6/03/2014
Filippo Romeo
Americhe
Tra le ardue sfide a cui dovrà far
fronte il nuovo sistema internazionale a geometrie variabili che va
profilandosi a livello mondiale, vi è sicuramente quella della sicurezza
alimentare e dei fenomeni da essa derivanti quali il land grabbing.
Il termine – letteralmente “accaparramento della terra” – evidenzia
in modo efficace l’efferatezza di un fenomeno che ormai, da una decina
d’anni a questa parte va espandendosi nei cosiddetti paesi in via di
sviluppo, raggiungendo picchi esponenziali in particolare all’indomani
della crisi alimentare mondiale del biennio 2007/2008.
La corsa alla terra è consequenziale ad una sequela di fattori
rintracciabili tanto nella poderosa crescita demografica che sta
interessando il pianeta, quanto nel cambiamento in corso dei paradigmi
geopolitici che hanno già prodotto la formazione di nuovi poli di
potenza da cui è emerso lo sviluppo di una nuova classe media con
abitudini alimentari in evoluzione.
In particolare, Stati come Cina e India, interessati da questi
stravolgimenti, unitamente ad Arabia Saudita, Qatar e Bahrein, risultano
essere tra i maggiori acquirenti di territori dei paesi africani.
A questa serie di elementi vi è da aggiungere l’annosa questione della finanziarizzione delle
commodities agricole, fattore trainante della crisi alimentare, che ha affinato l’abilità – per non dire l’incoscienza – dei
traders di trasformare, per la prima volta nella storia, le merci in patrimoni finanziari.
Tale fatidico intreccio del capitale speculativo con quello
produttivo, infatti, non solo non ha rafforzato il sistema alimentare
globale ma, viceversa, ha prodotto un drastico indebolimento e,
conseguentemente, un’eccessiva volatilità dei prezzi dei beni da cui,
per l’appunto è scaturita la crisi. La continua crescita del costo dei
beni di prima necessità ha così incentivato ricche imprese, governi,
società finanziarie, grandi banche, fondi di investimento e
multinazionali ad investire sulle terre del terzo mondo, sperando in un
loro continuo apprezzamento.
Infine, ma non per ordine di importanza, vi è il
business
concernente la produzione di biocarburanti legata in particolare alla
nuova politica energetica intrapresa da Stati Uniti e l’Unione Europea.
Quest’ultima, infatti, attraverso una politica di incentivazione alle
imprese, di fatto le spinge ad una frenetica “corsa alla terra” dei
paesi in via di sviluppo il cui 66% dei territori destinatari di tali
investimenti è adibito a colture specifiche – quali soia e mais – per
produrre biocarburanti
1.
Questa corsa alla terra praticata dai grandi gruppi internazionali,
oltre a creare dispute con le popolazioni locali che finiscono per avere
sempre la peggio sfociando in gravi crisi sociali, ha prodotto una
grave marginalizzazione dei piccoli produttori in ragione del fatto che
il sistema, così come è congegnato, conferisce solo alle grandi aziende
il potere di determinare il mercato
2.
Questo fenomeno, che sta maggiormente interessando i territori
dell’Africa, dell’Asia sud Orientale e dell’America meridionale, si
diffonde peraltro con la complicità dei governi locali che vendono le
terre giustificando la scelta in termini economici o di sviluppo.
È in dubbio che il continente sudamericano stia vivendo negli ultimi
anni una stagione di profondo rinnovamento e ritrovata sovranità. Su
tali presupposti, si coglie come quella connessa alla sovranità
alimentare costituisca una questione da affrontare prioritariamente al
fine di evitarne la trasformazione in un’indelebile piaga capace di
mettere a repentaglio non soltanto la sovranità e la sicurezza
alimentare, ma anche quella politico economica regionale. Ciò tanto è
vero se si tiene conto di quanto emerge dal rapporto dell’ufficio
regionale della FAO secondo cui i prezzi degli alimenti in Sud America e
Caraibi sono saliti dello 0,9% lo scorso novembre
3.
