lunedì 23 aprile 2018
Colombia: prospettive
La solitudine della piazza colombiana tra bocciature interne e
promozioni internazionali
Colombia si muove nella piazza pubblica
di MARTHA ALVAREZ
Ora
che il mondo ritorna multipolare e che il fracasso della
visione unipolare e globalista del liberalismo è evidente nelle nuove scelte
geopolitiche che i popoli sovrani stanno affrontando. Ora che sulle forze populiste si tessono i nuovi nazionalismi:
Italia ha Grillo e la nazione vive la disfatta
riformista della Costituzione proposta dal governo; gli Stati Uniti navigano nell’incertezza delle proprie scelte;
la Russia è ritornata a essere un impero zarista, la Gran Bretagna ha la Brexit
da pilotare; la Cina riconferma di Xi Jinping al governo per dare stabilità alla nazione leader
dell’economia mondiale. Ora che nel Brasile la presa del potere por parte
di Michel Temer, ha avviato numerose riforme generando le proteste popolari che
ogni settimana stanno travolgendo la nazione sudamericana; lì vicino, in Colombia, non poteva mancare la tempesta che si è alzata
dopo la sconfitta del ‘Sì’ al referendum, che ha spinto i cittadini a
scendere nelle piazze a premere sul governo, le forze contrapposte degli alzati
in armi e i promotori del ‘No’, a fare la scelta tra salvare gli Accordi già firmati lavorandoci sopra o a
ricominciare d’accapo.
Dove
i governi ricercano la sicurezza, essi si trovano l’instabilità geografica, che diffonde
paure mondiali finanziate con pochi euro. Ora, quando i popoli che amano e
ricercano la giustizia sono soffocati nell’avarizia e intrappolati nelle
barriere dell’egoismo, si strozzano nell’architettura delle rogatorie e dei
Trattati internazionali. In solo 40 giorni e ancora nella ospitalità della
controversa Cuba, sulle 297 pagine del vecchio patto, nell’impronte delle sui
righe hanno scritto le 310 pagine, che ora devono essere passate dalla carta
alla vita reale con l’implementazione.
Ora
che i popoli hanno una più incidente ricerca dei propri nazionalismi e di
leader che diano identità alle genti delle regioni; ora che i dispersi nelle differenti
nazioni in quanto non sono stati considerati nel momento che le potenze li
hanno divisi cercano capi e rappresentanti; e ciononostante le frammentazioni
interne, tutte le nazioni aderiscono ai problemi della globalizzazione: la
risoluzione dei problemi ambientali, la ricerca di pace, giustizia, sicurezza e
benessere. È per questo che dovrebbe prevale i principi d’uguaglianza e di
responsabilità tra le genti. Ora, più che mai, la società colombiana vuole la pace
e la comunità internazionale così lo ha compreso.
Il
Presidente dopo la bocciatura avuta nel referendum del 2 ottobre, ha continuato
instancabilmente a lavorare ascoltando le parti, riuscendo in breve tempo
nell’intento d’avviare tutti i suoi sforzi diplomatici e legali che li sono stati
conferiti per il raggiungimento di un ‘Nuovo Accordo’ di Pace con
l’organizzazione guerrigliera più longeva del pianeta: Forze Armate
Rivoluzionarie di Colombia le “FARC”. E un nuovo equo accordo è stato avviato e raggiunto, in un
dialogo in grado di soddisfare tutte le componenti del popolo colombiano. Dopo
aver ricevuto il premio Nobel per la Pace, Juan Manuel Santos, senza dubbio,
passa alla storia come figura di libertà.
Ora
che la geopolitica crea barriere materiali e immateriali e tuttavia, diventa di
flussi e movimentazioni biopolitiche; in momenti in che i conflitti nazionali e
regionali sono globalizzati, il bisogno di pace della Colombia passa a essere
voce da bar, da salotto e di tutti i cittadini di questo Pianeta, e
indifferenti o no, si rispolverano le parole del caudillo colombiano, la cui
morte diede avvio allo spirale della violenza che ha occupato la comunità internazionale amica
della Colombia. Jorge Eliecer Gaitàn ferventemente aveva detto: “è vicino il momento in qui vedremo
se è il popolo a comandare, se è il popolo a ordinare, se il popolo è il popolo
e non una moltitudine di servi”.
Le
piazze ritornano allo loro funzione vitale per la democrazia; ora, quando la
geografia sembrava stabilita d’una volta per tutte e le frontiere della propria
sovranità erano state definite anni fa. La Colombia si muove in questo
mondo interessante che è pieno di diversità, alla ricerca dell’unità nella cooperazione internazionale, in una società delle nazioni, che sta
organizzata come l’insieme di popoli amanti della pace e tuttavia vede
aumentare le conflittualità locali. Tuttavia, nelle piazze i cittadini colombiani di tutte
le componenti sociali, politiche, religiose e senza nessuna discriminazione ci
sono abbracciati chiedendo accordi di pace.
