stato appena parzialmente sbloccato; le misure contro le città santuario trovano intralci nella magistratura e suscitano l’ostilità dei sindaci; quanto alle deportazioni di massa degli irregolari, un conto è annunciarle e un conto è farle, perché c’è pur sempre un giudice in America anche a Ovest del Pecos River.

Una mano al presidente l’ha ora data la Corte Suprema a maggioranza conservatrice, convalidandodisposizioni contenute nel bando all’ingresso negli Usa di cittadini di sei Paesi prevalentemente musulmani - il cosiddetto ‘muslimban’ -, in attesa di pronunciarsi sulla sostanza.

Finora tutte le corti federali che hanno giudicato il bando lo avevano bocciato come discriminatorio e, quindi, incostituzionale.Il divieto di ingresso negli Usa colpisce per 90 giorni i cittadini (per 120 i rifugiati) provenienti da Iran, Yemen, Siria, Libia, Sudan e Somalia. La sentenza di lunedì 26 è immediatamente esecutiva: si applicherà da giovedì 29.

Di qui all’autunno, il bando potrà essere applicato solo a quanti non hanno legami con persone (parenti o amici, ndr) o con entità (formula che riguarda fra l’altro gli studenti, ndr) che sono legalmente negli Stati Uniti. E se, intanto, uscisse l’insieme delle nuove regole sull’immigrazione, la disputa sul bando diventerebbe obsoleta.

Adriano Metz è giornalista freelance

USA: solo i propri interessi

Trump e la Nato
Usa ed Europa, la forza o il valzer
Stefano Silvestri
30/05/2017
 più piccolopiù grande
Il presidente Donald Trump in altri tempi sarebbe stato definito un isolazionista. Non crede nelle alleanze e negli alleati e non pensa che gli Stati Uniti debbano preoccuparsi di governare il nuovo disordine della globalizzazione, ma piuttosto che essi debbano concentrarsi sulla difesa dei loro interessi immediati, soprattutto quelli di natura economica e commerciale.

Sulla sicurezza, visioni limitate
Anche sulla sicurezza ha una visione ristretta e parziale: si tratta di difendere le frontiere, non solo dalle minacce militari, ma anche dall'immigrazione clandestina e dalla concorrenza "sleale". Inoltre è necessario eliminare chi minaccia di uccidere cittadini americani, cioè oggi in primo luogo i terroristi.

A questo scopo non è il caso di fare gli schizzinosi: chiunque possa aiutare gli americani è accettabile, quali che siano le sue caratteristiche, dai principi sauditi ai governi europei. Gli americani guarderanno solo ai risultati della lotta al terrorismo. Tutto il resto non li riguarda.

L'articolo 5 grande assente
Molto si è detto sulla scelta di Trump, nel suo intervento al Vertice atlantico di Bruxelles, di non citare l'impegno contenuto nell'articolo 5 del Trattato di Washington, per cui qualsiasi attacco militare contro un alleato è considerato un attacco contro tutti: lo invocammo una volta sola, dopo l'attacco terroristico dell'11 Settembre 2001, ma è il fondamento della Nato, l'organizzazione militare transatlantica.

L'omissione è grave, non tanto in pratica (finché ci saranno militari americani nei vari Paesi europei alleati qualsiasi attacco contro di essi coinvolgerà direttamente anche gli Usa) quanto politicamente e strategicamente. Il problema maggiore non è che il presidente Trump non voglia impegnarsi a difendere gli europei, ma che, così facendo, egli faccia pensare di non ritenere i suoi alleati importanti per la difesa e la sicurezza degli Stati Uniti. Se così fosse, le fondamenta politiche e strategiche dell'Alleanza crollerebbero. Si tratta di un gigantesco errore.

Conseguenze di un grave errore
È anche un falso. Senza gli europei, ad esempio, gli americani non potrebbero controllare le rotte dei sottomarini atomici russi né lo spazio aereo euro-atlantico. Senza gli europei la prosperità economica americana andrebbe in crisi.

Certo, senza gli americani gli europei sarebbero in condizioni anche peggiori, ma mentre essi lo sanno e lo dicono, il presidente Trump sembra ignorare l'altra faccia della medaglia. Questo è molto pericoloso perché può portare a gravi errori e sottovalutazioni, ad esempio nel trattare con la Russia o con la Cina o nell'affrontare l'instabilità politica in Medio Oriente e in Africa.

Ciò può anche spingere qualche avversario più opportunista a prendere rischi maggiori, violando frontiere e linee di contenimento divenute all'improvviso più confuse e fragili. Questo tipo di errori, in passato, ha spesso portato alla guerra.

Le difficili alternative europee
Una seconda conseguenza riguarda gli alleati. Essi sono naturalmente obbligati a reagire, ma hanno di fronte a loro due grandi categorie di scelte: quelle incentrate sulla forza e quelle orientate al valzer.

Le prime, più lineari e sicure, richiedono il concreto e rapido rafforzamento dell'autonomia militare e diplomatica europea, non contro gli Usa, ma indipendentemente da essi. Sembra questa essere la linea verso cui si orientano Angela Merkel ed Emanuel Macron. Ma sono scelte che richiederanno un forte e continuativo impegno politico e finanziario, nonché un rafforzamento delle politiche comuni europee. Tutte cose non facilissime.

