Gli Stati Uniti sembrano tenere fede alla lettera agli accordi sottoscritti dalla Amministrazione Trump a Doha nel febbraio 2020 nei quali si prevede il ritiro totale degli USA dall'Afganistan. L'amministrazione Biden aveva dato l'impressione di voler evitare un ritiro totale delle truppe dall'Afganistan, mantendo un minimo di contingente che dia sostegno all'attuale. Gli alleati, compresa la Gran Bretagna e L?italia hanno completato il ritiro delle loro truppe. dalle rispettive zone di competenza passando le consegne all'Esercito afgano. Sembra che l'avanzata delle opposizioni, sopratutto i Talebani sia iniziata e poco contrastata dalle forze governative. La situazione divien di giorno in giorno sempre più difficile per gli occidentali e la situazione sembra predere una piega poco a loro favorevole
martedì 10 agosto 2021
venerdì 30 luglio 2021
Se Crolla la Russia? Gli scenari del 1953
Fonte Limes. n 6 del 2021
La carta sopra riporta una esercitazione voluta da Eisenhover che prevedeva come comportarsi con la Russia. Vi erano tre ipotesi Il contenimento, l'intermedio e il cosidetto Rollback.
Da questa esercitazione fu scritta la strategia oer la guerra fredda e doltre. La rivista Limes offre tutti i dettagli di questa esercitazione che rappresenta la risposta che l'America diede alle sfide degli anni 50.
CHissa se Biden ha chiamato la sua squadra ad elaborare una strategia per i prossimi cinquant'anni, visto che gli Stati Unit dopo Trump ha rinnegato tutte le scelte statunitensi della guerra fredda.
martedì 20 luglio 2021
sabato 10 luglio 2021
Basi e TRuppe Statunitensi in Germania
Fonte Rivista LIMES n. 4 del 2021
Il totale dei soldati statunitensi in Germania è di 35.000 unità, la metà dell'esercito Italiano
mercoledì 30 giugno 2021
Stati Uniti potenza Egemone ed i rapporti con Alleati e Avversari
Le percezioni che Gli Stati Uniti, e viceversa hanno con gli Alleati e gli Avversari . In Neretto, nella carta, quelle che gli Stati Uniti pensano degli altri; In Light quelle che gli altri hanno degli Stato Uniti
Fonte: LIMES Rivista di geopolitica. N. 2 Febbraio 2021. Info www.ilmioabbonamento.it
domenica 20 giugno 2021
Rivista LIMES n. 4 del 2021
IL volume tratta della rinascita del nuovo occidente europeo dovuto in gran parte al disimpegno politico degli Usa dovuto alla politica di Trup, a cui l'attuale presidente Biden cerca di porvi rimedio, ma ancora con scarsi risultati.
giovedì 10 giugno 2021
Biden: è finita la luna di miele?
I sondaggi che sono in corso negli Stati Uniti stanno dando il consenso a Biden in ribasso. Il presidente sembra aver esaurito la carica di innovazione e svolta impressa all'indomani delle elezioni ed il suo tentativo di conciliare l'America non sembra avere il successo sperato. Nell'incontro in Cornovaglia non è stato ne brillante ne protagonista. Tutto sembra andare in salita. I rapporti con la Gran Bretagna non sembrano decollare, anche se è difficile pensare che con un Primo Ministro come quello attuale qualcosa possa funzionare in Gran Bretagna,. Con gli alleati continentali ancora è troppo fresco l'affronto che TRump ha fatto. averli messi da parte e ignorati per 4 anni non sono delle buone credenziali per il nuovo presidente. In ogni caso Biden fa del suo meglio, ma gli Stati Uniti ormai in Europa non hanno più quel credito che avevano con Obama. I disastri di Trump sono abbastanza e sembra che il costo lo stia pagando Biden
lunedì 31 maggio 2021
giovedì 20 maggio 2021
Venezuela. La miseria del Re Mida
Come è possibile che un Paese con la ricchezza petrolifera del Venezuela luogo privilegiato nella geopolitica continentale americana anche considerando lo sviluppo raggiunto nella seconda metà del XX secolo oggi sia diventato una società che chiede aiuti umanitari, medicine, aliment? La situazione attuale del paese appare il frutto del suo sistema economico e politico interamente dipendente dalla estrazione del petrolio e dalla ripartizione della sua "rendita". Nemmeno la rivoluzione bolivariana ha davvero separato questo modello che ha fatto ammalare gravemente la vita democratica e sociale del paese. L'unica possibile strada da percorrere appare quella della ricostruzione di un paese sociale. Una strada su cui è impegnata in prima linea la Santa Sede.
Arturo Paroza, S.I, Venezuela. La miseria del Re Mida, in La Civiltà Cattolica 28 gennaio 11 settembre 2017, Quindicinale Anno 168.
La Rivista La Civiltà Cattolica è disponibile su carta presso la Emeroteca del CESVAM, Roma Piazza Galeno 1.
lunedì 10 maggio 2021
venerdì 30 aprile 2021
Cartografia dell'America Meridionale
Fonte LIMES, Rivista di Geopolitica info:www.ilmioabbonamento.it
Edordardo Boria, Professore di Geopolitica alla Sapienza, propone al termine di ogni numero di LIMES una Storia delle Carte. Qui sono rappresenta due mappe di fine settecento del Nord della America Latina
martedì 20 aprile 2021
Fonte LIMES, rivista di Geopolitica
info:www.il mioabbonamento.it
Le rotte marittime ed aeree del mar dei Caraibi in cui Cuba è il perno centrale della rete. La presenza di cubano-americano nelgi Stati Uniti, di cui 1345000 in florida e comunità consistenti nelle principale città della costa occidentale, compresa New York fa si che queste rotte siano di estrema importanza. I nuovi rapporti tra Stati Uniti e Cuba, raffreddati se non annullati dalla amministrazione Trump, dopo le aperture della amministrazione Obama, che saranno avviati dalla attuale amministrazione Biden correrano sicuramente su queste rotte.
sabato 10 aprile 2021
America Latina Composizione della Popolazione
Fonte: LIMES Rivista di Geopolitica
Info:www.ilmioabbonamento.it
Le presenza e il dominio dell'uomo bianco nelle due americhe è sempre più minacciato dalle altre razze. Mentre negli Stati Uniti occorre ricorrere, ad azioni politiche di forza per continuare ad affermare la supremazia dell'uomo bianco, nel sud del continente questa azione non è possibile, sia per la frammentazione politica sia per la composizione stessa della popolazione. Infatti quai il 50% della stessa è meticcia e tende più ad un ulteriore meticciato tanto da par nascere ipotesi che si sta creando un "uomo nuovo"
mercoledì 31 marzo 2021
Rivista LIMES Febbraio 2021 n. 2
sabato 20 marzo 2021
Trump. Una tragedia americana. Covid. Quello che poteva essere fatto.