Nei
numerosi trattati, la comunità internazionale allenta i propri vincoli nazionali, alla ricerca
del coordinamento, la solidarietà e
l’accettazione. Ed ecco la Colombia, che è un
popolo libero dal 1819, e tuttavia, ha nel suo territorio legittimità stanziali potenti non
proprie, ancora capaci di violentare fisica e ideologicamente le proprie Prime
Nazioni e il comune popolo sovrano, che sovrano no è da quando si è reso
dipendente: di fatto, la Colombia è una nazione ricca di risorse utili per il
proprio sviluppo e ciononostante ha ancora una base economica di sussistenza e
si lascia spogliare costantemente. Perciò, per prendere consapevolezza del
proprio diritto e valore, il popolo colombiano cerca l’aiuto della comunità
internazionale.
L’identità
geopolitica e la geografia umana si trasformano all’ombra di una serie di
nazioni scosse delle scelte della secolarizzazione e che comunque ricercano il
redentismo nelle guerre sante, tra polvere e sangue. Lo spirito dei tempi ci fa
vedere che la Russia, ieri simbolo d’ateismo, ora ritornata potenza col
richiamo all’identità
religiosa. D’uguale modo il popolo colombiano
esteriormente sembra libero d’una fede, indifferente alle questioni religiose,
e ciononostante, cade nelle trappole dell’analfabetismo funzionale,
immergendosi nelle comunità religiose di garage, dove cerca di purgare le proprie colpe e
aggregarsi politicamente, aiutando così ad spegnere lo spirito
dell’illuminismo. Dichiaratamente cattolico, il ‘cristiano’ colombiano è anche fiero
di dichiararsi laico, tuttavia osserviamo che ritorna alla schiavitù del sacro, quando dimenticando le parole di Gesù: la “verità vi renderà liberi”, si fa ingannare e imprigionare negli slogan
pubblicitari del partitismo che mette in rischio la laicità dello Stato.
Nell’economia
globalizzata e trasformata alla volontà delle multinazionali,
che muovono i fili di governi consenzienti in lasciare opprimere i propri
popoli, ecco le Prime Nazioni colombiane che tornano a esser protagonisti
richiamando al governo come garante e protettore delle proprie ancestrali
differenze, si proclamano fieri del proprio origine e allontanando gli
‘evangelizzatori’, bollandoli come mercanti di morte. E nelle ferite aperte che
tutti i popoli hanno, trovandosi dentro un sistema economico iniquo, si fanno
evidenti com’effetti collaterali: i consumi poco legali o illegalizzati di
sostanze, di prodotti superflui e d’informazione.
In
un sistema economico che ha visto la crescita delle diseguaglianze nell’uso e
approfittamento delle risorse dichiarate bene comune, vede in Colombia una
nazione d’ingiustizia economica e sociale, dove il povero nell’urna elettorale non
ha voluto o non ha avuto la forza di guardare al futuro, e mediante la
partecipazione alle diverse manifestazioni ha voluto che la realtà della scarna e povera
piazza, decidesse e li dessi gli ascensori sociali di che ha bisogno per
affermarsi come persona. Dopo la uscita dei risultati elettorali, la soglia
imposta dalla Coste Costituzionale è stata superata del 10%, e su una popolazione atta per andare alle urne di 34.899.945,
hanno partecipato solo 13.053.364 dei convocati, e di questi 12.800.858 hanno dato un
voto valido.
Le
frontiere del cyberspazio ci hanno ricordato che le nostre identità sono porose, in quanto
molteplici e veloci sono i cambiamenti geopolitici globali e che la Colombia
non è un luogo sperduto. In un mondo connesso, si produce la notizia e alla
velocità della luce lo comunica ai popoli che dormono e ignorano;
tuttavia il 2 ottobre in Colombia, gli abitanti della città e più connessi sono
rimasti indifferenti nei propri affari nella misura del 62,57%, oppure
all’ombra delle urne hanno evitato scegliere d’aiutare al contadino produttore
degli alimenti a uscire della spirale di violenza partitica e di guerriglia, in
che innocentemente per quasi 70 anni, si ha visto coinvolto. Le reti del web
muovono i cittadini colombiani dispersi nel mondo e sono la principale fonte
d’informazione istantanea, che li ha permesso d’avviare le diverse
manifestazioni in richiamo alla pace.
Ora
che le relazioni di potere a confronto non sono la sintesi di quello che
succede nei loro territori, i figli dei contadini colombiani conoscendo cosa è
la guerra, volevano la pace e hanno accompagnato i loro genitori al seggio
elettorale, mentre che d’altra parte, i figli dei quartieri poveri delle grandi
città, non sapevano nulla perché i loro genitori avvolti
nella propria povertà e ignoranza. Hanno preferito restare a guardare, come si guarda
una partita di calcio; ma nel suo momento coinvolgendo insieme alla piazza e formando
un solo gruppo, hanno cercato di legittimare la propria scelta uscita sconfitta
delle urne, e d’altra parte, si cerca di annientare la propria pigrizia
intellettiva e la passività politica.
Le
piazze sono state il crogiolo della democrazia e dei ritrovi spontanei per
delineare momenti cruciali della stabilità politica e sociale. Nei piccoli
insediamenti, scuole, università, teatri, luoghi dello sport e soprattutto, in
tutte le piazze delle città più importanti della Colombia si sono svolti dialoghi, momenti
conviviali e manifestazioni artistiche e culturali a favore della pace. La
piazza colombiana vuota fino al 5 ottobre, quando dopo la “Marcia del Silenzio”, si
è riempita di giovani politicamente svogliati e costantemente alla ricerca d’identità,
spinti dalla bocciatura, volevano fare la differenza: in condizioni difficili e
insalubri, hanno costituito una piccola repubblica!.