Il secondo tipo di scelte segue, invece, la linea di minore resistenza, nella direzione, ben nota alla storia italiana, di quel detto popolare secondo il quale "viva la Francia, viva la Spagna, purché si magna". Esse sacrificano l'indipendenza e l'autonomia dei nostri Paesi alla ricerca di nuovi protettori, tatticamente intercambiabili.

È una politica estremamente difficile da perseguire, molto instabile e probabilmente, alla lunga, anche rovinosa economicamente. È infine molto difficile che l'unità europea possa sopravvivere ad un simile tatticismo esasperato in cui ogni Paese sarebbe di fatto isolato. Tuttavia questo tipo di scelte potrebbero divenire una necessità ineluttabile se non si riuscisse a seguire la strada della forza.

E gli americani in tutto questo?
Se questi sono gli scenari suggeriti da questa prima uscita internazionale del presidente Trump, gli Stati Uniti, oltre ad essere più soli potrebbero anche essere meno sicuri. In un mondo con un attore europeo più forte ed autonomo la loro sicurezza non soffrirebbe minimamente, anzi potrebbe migliorare, ma la loro autorità e leadership diminuirebbero e così anche la loro capacità di modellare a proprio vantaggio le regole del mercato globale.

Nel caso invece di una grave crisi europea, l'instabilità internazionale crescerebbe, il contributo europeo alla ricchezza americana diminuirebbe, gli avversari degli Stati Uniti diverrebbero più forti.

Non sappiamo ancora se il presidente Trump vorrà (o riuscirà) a condurre al termine la sua rivoluzione isolazionista, o se cambierà idea, né quali siano le sue preferenze circa le scelte che debbono affrontare gli europei. Sappiamo solo che il gioco è cambiato e che dobbiamo prenderne atto.

Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI.

giovedì 1 giugno 2017

L'UE non resterà un nano politico

Trump e il Mondo
Dopo G7: America First e l’ordine internazionale
Francesco Bascone
17/06/2017
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Il Vertice del G7 di Taormina verrà ricordato come un punto di svolta nei rapporti transatlantici. Il disagio prodotto nei mesi scorsi da numerose esternazioni e decisioni del presidente Usa Donald Trump si è trasformato in un fossato non più mascherabile con formule diplomatiche.

Significative sono a questo riguardo le dichiarazioni fatte dal cancelliere tedesco Angela Merkel nei giorni successivi: l'Europa deve imparare a fare da sé (“prendere in mano il proprio destino”). Aggiungendo che ciò dovrà avvenire “in amicizia con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna”, ma anche in uno spirito di “buon vicinato, nella misura del possibile, con la Russia”, la Merkel ha posto quasi sullo stesso piano i rapporti con gli alleati anglosassoni e quelli con la potenza antagonista, tuttora destinataria di sanzioni.

Si compie l’evoluzione post Guerra Fredda
Giunge così a compimento l'evoluzione dell'ordine internazionale post-Guerra Fredda. Con la dissoluzione dell'Unione Sovietica si affermava la tesi - soprattutto negli Stati Uniti, ma non solo - di una trasformazione dell'ordine mondiale da bipolare a unipolare. Era il “new world order” proclamato da Bush senior. La Nato sopravviveva allo scioglimento del Patto di Varsavia e preparava l'allargamento verso Est; con le intese del 1997 e 2002 accoglieva la stessa Russia in una specie di orbita esterna.

L'America, destinata al ruolo di Paese-guida (“manifest destiny”), offriva agli europei e pure ai russi una “partnership in leadership” (sottinteso: come junior partner).

Nel 2001 l'attacco alle Torri Gemelle mise la sordina alle voci critiche nei confronti di questo modello geopolitico. Nel 2003 l'invasione dell'Iraq e poi la miope gestione dell'occupazione vi aprì una prima crepa. Negli anni successivi il leader russo Vladimir Putin lo ha contestato decisamente; varrebbe la pena rileggere il suo discorso alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, del febbraio 2007.

Il ritorno della Russia e i nuovi protagonisti
Mosca non pretendeva evidentemente il ritorno a un mondo bipolare, bensì il riconoscimento dell'esistenza di un ordine internazionale multipolare. Gli interventi militari in Georgia nel 2008 e Ucraina nel 2014, certo giuridicamente illegali, sono stati la logica espressione della rivendicazione di una sostanziale parità: se l'America (o la Nato, o l'Ue) ritengono di poter espandere la propria zona di influenza, anche la Russia può pretenderne una, sia pure più ristretta.

L'ascesa economica, militare e geopolitica della Cina (e, con distacco, quella dell'India) sanciva definitivamente la multipolarità. Ma finché la “comunità euro-atlantica”, da Vancouver ai confini occidentali della Russia, era unita da un solido legame di solidarietà, non si poteva parlare di un ordine internazionale realmente equilibrato.