Il fenomeno del
land grabbing che interessa il Sud America
presenta proprie caratteristiche e peculiarità legate sopratutto al
contesto regionale. Sviluppatosi intorno agli anni ’80, a seguito delle
imprudenti politiche neo-liberali che hanno indotto gli Stati ad
abbandonare le politiche di credito e di assistenza tecnica ai
campesinos nonché ad abbattere i dazi doganali sulle importazioni di cibo
4,
il fenomeno ha marginalizzato l’economia contadina determinando
benefici solo ed esclusivamente alle grandi multinazionali del settore
agricolo, le uniche ad avere l’accesso garantito agli investimenti e
alle necessarie conoscenze tecniche.
Ovviamente questo repentino capovolgimento della situazione oltre a
creare una crisi sociale che per parecchi anni ha interessato i paesi
della regione, ha totalmente modificato la struttura agraria facendo si
che la stessa divenisse ad appannaggio esclusivo del grande capitale, a
scapito delle comunità rurali che da proprietari sono stati degradati in
lavoratori temporanei senza stabilità e con salari estremamente
ridotti.
Tale cambiamento ha avuto ripercussioni ed effetti negativi anche
sugli equilibri ecologici ambientali dal momento che per privilegiare le
grandi coltivazioni di monocolture come la soia, non è stata
risparmiata né la foresta amazzonica che in ragione di tale scelte sta
subendo forti ondate di desertificazione, né le altre colture
tradizionalmente presenti in quei territori
5.
Fra i paesi sudamericani, l’Argentina è senz’altro quello che
maggiormente ha subito una terribile, repentina e radicale
trasformazione agricola. Fino agli inizi degli anni ’80, infatti, il
settore agricolo ereditato dal peronismo, dominato da piccole fattorie a
gestione familiare con una produzione diversificata, era famoso in
tutta l’America meridionale per l’alto tenore di vita che garantiva ai
residenti. L’efficienza di quel sistema, invero, era tale che in quegli
anni i terreni produttivi e la cultura agricola soddisfaceva
abbondantemente i bisogni interni e produceva un un vasto
surplus alimentare
6.
Il modello, però, cominciò a traballare a seguito della crisi del
debito degli anni ’80, crollando risolutivamente con le decisioni
assunte nel 1996 da Menem allora alla guida del Governo. Questi, per far
fronte all’esplosione del debito pubblico estero contratto dal paese,
ritenne urgente e necessaria la trasformazione della produzione
alimentare in coltivazione industriale, individuando nella soia
geneticamente modificata la coltura su cui puntare
7.
Questa operazione, combinata con le liberalizzazioni “consigliate”
dal Fondo Monetario Internazionale, spalancò le porte a questi nuovi
prodotti di importazione favorendo le multinazionali – quali la Monsanto
– a discapito sia dei contadini locali che di altri agricoltori i
quali, finiti in bancarotta per via dell’invasione del mercato di cibi a
basso costo, furono costretti a cedere i terreni alle grandi compagnie
straniere come la Cargill, a fondi internazionali di investimento come
il Quantum Fund di George Soros, a compagnie assicurative straniere o
multinazionali come la Seabord Corporation
8, o a speculatori locali collegati al grande capitale.
Ciò consentì che i terreni argentini venissero convertiti in unità di
produzione di massa geneticamente modificati soppiantando quel
patrimonio agricolo caratterizzato da una vasta biodiversità – che tra i
territori delle leggendarie
pampas annoverava una varietà di
colture quali mais, grano e frumento – e da un sistema di rotazione tra
coltivazione e allevamento che lo trasformava in pascolo per i numerosi
capi di bestiame.
La pratica della rotazione, sospesa con l’introduzione della
monocoltura della soia, provocò una diminuzione degli allevamenti
comportando, per la prima volta nella storia del paese, l’importazione
del latte dall’Uruguay, a prezzi ovviamente molto più alti rispetto a
quelli della produzione interna. Questo stato di cose ha determinato
l’aumento della povertà, della malnutrizione e, non ultimo, dei
conflitti sociali dovuti al trasferimento delle famiglie contadine nelle
periferie, ai margini delle città
9 nonostante lo Stato argentino contempli nella propria carta costituzionale «
la facoltà giuridica di queste comunità di possedere le terre che occupavano tradizionalmente».
