Master 1° Livello

MASTER DI I LIVELLO

POLITICA MILITARE COMPARATA DAL 1945 AD OGGI

Dottrina, Strategia, Armamenti

Obiettivi e sbocchi professionali

Approfondimenti specifici caratterizzanti le peculiari situazioni al fine di fornire un approccio interdisciplinare alle relazioni internazionali dal punto di vista della politica militare, sia nazionale che comparata. Integrazione e perfezionamento della propria preparazione sia generale che professionale dal punto di vista culturale, scientifico e tecnico per l’area di interesse.

Destinatari e Requisiti

Appartenenti alle Forze Armate, appartenenti alle Forze dell’Ordine, Insegnanti di Scuola Media Superiore, Funzionari Pubblici e del Ministero degli Esteri, Funzionari della Industria della Difesa, Soci e simpatizzanti dell’Istituto del Nastro Azzurro, dell’UNUCI, delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, Cultori della Materia (Strategia, Arte Militare, Armamenti), giovani analisti specializzandi comparto geostrategico, procurement ed industria della Difesa.

Durata e CFU

1500 – 60 CFU. Seminari facoltativi extra Master. Conferenze facoltative su materie di indirizzo. Visite facoltative a industrie della Difesa. Case Study. Elettronic Warfare (a cura di Eletronic Goup –Roma). Attività facoltativa post master

Durata e CFU

Il Master si svolgerà in modalità e-learnig con Piattaforma 24h/24h

Costi ed agevolazioni

Euro 1500 (suddivise in due rate); Euro 1100 per le seguenti categorie:

Laureati UNICUANO, Militari, Insegnanti, Funzionari Pubblici, Forze dell’Ordine

Soci dell’Istituto del Nastro Azzurro, Soci dell’UNUCI

Possibilità postmaster

Le tesi meritevoli saranno pubblicate sulla rivista “QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO”

Possibilità di collaborazione e ricerca presso il CESVAM.

Conferimento ai militari decorati dell’Emblema Araldico

Conferimento ai più meritevoli dell’Attestato di Benemerenza dell’Istituto del Nastro Azzurro

Possibilità di partecipazione, a convenzione, ai progetti del CESVAM

Accredito presso i principali Istituti ed Enti con cui il CESVAM collabora

Contatti

06 456 783 dal lunedi al venerdi 09,30 – 17,30 unicusano@master

Direttore del Master: Lunedi 10,00 -12,30 -- 14,30 -16

ISTITUTO DEL NASTROAZZURRO UNIVERSITA’ NICCOL0’ CUSANO

CESVAM – Centro Studi sul Valore Militare www.unicusano.it/master

www.cesvam.org - email:didattica.cesvam@istitutonastroazzurro.org

America

Traduzione

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

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America Centrale

America Centrale

Medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 su questo stesso blog seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo
adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità dello
Stato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento a questo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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lunedì 27 ottobre 2014

Brasile: sull'onda delle elezioni

America latina
Brasile alla ricerca di un presidente innovatore
Carlo Cauti
15/10/2014
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I finalisti brindano, ma non è il caso di celebrazioni premature. Non solo perché il nome del vincitore si conoscerà solo dopo il ballottaggio di domenica, ma anche perché le sfide che attendono il nuovo presidente brasiliano sono estremamente complesse.

Silva appoggia Neves
I risultati del primo turno hanno mostrato che le opposizioni, insieme, rappresentano l'ampia maggioranza del paese. Marina Silva, del Partito socialista brasiliano (Psb) ha deciso di appoggiare Aécio Neves, del Partito della social democrazia brasiliana (Psdb), andando contro la volontà di parte del suo partito.

Alla vigilia del ballottaggio, i sondaggi mostrano che il trasferimento di voti è riuscito solo in parte, provocando un pareggio tecnico di Aécio con il presidente in carica, Dilma Rousseff, del Partito dei lavoratori (Pt).

I numeri disegnano uno scenario molto netto: il Brasile è diviso tra chi vuole il cambiamento senza cambiare governo e chi vuole il cambiamento, cambiando il governo. Vincerà chi uscirà a convincere l'elettorato che le cose muteranno per davvero. Possibilmente alla brasiliana, ossia in forma indolore.

Volo della gallina per l’economia brasiliana
La realtà, tuttavia, è molto più amara. Il modello economico di successo del Brasile, lanciato da Fernando Henrique Cardoso e ampliato da Lula, è agli sgoccioli. La ricetta era semplice: stabilità della valuta, prevedibilità della politica economica, vendita di soia, ferro e commodities alla Cina a prezzi stratosferici, e, con il ricavato, realizzazione di politiche redistributive e sociali, come il "Bolsa Familia", l'elargizione di finanziamenti agevolati per il consumo privato e ai principali settori industriali.

L'apparentemente insaziabile appetito della Cina per le materie prime ha finanziato, attraverso le banche pubbliche brasiliane, la crescita di un dinamico mercato interno che ha attratto i capitali esteri necessari per alimentare il sistema.

Il mercato ultra-protetto brasiliano - con dazi che arrivano al 100% sul valore dei prodotti importati - ha fatto il resto, arginando la concorrenza internazionale e favorendo i produttori locali. La crescita è stata forte, senza doversi preoccupare della modernizzazione e della competitività dell'apparato produttivo e del paese.

Ma la crisi finanziaria globale, con il crollo dei prezzi di ferro e soia ha, di fatto, concluso questa bonanza. L’economia del Brasile sembra compiere l'eterno “voo da galinha”, il volo della gallina, e non il balzo della tigre. Quattro vigorosi colpi d’ala e poi di nuovo a terra.

Con Rousseff il Brasile non cresce più
Rousseff ha ereditato un Brasile in declino. Invece di cambiare rotta ha insistito con le stesse scelte economiche. Stavolta senza averne i mezzi finanziari. Risultato: inflazione alta, crescita asfittica - il cosiddetto "pibinho" - deindustrializzazione, conti pubblici in forte deficit, debito in aumento, bilancia commerciale in rosso e primi effetti negativi per l'occupazione.

Non ci sono più soluzioni indolori. Si dovrà investire nel miglioramento delle infrastrutture, nell'istruzione, nella sanità e nei trasporti, e anche nell'efficienza della pubblica amministrazione.

Con il paese fortemente indebitato, riforme strutturali del genere sono possibili solo dando più potere al settore privato e alla società civile, promuovendo una mentalità di competitività e di apertura alla concorrenza internazionale. Una terapia di shock economico che si traduce nella fine dei settori protetti, delle rendite di posizione e che si trasformerà inevitabilmente in una battaglia all'ultimo sangue per la sopravvivenza di poteri veramente forti, economici e politici.

Il Pt non ha vocazione al sacrificio. La visione per i prossimi quattro anni è sempre la stessa, miope e ideologica: rafforzare il capitalismo di stato, con aziende e banche pubbliche controllate da governo e partito. I finanziamenti, dicono, verranno con soldi del petrolio estratto in futuro dai giacimenti del Pré-Sal. Il problema è che l'oro nero arriva troppo tardi in Brasile e potrebbe non portare ai risultati sperati.