Durante settimane lo spazio pubblico colombiano è stato
periodicamente riempito da cittadini comuni convocati da iniziative e scioperi
pacifisti. Milioni di persone si sono coinvolti moralmente in una delle
manifestazioni simboliche più eclatanti degli ultimi anni del paese.
Una
piazza fatta di persone che si sentono essenzialmente scolarizzate e tuttavia
ricercano interpreti delle proprie verità e si lasciano guidare
dei propri sciamani politici. Una piazza dove si è ritrovata rappresentata una
società civile che vive fluidamente nell’indifferenza politica, e
tuttavia, sconcertata ha desiderato ricominciare d’accapo. La più importante piazza
colombiana è la Piazza Bolivar a Bogotà; in essa durante più di
45 giorni è stato organizzato un “Accampamento della Pace”, un presidio popolare senza
interruzioni fino al 19 novembre, quando la forza pubblica delegata dal sindaco,
che rappresenta le forze opposte al governo nazionale, per fare spazio a una
manifestazione musicale, usando mezzi repressivi e violenza, ha provveduto a
uno sgombero. Nell’immaginario collettivo quel manipolo di manifestanti hanno
lasciato un enorme legato di valore civile, fede nel proprio governo,
democrazia e pacifismo.
Mossi
nelle acque buie, stagne della mancanza di creatività politica, i popoli della
Terra sono alla ricerca dei colpevoli, ed ecco che il mondo si muove in slogan
politici che risultano vincenti e tuttavia, non danno le tangibili risposte
desiderate. L’incertezza uscita delle urne colombiane ha fatto urlare senza esprimere un suono: chi ci
guiderà nel processo? Ecco che la piazza internazionale mostra la
solidarietà con il popolo colombiano: la diplomazia ha spalleggiato subito
al presidente Santos.
Juan
Manuel Santos, presidente della Repubblica della Colombia, è stato insignito
col Premio Nobel per la pace il passato 7 ottobre “per i suoi sforzi
risoluti” per lograre la pacificazione all’interno della nazione che
rappresenta la democrazia più antica dell’America Latina e una speranza per la
comunità internazionale. Santos è alla guida della Colombia dal 2010 e
attualmente è al secondo mandato, dopo che nel 2014 è stato rieletto sul
presupposto del raggiungimento dell’accordo che era già in negoziazione.
L’evento
sociopolitico colombiano sembra dimenticato per il fluire dei giorni, tuttavia,
esso è vivo e presente nelle piazze italiane, nei flussi dei turisti che
arrivano a visitare musei e monumenti, a confessarsi nei luoghi della fede, a
sentire il sapore delle nostre ricette, e anche a riscontrarsi con la realtà delle affollate
metropolitane, con la singolare delinquenza e la sporcizia di alcuni quartieri
romani e poi tornano in patria portano i ricordi tangibili e almeno in fotografia i simboli della
grandezza e bellezza del nostro sistema paese. Le urne colombiane ci ricordano
che siamo a portata d’areo.
Le
piazze della globalità hanno offerto l’ospitalità, l’abbraccio di solidarietà e un luogo di confronto
e d’informazione a gli amici della Colombia, passanti e a tutti i colombiani
sparsi per il mondo che hanno potuto congregarsi. Nel resto dei paesi
democratici la comunità colombiana del ’Si’ in essi residenti, è uscita vincente e
ancora più desiderosi della pace, ha chiamato a partecipare alle manifestazioni
pubbliche spontanee, in una raccolta firme come risposta alla vita, che ha
avuto l’importante partecipazione trasversale nella “Tavola Sociale per la
Pace”, da Norvegia all’Australia, passando per la piazza Times Square a New
York, coinvolgendo Parigi e Londra, il Paese Vasco e Roma, Ginevra
e Buenos Aires.
Oggi
evento internazionale in che partecipavano i colombiani si costituì in un
importante momento per manifestare il desiderio di pace. Durante le partite di
calcio, le gare di ciclismo e di altri sport internazionali, sportivi e tifosi
si sono fortemente espressi con cori e slogan, con camicette e fazzoletti
bianchi e bandiere. Il presidente Santos è stato invitato dalla Regina Elisabetta al
palazzo di Buckingham, ha parlato ai membri del Parlamento britannico e con il primo Ministro Theresa May, sul appoggio britannico e la
cooperazione bilaterale nel post conflitto.
Oltre
a Cuba, Cile, Venezuela e Norvegia, anche gli Stati Uniti hanno giocato un
ruolo di prim’ordine per attivare, sostenere e concludere i negoziati.