Rivista QUADERNI n. 3 del 2020 Luglio-Settembre 2020
Per la parte dedicata
alla Storia, iniziano con questo numero le pubblicazioni dedicate al centenario
del Milite Ignoto che ricorre il prossimo anno. L’’Istituto è particolarmente
impegnato in questa data anniversaria, e la Rivista non può che assecondare
questa scelta. Prosegue, sull’abbrivio della Giornata del Decorato del 2021,
che non si è potuta celebrare per via della epidemia da Covid19, che non può
fermare l’attività posta in essere a corredo scientifico di detta giornata, le
note riguardanti la campagna di Sicilia del luglio 1943 e degli avvenimenti
riguardanti la campagna d’Italia del 1944. Contributi di Massimo Coltrinari e
Luigi Marsibilio, nell’ambito delle ricerche avviate a seguito dei Progetti in
corso riguardanti le tematiche della Guerra di Liberazione, e una di Giorgio Clemente
che affronta particolari situazioni di nostri militari durante la seconda
guerra mondiale e una nota di Consalvo Dolce riguardante l’intervento
dell’impegno degli Stati Uniti nel Vietnam.
Per la parte
geografica apre Valentina Trogu trattando della sociologia della deterrenza,
mentre in geopolitica delle prossime sfide, una nota sul covid e come viene
affrontato, che fa riflettere sulla leaderschip degli Stati Uniti nel mondo
occidentale e Luca Bordini che tratta della digitalizzazione nelle FF.AA.
Infine Stefano Chiarle tratta dell’Ucraina e del suo cammino verso la democrazia.
Nelle rubriche,
quelle relative al CESVAM si riportano alcune peculiari attività del Centro,
con la evidenziazione delle realizzazioni editoriali mentre gli Indici della
rivista QUADERNI ON LINE si riferiscono al III trimestre del 2020. Si può
finalmente dire che un costante aggiornamento delle NOTIZIE CESVAM e degli
eventi a cui si partecipa come CESVAM è possibile trovarlo sulla home page
della piattaforma www.cesvam.org alla rubrica
“Eventi” ed alla rubrica “Notizia CESVAM”, mentre è in progetto la
pubblicazione su questa rivista dei contenuti dei vari comparti della
piattaforma
La rubrica di chiusura
riporta la iconografia brigate di fanteria della prima guerra mondiale, come
tradizione di questa rivista.
Da ultimo,
l’editoriale del Presidente Nazionale ed il Post editoriale del Direttore del
Periodico sono intonati al tema della celebrazione del Milite Ignoto, nel solco
delle scelte sopra dette, e dei contenuti evidenziati nella pubblicazione consorella.
(massimo coltrinari)
(Info:quaderni.cesvam@istitutonastroazzurro.org)
mercoledì 10 marzo 2021
domenica 28 febbraio 2021
USA. Il declino
Il covid 19 e l'epidemia mondiale nel modo come è stata affrontata dalla ammistrazione Trump ha dato il colpo di grazia alla potenza degli USA. Trump passerà alla storia come il Presidente del declino degli Usa. Gli eventi del 6 gennaio a Capitol Hill sono il risultato di quattro anni di negazione della democrazia, del rispetto dei suoi principi e dei suoi presupposti. Gli Usa con la pandemia mostrano dati che sono veramente eloqeanti. La disoccupazione è arrivata a livelli record nel primo semestre 2020, ed il PIL dell'Unione è crollato del 30% Mettendoci anche il piano militare gli Stati Uniti non sono più la superpotenza egemone. Trump anzichè contrastare questo declino, lo ha accentuato scegliendo una strategia veramente perdente: non al multilateralismo, disimpegno da tutti gli scenari più significativi, ripresa della guerra fredda, che è indirizzata aggiornata non più alla Russia ma alla Cina. In più il progressivo disimpegno dalla Nato, allontanandosi dagli alleati europei perdendo quella linfa vitale che nel secolo breve aveva portato gli Stati Uniti ad essere il faro dell'occidente. Oggi non è altro che uno stato in preda alle sue divisioni una terra dove la libertà non è più la stella polare, e la polizia agisce come in un qualsiasi stato dittatoriale, senza garanzie per nessuno o per pochi. I massicci investimenti militari annunciano ancora di più il declino, come già gu per la URSS nei suoi ultimi anni di vita.
sabato 20 febbraio 2021
Discorso di insediamento del 44° Presidente degli Stati Unti, Barak Obama
Concittadini, oggi sono qui di fronte a voi con umiltà di
fronte all'incarico, grato per la fiducia che avete accordato, memore dei
sacrifici sostenuti dai nostri antenati. Ringrazio il presidente Bush per il
suo servizio alla nostra nazione, come anche per la generosità e la
cooperazione che ha dimostrato durante questa transizione. Sono quarantaquattro
gli americani che hanno giurato come presidenti. Le parole sono state
pronunciate nel corso di maree montanti di prosperità e in acque tranquille di
pace. Ancora, il giuramento è stato pronunciato sotto un cielo denso di nuvole
e tempeste furiose. In questi momenti, l'America va avanti non semplicemente per
il livello o per la visione di coloro che ricoprono l'alto ufficio, ma perché
noi, il popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati, e alla
verità dei nostri documenti fondanti. Così è stato. Così deve essere con questa
generazione di americani. Che siamo nel mezzo della crisi ora è ben compreso.
La nostra nazione è in guerra, contro una rete di vasta portata di violenza e
odio. La nostra economia è duramente indebolita, in conseguenza dell'avidità e
dell'irresponsabilità di alcuni, ma anche del nostro fallimento collettivo nel
compiere scelte dure e preparare la nazione a una nuova era. Case sono andate
perdute; posti di lavoro tagliati, attività chiuse. La nostra sanità è troppo
costosa, le nostre scuole trascurano troppi; e ogni giorno aggiunge
un'ulteriore prova del fatto che i modi in cui usiamo l'energia rafforzano i
nostri avversari e minacciano il nostro pianeta. Questi sono indicatori di
crisi, soggetto di dati e di statistiche. Meno misurabile ma non meno profondo
è l'inaridire della fiducia nella nostra terra: la fastidiosa paura che il
declino dell'America sia inevitabile, e che la prossima generazione debba
ridurre le proprie mire. Oggi vi dico che le sfide che affrontiamo sono reali.