Già sotto Bush junior e Obama (“pivot to Asia”) il legame preferenziale euro-atlantico si era leggermente indebolito. Con il loro successore è destinato a un ridimensionamento più drastico di quanto fino a poco tempo fa potessimo immaginare. A meno di un impeachment che faccia della presidenza Trump una breve parentesi, otto anni di continue sfide agli alleati e al buon senso non potranno non allargare l'Atlantico. E con la Brexit, la Gran Bretagna sarà un'isola politicamente a metà strada.

La fragilità della comunità d’intenti transatlantica
La delusione della Merkel, e la necessità per l'Europa di fare da sé, non derivano principalmente dall'evasività di Trump sul Patto Atlantico e in particolare sull'operatività dell'art. 5 (inteso come dovere di assistenza militare a un membro aggredito). Evasività che è in linea con il sacro egoismo insito nel motto “America First”: mira a non legarsi le mani nell'evenienza di un conflitto locale fra Russia e Paesi baltici, serve a premere sugli europei perché aumentino le spese per la difesa a tutto vantaggio delle industrie militari americane e forse ha anche una spiegazione nelle presunte complicità con Putin, ancora da chiarire.

In gioco non è la sopravvivenza dell'Alleanza e della relativa organizzazione militare integrata, che è nell'interesse dell'America e del suo complesso militare-industriale. Ma piuttosto la comunità d’intenti in politica estera e nella difesa dell'ambiente.

Il dissidio riguarda in primo luogo il ritiro dall'accordo sul cambiamento climatico. Ma profonde divergenze dividono gli europei dall'America di Trump (compresa la maggioranza in Congresso) anche sulla politica verso l'Iran (pericolo di misure Usa che provochino un irrigidimento di Teheran sulla moratoria nucleare); sulle massicce forniture militari all'Arabia Saudita e connessi incoraggiamenti a proseguire la sanguinosa guerra in Yemen; sull'indifferenza verso l'espansione delle colonie ebraiche in Cisgiordania e l'abbandono del principio dei due Stati, che soffocano ogni residua speranza di soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese.

L’Unione non resterà un nano politico
D'altra parte la ragionevolezza della Cina nel ribadire gli impegni di Parigi sui gas-serra la avvicina all'Europa, nonostante le nostre perplessità sui diritti umani, l'espansionismo verso gli isolotti contestati, il dumping sociale.

In seno all'Ue, la Russia è vista come un’antagonista minacciosa soprattutto da polacchi e baltici, mentre più a occidente varie capitali ne comprendono il ruolo di potenziale fattore di stabilizzazione in varie zone di crisi, oltre che di irrinunciabile partner economico. Il realismo, come nel caso Usa-Cina, impone un rapporto non univoco: né nemici, né alleati.

L'ordine internazionale evolve dunque verso un allentamento degli schieramenti e un rafforzamento della sua natura multipolare. In questo quadro l'Unione europea non può (né vuole) porsi al livello di Stati Uniti e Russia sul piano militare, ma è certamente fra i grandi sul piano economico e, purché creda in sé stessa, non è affatto condannata a restare un nano politico.

Francesco Bascone è Ambasciatore d’Italia.
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giovedì 25 maggio 2017

USA: Un presidente che ha bisogno di aiuto

Presidenza italiana
G7: salviamo l’alleato Trump
Stefano Silvestri
14/04/2017
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Le 30 pagine del comunicato approvato alla fine del G7 dei ministri degli Esteri si contrappongono all’assenza di accordo finale del G7 dei ministri dell’energia. Questo e altri segnali fanno pensare che il prossimo Vertice del G7, a Taormina il 26 e 27 maggio, potrebbe avere una grande importanza. Poiché molto probabilmente la parte economica dell’incontro sarà molto difficile, assume maggior rilievo la parte politica, che la riunione dei ministri degli Esteri doveva preparare.

Il G7, si diceva, ha perso la sua prominenza da che è stato inventato il G20, dove siedono anche le importantissime nuove potenze e l’Asia conta forse più dell’Europa. Certamente i Sette non possono più pretendere di rappresentare il mondo, o anche solo di poterlo guidare, senza la cooperazione degli altri.

Ma in compenso, da che la Russia è stata esclusa dal Vertice (che da 8 è tornato a 7), questa è nuovamente la riunione tra gli Usa e i loro maggiori alleati: quella in cui il vecchio, ma pur sempre importantissimo, ‘Occidente’ può decidere quali siano i suoi interessi comuni e se ha una strategia unitaria per affermarli.

Ancora alleati?, fin dove e come?
Questa insomma rischia di essere la riunione in cui scopriremo fino a che punto e come siamo alleati con Donald Trump.

Intanto sappiamo che sui dossier energetici non c’è accordo. Abbiamo ancora alcune settimane per vedere se al Vertice riusciremo a fare di meglio, ma tutto fa pensare che potrebbe essere più produttivo occuparsi di altro, a cominciare da quello che è stato discusso al G7 degli Esteri.

Il lungo comunicato contiene cose che piacciono di più agli alleati ed altre che piacciono di più agli americani. Così, ad esempio, i ministri hanno approvato senza riserve l’attacco americano contro la base aerea siriana di Shayat, definendolo “attentamente calibrato, limitato negli obiettivi e rivolto contro siti militari direttamente coinvolti nell’attacco chimico”.