L’elezione di Trump e la scelta del Segretario di Stato nella persona di Rex
Tillerson, senza dubbio non potrà cambiare di molto la politica Americana nel confronto della
Colombia: sia repubblicani che democratici per anni hanno ‘aiutato’ a
raggiungere il clima propizio per la pace, con un progetto chiamato “Plan Colombia”; a febbraio 2016, Obama durante la visita di Santos alla Casa
Bianca, ha annunciato un nuovo stanziamento di 450 milioni di dollari per il
progetto “Paz Colombia” e il palazzo di Nariño, il 2 dicembre ha
avuto la visita del vicepresidente Americano Joe Biden,
per “rafforzare i vincoli commerciali” e promuovere il rinascere dell’interesse
americano per lo sviluppo e la pace del popolo colombiano.
The New York Times, ha identificato al
ex presidente Uribe come “l’uomo che blocca la pace in Colombia”. Di fatto, la notte del 2
ottobre, il fronte promotore del ‘No’ interrogato dai giornalisti dimostra
palesemente l’impreparazione al risultato, e i giorni seguenti sono carenti nel
dare risposte efficaci e costruttive. Uribe, ha dichiarato: “è stata una
decisione del popolo colombiano. Il Presidente ha il dovere di trovare le
strade per avviare nuovamente il dialogo, ma con l’importante contributo della
maggior parte dei colombiani, che hanno votato no”. Il popolo ha avuto una
grossa delusione.
La
dimostrazione che la Colombia è una democrazia matura sta nel fatto che anche
una cifra esegua è tenuta in considerazione. Il ‘No’ ha ottenuto solo il 0.43%,
ciò significa che il popolo nelle piazze ha cercato di capire l’incidenza
effettiva e quali siano le proposte valide e innovative che hanno da fare agli
Accordi. Basandosi nelle affermazioni del ex presidente Uribe, in una conferenza
tenuta in Spagna, per molti è evidente che il fronte del ‘No’ ha semplicemente voluto
portare d’oltranza i dialoghi, attendendo l’arrivo della nuova campagna
elettorale del 2018, in che il partito “Centro Democratico”,
spera di tornare al governo. La società politica, religiosa e
diversi settori della vita civile colombiana hanno fatto più di 500 proposte di
modifica, che sono stati considerati attentamente dai rappresentanti del
Governo e delle FARC.
Storicamente
i governi colombiani avevano portato avanti altri negoziati raggiungendo altri
accordi di pacificazione; ma, quest’anno per ben due volte si è arrivato alla
firma. La nazione rappresentata dal gruppo di campisti e il popolo colombiano
in toto, hanno pazientemente atteso che il rappresentante del governo Humberto
della Calle e tutti gli altri attori convocati un’altra volta sotto il cielo
cubano, portassero a termine un ‘nuovo’ accordo.
Il
nuovo patto raggiunto all’Avana in solo 40 giorni, ha portato i protagonisti
dell’accordo anteriore: il Presidente della Repubblica e il massimo capo delle
FARC, Rodrigo Londoño, alias "Timochenko", alla cerimonia di sigillo, il
24 novembre, nel teatro Colón de Bogotá,
davanti a una affollata platea. Il primo era stato firmato davanti a una
nutrita Comunità internazionale che si diede protocollare appuntamento nella città colombiana di Cartagena,
il 26 settembre, patto rifiutato degli elettori nel referendum del
2 ottobre.
La
Presidenza della Repubblica usando la norma che permette che il Congresso
approvi proposizioni su politiche pubbliche, questa volta ha sottoposto lo
pattuito in sessioni separate del Senato e della Camera dei rappresentanti.
Dopo accesi dibattiti a favore o contro il Nuovo Accordo, oppure contro o a
favore del governo, in tempo record, il Senato ha spalleggiato il nuovo patto
con 75 voti a favore, la Camera ha stabilito la vittoria con 130 voti. Uribe ha accettato aver
commesso errori, e insieme ai rappresentanti del popolo oppositori, hanno
lasciato le aule durante le votazioni, pertanto non si è verificato nessun voto
contro.
Era
stato spostato l’arrivo del momento della controfirma popolare degli accordi, il
cosiddetto giorno “D”: dal giorno dopo il referendum, cioè dal 3 d’ottobre, al 30
di novembre. Il congresso colombiano è eletto direttamente ogni quattro anni,
allora, l’approvazione dell’Accordo raggiunto tra governo e FARC por parte del
Senato e della Camera è una forma di referendum popolare indiretto.
Negli
ospedali civili e militari fanno un bilancio positivo riportando i livelli bassi
e mai visti di civili e soldati caduti o feriti in combattimento con le forze
insurrezionali; tuttavia, recentemente, sono tornati all’azione gruppi di
paramilitari e di delinquenza comune: in zone di coltivazione illecite e di
produzione mineraria illegale, diversi leader sociali vincolati con i gruppi
politici di sinistra sono stati assassinati. Certamente le risorse colombiane
sono molteplici, come lo sono gli attori interessati in guadagnare mettendo a
repentaglio la vita delle persone e l’ordine e la sicurezza nazionale.