Sono serie e sono molte. Non saranno vinte facilmente o in un breve lasso di
tempo. Ma sappi questo, America: saranno vinte. In questo giorno, ci riuniamo
perché abbiamo scelto la speranza sulla paura, l'unità degli scopi sul
conflitto e la discordia. In questo giorno, veniamo per proclamare la fine delle
futili lagnanze e delle false promesse, delle recriminazioni e dei dogmi
logori, che per troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica. Rimaniamo
una nazione giovane, ma, nelle parole della Scrittura, il tempo è venuto di
mettere da parte le cose infantili. Il tempo è venuto di riaffermare il nostro
spirito durevole; di scegliere la nostra storia migliore; di riportare a nuovo
quel prezioso regalo, quella nobile idea, passata di generazione in
generazione: la promessa mandata del cielo che tutti sono uguali, tutti sono
liberi, e tutti meritano una possibilità per conseguire pienamente la loro
felicità. Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, capiamo che la
grandezza non va mai data per scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro
viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie o di ribassi. Non è stato un
sentiero per i deboli di cuore, per chi preferisce l’ozio al lavoro, o cerca
solo i piaceri delle ricchezze e della celebrità. E’ stato invece il percorso
di chi corre rischi, di chi agisce, di chi fabbrica: alcuni celebrato ma più
spesso uomini e donne oscuri nelle loro fatiche, che ci hanno portato in cima a
un percorso lungo e faticoso verso la prosperità e la libertà. Per noi hanno
messo in valigia le poche cose che possedevano e hanno traversato gli oceani
alla ricerca di una nuova vita. Per noi hanno faticato nelle fabbriche e hanno
colonizzato il West; hanno tollerato il morso della frusta e arato il
duroterreno. Per noi hanno combattuto e sono morti in posti come Concord e
Gettysburg, la Normandia e Khe Sahn. Ancora e ancora questi uomini e queste
donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato fino ad avere le
mani in sangue, perché noi potessimo avere un futuro migliore. Vedevano
l’America come più grande delle somme delle nostre ambizioni individuali, più
grande di tutte le differenze di nascita o censo o partigianeria. Questo è il
viaggio che continuiamo oggi. Rimaniamo il paese più prosperoso e più potente
della Terra. I nostri operai non sono meno produttivi di quando la crisi è
cominciata. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi
non meno necessari della settimana scorsa o del mese scorso o dell’anno scorso.
Le nostre capacità rimangono intatte. Ma il nostro tempo di stare fermi, di
proteggere interessi meschini e rimandare le decisioni sgradevoli, quel tempo
di sicuro è passato. A partire da oggi, dobbiamo tirarci su, rimetterci in
piedi e ricominciare il lavoro di rifare l’America. Perché ovunque guardiamo,
c’è lavoro da fare. Lo stato dell’economia richiede azioni coraggiose e rapide,
e noi agiremo: non solo per creare nuovi lavori ma per gettare le fondamenta
della crescita. Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche, le linee
digitali per nutrire il nostro commercio e legarci assieme. Ridaremo alla
scienza il posto che le spetta di diritto e piegheremo le meraviglie della
tecnologia per migliorare le cure sanitarie e abbassarne i costi. Metteremo le
briglie al sole e ai venti e alla terra per rifornire le nostre vetture e
alimentare le nostre fabbriche. E trasformeremo le nostre scuole e i college e
le università per soddisfare le esigenze di una nuova era. Tutto questo
possiamo farlo. E tutto questo faremo. Ci sono alcuni che mettono in dubbio
l’ampiezza delle nostre ambizioni, che suggeriscono che il nostro sistema non
può tollerare troppi piani grandiosi. Hanno la memoria corta. Perché hanno
dimenticato quanto questo paese ha già fatto: quanto uomini e donne libere
possono ottenere quando l’immaginazione si unisce a uno scopo comune, la necessità
al coraggio. Quello che i cinici non riescono a capire è che il terreno si è
mosso sotto i loro piedi, che i diverbi politici stantii che ci hanno consumato
tanto a lungo non hanno più corso. La domanda che ci poniamo oggi non è se il
nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funziona: se aiuta le
famiglie a trovare lavori con stipendi decenti, cure che possono permettersi,
unapensione dignitosa. Quando la risposta è sì, intendiamo andareavanti. Quando
la risposta è no, i programmi saranno interrotti. E quelli di noi che
gestiscono i dollari pubblici saranno chiamati a renderne conto: a spendere
saggiamente, a riformare le cattive abitudini, e fare il loro lavoro alla luce
del solo, perché solo allora potremo restaurare la fiducia vitale fra un popolo
e il suo governo. Né la domanda è se il mercato sia una forza per il bene o per
il male. Il suo potere di generare ricchezza e aumentare la libertànon conosce
paragoni, ma questa crisi ci ha ricordato che senza occhi vigili, il mercato può
andare fuori controllo, e che unpaese non può prosperare a lungo se favorisce
solo i ricchi. Il successo della nostra economia non dipende solo dalle
dimensioni del nostro prodotto interno lordo, ma dall’ampiezza della nostra
prosperità, dalla nostra capacità di ampliare le opportunità a ogni cuore
volonteroso, non per beneficenza ma perché è la via più sicura verso il bene
comune. Per quel che riguarda la nostra difesa comune, respingiamo come falsa
la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali. I Padri Fondatori, di
fronte a pericoli che facciamo fatica a immaginare, prepararono un Carta che
garantisse il rispetto della legge e i diritti dell’uomo, una Carta ampliata
con il sangue versato da generazioni. Quegli ideali illuminano ancora il mondoe
non vi rinunceremo in nome del bisogno. E a tutte le persone e i governi che
oggi ci guardano, dalle capitali più grandi al piccolo villaggio in cui nacque
mio padre, dico: sappiate che l’America è amica di ogni nazione e di ogni uomo,
donna e bambino che cerca un futuro di pace e dignità, e che siamo pronti di
nuovo a fare da guida. Ricordate che le generazioni passate sconfissero il
fascismo e il comunismo non solo con i carri armati e i missili, ma con
alleanze solide e convinzioni tenaci. Capirono che la nostra forza da sola non
basta a proteggerci, né ci dà il diritto di fare come ci pare. Al contrario,
seppero che il potere cresce quando se ne fa un uso prudente; che la nostra
sicurezza promana dal fatto che la nostra causa giusta, dalla forza del nostro
esempio, dalle qualità dell’umiltà e della moderazione. Noi siamo i custodi di
questa eredità. Guidati ancora una volta da questi principi, possiamo
affrontare quelle nuove minacce cherichiedono sforzi ancora maggiori - e ancora
maggior cooperazione e comprensione fra le nazioni. Inizieremo a lasciare
responsabilmente l’Iraq al suo popolo, e a forgiare una pace pagata a caro