Aécio e il Psdb hanno, teoricamente, uomini preparati, idee giuste e una base politica sufficientemente forte per cercare di risolvere questo dilemma. Dovranno però fare i conti con il clientelismo fisiologico del sistema politico e la mentalità rapace delle élites economiche tradizionali del Brasile.

Per cercare di salvare il paese dal disastro, un eventuale governo Aécio dovrà fare leva sulle aspirazioni della "nuova classe media" brasiliana che non si accontenta più di ricette assistenziali o manovre populiste. Chi ha occupato le piazze nel giugno-luglio 2013 ha le idee molto chiare: vuole partecipazione, potere e un governo che dia risposte effettive ai problemi quotidiani della popolazione.

Partidos dos caciques
La buona gestione economica dovrà essere accompagnata da una vera riforma politica e da un cambiamento radicale nelle pratiche politiche. Per i manifestanti, non è solo il sistema politico brasiliano che deve cambiare, ma anche il modo di fare politica.

È la fine dei “partidos dos caciques”, i partiti politici senza la minima amalgama ideologica, comandati da ras locali che puntellano la loro base sulla distribuzione personalistica di fondi pubblici. L’interesse di questa classe politica nel cambiare realmente il paese è, ovviamente, nullo. Ed è ciò che fa infuriare la nuova borghesia urbana brasiliana.

Anche se dovesse vincere le elezioni, non è detto che il Psdb - che non è riuscito a rinnovare i suoi quadri dirigenti per oltre vent'anni - sarà in grado e dimostri la volontà politica di realizzare questo cambiamento radicale. Vincerà questo ballottaggio chi riuscirà a catturare e a rappresentare il cambiamento, la vera sfida del Brasile del futuro.

Carlo Cauti è giornalista del settimanale brasiliano “Veja”.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2838#sthash.x17z6HGv.dpuf

Brasile: una scelta per il futuro

America latina
Brasile alla ricerca di un presidente innovatore
Carlo Cauti
15/10/2014
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I finalisti brindano, ma non è il caso di celebrazioni premature. Non solo perché il nome del vincitore si conoscerà solo dopo il ballottaggio di domenica, ma anche perché le sfide che attendono il nuovo presidente brasiliano sono estremamente complesse.

Silva appoggia Neves
I risultati del primo turno hanno mostrato che le opposizioni, insieme, rappresentano l'ampia maggioranza del paese. Marina Silva, del Partito socialista brasiliano (Psb) ha deciso di appoggiare Aécio Neves, del Partito della social democrazia brasiliana (Psdb), andando contro la volontà di parte del suo partito.

Alla vigilia del ballottaggio, i sondaggi mostrano che il trasferimento di voti è riuscito solo in parte, provocando un pareggio tecnico di Aécio con il presidente in carica, Dilma Rousseff, del Partito dei lavoratori (Pt).

I numeri disegnano uno scenario molto netto: il Brasile è diviso tra chi vuole il cambiamento senza cambiare governo e chi vuole il cambiamento, cambiando il governo. Vincerà chi uscirà a convincere l'elettorato che le cose muteranno per davvero. Possibilmente alla brasiliana, ossia in forma indolore.

Volo della gallina per l’economia brasiliana
La realtà, tuttavia, è molto più amara. Il modello economico di successo del Brasile, lanciato da Fernando Henrique Cardoso e ampliato da Lula, è agli sgoccioli. La ricetta era semplice: stabilità della valuta, prevedibilità della politica economica, vendita di soia, ferro e commodities alla Cina a prezzi stratosferici, e, con il ricavato, realizzazione di politiche redistributive e sociali, come il "Bolsa Familia", l'elargizione di finanziamenti agevolati per il consumo privato e ai principali settori industriali.

L'apparentemente insaziabile appetito della Cina per le materie prime ha finanziato, attraverso le banche pubbliche brasiliane, la crescita di un dinamico mercato interno che ha attratto i capitali esteri necessari per alimentare il sistema.

Il mercato ultra-protetto brasiliano - con dazi che arrivano al 100% sul valore dei prodotti importati - ha fatto il resto, arginando la concorrenza internazionale e favorendo i produttori locali. La crescita è stata forte, senza doversi preoccupare della modernizzazione e della competitività dell'apparato produttivo e del paese.

Ma la crisi finanziaria globale, con il crollo dei prezzi di ferro e soia ha, di fatto, concluso questa bonanza. L’economia del Brasile sembra compiere l'eterno “voo da galinha”, il volo della gallina, e non il balzo della tigre. Quattro vigorosi colpi d’ala e poi di nuovo a terra.

Con Rousseff il Brasile non cresce più
Rousseff ha ereditato un Brasile in declino. Invece di cambiare rotta ha insistito con le stesse scelte economiche. Stavolta senza averne i mezzi finanziari. Risultato: inflazione alta, crescita asfittica - il cosiddetto "pibinho" - deindustrializzazione, conti pubblici in forte deficit, debito in aumento, bilancia commerciale in rosso e primi effetti negativi per l'occupazione.

Non ci sono più soluzioni indolori. Si dovrà investire nel miglioramento delle infrastrutture, nell'istruzione, nella sanità e nei trasporti, e anche nell'efficienza della pubblica amministrazione.

Con il paese fortemente indebitato, riforme strutturali del genere sono possibili solo dando più potere al settore privato e alla società civile, promuovendo una mentalità di competitività e di apertura alla concorrenza internazionale. Una terapia di shock economico che si traduce nella fine dei settori protetti, delle rendite di posizione e che si trasformerà inevitabilmente in una battaglia all'ultimo sangue per la sopravvivenza di poteri veramente forti, economici e politici.

Il Pt non ha vocazione al sacrificio. La visione per i prossimi quattro anni è sempre la stessa, miope e ideologica: rafforzare il capitalismo di stato, con aziende e banche pubbliche controllate da governo e partito. I finanziamenti, dicono, verranno con soldi del petrolio estratto in futuro dai giacimenti del Pré-Sal. Il problema è che l'oro nero arriva troppo tardi in Brasile e potrebbe non portare ai risultati sperati.

Aécio e il Psdb hanno, teoricamente, uomini preparati, idee giuste e una base politica sufficientemente forte per cercare di risolvere questo dilemma. Dovranno però fare i conti con il clientelismo fisiologico del sistema politico e la mentalità rapace delle élites economiche tradizionali del Brasile.

Per cercare di salvare il paese dal disastro, un eventuale governo Aécio dovrà fare leva sulle aspirazioni della "nuova classe media" brasiliana che non si accontenta più di ricette assistenziali o manovre populiste. Chi ha occupato le piazze nel giugno-luglio 2013 ha le idee molto chiare: vuole partecipazione, potere e un governo che dia risposte effettive ai problemi quotidiani della popolazione.

Partidos dos caciques
La buona gestione economica dovrà essere accompagnata da una vera riforma politica e da un cambiamento radicale nelle pratiche politiche. Per i manifestanti, non è solo il sistema politico brasiliano che deve cambiare, ma anche il modo di fare politica.