Allo stesso tempo, hanno anche sottolineato più volte l’importanza delle Nazioni Unite e in particolare del Meccanismo investigativo congiunto dell’Onu e dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, che ha più volte accusato il governo siriano di averne fatto uso e che ora è invitato a proseguire nella sua missione di indagine. Peccato che al successivo incontro tra Rex Tillerson e Sergey Lavrov a Mosca, questo tema si sia esaurito in uno sterile muro contro muro.

I paletti di un accordo con Trump
Nel complesso il G7 degli Esteri ha cercato di individuare alcuni paletti di un possibile accordo ‘occidentale’ con Trump. Tralasciamo molti punti che non sembrano contenere novità di grande rilievo e limitiamoci a sottolineare alcuni aspetti di maggiore interesse.

Tutto il comunicato è percorso dalla necessità di dare priorità alla lotta al terrorismo, anche al di là delle sezioni a ciò specificamente dedicate. Semmai una curiosità, che potrebbe nascondere qualche problema politico, deriva dal fatto che a parte il sedicente Stato islamico, cui è dedicata grande attenzione, nel comunicato non si fa mai riferimento diretto ad Al Qaida, neanche quando si tratta di Siria, di Yemen o di Africa, dove pure questa organizzazione terroristica svolge ruoli di rilievo.

Molto esplicite e ripetute sono invece le critiche alla Russia, nei cui confronti si riconferma il mantenimento delle attuali “misure restrittive” (sanzioni), per spingerla a “tornare all’interno di un ordine di sicurezza basato su regole” condivise.

Nel complesso, pur riconoscendo alla Russia di essere un importante protagonista internazionale e di condividere con Mosca molti comuni interessi, quali la lotta al terrorismo e la non proliferazione nucleare, i Paesi del G7 non accettano in alcun modo l’annessione della Crimea e ritengono che la Russia abbia grandi responsabilità sia in Ucraina che in Siria, che non usa come dovrebbe, o di cui, al contrario, abusa.

Poche novità anche per quel che riguarda la Corea del Nord, dove però si riconosce che la sfida lanciata dal regime nord-coreano ha raggiunto nuovi livelli e richiede quindi una “reazione decisa ed efficace”. Poiché sembra impossibile che quel regime si adegui alle richieste di apertura, disarmo e rispetto dei diritti umani avanzate dai paesi del G7, rimane aperta la questione di quale dovrebbe essere la “reazione” di cui sopra.

Più tranquilla la posizione sull’Iran dove si conferma l’importanza dell’accordo raggiunto sul nucleare (che dovrà però essere integralmente attuato) e ci si limita a deplorare i test di missili balistici effettuati da Teheran.

Piuttosto decisa, anche se di tono nettamente diverso rispetto a quello usato con Mosca, anche la reazione alle rivendicazioni marittime cinesi, ad Est e a Sud. Ci si riferisce ad esempio al giudizio emesso dal Tribunale arbitrale il 12 luglio 2016, sfavorevole alle tesi cinesi, come ad una “utile base” per andare avanti pacificamente, e si ribadisce l’opposizione a iniziative unilaterali.

Il comunicato tocca molti altri punti: ad esempio, è interessante una sezione sul cyber (anche se insiste sulla ricerca di regole non obbligatorie), ed è importante una sezione sulla opportunità di rafforzare il sistema Onu di gestione delle crisi. Ma complessivamente questo testo sembra soprattutto voler offrire un ramoscello d’ulivo da parte degli alleati alla nuova Amministrazione americana. Esso suggerisce un possibile compromesso che può consentire all’Occidente di proseguire insieme: salviamo l’alleato Trump (per la nostra stessa tranquillità). Vedremo come andrà a Taormina.

Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI.

venerdì 19 maggio 2017

USA: un bilancio per un tour

Presidenza italiana
G7: Trump, ‘gran finale’ di prima missione 
Giampiero Gramaglia
15/05/2017
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Il Vertice del G7 a Taormina sarà, per Donald Trump, il ‘gran finale’ della sua prima missione all’estero da presidente degli Stati Uniti. Il viaggio comincerà fra una settimana in Arabia Saudita e proseguirà – il 22 e 23 maggio - in Israele e nei Territori palestinesi. La mattina del 24, Trump sarà in Vaticano e a Roma e incontrerà Papa Francesco e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella – è quello che il consigliere per la Sicurezza nazionale H.R. McMaster ritiene “un omaggio al popolo italiano”.

Fascino per gli uomini forti
Basta uno sguardo all’agenda del presidente statunitense per rendersi conto dell’incertezza e dell’imprevedibilità delle relazioni internazionali dell’attuale Amministrazione.

Il viaggio di Trump - la mappa del tour presidenziale

Prima di partire, Trump incontrerà, questa settimana a Washington, il presidente turco RecepTayyipErdogan, uno degli uomini forti – come il presidente egiziano Abd al-Fattahal-Sisi, già ricevuto alla Casa Bianca – per cui mostra una certa fascinazione. Si sono raffreddati, invece, gli entusiasmi per il presidente filippino dai modi spicci Rodrigo Duterte, che fa sapere che potrebbe non andare negli Stati Uniti perché ha “troppi impegni”.