prezzo in Afghanistan. Insieme ai vecchi amici e agli ex nemici, lavoreremo
senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e allontanare lo spettro di un
pianeta surriscaldato. Non chiederemo scusa per la nostra maniera di vivere, né
esiteremo a difenderla, e a coloro che cercano di ottenere i loro scopi
attraverso il terrore e il massacro di persone innocenti, diciamo che il nostro
spirito è più forte e non potrà essere spezzato. Non riuscirete a
sopravviverci, e vi sconfiggeremo. Perché sappiamo che il nostro multiforme
retaggio è una forza, non una debolezza: siamo un Paese di cristiani,
musulmani, ebrei e indù - e di non credenti; scolpiti da ogni lingua e cultura,
provenienti da ogni angolo della terra. E dal momento che abbiamo provato
l’amaro calice della guerra civile e della segregazione razziale, per emergerne
più forti e più uniti, non possiamo che credere che odii di lunga data un
giorno scompariranno; che i confini delle tribù un giorno si dissolveranno; che
mentre il mondo si va facendo più piccolo, la nostra comune umanità dovrà
venire alla luce; e che l’America dovrà svolgere un suo ruolo nell’accogliere
una nuova era di pace. Al mondo islamico diciamo di voler cercare una nuova via
di progresso, basato sull’interesse comune e sul reciproco rispetto. A quei
dirigenti nel mondo che cercano di seminare la discordia, o di scaricare
sull’Occidente la colpa dei mali delle loro società, diciamo: sappiate che il
vostro popolo vi giudicherà in base a ciò che siete in grado di costruire, non
di distruggere. A coloro che si aggrappano al potere grazie alla corruzione,
all’inganno, alla repressione del dissenso, diciamo: sappiate che siete dalla
parte sbagliata della Storia; ma che siamo disposti a tendere la mano se sarete
disposti a sciogliere il pugno. Ai popoli dei Paesi poveri, diciamo di volerci
impegnare insieme a voi per far rendere le vostre fattorie e far scorrere acque
pulita; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quei Paesi che come noi
hanno la fortuna di godere di una relativa abbondanza, diciamo che non possiamo
più permetterci di essere indifferenti verso la sofferenza fuori dai nostri
confini; né possiamo consumare le risorse del pianeta senza pensare alle
conseguenze. Perché il mondo è cambiato, e noi dobbiamo cambiare insieme al
mondo. Volgendo lo sguardo alla strada che si snoda davanti a noi, ricordiamo
con umile gratitudine quei coraggiosi americani che in questo stesso momento
pattugliano deserti e montagne lontane. Oggi hanno qualcosa da dirci, così come
il sussurro che ci arriva lungo gli anni dagli eroi caduti che riposano ad
Arlington: rendiamo loro onore non solo perché sono custodi della nostra libertà,
ma perché rappresentano lo spirito di servizio, la volontà di trovare un
significato in qualcosa che li trascende. Eppure in questo momento - un momento
che segnerà una generazione - è precisamente questo spirito che deve animarci
tutti. Perché, per quanto il governo debba e possa fare, in definitiva sono la
fede e la determinazione del popolo americano su cui questo Paese si appoggia.
E’ la bontà di chi accoglie uno straniero quando le dighe si spezzano,
l’altruismo degli operai che preferiscono lavorare meno che vedere un amico
perdere il lavoro, a guidarci nelle nostre ore più scure. E’ il coraggio del
pompiere che affronta una scala piena di fumo, ma anche la prontezza di un
genitore a curare un bambino, che in ultima analisi decidono il nostro destino.
Le nostre sfide possono essere nuove, gli strumenti con cui le affrontiamo
possono essere nuovi, ma i valori da cui dipende il nostro successo - il lavoro
duro e l’onestà, il coraggio e il fair play, la tolleranza e la curiosità, la
lealtà e il patriottismo - queste cose sono antiche. Queste cose sono vere.
Sono state la quieta forza del progresso in tutta la nostra storia. Quello che
serve è un ritorno a queste verità. Quello che ci è richiesto adesso è una
nuova era di responsabilità - un riconoscimento, da parte di ogni americano,
che abbiamo doveri verso noi stessi, verso la nazione e il mondo, doveri che
non accettiamo a malincuore ma piuttosto afferriamo con gioia, saldi nella
nozione che non c’è nulla di più soddisfacente per lo spirito, di più caratteristico
della nostra anima, che dare tutto a un compito difficile. Questo è il prezzo e
la promessa della cittadinanza. Questa è la fonte della nostra fiducia: la
nozione che Dio ci chiama a forgiarci un destino incerto. Questo il significato
della nostra libertà e del nostro credo: il motivo per cui uomini e donne e
bambine di ogni razza e ogni fede possono unirsi in celebrazione attraverso
questo splendido viale, e per cui un uomo il cui padre sessant’anni fa avrebbe
potuto non essere servito al ristorante oggi può starvi davanti a pronunciare
un giuramento sacro. E allora segnamo questo giorno col ricordo di chi siamo e
quanta strada abbiamo fatto. Nell’anno della nascita dell’America, nel più
freddo dei mesi, un drappello di patrioti si affollava vicino a fuochi morenti
sulle rive di un fiume gelato. La capitale era abbandonata. Il nemico avanzava,
la neve era macchiata di sangue. E nel momento in cui la nostra rivoluzione più
era in dubbio, il padre della nostra nazione ordinò che queste parole fossero
lette al popolo: “Che si dica al mondo futuro... Che nel profondo dell’inverno,
quando nulla tranne la speranza e il coraggio potevano sopravvivere... Che la
città e il paese, allarmati di fronte a un comune pericolo, vennero avanti a
incontrarlo”. America. Di fronte ai nostri comuni pericoli, in questo inverno
delle nostre fatiche, ricordiamoci queste parole senza tempo. Con speranza e
coraggio, affrontiamo una volta ancora le correnti gelide, e sopportiamo le
tempeste che verranno. Che i figli dei nostri figli possano dire che quando
fummo messi alla prova non ci tirammo indietro né inciampammo; e con gli occhi
fissi sull’orizzonte e la grazia di Dio con noi, portammo avanti quel grande
dono della libertà, e lo consegnammo intatto alle generazioni future.
mercoledì 10 febbraio 2021
domenica 31 gennaio 2021
Stati Uniti. Riflessioni sulla destra
Negli Stati Uniti la Destra pensa che le leggi della scienza
sono una offesa al loro senso d’impunità. Chi pensa a destra pensa, in merito
alla Pandemia, “la cosa non mi riguarda, e non mi interessa se riguarda te”
La Pandemia ha dimostrato che invece tutto è collegato.
Tutti devono fare la loro parte, governanti e governati, nessuno è escluso
perché il Covid colpisce tutti, senza guardare, censo, nome, denaro, potere ed
altro. Non si è separati e questa inseparabilità è la base su cui partire. Chi
si separa è un traditore, come è ben evidente quanto si parla di un reparto
militare all’assalto. Ed i traditori vanno fucilati, in senso teorico, ma
socialmente combattui e resi innocui. Questa è la base per perseguire il bene
comune, altrimenti la pandemia prospera e non ne usciamo.