Il
Santos sta lavorando per avviare a conclusione le leggi d’indulto e amnistia e
per integrare delle commissioni speciali per dare compimento al storico
Accordo, che coinvolge la Procura, rappresentanti delle FARC, ONG e l’Ufficio
della Presidenza della Repubblica. Il popolo colombiano dopo il periodo di
apatia e di sfiducia nelle istituzioni ha spalleggiato fortemente al presidente
e insieme alla comunità internazionale, ammira la perseveranza con cui ha
proseguito allo scopo di trovare il nuovo accordo. Il desiderio di porre fine a
una guerra fratricida che si prolunga dal 1948 ha vinto con il prossimo
reinserimento alla vita civili di più di 5000 alzati in armi. Una lotta
ingiusta che ha lasciato un saldo vicino ai 300.000 morti, cerca sette milioni
di sfollati, una moltitudine di scomparsi e di vittime dirette e indirette, si
trasforma in una giusta lotta civile e democratica.
Il
nuovo patto è riconosciuto come migliore e più solido, ha però tante sfide che la Colombia non può affrontare nella sua
solitudine. Il progetto di disarmo e di smobilitazione dei guerriglieri è già in corso e dovrà svilupparsi fino a metà del 2017; inoltre, la
riforma rurale, la partecipazione politica dei guerriglieri, la questione delle
vittime, la fine del conflitto e l’implementazione e verificazione degli
Accordi, sono aspetti che sembrano di politica interna a una nazione sovrana,
tuttavia, la comunità italiana e internazionale sono chiamate a partecipare
attivamente.
La
Colombia ha fama d’essere un ottimo partner commerciale e ha un ottimo futuro
prospettato anche dal suo inserimento al capo dei CIVETS, che oltre ai i BRICS,
sono la nuova sigla che vuole identificar i futuri poli strategici, economici e
politici, degli emergenti che s’affacciano alla scena del protagonismo mondiale.
I CIVETS sono l’insieme della Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia, e
Sudafrica che hanno stabilità politica, una dinamica economico e finanziaria,
un debito stero relativamente basso e una popolazione giovane, che tuttavia,
affrontano con lucidità i comuni problemi di disoccupazione, sperequazione
sociale e corruzione. D’accordo a dati ONU, la Colombia è classificata tra i
maggiori produttori di cocaina. L’implementazione dell’Accordo e l’aiuto
internazionale è un punto di lancio per trovare la soluzione strutturale alla
produzione, commercio e consumo di sostanze dannose per la salute umana.
A
Oslo il 10 dicembre 2016, Juan Manuel Santos ha ricevuto il Nobel per la Pace “a nome dei milioni di
vittime del conflitto”. Senza l’amplia collaborazione e il contributo del
popolo norvegese, il governo colombiano non avrebbe potuto uscire vincente,
così lo ha riconosciuto Santos al parlare con Erna Solberg, Primo Ministro norvegese.
In Colombia comincia a formarsi e crescere la generazione della pace; la piazza
colombiana non sarà più avvolta nella propria solitudine.
Martha
Alvarez, fequentractrice Master in Strategia Globale e Sicurezza
mercoledì 3 gennaio 2018
La Struttura dell'Atlante
IL COLTRINARI ATLANTE SI COMPONE DELLE SEGUENTI PARTI
GEOSTRATEGICO
EUROPA
ITALIA
ASIA
MEDIORIENTE
AFRICA
AMERICHE
OCEANIA, in cui sono annotati indicazioni e note di metodo
TERRE POLARI
L'Indirizzo è
geografia2013@libero.it
cliccando su ogni foto nelle colonne laterali si è inviati automaticamente al blog del continente indicato
martedì 19 settembre 2017
mercoledì 26 luglio 2017
giovedì 13 luglio 2017
mercoledì 12 luglio 2017
domenica 18 giugno 2017
USA: da una improvvisazione all'altra
| L’America di Trump Migranti: Usa, strage nei deserti della morte Adriano Metz 27/06/2017 |
Bloccata dal Congresso sul muro al confine con il Messico, l’Amministrazione conferma la stretta anti-immigrati - il numero degli arrestati è salito del 38% nei primi 100 giorni di Trump presidente, a una media di oltre 400 al giorno - e l’atteggiamento anti-Islam - per la prima volta da almeno vent’anni, la Casa Bianca non ha organizzato la consueta cena per la comunità musulmana a fine Ramadan.
Nuove regole e pannelli solari
Parlando nello Iowa, che non è proprio terra di frontiera, Trump annuncia come imminenti nuove regole sull'immigrazione: “Chi vuole entrare negli Usa dev’essere in grado di sostenersi finanziariamente e non potrà godere dei benefici del welfare per almeno cinque anni dal suo ingresso". Quanto al muro, un impegno della campagna elettorale, accantonata l’idea strampalata che lo paghi il governo messicano, l’idea è ora di attrezzarlo con pannelli solari che produrranno energia e ripagheranno così l'opera.
Eppure, nonostante la stretta e le minacce di giri di vite ulteriori, il flusso dei migranti non s’arresta. Anzi, le prospettive di muri più alti e di riforme penalizzanti spingono i disperati a serrare i tempi dei viaggi. Del resto, l’economia va bene e i posti di lavoro per gente senza pretese non mancano.
Così, nei deserti lungo il confine tra il Messico e il Sud degli Usa, Texas, New Mexico, Arizona, si consuma una strage che è paragonabile nelle sue dimensioni a quella dei migranti nel Mediterraneo - se non è peggiore -. Di quelle vittime, più immanenti di quelle in mare, perché i loro resti sono ben visibili lungo i sentieri della morte, poco si parla, nell’America di Trump.