Il primo faccia a faccia col presidente russo Vladimir Putin non è invece stato ancora annunciato: reso più ostico dal colpo di freno al miglioramento dei rapporti tra Washington e Mosca legato al Russia-gate sul fronte interno e alla Siria su quello esterno, l’incontro potrebbe avvenire a margine del G20 di Amburgo a luglio, anche se un anticipo non è escluso, almeno secondo fonti di stampa russe.

Il percorso in Medio Oriente
Prima tappa della prima missione all’estero di Donald Trump sarà, dunque, l’Arabia Saudita: scelta che suscita subito sorpresa e interrogativi, perché si tratta sì di un tradizionale alleato degli Stati Uniti, ma anche di un Paese dal ruolo non limpido nella lotta contro il terrorismo e divisivo nella regione, nella chiave del persistente confronto tra le monarchie sunnite e il regime teocratico sciita iraniano, che si riflette anche nelle situazioni in Iraq e in Siria, oltre che nel conflitto nello Yemen.

Ma la tappa più attesa nella regione è quella tra Israele e Palestina; un passo – per alcuni esperti – verso la nuova iniziativadi pace degli Stati Uniti per la soluzione del conflitto israelo-palestinese annunciatada Trump il 3 maggio scorso, dopo aver ricevuto il presidente palestinese Abu Mazen. L’iniziativa, che pareva azzardata, improvvisatae in contrasto con l’approccio apertamente filo-israeliano fino ad allora tenuto dalla sua Amministrazione, potrebbe dunque concretizzarsi.

I palestinesi anzi cavalcano - e forse mettono alla prova - la disponibilità statunitense, prospettando addirittura nell’occasione un vertice a tre. Gli israeliani sono più riservati e fanno sapere che Trump, appena sbarcato in Israele, andrà al Muro del Pianto con la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner, entrambi ebrei religiosi – Kushner è pure suo consigliere per il Medio Oriente -. Non si attendono, invece, sviluppi nel tormentone dello spostamento dell’ambasciata degli Usa a Gerusalemme.

Cruciale nella missione potrebbe diventare il discorso che Trump farà alla Rocca di Masada, antica e fascinosa fortezza ebraica sul Mar Morto: il discorso di Masada starà alla politica mediorientale dell’Amministrazione Trump come il discorso del Cairo del 4 giugno 2009 stette a quella dell’Amministrazione Obama. Resta da vedere se, contrariamente a quello di Obama, sarà poi seguito da fatti concreti.

A Bruxelles tra Ue e Nato
Nel pomeriggio del 24, Trump sarà a Bruxelles, dove sarà ricevuto da re Filippo nel Palazzo Reale, nel cuore della capitale belga. Il 25, il presidente americano incontrerà nell’Europa Building i leader delle istituzioni Ue, specie il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. A seguire, Trump parteciperà al Vertice Nato: un’occasione per riaffermare l’importanza dell’Alleanza, che da obsoleta è ora ritenuta essenziale nella lotta contro il terrorismo, ma anche per ribadire che i partner devono fare di più – leggi, pagare di più – per la sicurezza comune.

La tappa di Bruxelles è segnata, in qualche misura, almeno nella sua preparazione, dal fatto che, durante i suoi primi cento giorni, ormai abbondantemente superati, Trump s’è ‘dimenticato’, o ha semplicemente trascurato, di nominare i rappresentanti permanenti degli Stati Uniti presso la Ue e la Nato. Alla Nato, l’ambasciatore Douglas Lute, un ex generale nominato da Barack Obama e insediatosi nel 2013, ha lasciato la guida della delegazione all’incaricato d’affari Earle Litzenberger. All’Ue, l’ambasciatore Anthony Gardner s’è dimesso a gennaio e la Rappresentanza è attualmente retta dall’incaricato d’affari Adam Shub.

S’era parlato, all’Ue, di Ted Malloch, uno che dovunque spara a zero contro l’Unione e l’euro, suscitando reazioni piccate al Parlamento europeo e nelle capitali dei 27. In una lettera pubblicata dalla rivista londinese ‘The Parliament Magazine’, Malloch sostiene che l’Ue “è diventata non democratica, gonfia di burocrazia e di anti-americanismo rampante”; e afferma che “gli Usa dovrebbero praticare con l’Europa maggiore commercio bilaterale e dichiarare la propria ferma opposizione a un’Europa federale, dicendo un preciso ‘no’ a un unico euro-governo”. E, prima, intervistato da ‘Der Spiegel’, Malloch aveva definito l’euro “un esperimento imperfetto” – “se sedessi al tavolo d’una banca d’investimenti, ci punterei contro” – e la Brexit la prima di altre uscite. Perchégli Usa devono “collaborare in bilaterale coi singoli Stati Ue”? Perché così “ci troveremmo in vantaggio”.

Un G7 ‘gente che va, gente che viene’
Il giorno dopo, il presidente raggiungerà la Sicilia, dove, a Taormina, si svolgeranno i lavori del G7. Fra i temi controversi, la libertà degli scambi – un valore che l’Amministrazione Trump subordina all’interesse commerciale degli Stati Uniti – e il rispetto degli accordi di Parigi del 2015 sul clima, per rallentare il riscaldamento globale.