È la fine dei “partidos dos caciques”, i partiti politici senza la minima amalgama ideologica, comandati da ras locali che puntellano la loro base sulla distribuzione personalistica di fondi pubblici. L’interesse di questa classe politica nel cambiare realmente il paese è, ovviamente, nullo. Ed è ciò che fa infuriare la nuova borghesia urbana brasiliana.

Anche se dovesse vincere le elezioni, non è detto che il Psdb - che non è riuscito a rinnovare i suoi quadri dirigenti per oltre vent'anni - sarà in grado e dimostri la volontà politica di realizzare questo cambiamento radicale. Vincerà questo ballottaggio chi riuscirà a catturare e a rappresentare il cambiamento, la vera sfida del Brasile del futuro.

Carlo Cauti è giornalista del settimanale brasiliano “Veja”.
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martedì 21 ottobre 2014

Brasile: sempre più lontano dal vecchio continente

Elezioni in Brasile
Europa assente dai programmi di Brasilia
Carlo Cauti
02/10/2014
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La politica estera è un argomento tradizionalmente latitante nelle campagne elettorali brasiliane. Dal ritorno alla democrazia ad oggi non si è mai creato un vero e proprio dibattito sulle scelte di politica estera di Brasilia.

Le ragioni sono diverse: la dimensione continentale del Brasile - che tende a guardare più al suo interno che all’estero; il disinteresse dell’elettorato brasiliano - che non percepisce la politica internazionale come direttamente rilevante per la propria vita quotidiana e l’assenza di minacce dirette o di legami politici stretti, come alleanze o blocchi economici regionali (il Mercosur è una struttura estremamente più blanda rispetto all’Unione europea, Ue).

Ciò nonostante, nei programmi depositati dai tre principali candidati alla Presidenza che correranno domenica - l’attuale presidente Dilma Rousseff del Partido dos Trabalhadores (Pt), Marina Silva del Partido Socialista Brasileiro (Psb), e Aécio Neves del Partido da Social Democracia Brasileira (Psdb), sono indicate linee e proposte di politica estera.

Nonostante le differenze, si nota una certa coincidenza sulle questioni più importanti: Mercosur e l’integrazione regionale, i Brics e i rapporti con Usa e Cina.

Mercosur e integrazione regionale
L’integrazione regionale è sempre stata una priorità della politica estera di Rousseff e del Pt che ha puntato sulla cooperazione “sud-sud” e su “un ordine mondiale multipolare e meno asimmetrico”. Dilma punta a fare del Mercosur un’area di libero scambio che permetta “una maggiore integrazione tra popoli, con la creazione di una cittadinanza comune”.

Per Silva invece, “il Mercosur non ha realizzato correttamente il disegno originale per cui era stato creato, ossia costruire una modalità di regionalismo aperto. A parte un paio di accordi di libero scambio con mercati inespressivi è stato contrassegnato dall’immobilismo”.

Per la candidata dell’ultima ora del Psb - è infatti scesa in campo solo dopo la morte di Eduardo Campos - sarebbe necessario contrastare con decisione la stagnazione del Mercosur, puntando su negoziati con altri paesi e blocchi, in particolare con l’Alleanza del Pacifico e con l’Ue.

Sulla stessa linea Aécio Neves, per il quale “il Mercosul è in piena crisi di identità”, il processo di integrazione sudamericano andrebbe urgentemente riformato e “il Brasile dovrebbe “partecipare attivamente alla comunità internazionale negoziando con tutti i continenti”.

Brics
Roussef punta sulla continuità e l’approfondimento dei rapporti tra i Brics come polo di stabilizzazione dell’ordine mondiale soprattutto dopo la creazione, ad agosto, della nuova Banca di sviluppo.

Per Silva, esistono differenze nei programmi economici, politici, culturali e ambientali tra i paesi Brics, così come nella questione dei diritti umani e libertà civili. Neves sottolinea la mancanza un profilo univoco del blocco, elemento che potrebbe limare le divergenze e influenzare la capacità di coordinamento del gruppo.

Usa e spionaggio della Nsa
Tutti i principali candidati considerano gli Stati Uniti come il “partner indispensabile” del Brasile. In tutti i programmi elettorali alla voce “Rapporti con gli Usa” spiccano le parole “dialogo”, “collaborazione” e “cooperazione”. L’episodio dello spionaggio americano nei confronti di Roussef e di altri esponenti del governo ha provocato forti tensioni tra i due paesi, ma dopo un primo momento di gelo i rapporti sono tornati alla normalità.

Cina
Tutti i candidati, tuttavia, sono perfettamente coscienti dell’importanza fondamentale che il mercato cinese ha per l’economia del Brasile, essendo il primo partner commerciale e il principale compratore di commodities. Tuttavia, esistono differenze sul futuro dei rapporti sino-brasiliani.

Rousseff punta sulla continuità e l’approfondimento dei rapporti esistenti. Mentre per Silva e Neves molti aspetti andrebbero rivisti. Primo tra tutti la diversificazione nel paniere di prodotti scambiati tra i due paesi, che vede il Brasile esportatore principalmente di beni a basso valore aggiunto e importatore di manufatti cinesi.

Per Silva è inoltre necessario discutere sui tassi di cambio della valuta cinese, la quale è mantenuta artificialmente bassa, penalizzando l’economia brasiliana.

Unione europea
Nessuno dei candidati ha considerato i rapporti con l’Ue come una priorità del futuro governo. Le relazioni tra il Brasile e l’Europa sono ancora del tutto basate su rapporti bilaterali tra i vari paesi, mentre l’Ue è vista da Brasilia come una entità ininfluente, quasi astratta.

Nessun candidato, altresì, cita apertamente l’ambizione del Brasile ad un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Un obiettivo che rimane tra le stelle polari della strategia diplomatica brasiliana, ma di cui si parla solo nei corridoi della diplomazia. A dimostrazione che la politica estera in Brasile continuano a farla i diplomatici, non i politici. 
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mercoledì 15 ottobre 2014

USA: una politica estera in difficoltà.

Negoziato sul nucleare iraniano
Crisi con Russia e Isis complicano l'intesa Usa-Iran
Riccardo Alcaro
22/09/2014
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Gli ultimi mesi sono stati avari di buone notizie dal fronte internazionale. La crisi in Ucraina e il Medio Oriente sconvolto dall’ascesa dell’autoproclamatosi Stato islamico (Isis) sono sufficienti per assegnare al 2014 la palma dell’annus horribilis del nuovo secolo.

Eppure al peggio non c’è mai fine: il fallimento del negoziato sul programma nucleare iraniano potrebbe avere implicazioni ancora più gravi.

Le trattative tra l’Iran e i cosiddetti P5+1 – i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza più la Germania e l’Unione europea (Ue) – appena riprese andranno avanti fino al 24 novembre per trovare un accordo che garantisca che il programma nucleare iraniano abbia una destinazione esclusivamente pacifica. Entrambe le parti hanno manifestato un genuino, forte interesse ad arrivare a un’intesa, ma la volontà da sola potrebbe non bastare.