Crani senza volto, ossa senza nome
La ‘copertina’ dell’inchiesta realizzata per il New York Times da Manny Fernandes, con fotografie di George Etheredge che sono un pugno nello stomaco, è agghiacciante: una galleria di crani, ciascuno con un numero di identificazione. Quel che resta di persone che, dopo avere illegalmente passato il confine tra Messico e Usa, sono morte nel deserto, di sete, di fame, di stenti, di fatica.
I loro corpi, talora abbandonati, talora sepolti alla meglio da compagni di viaggio, sono stati trovati, ma, in assenza di documenti, non sono stati identificati. Alcuni teschi sono bianchi calcificati, come le carcasse degli animali dei film western; uno è traversato da una striscia di tinta rossa, lasciata dalla decomposizione di una bandana per portava in testa per ripararsi, inutilmente, dal sole.
Un obitorio per immigranti clandestini allestito alla Texas State University, accoglie i resti senza nome di 212 persone: il laboratorio dell’Ateneo, a San Marco, si sforza di identificarli, incrociando dati e dna disponibili e facendo l’inventario degli oggetti trovati. Ma è un granello di sabbia di pietà in un deserto di morte.
“Vogliamo restituire loro almeno il nome”, spiega al NYT Timothy P. Gocha, un antropologo forensi impegnato nell’OperationIdentification: “Ciascuno di loro merita di più d’un numero”. dietro s’intravedono vicende umane, fedi religiose: il Caso 377 portava dentro una croce un grano di riso con su incisi due nomi, Sara e Rigo, forse i figli; il caso 519 aveva con sé le pagine dei Salmi strappate da una Bibbia in spagnolo.
L’immigrazione fa più vittime de 11/09 e Katrina
Dal 2000 a oggi, la Border Patrol, la polizia di frontiera rafforzata da Trump con migliaia d’effettivi, che pattuglia il confine per intercettare i convogli dei migranti, ha documentato oltre 6000 cadaveri. Nella sola contea di Brooks, tra Laredo e Corpus Christi, dal 2009 a oggi è stata accertata la morte di oltre 500 migranti.
Ne ha uccisi più l’immigrazione clandestina che l’11 Settembre 2001 e l’uragano Katrina nel 2005 messi insieme: gli attacchi terroristici contro New York e Washington fecero circa 3000 vittime, la furia degli elementi sulla Louisiana e sugli Stati limitrofi meno di 2000.
Nei primi quatto mesi del 2017 le vittime certificate sono state quante quelle di tutto il 2010: questo potrebbe risultare l’anno più tragico per l’immigrazione, dai picchi del 2012/2013, quando la ripresa dell’economia si cumulava con la speranza di una riforma dell’immigrazione che regolarizzasse chi già si trovava sul territorio americano.
Una spinta dalla Corte Suprema amica
Delle politiche anti-immigrazione annunciate da Trump, nessuna finora è andata in porto: il Muro cozza con le priorità di bilancio del Congresso; il bando è stato appena parzialmente sbloccato; le misure contro le città santuario trovano intralci nella magistratura e suscitano l’ostilità dei sindaci; quanto alle deportazioni di massa degli irregolari, un conto è annunciarle e un conto è farle, perché c’è pur sempre un giudice in America anche a Ovest del Pecos River.
Una mano al presidente l’ha ora data la Corte Suprema a maggioranza conservatrice, convalidandodisposizioni contenute nel bando all’ingresso negli Usa di cittadini di sei Paesi prevalentemente musulmani - il cosiddetto ‘muslimban’ -, in attesa di pronunciarsi sulla sostanza.
Finora tutte le corti federali che hanno giudicato il bando lo avevano bocciato come discriminatorio e, quindi, incostituzionale.Il divieto di ingresso negli Usa colpisce per 90 giorni i cittadini (per 120 i rifugiati) provenienti da Iran, Yemen, Siria, Libia, Sudan e Somalia. La sentenza di lunedì 26 è immediatamente esecutiva: si applicherà da giovedì 29.
Di qui all’autunno, il bando potrà essere applicato solo a quanti non hanno legami con persone (parenti o amici, ndr) o con entità (formula che riguarda fra l’altro gli studenti, ndr) che sono legalmente negli Stati Uniti. E se, intanto, uscisse l’insieme delle nuove regole sull’immigrazione, la disputa sul bando diventerebbe obsoleta.
Adriano Metz è giornalista freelance
USA: solo i propri interessi
giovedì 1 giugno 2017
L'UE non resterà un nano politico
| Trump e il Mondo Dopo G7: America First e l’ordine internazionale Francesco Bascone 17/06/2017 |
Significative sono a questo riguardo le dichiarazioni fatte dal cancelliere tedesco Angela Merkel nei giorni successivi: l'Europa deve imparare a fare da sé (“prendere in mano il proprio destino”). Aggiungendo che ciò dovrà avvenire “in amicizia con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna”, ma anche in uno spirito di “buon vicinato, nella misura del possibile, con la Russia”, la Merkel ha posto quasi sullo stesso piano i rapporti con gli alleati anglosassoni e quelli con la potenza antagonista, tuttora destinataria di sanzioni.