Sui cambiamenti climatici, le ultime indicazioni sono che gli Stati Uniti non prenderanno posizione fin dopo il G7: “Il presidente continuerà ad ascoltare i pro e i contro”, sul rispetto o meno dell’accordo di Parigi, per arrivare a definire “quel che è il miglior interesse degli Stati Uniti”, fa sapere il suo portavoce Sean Spicer. Un modo anche per evitare che Taormina si trasformi in una ‘sfida all’Ok corral’ ambientale.

Un Vertice degli esordienti – ben quattro, oltre a Trump il presidente francese Emmanuel Macron, la premier britannica Theresa May e il padrone di casa e presidente di turno, il premier italiano Paolo Gentiloni – e, nello stesso tempo, di leader che potrebbero essere alla loro ultima esperienza: la May l’8 giugno e Gentiloni tra l’autunno e la primavera sono attesi da scadenze elettorali, come pure l’indiscussa decana di questi Vertici, Angela Merkel – il 23 settembre.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.

mercoledì 3 maggio 2017

USA: Cento giorni di incertezza

Luna di Miele
Trump, minacce e lusinghe nei Cento Giorni
Adriano Metz
28/04/2017
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Minacce e promesse, per i cento giorni di Donald Trump alla Casa Bianca: tamburi di guerra - l’espressione è del New York Times - con la Corea del Nord; e miraggi fiscali per i cittadini, ma soprattutto gli imprenditori, americani. Le minacce - per fortuna - e le promesse restano per ora parole: i fatti della luna di miele del magnate presidente con i suoi elettori sono relativamente pochi.

Ma Trump si conferma maestro nello ‘spostare la palla’: se una sua iniziativa s’arena o si rivela controproducente agli occhi dell’opinione pubblica, passa ad altro; e lo fa con spregiudicatezza rispetto ad affermazioni precedenti e con un’unica costante: “La colpa è dei media”. Ad alleati vicini e rivali chiede essenzialmente di pagare di più, militarmente, commercialmente o economicamente.

Corea del Nord: giochi di guerra pericolosi
In inglese, le manovre militari si chiamano ‘war games’, giochi di guerra. E ‘giochi di guerra’ sono le schermaglie verbali, incessanti da settimane, tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord: un po’ come se Trump considerasse Kim Jong-Un un bersaglio da esercitazione, per addestrarsi a future eventuali prove analoghe. Ma, con due leader così impulsivi e imprevedibili, il rischio non è mai marginale.

Nell’ennesima intervista sui Cento Giorni, alla Reuters, Trump avverte che “la tensione è alta” e ammette che “un grande, grande conflitto con la Corea del Nord è possibile”; fa l’elogio della Cina, che cerca di tenere a freno il riottoso alleato, ma dubita degli esiti della diplomazia di Pechino. E, intanto, fornisce missili-antimissili alla Corea del Sud e mantiene in acque coreane il gruppo navale della portaerei Vinson e un sommergibile nucleare.

Esperti del Dipartimento di Stato e del Pentagono, che seguono da decenni le ricorrenti crisi coreane, confidano ai giornalisti che la retorica e il flettere dei muscoli rendono la minaccia più imminente di quanto non sia: “Vogliamo che Kim ritrovi il buonsenso, non vogliamo metterlo in ginocchio”. Tutto bene, purché il magnate presidente e il dittatore nord-coreano sappiano dove fermarsi, mentre Cina ed Ue lavorano per riaprire i canali di negoziato chiusi dal 2008.

Russia, Iran e altri fermenti tra politica e affari
La Corea del Nord non è l’unico cruccio di politica estera, in queste ore. Washington sta valutando la possibilità di ristabilire le sanzioni contro l’Iran, a dispetto dell’accordo sul nucleare concluso con Teheran nel 2015: una mossa che rischia di favorire il ritorno al potere dei conservatori nelle presidenziali del 19 maggio.

E la Russia, dopo lo strappo sulla Siria, è terreno di grattacapi e complicazioni sul fronte interno. Suona male che la Exxon Mobil, di cui era ceo l’attuale segretario di Stato Rex Tillerson, chieda l’esenzione dalle sanzioni per la joint venture con Rosneft e le trivellazioni nel Mar Nero. E intanto si aggrava la posizione dell’ex consigliere per la Sicurezza nazionale, il generale Michael Flynn, che avrebbe illegalmente ricevuto somme di denaro da governi stranieri (leggasi: Russia).

Ma non c’è ancora un bandolo nella matassa d’affari e illegalità del Russia-gate, l’indagine dell’Fbi e del Congresso innescata dalle presunte ingerenze dell'amministrazione russa durante la scorsa campagna elettorale americana. La locandina dei personaggi in commedia s’infittisce: secondo l’Ap, Paul Manafort, ex capo della campagna elettorale del candidato Trump, avrebbe segretamente collaborato con Oleg Deripaska, magnate russo dell’alluminio e uomo di fiducia di Putin. E sarebbe pure emerso che l’intelligence russa cercava dal 2013 d’ingaggiare il businessman Carter Page, poi divenuto consigliere di Trump - durante la campagna, andò a Mosca a fare un discorso.