Tuttavia, coloro che hanno cercato di esercitare questo diritto si
ritrovano ad affrontare lunghe battaglie legali contro potenti nemici,
senza poter contare su una concreta tutela da parte degli organi
dovendo, al contrario subire l’uso della violenza per essere cacciati
dalle loro terre. Di contro, per le multinazionali dell’
agri-business,
tali pratiche hanno rappresentano investimenti molto sicuri in ragione
del fatto che le produzioni di monocolture quali soia, olio di palma e
canna da zucchero, sono sfruttabili sia come prodotti finanziari
speculativi, che utilizzabili per la produzione di oli o biocarburanti.
Oltre al caso argentino, significativo è anche il fenomeno del
land grabbing in Brasile.
Il Paese, che al momento ricopre un ruolo di primissimo piano nello
scacchiere internazionale essendo la sesta economia e il secondo
produttore agricolo mondiale, presenta una distribuzione di terreni
piuttosto iniqua. A tal proposito si pensi che il solo 1,5% di
proprietari terrieri occupa ben il 52,6% del totale delle terre
10.
Questo dato è dovuto al fatto che il Brasile ha in un primo tempo
accolto – o, sarebbe più corretto dire, “subito” – l’arrivo degli
investitori esteri che hanno acquistato i terreni aumentando
notevolmente la loro presenza nell’economia locale e generato la
crescita esponenziale di capitale internazionale nell’industria agricola
brasiliana che nel giro di dieci anni – dal 1995 al 2005 – è aumentato
dal 16% al 57%.
Tale situazione, sfuggita al controllo delle autorità statali con
conseguente repentaglio per la sovranità, ha subito una limitazione
sotto la Presidenza di Luiz Ignácio “Lula” da Silva che nel 2007 ha
riunito un’apposita commissione per poi varare nell’agosto del 2010 una
nuova legislazione che, da un lato, restringe la possibilità di
acquisire appezzamenti di terra a compagnie controllate per il 50% (o
più) da capitale straniero, dall’altro, limita l’ammontare di terra
disponibile per l’acquisto ad un appezzamento la cui estensione non sia
maggiore di un quarto della “
municipal area” totale
11.
Come in Argentina anche in Brasile, l’espansione dell’
agri-business,
ha comportato sia la conversione delle colture tradizionali in
coltivazioni di soia, mais, canna da zucchero e allevamenti intensivi,
che l’intensificarsi di conflitti per le terre su cui vivono e lavorano
popolazioni indigene e comunità locali.
Il Brasile, tuttavia, oltre a subire il fenomeno del
land grabbing,
negli ultimi anni ha iniziato a praticarlo. A tal fine ha sviluppato
una propria politica di acquisizione di terreni agricoli al di fuori dei
suoi confini nazionali
12 come, ad esempio, in Paraguay dove
su 31 milioni di ettari di terra arabile (il 29% della quale è destinata
alla produzione di soia) è stato concesso il 25% a investitori
stranieri di cui il 15% ai soli brasiliani.
La duplicità del ruolo del governo brasiliano ha portato ad un
concatenarsi di eventi che hanno interessato diverse regioni del Sud
America. In particolare, la crescita della produzione di soia negli anni
’70-’80 è stata responsabile del dislocamento di 2,5 milioni di persone
nello stato di Paraná e di 300.000 nel Rio Grande do Sol.
Oltre che in Paraguay, gli speculatori brasiliani e argentini collegati alle multinazionali dell’
agri-bussines,
hanno esteso i loro acquisti anche in Bolivia, e in particolare nella
regione di Santa Cruz famosa per essere un importante polo agricolo del
paese sotto il controllo dell’agro-industria internazionale
13.