Limiti all’arricchimento dell’uranio, sanzioni, Aiea
Le questioni più importanti sul tavolo negoziale sono: l’imposizione di limiti all’arricchimento dell’uranio, un procedimento estremamente sensibile perché necessario sia a produrre energia elettrica sia a fabbricare il materiale fissile per una bomba atomica; la revoca delle sanzioni; e l’ampliamento dei poteri ispettivi dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), che verifica che non ci sia una diversione del programma a usi militari.

Il punto su cui c’è meno distanza è l’ultimo. L’Iran è disposto ad accettare che l’Aiea eserciti una stretta vigilanza sulle sue attività nucleari. In cambio si aspetta la revoca delle sanzioni e di poter continuare a sviluppare il programma, in particolare l’arricchimento dell’uranio.

Per i 5+1, questa posizione è irricevibile. Per quanto importanti, le ispezioni dell’Aiea da sole non costituiscono una garanzia sufficiente. L’elemento decisivo è che l’Iran riduca l’arricchimento dell’uranio a un livello ben inferiore a quello attuale. Le sanzioni verrebbero revocate gradualmente nel corso di anni, e soltanto in seguito alla certificazione da parte dell’Aiea che l’Iran sia adempiente ai termini dell’accordo.

A Teheran verrebbe concesso di riprendere l’arricchimento su scala industriale solo al termine di questo lungo processo – che potrebbe durare fino a vent’anni.

Perché si arrivi a un accordo, è quindi fondamentale che gli iraniani accettino una capacità di arricchimento vicina a quella indicata dai 5+1, ma anche che questi ultimi ammorbidiscano le loro richieste, consentendo tra l’altro all’Iran di continuare a investire in ricerca e sviluppo nel campo dell’arricchimento stesso.

La difficile stretta di mano tra Usa e Iran
Per quanto difficile sia il negoziato, non ci sono ostacoli ‘tecnici’ a un accordo. Esistono invece considerazioni e problemi di natura strategica e politica legati alla rivalità tra la Repubblica islamica e gli Usa e i loro alleati regionali (in primo luogo Arabia Saudita e Israele).

Mentre la logica della geopolitica spinge Usa e Iran verso un accordo, quella della politica li condanna a restare nemici irriducibili. Al di là dell’ovvio vantaggio di eliminare un forte elemento di tensione regionale, una risoluzione condivisa della disputa sul nucleare potrebbe aprire la strada a un riposizionamento delle relazioni Usa-Iran su basi pragmatiche.

In questo quadro non sarebbe inconcepibile pensare a limitate forme di cooperazione su questioni d’interesse condiviso come il futuro dell’Afganistan, l’Iraq, la Siria e la lotta all’estremismo sunnita di matrice qaedista.

Contro il buon senso strategico tuttavia agiscono potenti forze politiche: da una parte, il timore della leadership iraniana che un avvicinamento agli Usa possa compromettere la legittimità del regime, dal momento che l’antagonismo contro gli Usa è uno dei miti fondanti della Repubblica islamica; dall’altra parte, il fatto che l’ostracismo anti-iraniano, alimentato da Israele e Arabia Saudita (che godono entrambi di largo credito nell’establishment di politica estera di Washington) è parte integrante della politica mediorientale degli Usa.

Dinamiche geopolitiche contro il compromesso
Consapevole di queste difficoltà, a febbraio il presidente Usa Barack Obama aveva dato al negoziato una chance di successo non superiore al 50%. Questa stima ora sembra ottimista, perché oggi anche le dinamiche geopolitiche lavorano contro un compromesso. La competizione geopolitica regionale tra gli alleati degli Usa e l’Iran, e quella globale tra Russia e Occidente, ne ha ridotto lo spazio politico di manovra.

La prima ha prodotto un tale estraniamento tra Usa e Russia che la possibilità che Mosca si svincoli dai 5+1 e concluda accordi separati con l’Iran non può essere esclusa. Riducendo gli eventuali costi di fallimento, ciò costituisce un disincentivo per l’Iran a fare concessioni. La seconda ha spinto Obama a definire una strategia di contrasto che dipende dalla cooperazione degli alleati regionali dell’area, rendendo più difficile giustificare agli alleati un accordo con l’Iran (non a caso escluso dalla coalizione anti-Isis).

Il fallimento del negoziato potrebbe mettere in moto una disastrosa reazione a catena. Gli Usa spingerebbero per inasprire il regime internazionale di sanzioni; gli oltranzisti iraniani farebbero pressione perché l’Iran riavvii l’arricchimento dell’uranio in grande scala (a che pro non farlo, visto che sarebbe sotto sanzioni in ogni caso?).

A quel punto Israele, che considera un Iran nucleare una minaccia esistenziale, potrebbe decidersi a bombardare le infrastrutture nucleari iraniane – da solo o insieme agli Usa; in reazione, l’Iran potrebbe minare lo Stretto di Hormuz (dove passa buona parte del trasporto marino di petrolio mondiale), sostenere azioni contro Israele da parte del suo alleato libanese Hezbollah, o attaccarlo direttamente.

La peggiore notizia del 2014 potrebbe quindi essere la prossima.

Riccardo Alcaro è responsabile di ricerca dello IAI e Visiting Fellow presso il CUSE della Brookings.
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Falckland: dove c'è discordia.....