Meno tasse, meno soldi, più debiti
Dopo che la revoca dell’Obamacare s’era bruscamente arenata in Congresso e che i giudici federali avevano bloccato due volte il bando all’entrata negli Usa di rifugiati e cittadini di Paesi musulmani, il presidente aveva spostato l’attenzione sua e dell’opinione pubblica sulla politica estera: l’attacco alla Siria, le tensioni con Mosca, il confronto con la Corea del Nord.

Ma pure lì Trump è finito in stallo - per fortuna!, ché non sempre una raffica di missili resta senza conseguenze. E, allora, a compimento dei Cento Giorni, ecco spuntare fuori un pezzo forte dell’agenda elettorale: la riforma fiscale, presentata con molta enfasi, ma già destinata ad avere vita non facile in Congresso.

Ridurre le tasse alle aziende piace ai repubblicani; e semplificare le aliquote piace agli americani, anche se non ci guadagnano molto. Ma l’equazione “meno tasse = più crescita e meno evasione”, (quindi, a conti fatti, più soldi nelle casse dell’erario) è tutta da dimostrare. L’operazione può tradursi in un aumento del debito, che non piace ai repubblicani, e in una riduzione delle prestazioni dello Stato ai cittadini, che non piace ai democratici.

La riforma non dà garanzie di successo, sul piano finanziario ed economico; e, su quello politico, rischia di rivelarsi un boomerang. Della riforma, che per ora è una ‘lista dei desideri’ più che un piano preciso e dettagliato, gli elettori potrebbero soprattutto ricordare che il presidente Trump ha fatto un regalo all’imprenditore Trump e all’1% dei Paperoni d’America.

Vero o falso?, il nuovo Monopoli
Non c’è pace tra i media e il presidente, pur se le polemiche sono meno virulente che Cento Giorni or sono (e i tweet meno accidiosi). Il New York Times, ad esempio, non ha per nulla abbandonato la pista delle cerimonie d’insediamento, dove - ha recentemente ‘intignato’ - “la gente era poca, ma giravano soldi in abbondanza”. Le donazioni a caccia di benemerenze o per sanare divergenze hanno infatti fruttato a Trump 107 milioni di dollari, il doppio che qualsiasi altro suo predecessore.

Nel panorama mediatico americano, Trump ha intanto perso un amico e un alleato: Bill O’Reilly, popolare conduttore della Fox News, è stato accantonato, dopo ripetute accuse di molestie sessuali. Il presidente l’ha pubblicamente difeso e i malpensanti pensano che O’Reilly possa presto entrare nello staff della Casa Bianca, che ha già accolto esuli dai media con trascorsi da molestatori.

Adriano Metz è giornalista freelance.
 
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Usa: Trump, i record dei suoi primi Cento Giorni, Giampiero Gramaglia

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USA: la politica estera palestra di voltafaccia

Luna di Miele
Usa: Trump, i record dei suoi primi Cento Giorni
Giampiero Gramaglia
26/04/2017
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Ha cominciato con largo anticipo a celebrare i suoi primi cento giorni alla Casa Bianca, che cadono a fine aprile. Quando non aveva ancora compiuto tre mesi nell’esercizio dei suoi poteri, annunciava su Twitter, la lavagna virtuale di tutti i suoi proclami: “I primi 90 giorni della mia presidenza hanno mostrato il totale fallimento degli ultimi otto anni di politica estera. Com’è vero!”.

Ed ha poi dato una lunga intervista all’Ap, in cui batte con insistenza proprio su questo tasto: la differenza tra lui e il suo predecessore, quel ‘mollaccione’ di Barack Obama, che non frenò il flusso degli immigrati, non cacciò dal potere il presidente siriano Bashar al-Assad e non convinse gli alleati Nato a pagare di più per la sicurezza comune.

A dire il vero, neppure Donald Trump, 45° presidente degli Stati Uniti, insediatosi alla Casa Bianca il 20 gennaio, è finora riuscito a fare almeno una di quelle cose. Però, sta litigando con il Congresso per farsi dare i soldi per alzare il muro al confine con il Messico, ha lanciato una gragnola di missili su una base siriana e sta ‘mobbizzando’ tutti i leader europei che vanno a incontrarlo a Washington – ultimo, il premier italiano Paolo Gentiloni – con l’impegno di spendere di più nella Nato, centrando l’obiettivo del 2% del Pil per la sicurezza.

I primati che lo distinguono dai suoi predecessori
A Trump, comunque, i primati non mancano, per distinguersi dai suoi predecessori: è il presidente con l’indice di gradimento più basso durante la ‘luna di miele’ con il popolo americano, da quando esistono sondaggi del genere, anche se, dopo fuochi d’artificio e pugni sul tavolo, la sua popolarità è un po’ cresciuta; ed è il presidente che ha firmato più ‘ordini esecutivi’ – l’equivalente americano dei nostri decreti legge – nei suoi esordi, più di John F. Kennedy che era finora il recordman con 23; ed è anche il presidente che passa più tempo sui campi di golf (gioca una volta ogni cinque giorni, in media, secondo i calcoli di Market Watch, un sito di finanza, il doppio di quanto non giocasse Obama – una volta ogni quasi dieci giorni -). Eppure, Trump criticava spietato l’‘etica del lavoro’ di Obama, che non gli impediva di giocare a golf “con tutti i problemi che gli Usa hanno” – e che lui, per ora, non ha risolto.