Il principio che la destra, sia negli Stati Uniti che
altrove, come ad esempio in Ungheria, il cui capo degno dittatore, ne ha
ulteriormente approfittato per sottoporre la magistratura ai suoi ordini ( come
la UE tolleri questi dittatori è
sorprendente) ha stabilito motu proprio un principio: niente è davvero collegato al resto, quindi nessuno ha alcuna
responsabilità nei confronti di niente”
Inutile cercare di dimostrare che questo principio va contro
la scienza, il sapere, il buon senso. Quale società si potrebbe basare su
questo principio? Si rifiutano realtà scientifiche (vedi il cambiamento
climatico), in quanto queste minano il principio di cui sopra. Da cui discente
un semplice comportamento, ovvero il concetto di libertà, cioè di fare quello
che ad ognuno individualmente piace, senza pensare agli altri. Sono un
imprenditore, fo una fabbrica, avveleno con i miei scarichi tutte le fonti
idriche, le malattie mortali, i prodotti agricoli sono avvelenati, le epidemie
prosperano, ma io faccio i “soldi”, infischiandomi delle conseguenze e degli
altri.
La pandemia ha messo a nudo questo modo di pensare. Il Covid
19 non è un mio problema, in quanto è degli altri, quindi non esiste. Chi
indossa la mascherina rileva il contrario: è un problema di tutti, esiste il
rapporto causa effetto, nega la mia libertà, (intesa faccio come mi pare e solo
i miei interessi), quindi non la indosso.
Trump è la sua famiglia non indossa la mascherina, mentre a tutti i
cittadini degli Stati Uniti è stato detto di indossarla.
E’ tempo di prendere le distanze reali dagli Stati Uniti,
che, nel loro cammino verso la disgregazione, non possono coinvolger eil resto
del Pianeta. Per inciso i numero pandemici degli Stati Uniti sono sotto di tutti. Tra gli oltre 200.000 morti per
Covid forse c’era qualcuno che pensava che il Covid non era un problema suo.
giovedì 14 gennaio 2021
Trump: una tragedia americana
L’assalto al Congresso e la deriva repubblicana
Cominciamo con le notizie normali: il Congresso degli Stati Uniti ha bocciato le obiezioni alla certificazione del risultato elettorale avanzate da rappresentanti e senatori repubblicani e ratificato la vittoria di Joe Biden e Kamala Harris. Se le settimane passate dal 3 novembre fossero state normali, questa non sarebbe una notizia; lo diventa perché dopo il voto il presidente degli Stati Uniti e una serie di suoi alleati, tra cui alcuni eletti, hanno alimentato false teorie del complotto su frodi elettorali. Prima della certificazione del voto decine di Corti statali e federali, fino alla Corte suprema, avevano respinto le obiezioni avanzate dalla campagna Trump.
Date le notizie sane, passiamo al tentativo di pseudo-colpo di Stato al quale abbiamo assistito nella giornata del 6 gennaio, che per quanto goffo e senza speranza di riuscita, segna un punto molto basso per la più potente e antica democrazia del pianeta. La giornata di ieri merita di essere analizzata e ricostruita, le cose da dire sono molte, meglio farlo per punti.
Le manifestazioni, il comizio di Trump e l’irruzione
Ci vorrà del tempo per ricostruire in maniera dettagliata la dinamica dell’irruzione negli edifici del Congresso da parte di centinaia di persone. Nei filmati osserviamo una certa resistenza della polizia, ma anche uomini in uniforme che si fanno da parte lasciando passare i manifestanti. Nell’edificio la folla ha occupato ogni luogo, gli eletti sono stati scortati nell’area protetta assieme alle valigie che raccolgono i documenti ufficiali con i risultati elettorali. Una donna è morta uccisa dalla polizia che intimava l’alt a un gruppo che correva verso delle guardie armate, poliziotti del Congresso che rispondono al Congresso ‒ ricordiamolo: in città la polizia risponde al sindaco, poi c’è la guardia nazionale, poi i federali; il coordinamento se non preventivo è spesso caotico. Dentro e fuori sono stati accesi fumogeni ed esplose bombe carta. Nel complesso una scena che non avremmo immaginato di vedere a Washington, che lascia diversi interrogativi sul comportamento e la capacità di raccolta di informazioni da parte delle agenzie di intelligence: l’attacco era evidentemente coordinato e su Parler, social network caro all’estrema destra trumpiana, se ne trovano le tracce. Segnaliamo che mentre scriviamo sono state arrestate 52 persone – di cui solo 5 durante gli scontri –, mentre, cosa che lascia perplessi, il 1° giugno 2020 una manifestazione pacifica dietro alla Casa Bianca è stata dispersa in poco tempo e sono stati più di 100 gli arresti. Più di 100 persone, anche in carrozzina, erano state fermate e portate via durante una protesta contro tagli alla Sanità da parte di malati cronici e disabili.
Le manifestazioni del giorno prima, i toni assunti mentre in Georgia un afroamericano e un ebreo strappavano i seggi a due repubblicani bianchi e cristiani, regalando la maggioranza ai democratici, lasciavano intuire cosa sarebbe successo. Dal palco parlavano Roger Stone, il pittoresco stratega condannato in tribunale e graziato da Trump, oratori che spiegavano come il Coronavirus sia un falso e Alex Jones, incendiario radio host di estrema destra, gran cerimoniere delle teorie del complotto (così estremo da riuscire a farsi bandire persino dalla compiacente Facebook già nel 2018). Il resto è storia: il giorno dopo dal palco della “March to Save America” ha parlato anche Trump, incoraggiando i manifestanti a marciare su Capitol Hill. Il presidente ha definito l’esito delle elezioni «un assalto alla nostra democrazia» invitando la folla a «marciare sul Campidoglio» dove «faremo il tifo per i nostri coraggiosi senatori e probabilmente non faremo tanto il tifo per alcuni di loro ‒ perché non riprenderemo mai il Paese essendo deboli». Difficile essere più chiari di così. Le responsabilità di Trump e i timori che la sua rabbia gli faccia fare nuove uscite pericolose hanno determinato il blocco dei suoi account da parte dei social media e acceso discussioni interne all’amministrazione sulla possibilità di usare il 25° emendamento per rimuoverlo dall’incarico e sostituirlo con Penceprima dell’inaugurazione del 20 gennaio.