Si compie l’evoluzione post Guerra Fredda
Giunge così a compimento l'evoluzione dell'ordine internazionale post-Guerra Fredda. Con la dissoluzione dell'Unione Sovietica si affermava la tesi - soprattutto negli Stati Uniti, ma non solo - di una trasformazione dell'ordine mondiale da bipolare a unipolare. Era il “new world order” proclamato da Bush senior. La Nato sopravviveva allo scioglimento del Patto di Varsavia e preparava l'allargamento verso Est; con le intese del 1997 e 2002 accoglieva la stessa Russia in una specie di orbita esterna.
L'America, destinata al ruolo di Paese-guida (“manifest destiny”), offriva agli europei e pure ai russi una “partnership in leadership” (sottinteso: come junior partner).
Nel 2001 l'attacco alle Torri Gemelle mise la sordina alle voci critiche nei confronti di questo modello geopolitico. Nel 2003 l'invasione dell'Iraq e poi la miope gestione dell'occupazione vi aprì una prima crepa. Negli anni successivi il leader russo Vladimir Putin lo ha contestato decisamente; varrebbe la pena rileggere il suo discorso alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, del febbraio 2007.
Il ritorno della Russia e i nuovi protagonisti
Mosca non pretendeva evidentemente il ritorno a un mondo bipolare, bensì il riconoscimento dell'esistenza di un ordine internazionale multipolare. Gli interventi militari in Georgia nel 2008 e Ucraina nel 2014, certo giuridicamente illegali, sono stati la logica espressione della rivendicazione di una sostanziale parità: se l'America (o la Nato, o l'Ue) ritengono di poter espandere la propria zona di influenza, anche la Russia può pretenderne una, sia pure più ristretta.
L'ascesa economica, militare e geopolitica della Cina (e, con distacco, quella dell'India) sanciva definitivamente la multipolarità. Ma finché la “comunità euro-atlantica”, da Vancouver ai confini occidentali della Russia, era unita da un solido legame di solidarietà, non si poteva parlare di un ordine internazionale realmente equilibrato.
Già sotto Bush junior e Obama (“pivot to Asia”) il legame preferenziale euro-atlantico si era leggermente indebolito. Con il loro successore è destinato a un ridimensionamento più drastico di quanto fino a poco tempo fa potessimo immaginare. A meno di un impeachment che faccia della presidenza Trump una breve parentesi, otto anni di continue sfide agli alleati e al buon senso non potranno non allargare l'Atlantico. E con la Brexit, la Gran Bretagna sarà un'isola politicamente a metà strada.
La fragilità della comunità d’intenti transatlantica
La delusione della Merkel, e la necessità per l'Europa di fare da sé, non derivano principalmente dall'evasività di Trump sul Patto Atlantico e in particolare sull'operatività dell'art. 5 (inteso come dovere di assistenza militare a un membro aggredito). Evasività che è in linea con il sacro egoismo insito nel motto “America First”: mira a non legarsi le mani nell'evenienza di un conflitto locale fra Russia e Paesi baltici, serve a premere sugli europei perché aumentino le spese per la difesa a tutto vantaggio delle industrie militari americane e forse ha anche una spiegazione nelle presunte complicità con Putin, ancora da chiarire.
In gioco non è la sopravvivenza dell'Alleanza e della relativa organizzazione militare integrata, che è nell'interesse dell'America e del suo complesso militare-industriale. Ma piuttosto la comunità d’intenti in politica estera e nella difesa dell'ambiente.
Il dissidio riguarda in primo luogo il ritiro dall'accordo sul cambiamento climatico. Ma profonde divergenze dividono gli europei dall'America di Trump (compresa la maggioranza in Congresso) anche sulla politica verso l'Iran (pericolo di misure Usa che provochino un irrigidimento di Teheran sulla moratoria nucleare); sulle massicce forniture militari all'Arabia Saudita e connessi incoraggiamenti a proseguire la sanguinosa guerra in Yemen; sull'indifferenza verso l'espansione delle colonie ebraiche in Cisgiordania e l'abbandono del principio dei due Stati, che soffocano ogni residua speranza di soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese.
L’Unione non resterà un nano politico
D'altra parte la ragionevolezza della Cina nel ribadire gli impegni di Parigi sui gas-serra la avvicina all'Europa, nonostante le nostre perplessità sui diritti umani, l'espansionismo verso gli isolotti contestati, il dumping sociale.
In seno all'Ue, la Russia è vista come un’antagonista minacciosa soprattutto da polacchi e baltici, mentre più a occidente varie capitali ne comprendono il ruolo di potenziale fattore di stabilizzazione in varie zone di crisi, oltre che di irrinunciabile partner economico. Il realismo, come nel caso Usa-Cina, impone un rapporto non univoco: né nemici, né alleati.
L'ordine internazionale evolve dunque verso un allentamento degli schieramenti e un rafforzamento della sua natura multipolare. In questo quadro l'Unione europea non può (né vuole) porsi al livello di Stati Uniti e Russia sul piano militare, ma è certamente fra i grandi sul piano economico e, purché creda in sé stessa, non è affatto condannata a restare un nano politico.