Negli ultimi quindici anni, infatti, le coltivazioni di soia sono
passate da circa 143.000 ettari nel 1990, a quasi un milione di ettari
nel 2012
14, ciò nonostante l’avvento al potere di Evo Morales
e dei suoi provvedimenti legislativi quali la riforma agraria del 2006 e
la Costituzione del 2009 facilmente aggirate con vari
escamotage.
Secondo alcuni analisti, la permissiva attitudine dello Stato boliviano
a consentire il controllo estero di capitale straniero su ampi
estensioni di terre è in parte attribuibile allo speciale rapporto con
il Brasile basato sull’esportazione di gas attraverso il gasdotto che da
Santa Cruz giunge a San Paolo, che per la Bolivia rappresenta una
irrinunciabile introito
15.
Alla luce di quanto descritto, emerge con estrema evidenza come il
tema della sovranità alimentare e di tutte le molteplici e variegate
questioni ad essa connesse, rappresentati per la regione sudamericana un
pericoloso fattore di debolezza che, ove non sanato, potrebbe rivelarsi
una letale
vulnus nei rapporti intercontinentali al quale si
potrebbe porre rimedio attraverso l’adozione di provvedimenti normativi
sia a livello nazionale (emblematico il caso dell’Uruguay e Venezuela)
che regionale.
NOTE:
Filippo Romeo è ricercatore associato del programma di ricerca "America Latina" dell'IsAG.
1.- Europafrica, "Biofuelling Injustice? Europe’s responsibility to
counter climate change without provoking land grabbing and compounding
food insecurity in Africa", Roma, 2012.
2.- Oxfam Italia, "Zucchero amaro: quali diritti sulla terra nelle filiere di produzione delle multinazionali del cibo", Arezzo, 2013.
3.- Sebbene la maggioranza delle economie sudamericane abbia registrato
indici inferiori, Costa Rica, Guatemala e Messico hanno toccato il
massimo di inflazione mensile, superando l’1%. Sotto si situano, fra gli
altri, Brasile, Cile, Ecuador, Paraguay e Uruguay; record negativi,
invece, per Bolivia, Colombia e Perù, con tassi che oscillano fra il
-0,5% e il -0,9%. Fonte: FAO.
4.- BURCH Sally,"Trans-Latin business and land grabbing in Latin America. Interview with Cristobal Kay", Cile, 2013.
5.- Ibidem.
6.- ENDGDAHL Frederick William, "I semi della distruzione, agri - business, dal controllo del cibo al controllo del mondo", Bologna, 2010, pp. 202-203.
7.- Non sono pochi coloro i quali intravedono in questa operazione una
manovra atta a tutelare gli interessi degli investitori statunitensi,
come David Rockfeller, la Monsanto e la Cargill. Sul punto cfr. ENDGDAHL
Frederick William, op. cit., p. 209.
8.- Le compagnie che al momento controllano il il 90% del mercato della
soia e dei suoi derivati al momento sono le seguenti sei: Cargill,
Bunge, Dreyfus, AGD, Vicentin, e Molinos Rio de la Plata).Fonte: http://www.foodfirst.org.
9.- ENDGDAHL Frederick William, op. cit., p. 213-214.
10.- DATALUTA, Banco de Dados da Luta pela Terra, 2011 Brasil –
Relatorio DATALUTA 2011. Presidente Prudente: NERA – Núcleo de Estudos,
Pesquisas e Projetos de Reforma Agrária – FCT/ UNESP. in Clements E.A. e
Fernandes B.M. (2012).
11.- Ad ogni modo, sono ancora in corso valutazioni del governo
brasiliano relative al rapporto da mantenere con gli investitori
stranieri e alle modifiche legislative da effettuare
/www.massacritica.eu/corsa-alla-terra-il-brasile-tra-land-grabbing-e-sviluppo-sostenibile/3354
12.- Oltre che regionali anche intercontinentali di cui ne costituisce un esempio il caso del Mozambico, in Africa.
13.- URIOSTE Miguel, "Land & Sovereignty in the Americas", California, 2013.
14.- Ibidem.
15.- Ibidem.