Marco Flavio Scarpetta Americhe 0 commentI
Falkland: “Dove c’è discordia, che si possa portare armonia”
Fonte Isag
C’è chi ha commentato sarcasticamente l’unica soluzione possibile: “diamo le Falkland agli Inglesi e le Malvine agli Argentini”. Questo arcipelago ha infatti due nomi: Isole Falkland o Isole Malvine. Il primo nome è quello attribuito dagli Inglesi che comunemente le chiamano Falklands. Il secondo è quello usato dagli Argentini che le chiamano Malvinas. In realtà questo nome gli fu attribuito dai primi abitanti delle isole, i Francesi, che le diedero il nome di Malouines, da cui il termine moderno. Da allora le isole hanno cambiato più volte nazionalità. Nel 1766 divennero isole spagnole. Nel 1810, isole argentine. Nel 1833, inglesi.
Queste isole costituiscono uno tra i più inospitali arcipelaghi, posto nell’Atlantico meridionale, formato dall’isola di Falkland Occidentale (o Gran Malvina), dall’isola di Falkland Orientale (o Soledad), separate da uno stretto, e da centinaia di altre isole minori. Il territorio è collinare e non supera i 700 metri. Le fasce costiere sono articolate, pianeggianti e spesso paludose, un luogo difficile dove combattere, anche a causa del clima, misto tra quello atlantico e quello subartico e durante l’estate non si superano gli undici gradi. Può nevicare per gran parte dell’anno e il vento è forte, il sole è scarso e non crescono perciò alberi. Le isole sono talmente vicine all’Antartide da essere considerate talvolta parte di quel continente più che dell’americano.
Le isole godono però di una importante posizione strategica tra l’Atlantico e il Pacifico, sia dal punto di vista militare sia da quello commerciale, posizione strategica ben nota a tutti i governi sudamericani ed europei.
La capitale delle Falkland è Port Stanley, o Puerto Argentino. Nelle Falkland abitano poche persone, circa 3.000 abitanti, in massima parte di origine britannica, in particolar modo di origine scozzese. Le risorse delle isole sono la pesca e l’allevamento. L’esigua popolazione è benedetta da uno tra i redditi pro-capite più alti del pianeta, 50.000 dollari, dovuti agli introiti delle attività legate alla pesca e solo gli introiti delle licenze di pesca, ad esempio, fanno guadagnare fino a 200 milioni di dollari all’anno. I guadagni di questo settore hanno già attirato l’attenzione di diversi governi.
Immagine2
Figura 1: mappa delle Isole Falkland/Malvinas
Guerra sporca
Per capire cosa abbiano significato le Falkland a livello mondiale, bisogna prendere in analisi per iniziare il periodo che va dal 1976 al 1982.
Con l’espressione “Guerra Sporca” si è soliti indicare quanto accadde in Argentina dopo la morte di Juan Domingo Perón e precisamente il comportamento avuto dal nuovo governo verso gli oppositori che furono combattuti, come indica l’espressione, in un modo celato e ripugnante. Dopo la morte di Perón, infatti, i guerriglieri dei Montoneros e l’Ejército Revolucionario del Pueblo da un lato, gli squadroni di estrema destra dell’Alianza Anticomunista Argentina dall’altro, portarono il paese in uno stato di assedio. Già da questi anni, se non prima, l’esercito argentino dovette improntarsi a combattere contro la guerriglia, particolare che rivestirà molta importanza durante la guerra delle Falkland.
In questo stato di emergenza, il Ministero degli Interni fu affidato ad uomini provenienti dalla sfera militare. Venne istituito il Consiglio per la Difesa Nazionale, composto dal Ministro della Difesa e da altri tre alti ufficiali dell’esercito. Il generale Jorge Rafael Videla assunse prima la nomina di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e poi la presidenza del paese, con il colpo di stato del 24 marzo 1976 che destituì il governo democraticamente eletto di María Estela Martínez de Perón, la seconda moglie di Perón e sua succeditrice al governo. La costituzione fu sospesa e la Corte Suprema e la Procura Generale furono abolite e sostituite da una giunta militare formatasi contestualmente. Il generale Videla assunse la presidenza a vita dell’Argentina il 29 marzo dello stesso anno. Furono sospese le libertà civili e sindacali.
Tutto ciò ebbe un forte impatto nell’opinione pubblica nazionale e sarà forse l’elemento che maggiormente porterà alla guerra delle Falkland. Qualsiasi oppositore del governo, o presunto tale, qualsiasi persona sospettata di appartenere ad organizzazioni studentesche, sindacali o politiche, qualsiasi simpatizzante dell’opposizione ed anche qualsiasi persona ancora “indifferente o ancora indecisa” verso il regime furono massacrati. La Guerra Sporca combattuta contro di loro fu attuata arrestandoli, senza nessuna sentenza e senza nessun processo, nel cuore della notte. I soggetti furono poi privati di qualsiasi diritto e torturati selvaggiamente, loro e le loro famiglie, e poi segretamente uccisi. I cadaveri furono fatti scomparire e di loro il giorno dopo non restava già più traccia. Furono chiamati “desaparecidos” a causa della loro scomparsa improvvisa, unico effetto che la Guerra Sporca non poteva nascondere del tutto. In totale i desaparecidosfurono decine e decine di migliaia.
Sarà proprio la Guerra Sporca a portare alla Guerra delle Falkland, almeno secondo la maggioranza delle interpretazioni. Infatti, si stava alimentando sempre maggiormente in Argentina un acceso odio verso il nuovo governo e chi avesse preso il potere avrebbe dovuto trovare una soluzione per aumentarne la popolarità, ad esempio puntando sul nazionalismo. Effettivamente, dopo i primi successi riportati nelle Falkland, persino i Montoneros o alcuni parenti dei desaparecidos iniziarono a simpatizzare verso il governo argentino.
Il 29 marzo 1981 Jorge Rafael Videla fu deposto da un colpo di Stato, capeggiato dal generale Roberto Eduardo Viola, seguito poi da un ennesimo colpo di stato il 22 dicembre 1981 per opera del generale Leopoldo Galtieri. Sarà sotto il suo governo e in questo contesto che la guerra delle Falkland prenderà luogo. La crisi economica aveva intanto portato l’Argentina in una situazione molto pericolosa ed instabile. Il prodotto interno lordo era crollato tra il 1981 e il 1982 dell’11,45%.
Per quanto, inoltre, il governo avesse selvaggiamente distrutto ogni forma di opposizione, il malcontento nei suoi confronti era tangibile. La guerra delle Falkland, spacciata come un modo per liberare un territorio da una vecchia potenza imperialista, in realtà fu solo un tentativo goffo del governo argentino per distrarre l’attenzione negativa (nazionale ed internazionale) che lo stava investendo. Il generale Galtieri cercava un diversivo di natura militare senza rendersi conto che il suo esercito non aveva più combattuto guerre da quella contro gli Indios, più di cento anni prima.
Alle ore 23 del 1º aprile 1982, 84 membri di un commando della Armada Argentina guidati dal capitano di corvetta Guillermo Sánchez-Sabarots sbarcarono a Mullet Creek. Meno di dodici ore dopo, credendosi accerchiato, il Governatore Rex Masterman Hunt si arrese. Il governo argentino aveva previsto l’arrivo di mezzi anfibi AMTRAC per occupare l’isola e farsi accogliere come liberatori dalla popolazione locale. In realtà, la popolazione non fu particolarmente entusiasta di questo arrivo. Quando il governo argentino impose usi e costumi argentini alla popolazione, quest’ultima non prese mai seriamente in considerazione questa decisione. Ad esempio, nonostante l’imposizione di guidare come in Argentina, gli abitanti delle Falkland continuarono a guidare sulla sinistra, dimostrando forse già la volontà di rimanere britannici. Il governo inglese propose allora che gli abitanti delle Falkland avessero il diritto di autodeterminazione e scegliessero se restare nel Regno Unito o diventare Argentini. Il governo argentino però non accolse questa idea. Le trattative diplomatiche fallirono e si arrivò allo scontro militare.
Lo scontro ebbe come protagoniste le portaerei HMS Hermes e HMS Invincible comandate dall’ammiraglio John Woodward1, a capo di una flotta non pronta, improvvisata e quasi in decadenza. Le operazioni furono portate avanti dall’Ammiraglio Sir John Fieldhouse, Capo di Stato Maggiore britannico. L’Inghilterra aveva passato gli ultimi decenni ad allenarsi, in piena Guerra Fredda, pronta a combattere un nuovo conflitto di proporzioni mondiale. La NATO aveva posto dei target molto alti nell’allenamento dei soldati inglesi. Avevano a disposizione i BAe Sea Harrier FRS.Mk.1. Ad operazioni iniziate, arrivarono anche diversi Harrier Gr.Mk.3. Vi era una flotta di fregate e cacciatorpediniere e di sommergibili nucleari delle classi Churchill e Swiftsure. Infine era a disposizione un esercito professionista con varie unità di élite, dai Royal Marines ai paracadutisti, agli incursori del SAS e ai Gurkha. L’aviazione inglese puntò sull’effetto a sorpresa con oltre cinquecento incursioni. Fu imposto un blocco navale ed aereo contro gli occupanti. Le batterie antiaeree argentine erano antiquate e mancavano all’aviazione argentina moderni aerei da pattugliamento marittimo. I mezzi anfibi argentini furono sostituiti dalla Decima Brigata della provincia di Buenos Aires, composta da soldati di leva, molti diciottenni, abituati a combattere contro il terrorismo e la guerriglia, non contro un esercito di professionisti. L’esercito argentino era composto da più personale e bene equipaggiato ma restava di fondo non preparato. Le operazioni belliche durarono dal 19 aprile a metà giugno. Dopo 74 giorni di guerra, le ostilità terminavano definitivamente: 255 militari inglesi, 649 militari argentini e 3 civili falklandesi erano morti.