Ma dove nessuno lo batte davvero è nell’uso di Twitter: ‘cinguettii’ strategici, a notte o all’alba, che dettano l’agenda dei media – lo strumento, però, è recente e il confronto può solo essere con Obama -. Quanto ai ‘cancri’ dell’informazione del XXI Secolo, ‘fake news’, ‘alternative facts’, ‘post-truth’, Trump ne è un untore. Ma spesso i politici lo sono stati, usando gli strumenti di cui disponevano.

Partenza in quarta, poi freno a mano tirato
Partito in quarta, nelle primissime settimane alla Casa Bianca Trump pareva un turbo-presidente: non passava giorno senza che, con una firma e un tratto di penna, non cancellasse qualche decisione dell’amministrazione Obama. Via il Tpp, il patto di libero scambio dell’area pacifica: basta negoziati sul Ttip, l’analogo patto trans-atlantico; un colpo di freno alla parità dei diritti per Lgtbq; niente fondi per le ong che includono l’aborto fra i metodi per controllare le nascite; drastici tagli alle norme per la tutela dell’ambiente e abbandono di fatto degli obiettivi dell’accordo di Parigi contro il riscaldamento globale.

Pareva tutto facile. Poi, però, le cose si sono complicate. Il provvedimento di blocco dell’ingresso negli Stati Uniti dei rifugiati e dei cittadini di sei Paesi musulmani s’è urtato a due riprese contro giudici federali e lì s’è incagliato – l’Amministrazione non ha scelto la via della Corte Suprema, riconoscendo di fatto la partita persa.

E la revoca dell’Obamacare, la riforma sanitaria di Obama, punto focale di tutte le promesse elettorali, è naufragata in Congresso, nonostante i repubblicani controllino sia la Camera che il Senato. Quanto alla riforma fiscale e al programma per il rilancio delle infrastrutture, più facile annunciarli che farli: la riforma sta per essere presentata in fanfara, ma ci vorrà poi del tempo per perfezionarla.

Le nomine e la squadra: rose e spine
Se la nomina e l’insediamento del giudice mancante della Corte Suprema sono ‘andati in buca’ – Neil Gorsuch ha superato l’esame Senato, ma solo perché i repubblicani, che altrimenti non avevano i numeri, hanno forzato la consueta procedura –, la composizione della squadra di governo s’è rivelata una corona di spine. E molti posti restano vacanti, compromettendo l’ordinaria gestione della cosa pubblica.

Il riflusso post-elettorale del Russia-gate – con l’intreccio delle interferenze russe nella campagna, sempre a danno di Hillary Clinton, e dei magheggi dei consiglieri di Trump con emissari di Putin – ha costretto quasi subito a dimissioni catartiche il generale Michael Flynn, scelto come consigliere per la sicurezza nazionale, mentre le gerarchie nel ‘cerchio magico’ intorno al magnate-presidente andavano assestandosi, con la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner a guadagnare posizioni e invece il suprematista Steve Bannon a perderne, dopo l’infelice esito di alcune sue iniziative.

La politica estera palestra di voltafaccia
La politica estera pareva una cosa semplice semplice: pappa e ciccia con la Russia; unghie in fuori con la Cina; divido l’Europa e non le bado; combatto il terrorismo, ma sto fuori dal Medio Oriente. Invece, non è proprio stata una passeggiata. Anzi, è su questo terreno che Trump presidente, tale quale il Trump candidato, ha esercitato un tratto saliente dei suoi primi ‘cento giorni’: il voltafaccia.

Faccio la pace con la Russia; anzi no, ci litigo. Il futuro della Siria non è una priorità; anzi no, bombardo al-Assad e voglio che se ne vada perché ha usato i gas contro i suoi nemici che improvvisamente scopro essere miei amici. Bisticcio con la Cina; anzi no, le chiedo di tenere a bada la Corea del Nord, ché, altrimenti, ci penso io con portaerei e sottomarini nucleari. La Nato è obsoleta; anzi no, è utile contro il terrorismo – e se gli alleati pagano la loro quota.

Elemento costante – e mai tradito – è stato la indubbia fascinazione per gli uomini, o le donne, forti: riceve il presidente egiziano, l’autoritario generale al-Sisi; si congratula con il presidente turco, l’altrettanto autoritario Erdogan, per il successo di misura nel referendum che instrada la Turchia verso un regime presidenziale semi-dispotico; e non mostra repulsione per la candidatura in Francia di Marine Le Pen, che prende i soldi a Mosca, ma è alfiere di quel processo di smembramento dell’Unione che a Trump – l’uomo della Brexit – piace tanto.

L’isolazionista diventa interventista. Con la tentazione di aggiustare le cose del mondo assestando qualche martellata, visto che quelle dell’America non vanno a posto da sole. I suoi metodi gli hanno già valso un altro record: le ricerche su Google su Terza Guerra Mondiale e su Guerra Nucleare non sono mai state così numerose dal 2004, da quando cioè ne esistono statistiche.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.