Francesco Bascone è Ambasciatore d’Italia.
giovedì 25 maggio 2017
USA: Un presidente che ha bisogno di aiuto
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Il G7, si diceva, ha perso la sua prominenza da che è stato inventato il G20, dove siedono anche le importantissime nuove potenze e l’Asia conta forse più dell’Europa. Certamente i Sette non possono più pretendere di rappresentare il mondo, o anche solo di poterlo guidare, senza la cooperazione degli altri. Ma in compenso, da che la Russia è stata esclusa dal Vertice (che da 8 è tornato a 7), questa è nuovamente la riunione tra gli Usa e i loro maggiori alleati: quella in cui il vecchio, ma pur sempre importantissimo, ‘Occidente’ può decidere quali siano i suoi interessi comuni e se ha una strategia unitaria per affermarli. Ancora alleati?, fin dove e come? Questa insomma rischia di essere la riunione in cui scopriremo fino a che punto e come siamo alleati con Donald Trump. Intanto sappiamo che sui dossier energetici non c’è accordo. Abbiamo ancora alcune settimane per vedere se al Vertice riusciremo a fare di meglio, ma tutto fa pensare che potrebbe essere più produttivo occuparsi di altro, a cominciare da quello che è stato discusso al G7 degli Esteri. Il lungo comunicato contiene cose che piacciono di più agli alleati ed altre che piacciono di più agli americani. Così, ad esempio, i ministri hanno approvato senza riserve l’attacco americano contro la base aerea siriana di Shayat, definendolo “attentamente calibrato, limitato negli obiettivi e rivolto contro siti militari direttamente coinvolti nell’attacco chimico”. Allo stesso tempo, hanno anche sottolineato più volte l’importanza delle Nazioni Unite e in particolare del Meccanismo investigativo congiunto dell’Onu e dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, che ha più volte accusato il governo siriano di averne fatto uso e che ora è invitato a proseguire nella sua missione di indagine. Peccato che al successivo incontro tra Rex Tillerson e Sergey Lavrov a Mosca, questo tema si sia esaurito in uno sterile muro contro muro. I paletti di un accordo con Trump Nel complesso il G7 degli Esteri ha cercato di individuare alcuni paletti di un possibile accordo ‘occidentale’ con Trump. Tralasciamo molti punti che non sembrano contenere novità di grande rilievo e limitiamoci a sottolineare alcuni aspetti di maggiore interesse. Tutto il comunicato è percorso dalla necessità di dare priorità alla lotta al terrorismo, anche al di là delle sezioni a ciò specificamente dedicate. Semmai una curiosità, che potrebbe nascondere qualche problema politico, deriva dal fatto che a parte il sedicente Stato islamico, cui è dedicata grande attenzione, nel comunicato non si fa mai riferimento diretto ad Al Qaida, neanche quando si tratta di Siria, di Yemen o di Africa, dove pure questa organizzazione terroristica svolge ruoli di rilievo. Molto esplicite e ripetute sono invece le critiche alla Russia, nei cui confronti si riconferma il mantenimento delle attuali “misure restrittive” (sanzioni), per spingerla a “tornare all’interno di un ordine di sicurezza basato su regole” condivise. Nel complesso, pur riconoscendo alla Russia di essere un importante protagonista internazionale e di condividere con Mosca molti comuni interessi, quali la lotta al terrorismo e la non proliferazione nucleare, i Paesi del G7 non accettano in alcun modo l’annessione della Crimea e ritengono che la Russia abbia grandi responsabilità sia in Ucraina che in Siria, che non usa come dovrebbe, o di cui, al contrario, abusa. Poche novità anche per quel che riguarda la Corea del Nord, dove però si riconosce che la sfida lanciata dal regime nord-coreano ha raggiunto nuovi livelli e richiede quindi una “reazione decisa ed efficace”. Poiché sembra impossibile che quel regime si adegui alle richieste di apertura, disarmo e rispetto dei diritti umani avanzate dai paesi del G7, rimane aperta la questione di quale dovrebbe essere la “reazione” di cui sopra. Più tranquilla la posizione sull’Iran dove si conferma l’importanza dell’accordo raggiunto sul nucleare (che dovrà però essere integralmente attuato) e ci si limita a deplorare i test di missili balistici effettuati da Teheran. Piuttosto decisa, anche se di tono nettamente diverso rispetto a quello usato con Mosca, anche la reazione alle rivendicazioni marittime cinesi, ad Est e a Sud. Ci si riferisce ad esempio al giudizio emesso dal Tribunale arbitrale il 12 luglio 2016, sfavorevole alle tesi cinesi, come ad una “utile base” per andare avanti pacificamente, e si ribadisce l’opposizione a iniziative unilaterali. Il comunicato tocca molti altri punti: ad esempio, è interessante una sezione sul cyber (anche se insiste sulla ricerca di regole non obbligatorie), ed è importante una sezione sulla opportunità di rafforzare il sistema Onu di gestione delle crisi. Ma complessivamente questo testo sembra soprattutto voler offrire un ramoscello d’ulivo da parte degli alleati alla nuova Amministrazione americana. Esso suggerisce un possibile compromesso che può consentire all’Occidente di proseguire insieme: salviamo l’alleato Trump (per la nostra stessa tranquillità). Vedremo come andrà a Taormina. Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI. |
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