Leopoldo Galtieri si dimetterà dal governo di sua spontanea iniziativa dopo l’esito fallimentare della guerra e le conseguenze economiche negative su tutto il paese già dissestato. Al suo posto, prenderà il potere dal primo luglio 1982, il generale Reynaldo Bignone che si troverà costretto dall’opposizione nazionale e internazionale ad indire libere elezioni il 10 dicembre 1983 e a porre fine alla dittatura. Leopoldo Galtieri fu processato, condannato all’ergastolo ma liberato grazie ad un indulto. Nel 2000 fu nuovamente processato per rapimento di bambini.
1982: cronologia degli eventi
  • 1 Aprile: le forze argentine invadono le Falkland.
  • 5 Aprile: Oltre cento navi inglesi sono inviate nel Sud Atlantico.
  • 21 Maggio: 3.000 soldati di truppa inglesi sbarcano nelle Falkland.
  • 14 Giugno: Le forze argentine si arrendono.
immagine 3
 Figura 2: particolare sugli spostamenti britannici
Da un lato, la Guerra delle Falkland è stata decisa dal governo argentino nel maldestro tentativo di sollevare la popolarità del governo stesso, puntando tutto sul nazionalismo, durante un periodo di dissesto economico e dopo anni di Guerra Sporca. Dall’altro lato, la guerra è stata accettata e per anni si sono date le più diverse interpretazioni delle ragioni per le quali l’Inghilterra si sia mossa a combattere contro l’Argentina invece di abbandonare semplicemente queste isole brulle e burrascose. La guerra, infatti, ha avuto costi elevatissimi per una nazione quale l’Inghilterra che già risentiva di forti difficoltà economiche. Alcuni hanno interpretato questa scelta come la volontà di una vecchia potenza imperialista di non perdere le proprie colonie. Altri, invece, hanno affermato che Margaret Thatcher, allora al capo del governo inglese, volesse tramite la guerra e il nazionalismo aumentare la popolarità del proprio governo.
Margaret Thatcher infatti era sempre stata rispettata ed apprezzata ma mai popolare e diversi episodi (dall’Irlanda a gli scioperi, non ultimo quello dei minatori) avevano posto il suo primo mandato in una cattiva luce. Solo recentemente si è scoperto che la realtà non è esattamente questa. Nel complesso, durante gli anni di governo di Margaret Thatcher, la speranza di vita media è aumentata sia per gli uomini sia per le donne; i divorzi diminuiti, i matrimoni aumentati; la disoccupazione era arrivata ai massimi livelli e, per una semplice legge dell’economia, l’inflazione andava calando; il prodotto interno lordo era altalenante; la manifattura in calo e la spesa pubblica globalmente sotto Margaret Thatcher diminuì drasticamente, sebbene proprio negli anni del combattimento e per questa ragione la spesa pubblica raggiunse il massimo livello, per poi calare subito dopo; i salari aumentarono (più per gli uomini che per le donne); aumentarono i prezzi delle case; nel 1982 il livello di povertà si era abbassato ma subito dopo iniziò velocemente a risalire in tutto il paese2. In generale, il prodotto interno lordo dal 1979 al 1989 aumentò del 23.3%, la spesa del governo si abbassò del 12.9, versando molto di più nel settore sanitario o della sicurezza, ad esempio, e meno nel commercio, nelle industrie e nella difesa. Prima della guerra i disoccupati erano aumentati da uno a tre milioni. Nei sondaggi Margaret Thatcher arrivava terza.
L’invasione delle Falkland prese Margaret Thatcher alla sprovvista.
“I never, never expected the Argentines to invade the Falklands head-on. It was such a stupid thing to do, as events happened, such a stupid thing even to contemplate doing… I thought that they would be so absurd and ridiculous to invade the Falklands that I did not think it would happen. I just say it was the worst I think moment of my life.”3.
Era chiaro che se si fosse combattuta una guerra e se si fosse persa, il governo inglese non sarebbe stato rieletto e la carriera politica di Margaret Thatcher e dei suoi colleghi si sarebbe così conclusa. Dover combattere una guerra, per di più per un territorio all’epoca considerato così limitato, era l’ultimo dei desideri del governo inglese. Non volendo combattere questa guerra – persino la diplomazia internazionale cercava la soluzione per vie diplomatiche – propose una semplice via di uscita: lasciare la scelta agli stessi abitanti delle isole Falkland. Se questi avessero deciso di entrare a far parte del territorio argentino a tutti gli effetti, allora il governo inglese sarebbe stato pronto a cedere le isole senza nessun combattimento e senza nessuna ritorsione.
Era ormai diventato chiaro, però, al governo argentino, che gli abitanti delle Falkland avrebbero votato con buona probabilità di rimanere nel Regno Unito. I cittadini erano di origine britannica in massima parte, come lo sono tutt’ora, e mantenevano saldi le loro usanze e i loro segni di appartenenza. Questo è un elemento che dopo più di trent’anni non è cambiato, anzi, è più forte che mai. I governi sudamericani ne devono tener conto da sempre.
Il governo argentino non poteva rischiare di perdere le Falkland e attestare davanti tutta l’opinione pubblica che i suoi abitanti preferivano essere Inglesi piuttosto che Argentini. Respinse allora ogni soluzione diplomatica. Pur non volendo ciò, al governo inglese non rimase altra scelta se non quella di difendersi militarmente, a qualunque costo.
Volveremos
Intanto, nella regione sudamericana, gli Argentini continuano a percepire le isole Falkland come di loro dominio. Per gli Argentini la questione resta aperta e dagli esiti già decisi: le Falkland dovranno tornare ad essere territorio argentino a tutti gli effetti. Nel sito del loro Ministero degli Esteri si può trovare scritto che
“la Nazione Argentina ratifica la sua legittima e imprescindibile sovranità sulle isole Malvinas [...] considerandole parte integrante del territorio nazionale. Il recupero dei territori e l’esercizio pieno della sovranità, nel rispetto del modo di vita dei suoi abitanti e dei principi del diritto internazionale, rappresentano un obiettivo permanente e irrinunciabile del popolo argentino”.
Forse la guerra delle Falkland non è stata davvero una guerra ma solo delle battaglie e, almeno per alcuni Argentini, la guerra ancora non è finita. Intanto, però, le Falkland restano suolo britannico. La questione sembra essere tutto fuorché risolta, tanto che il governo inglese, percependo l’instabilità della situazione, ha indetto un referendum per testare le volontà della popolazione delle isole Falkland. Il risultato è stato schiacciate: il 99,8% di votanti si è dimostrato favorevole a restare nel Regno Unito. L’Argentina ha fatto sapere di considerare illegale il referendum. A ragione, il referendum è stato propinato a una popolazione costituita quasi esclusivamente di Inglesi e Scozzesi, i quali difficilmente avrebbero preferito diventare sudamericani. Nella regione sudamericana, all’indomani del referendum, hanno commentato che “gli Argentini sono Italiani che parlano spagnolo e si credono Inglesi”.
Fino a pochi anni fa la situazione era rimasta immutata. Il governo inglese e una popolazione inglese erano instaurati in un territorio extra europeo. Il territorio rappresentava un importantissimo centro strategico per il mondo militare ed economico, sia per la regione sudamericana, sia per il continente antartico. Bisogna ricordare infatti che, per alcuni, le Falkland sono addirittura suolo antartico. Non solo: si è ipotizzato, secondo una teoria tutt’ora priva di ogni fondamento giuridico, che il governo che si sarebbe stabilito nelle Falkland avrebbe avuto un accesso diretto all’Antartide, altro territorio conteso.
Un fatto, però, è certo: le acque intorno alle coste spettano, secondo la legge internazionale, a chi risiede nelle Falkland. Nelle acque e nei fondali oceanici ci sono enormi risorse ed altre potrebbero essere scoperte. C’è la pesca che comporta fortissimi introiti. Ci sono risorse energetiche ancora non quantificate e di sicuro ancora molte non individuate finora. Altre risorse, invece, iniziano ad emergere e proprio queste hanno attirato negli ultimi mesi una enorme attenzione.
La situazione si è complicata, o arricchita, tre anni fa quando nell’arcipelago furono scoperti ricchi giacimenti petroliferi per opera della compagnia inglese Rockhopper Exploration che stima la sua scoperta intorno ai 50 milioni di barili di greggio. Da allora sono state eseguite diverse stime su quanto petrolio si possa ricavare da quelle zone e sebbene nessuna stima concordi con un’altra è sicuro che la quantità di petrolio presente è molto grande. Le estrazioni potrebbero iniziare già nel 2016.
Appena scoperto il petrolio, il governo britannico ha deciso di avviare una serie di esercitazioni militari e test missilistici nell’arcipelago. Il mondo militare britannico, però, non sembra essere l’unico a volersi preparare a combattere. In quasi tutto il Sudamerica, non solo in Argentina, i governi si sono spesi in acquisti di armamentari militari e intanto hanno più volte, nel giro di questi ultimissimi anni, dato il loro appoggio alla causa Argentina. Infatti, l’Argentina, nel 1982, ha combattuto una guerra fallimentare senza nessun appoggio, almeno ufficiale, e anzi in rotta contro il vicino Cile, ad esempio. Né l’Europa né il resto del Sudamerica hanno ufficialmente e concretamente aiutato il governo Argentino nella guerra delle Falkland.
Cosa succederebbe oggi se il petrolio galvanizzasse alcuni governi sudamericani contro il governo inglese? Si sospetta che l’esercito o l’aviazione britannica non sarebbero più in grado di vincere una guerra intercontinentale. L’unica certezza è che in quest’isola burrascosa è stato trovato un tesoro e sembra che da allora entrambi i contendenti, ed altri unitisi a loro, si stiano preparando a combattere.