La certificazione del voto
Nonostante quanto avvenuto nelle ore precedenti, quando Senato e Camera si sono riuniti in seduta congiunta, il senatore Ted Cruz e altri, assieme a diversi rappresentanti, hanno avanzato obiezioni riguardo al voto in Arizona e a quello in Pennsylvania. Le obiezioni sono state respinte e molte delle firme su quei ricorsi sono state ritirate dopo le violenze. Eppure diversi rappresentanti hanno usato toni duri, echeggiando quelli del presidente, che persino a certificazione avvenuta prometteva una transizione tranquilla ma ribadiva che le elezioni sono state rubate. L’eletto della Florida Gaetz ha sostenuto, come fossimo su Reddit, che i manifestanti erano in realtà antifa travestiti, e sette senatori hanno votato contro la certificazione del voto. Il processo si è probabilmente svolto in maniera più ordinata di quanto non sarebbe accaduto se non ci fosse stata l’irruzione della folla: alcuni sostenitori di Trump hanno fatto un passo indietro, e tra questi il senatore Lindsey Graham e i due ex senatori della Georgia che hanno dichiarato che non presenteranno i ricorsi che avevano annunciato. Altri senatori repubblicani hanno denunciato quanto accaduto in maniera inequivoca incolpando Trump. Ben Sasse del Nebraska ha scritto: «Oggi il Parlamento è stato saccheggiato, mentre il leader del mondo libero si nascondeva dietro alla sua tastiera e attaccava il suo vice per aver fatto il suo dovere. Le bugie hanno conseguenze e la violenza è l’inevitabile prodotto della ossessione presidenziale di fomentare le divisioni». E questo ci porta al dilemma del Partito repubblicano.
I repubblicani al bivio
Come era naturale, oggi è in corso una presa di distanze collettiva, ma non da parte di tutti gli eletti repubblicani a Washington. Secondo un sondaggio YouGov un elettore americano su cinque e circa la metà dei repubblicani approvano quanto accaduto a Capitol Hill (e questo spiega molte cose). Da parte dell’ala trumpiana verranno correzioni di tiro, spiegazioni, ma il punto è che anni di teorie del complotto e l’aver dipinto Biden e la sua amministrazione come pericolosi socialisti ha accentuato la faglia che già attraversava l’opinione pubblica. In alcuni Stati e distretti elettorali, oggi, per vincere le primarie repubblicane serve raccogliere i voti dell’ala estrema e diversi politici ne fanno parte (nel senso che credono a quel che dicono), mentre altri usano quel consenso per mantenere le proprie posizioni. È evidente che con una nuova amministrazione, ed essendo divenuti minoranza in Senato, i repubblicani dovranno scegliere tra una qualche forma di dialogo o i toni dell’ultimo anno. Oppure dividersi. Quanto e come peserà il ruolo di Trump e quanto il presidente uscente abbia intenzione di proseguire in questo gioco al massacro delle istituzioni è una domanda a cui non si può dare risposta oggi. Certo, Trump ha aperto i cancelli e diverse figure di politici nazionali possono aspirare a prenderne il posto.
Veniamo brevemente al domani. Le scene di questi mesi e quelle di queste ore non hanno fatto un servizio al ruolo dell’America nel mondo. Lo ha ben spiegato il presidente Biden nel discorso tenuto mentre la crisi era in corso: «La democrazia è fragile e va conservata, e richiede leader che non inseguono i propri interessi ma il bene comune, pensate a cosa pensa il resto del mondo». Ecco, la nuova amministrazione si trova di fronte il compito immane di riparare il danno interno e internazionale procurato da quattro anni di amministrazione Trump, ristabilire relazioni e tornare a far credere che la parola data abbia valore (chiedere ai Curdi, agli iraniani o ai firmatari degli Accordi di Parigi). Si tratta di un compito difficile, lo era prima di ieri e da ieri lo è ancor di più. Nonostante le istituzioni democratiche abbiano dimostrato di essere solide, l’assalto al Congresso è il timbro finale di quattro anni in cui l’America è stata il contrario di un faro sulla collina.
giovedì 7 gennaio 2021
Il Dramma degli Stati Uniti
Trump e i repubblicani
aveva paventato a più riprese il rischio di frodi elettorali ed era stato considerato un fedelissimo di Trump fino a pochi giorni fa. Eppure anche il ministro della Giustizia (Attorney General), William Barr, ha riconosciuto che la vittoria di Biden non è contestabile. Dalla Georgia al Michigan, dall’Arizona alla Pennsylvania politici repubblicani e giudici conservatori rigettano le pressioni del presidente e certificano il risultato elettorale. In Georgia – dove il 5 gennaio vi saranno due ballottaggi che decideranno la futura maggioranza al Senato – lo scontro tra Trump e i vertici repubblicani si fa ogni giorno più aspro e alti funzionari statali del partito del presidente intervengono duramente, invitandolo a fare un passo indietro e a «smettere d’ispirare le persone a commettere atti potenziali di violenza», perché il rischio elevatissimo è quello di un’escalation dove qualcuno potrebbe «essere ucciso», come afferma il responsabile (repubblicano) per il monitoraggio del nuovo sistema di voto, Gabriel Sterling, informando i cronisti delle numerose (e credibili) minacce giunte a lui e a molti altri. Sia pure con mille cautele e ambiguità, un numero crescente di politici repubblicani prende le distanze da Trump ovvero non ne asseconda le denunce e richieste, attendendo – spesso con opportunistico silenzio – che si completi l’iter che porterà Biden alla Casa Bianca. Nel mentre, al Congresso repubblicani e democratici trovano piccole ma significative convergenze bipartisan denunciate dal presidente, ma che potrebbero rivelarsi a prova di veto qualora Trump decidesse di utilizzarlo (per superare il veto è necessario il voto a maggioranza qualificata dei 2/3 di entrambi i rami del Congresso).
Da più parti questi esempi vengono ora enfatizzati per sottolineare come il Partito repubblicano non sia un monolite pienamente trumpizzato e per denunciare chi con troppa facilità ha evocato il rischio di una deriva autoritaria sotto la presidenza Trump. Critica, la seconda, fatta propria soprattutto a sinistra contro la propensione dei liberal a esagerare questo rischio e addirittura a invocare arditi paralleli con il fascismo, minimizzando magari le complesse matrici sociali ed economiche del trumpismo (tra coloro che si sono distinti in tale critica vi sono due influenti intellettuali come Corey Robin e Samuel Moyn).
Una frattura – questa tra liberal e sinistra – che riadatta al tema del trumpismo linee di faglia in fondo antiche, con la prima che denuncia l’insipienza (e l’ingenuità) di chi non vede il salto di qualità oggettivo e pericoloso avvenuto con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca e la seconda che sottolinea le continuità tra Trump e precedenti presidenti repubblicani, ovvero le colpe di chi ha permesso il maturare delle condizioni che hanno portato milioni di americani a sostenere entusiasticamente questo presidente.
Come è spesso il caso, entrambe le parti hanno delle ragioni; ed entrambe vedono solo alcune variabili di un’equazione assai più complessa e opaca. E proprio il complesso rapporto tra Trump e i repubblicani ce lo dimostra. Se andiamo a esaminare le politiche attuate, Trump ha governato secondo standard repubblicani assai convenzionali e ortodossi: in sincrono con le posizioni del conservatorismo statunitense dell’ultimo mezzo secolo. Una presidenza Cruz o una presidenza Rubio non sarebbero insomma state tanto diverse. Tagli alle tasse e politiche fiscali generalmente regressive (ancorché non particolarmente radicali); alte spese militari; negazionismo in materia di cambiamento climatico e smantellamento dell’apparato regolamentatorio adottato con Obama; crescita a deficit (addirittura il 4.5% del PIL nel 2019, prima della pandemia); deregulation finanziaria e bancaria con l’obiettivo di stimolare consumi a debito; attacco alla riforma sanitaria di Obama; nessun impegno su temi cruciali per gli americani meno abbienti, a partire ovviamente dal salario minimo. Sono questi solo alcuni degli elementi di politiche, quelle dell’amministrazione Trump, fotocopia del manuale di governo repubblicano. Anche su quei dossier – immigrazione, politica di sicurezza, commercio per esempio – dove la discontinuità sarebbe stata più marcata, lo scarto tra retorica e risultati è risultato in realtà tale da indurre a ridimensionare la portata della rottura trumpiana. A dispetto di tutto, il deficit commerciale è continuato a crescere; la promessa reindustrializzazione non è avvenuta (né, ovviamente, poteva avvenire); il giro di vite sull’immigrazione vi è stato solo in parte e i repubblicani avevano comunque abbandonato da tempo le posizioni più liberali di Reagan e dei Bush; la politica estera si è fatta più cauta e meno interventista, ma anche su quello la dinamica predata in larga misura l’ascesa di Trump e riflette sia il disincanto verso l’uso dello strumento militare, conseguenza delle fallimentari guerre statunitensi del XXI secolo, sia gli effetti ancora tangibili della crisi del 2008 e di quel che essa ha rivelato sulla globalizzazione e i suoi limiti.
E però, sottolineare tutti questi elementi – e come l’evidente dilettantismo politico di Trump e del suo entourage mal si concili con la realizzazione di un’efficace svolta autoritaria – per quanto corretto rischia di minimizzare quel che questi quattro anni hanno rivelato: degli Stati Uniti, del loro elettorato e, in una certa misura, del resto del mondo. È vero, Trump è più in sintonia di quanto non si creda con la traiettoria storica del Partito repubblicano statunitense, incluso il suo sovrappresentare un elettorato bianco non di rado blandito con parole d’ordine surrettiziamente razziste. Ed è altrettanto vero che la sua inattesa ascesa politica deve molto al malessere di segmenti di una società caratterizzata da diseguaglianze crescenti, crollo di parte del manifatturiero, redditi stagnanti per un ceto medio impoverito e che, con la crisi del 2008, ha visto ridursi drasticamente la possibilità di accedere al fondamentale ammortizzatore sociale indiretto dei consumi a debito. Con Trump un salto di qualità pare nondimeno esservi stato. Nel suo offrire all’elettorato un nazionalismo razziale ruvido ed esplicito: tanto essenzialista nella visione d’America che esso esprime quanto normativo nel tentativo d’imporla. Nel suo cavalcare ed esacerbare, anche da presidente, una polarizzazione estrema che oggi lacera e divide il Paese. Nel suo esprimere un analfabetismo costituzionale che delegittima ulteriormente istituzioni federali di loro già in difficoltà. Nel suo proporre una Realpolitik sempliciona e quasi darwiniana rispetto a un contesto internazionale caratterizzato da forme d’integrazione globale particolarmente pericolose se non governate (e qualsiasi loro governo è inimmaginabile senza un serio impegno statunitense). Nel suo inserire nel corpo già in sofferenza della democrazia statunitense i veleni delle verità alternative, delle cospirazioni globali e, ora, anche delle frodi elettorali e delle “vittorie rubate”. Veleni, questi, che già sono entrati in circolo e che alimenteranno la narrazione trumpiana e repubblicana nei mesi e negli anni a venire.
E allora ben vengano le tante prese di posizione, talune indubbiamente coraggiose, dei repubblicani contro Trump e la sua richiesta di non rispettare l’esito del voto. Non dimenticando però come Trump sia per molti aspetti il cascato di un processo che ha contraddistinto la traiettoria della destra statunitense, abbia ottenuto un risultato elettorale di tutto rispetto, espandendo la base di votanti ben oltre quel che si pensava fosse possibile, e ottenga ancora oggi il pieno appoggio di circa nove elettori repubblicani su dieci.
giovedì 31 dicembre 2020
Bilancio 2020 accesso al Blog
Il presente blog in
questo 2020 ha avuto dalla sua apertura n. 20428 accessi
La media degli
accessi al blog è stata:
I Trimestre pari a
II Trimestre pari a
III Trimestre pari a
IV Trimestre pari a
La media degli
accessi annua è di 365 elementi
I Post totali dalla
apertura del blog è pari a
I Trimestre pari a 5
II Trimestre pari a
4,67
III Trimestre pari a
2,22
IV Trimestre pari a 4
La media dei post per
l’anno 2020 è di 4 ogni mese
domenica 20 dicembre 2020
lunedì 14 dicembre 2020
USA. I nuovi volti
L'Unione degli Stati Uniti d'America cerca disperatamente di superare le profonde divisioni che sono state provocate da quattro anni di populismo esasperato. La nuova squadra di governo cerca di rincomporre un tessuto sociale lacerato. Gli oltre 60 milioni di cittadini che vivono al di sotto della soglia della povertà, che non hanno una assistenza pubblica e una realtà sociale di emarginazione e violenza impongono nuovi volti alla scena politica statunitense, anche se l'azione di ulteriori zii pazzi che alla sera chiusi nella loro ferrea volontà di non riconoscere la realtà alimentano senza riguardo divisioni e lacerazioni di ogni sorta. Sarà per tutti i responsabili della nuova amministrazione difficle di ricomporre un quadro nonostante ogni buona volontà.