NOTE:
Marco Flavio Scarpetta è dottore in giornalismo, editoria e scrittura (Università di Roma «Sapienza»).

1.- Le portaerei Eagle, Bulwark e Ark Royal erano state già radiate e stessa fine sarebbe spettata anche alla Invincible e alla Hermes proprio nel 1982. Anche la componente anfibia era in procinto di essere smantellata con la cessione delle navi da assalto anfibio Fearless ed Intrepid.
2.- Fonte: The Guardian [On line] http://www.guardian.co.uk. Consultato il 12.08.2014
3.- Fonte: BBC [On line] http://www.bbc.co.uk. Consultato il 12.08.2014.

martedì 23 settembre 2014

USA: andiamo incontro ad un altra sconfitta?

Medio Oriente
I rischi della strategia di Obama contro lo Stato islamico
Roberto Iannuzzi
13/09/2014
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La strategia per combattere lo Stato islamico (Is) del presidente Barack Obama si fonda su tre pilastri: la creazione di una coalizione internazionale contro l’Is, l’appoggio a un governo inclusivo in Iraq, e un’azione mirata in Siria, volta a indebolire la presenza del Califfato e a rafforzare l’opposizione “moderata” al regime di Bashar Al-Assad.

Raid Usa e coalizione internazionale
L’ingrediente militare nella strategia Usa appare ancora una volta preponderante, sebbene non si preveda l’invio di truppe occidentali sul terreno. A combattere l’Is dovrebbero essere infatti forze regionali e locali: i peshmerga del Kurdistan iracheno, l’esercito e le milizie sciite del governo di Baghdad, le tribù sunnite irachene (attualmente in gran parte schierate con l’Is), e i ribelli “moderati” in Siria.

Tali forze saranno sostenute dai raid aerei statunitensi e sostenute a livello logistico da una coalizione internazionale formata da due componenti principali: una transatlantica (paesi Nato) e una mediorientale (dominata dalle monarchie del Golfo).

Un governo inclusivo a Baghdad, la cui formazione è stata recentemente ufficializzata, dovrebbe fornire una risposta soddisfacente alle rivendicazioni curde e sunnite. Dovrebbe in particolare incoraggiare le tribù sunnite irachene a ribellarsi all’Is, come già avevano fatto con Al-Qaeda in Iraq nel 2007.

Una simile strategia comporta però rischi molto elevati, poiché non tiene conto di numerosi fattori.

Tendenze centrifughe irachene
In primo luogo, il nuovo governo iracheno non costituisce una vera rottura con il passato. Molti dei suoi membri avevano già fatto parte dei precedenti esecutivi. Inoltre, i due ministeri chiave della difesa e degli interni sono rimasti per il momento vacanti, mentre i curdi hanno minacciato fino all’ultimo di boicottare il nuovo esecutivo. Ciò non lascia ben sperare per il futuro.

Malgrado le promesse di dialogo con sunniti e curdi enunciate dal nuovo premier sciita Haider Al-Abadi, il ricorso sul terreno a milizie sciite contro l’Is rischia di esacerbare le tensioni settarie invece di appianarle. Lo Stato islamico si è già dimostrato abilissimo nello sfruttare tali tensioni a proprio vantaggio.