venerdì 4 dicembre 2020
lunedì 30 novembre 2020
Usa. Il risultato delle elenioni del 3 novembre
La copertina dell'Internazionale qui riprodotta sembra sentitizzare al meglio il risultato delle elezioni negli Stati Uniti
venerdì 20 novembre 2020
USA. La realta sembra essere riconosciuta
Con un interesse sempre a livello medio basso, la transsizione in USA sembra andare verso una soluzione decente e nei margini della credibilità Il Presidente uscente ha preso coscienza via via della realtà e dopo uno sconfitta dietro l'altra in cui non ha visto riconosciuta nessuna delle sue accuse di brogli elettorali, è passato dalla negazione della realtà al livello più basso di ostruzione, non collaborando con il vincitore. A metà dicembre si attende la nomina del nuovo presidente, mentre la nuova formazione che governerà gli Stati Uniti sembra prendere forma
giovedì 12 novembre 2020
Le elezioni statunitensi. La Crisi
La ferma volontà del presidente uscente di non riconoscere quello che ormai è un dato di fatto è un momento di crisi della superpotenza. Nonostante l'evidenza dei fatti, in cui prove concrete tangibili di brogli di vaste proporzioni ed anche di piccole non ci sono, sono giorni di forte impatto negativo nella transizione dei poteri. La Democrazia è in crisi. Pechino esulta e nei suoi mass media non fa altro che esaltare il sitema misto capitale-marxismo in atto in Cina. Ferro potere politico del Partito, massima libertà a tutti in economia. E questa la ascesa della Cina. Negli Stati Unti il potere politico è frantumato ove quello che una volta era la divisone dei poteri che si confrontava con il potere assolutistico, oggi è un vero e proprio impasse. Sicuramente il presidente eletto non avrà vita facile e tutta la sua azione sarà frenata da chi non rispetta le regole della democrazia e sopratutto dalla assenza di un potere che le faccia rispettare. Tutto questo nella indifferenza, non certo casuale, della stampa internazionale che vede la vicenda statunitense non certamente primaria rispetto alle altre priorità offi sul tappeto; siamo alla stessa stregua delle elezioni di una qualche repubblica africana, che vede quasi sempre lo sconfitto non accettare la sconfitta, denunciare broglio e in tanti casi inizio di una guerra intestina che hanno distrutto il continente africano e i pochi vantaggi che il colonialismo aveva lasciato.
martedì 3 novembre 2020
sabato 31 ottobre 2020
Gli Stati Uniti e la Carta Costituzione. Stati Uniti, Il Terzo Scenario “Il Malato dell’Occidente”
La Carta costituzionale degli Stati Uniti presenta vari
aspetti che devono essere adeguati alla realtà di questo secolo. Vi è molte
probabilità, rispetto agli scenario di disgregazione, sia in modo pacifico come
la Cecoslovacchia, negli anni novanta, o scenario di guerra civile, come una
nova edizione della Guerra Civile del 1860, in cui il mondo bianco si scontrò
con il mondo non bianco, con sullo sfondo 60 milioni di poveri. Il terzo
scenario che si può ipotizzare è il continuo declinare, iniziato con la
presidenza TRUmp, fino a diventare, come già lo fu l’Impero Ottomano, il
“malato dell’Occidente” in una versione aggiornata ai nostri giorni. Negli
Stati Uniti, tutto si sta scleritorizzando, in cui la stragrande maggioranza
dei cittadini accetta che il rinnovamento, le sclete strategiche, il prendere
di petto la situazione non è possibilem ed ogni cambiamento in senso positivo è
bloccato. Il sistema attuale è ideale per soddisfare gli interessi personali
immediati, ed è questo il valore aggiunto di Trump, che promette ogni cosa in
questa direzione. L’esempio della Corte Suprema, la velocità con cui Trump ha
sostituito un membro mettendoci una sua creatura, avendo così la maggioranza
assoluta, è un esempio di questo immobilismo. In caso di vertenze il 3 novembre
la decisone spetterà alla Corte Suprema, e quindi la decisone spetterà ai
giudici, per buona pace degli elettori e di quello che ancora chiamano
democrazia negli Stati Uniti.
domenica 25 ottobre 2020
Gli Stati Uniti e la Carta Costituzionale. Secondo Scenario. Lo scenario da guerra civile.
Senza adeguamenti della Costituzione, che è stata scritta
per una realtà di secoli scorsi, gli Stato Uniti potrebbero non essere più
tali. Oltre ad un scenario di disgregazione pacifica, , si potrebbe ipotizzare
una nova guerra civile, come quella del 1860-1865. Lì vi era lo scontro tra gli
Stati del Nord e del Sud sul problema della segregazione razziale. Le figure di
Abramo Lincolm , molto contradditoria, ed altri, sono oggi ritornate sotto
esame in merito al tema del colore della pelle. I Bianchi negli Stati Uniti
sono contro i Colored di qualsiasi tipo. I recenti tumulti in molte città
statunitensi a seguito di uccisioni di “colored” da parte della Polizia armata
per futili motivi è un indice molto grave di questa tendenza. Le elezioni del 3
novembre potrebbero anche in questo caso del 3 settembre potrebbero anche i
questo scenario l’innesco di questa guerra civile. m.c.)
domenica 18 ottobre 2020
Gli Stati Uniti e la Carta Costituzionale. Il Primo scenario. Lo scenario di disgregazione. I
Le prospettive degli Stati Uniti in merito alla lor sopravvivenza
sono legate alla capacità della classe dirigente di poter adeguare la
costituzione alla realtà attuale. La Costituzione , una icona, è considerata
intoccabile, ma questa analisticia sta portando a scenari non certo esaltanti,
soprattuto in merito alla elezioni del Presidente e della Camera dei
Rappresentanti.
Ci sono vari scenari, che si stanno prospettando.
Il Primo scenario disegna un Paese che si spacca, dando vita
a nuove nazioni , di cui uno potrebbe nascere intorno alla California, un'altra
intorno al Texas, il resto come vien viene, sulla scia della disgregazione
della Unione Sovietica. Le elezioni del 3 novembre potrebbero essere l’innesco
di questa inizio di disgregazione.
domenica 11 ottobre 2020
domenica 4 ottobre 2020
Stati UNiti: il cammino verso la disgregazione
Trump e la sua visione dell’Uomo
Se dobbiamo seguire questa persona, dobbiamo pensare che nella
sua visione del mondo un vero uomo non ha bisogno di sottostare ai fatti, alla
realtà alle leggi, alla realtà scientifiche, alla storia e perfino alla
geografia. Se Madre Natura ha messo lì un catena di montagne o un bacino
idrografico, io posso anche ignorarlo, Napoleone non è un militare e non avuto
nessun ruolo nella evoluzione del pensiero strategico o tattico, e via dicendo.
La pandemia non esiste, solo dei sottouomini la accettano, io la ignoro. Così
gli Stati Uniti sono nella tragedia. Poi la risposta: si parla solo di “covid,
covid, covi” non comprendendo questa contraddizione. Non è la pandemia, di cui
si deve parlare, ma il sistema che si
adotta nel gestire la società. Pensare solo a se stessi, hanno creato negli
Stati Uniti 60 milioni di poveri, le fosse comuni, in cui sono gettati cadaveri
di persone inutili, i tifoni che distruggono il paese, una economia che vive
sullo sperpero delle risorse, danni enormi che pagheranno le future
generazioni. Il principio “la cosa non
mi riguarda ( tutto quello che sta intorno a me), e non mi interessa se
riguarda te, mina la Unione di questo Stati americani che sono in cammino verso
la disgregazione della Unione stessa. (m.c.)





