Analogamente, la scelta occidentale di armare le milizie curde, in presenza di contrasti irrisolti fra Erbil e il governo di Baghdad riguardo agli introiti petroliferi e alla città contesa di Kirkuk, rischia di incoraggiare le tendenze centrifughe nel paese.

Coalizione fragile e contraddittoria
In secondo luogo, la coalizione che Obama sta mettendo insieme è costituita - soprattutto nella sua componente mediorientale - da paesi spesso accomunati unicamente dall’ostilità nei confronti dell’Is.

Il fronte sunnita è lacerato dal contrasto regionale che ruota attorno ai Fratelli Musulmani. Tale contrasto vede Qatar e Turchia, sostenitori della Fratellanza, opporsi ad Arabia Saudita, Emirati Arabi ed Egitto.

Ankara, unico paese musulmano che già durante il vertice Nato si è alleata alla colazione, nutre ambizioni “neo-ottomane” sul Kurdistan iracheno, attirata soprattutto dalle risorse energetiche di quest’ultimo, ed ha tacitamente appoggiato la ribellione sunnita in Iraq, pur dichiarandosi ufficialmente ostile all’Is.

Vi è poi la questione della “convergenza di fatto” fra Washington e Teheran nella lotta contro lo Stato Islamico. Tale convergenza alimenta la diffidenza dei paesi sunniti guidati dall’Arabia Saudita.

Questa tacita intesa è ad ogni modo destinata a breve vita, se Obama terrà fede alla sua promessa di rafforzare i ribelli “moderati” in Siria, in primo luogo contro l’Is, ma anche contro il regime di Damasco alleato di Teheran.

Essendo nota l’intenzione di rovesciare Assad da parte di Riyadh, la recente notizia che questi ribelli saranno addestrati in territorio saudita inevitabilmente susciterà la dura reazione di Iran e Russia. Ciò potrebbe aggravare ulteriormente il già drammatico conflitto siriano, e riacutizzare le tensioni internazionali che vi ruotano attorno.

A ciò si aggiunga che già in passato è stata dimostrata l’esistenza di un processo di “osmosi” - che include il passaggio di uomini e armi - fra ribelli “moderati” e gruppi estremisti come l’Is in Siria.

Medio Oriente fertile per gli estremisti
In generale, la strategia americana non sembra tener conto del fatto che l’Is è solo un sintomo, e non la causa, della situazione catastrofica in cui versa il mondo arabo. Tale situazione è il risultato di decenni di politiche fallimentari nella regione.

L’autoritarismo dei regimi arabi, la corruzione, l’assenza di libertà e di giustizia sociale, ma anche le ininterrotte ingerenze straniere e i continui conflitti regionali, hanno creato un terreno fertile per l’ascesa di gruppi estremisti come l’Is.

Sono queste le cause che devono essere affrontate, attraverso trattative diplomatiche regionali e riforme politico-economiche, prima ancora che con strumenti militari. Altrimenti, non solo la guerra allo Stato Islamico è destinata a fallire, ma il Medio Oriente sprofonderà sempre più in una spirale di crisi e di conflitti.

La posta in gioco è enorme: l’integrità territoriale di paesi come Siria e Iraq, gli approvvigionamenti energetici per l’Occidente e la stabilità politica ed economica del pianeta.

Roberto Iannuzzi è ricercatore presso l’Unimed (Unione delle Università del Mediterraneo). È autore del libro “Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale”, di recente pubblicazione.
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USA e Nato. Il Vertice in Galles. Analisi e considerazioni

Summit di South Wales
La Nato e la partita con Mosca
Alessandro Marrone
01/09/2014
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Con il perdurare della guerra in Ucraina il vertice Nato sarà dominato dalla questione dei rapporti con la Russia, ed è l’occasione per delineare la strategia occidentale per un negoziato ad alto livello con Mosca sulla sicurezza pan-europea e la crisi ucraina.

Un vertice all’ombra del Cremlino
Il summit di South Wales è il primo da quando la Russia ha annesso la Crimea ed ha iniziato ad aiutare militarmente i ribelli filo-russi in Ucraina, in quella che è diventata ormai una guerra civile con il coinvolgimento più o meno diretto - ad esempio in termini di aiuti economici e militari - non solo della Federazione Russa ma anche degli Stati Uniti e dei principali Paesi europei, questi ultimi prevalentemente tramite iniziative Nato.

Tale cambiamento nel quadro di sicurezza europea sta mettendo in ombra nell’agenda del vertice altre crisi come quella in Libia, pure importantissime per gli interessi europei ed italiani, mentre la questione dell’impegno Nato in Afghanistan dopo la fine della missione Isaf - tra soli 4 mesi - è congelata dagli stessi leader afgani che non sono riusciti finora a portare a compimento il processo per la scelta del nuovo presidente.

Le ultime azioni di Mosca nell’est ucraino alla vigilia del summit, con alcune migliaia di militari russi entrati in Ucraina per contrattaccare le forze governative, costituiscono l’ennesimo atto di un circolo vizioso e destabilizzante di azioni russe e reazioni occidentali, che i leader europei e americani non sono finora riusciti a spezzare con una iniziativa politico-strategica.

Readiness Action Plan: “punta di lancia” e basi nell’Est Europa
La maggiore iniziativa nell’agenda del summit al riguardo è il Readiness Action Plan, già approvato dagli alleati a livello ministeriale nella riunione dello scorso giugno.

Due i pilastri del piano. Da un lato, migliorare la capacità di reazione rapida delle forze armate Nato: rispetto alla già esistente Response Force, si pensa ad una “punta di lancia” operativa in tempi ancora più rapidi, anche ore.

Una forza del genere in teoria è utile in qualsiasi teatro di crisi, e quindi in un certo senso risolverebbe il dilemma se concentrare le - poche - risorse per le forze armate europee in compiti di “gestione delle crisi” oppure di “difesa collettiva”, due dei tre “compiti chiave” della Nato sanciti dall’ultimo Concetto Strategico.

Ma è l’altro aspetto del piano ad essere politicamente più rilevante, e quindi più controverso. Si tratta infatti di pre-posizionare rifornimenti ed equipaggiamenti, di preparare infrastrutture, basi e quartier generali, nei Paesi dell’Europa orientale: insomma, di assicurare una presenza fisica e visibile della Nato nell’est europeo.

Una presenza che dal punto di vista militare è funzionale all’eventuale utilizzo in teatro della “punta di lancia”, e in generale ad un rapido dispiegamento in loco di truppe alleate in caso di crisi. Dal punto di vista politico però la questione si complica.

Una rassicurazione “non permanente”
Infatti, il Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security del 1997 tra Nato e Russia prevedeva, tra l’altro, l’impegno a non dispiegare in maniera permanente in Europa orientale capacità militari che potessero minacciare i firmatari del trattato.

La costruzione di basi Nato - o americane - nella fascia di Paesi dal Baltico al Mar Nero rappresenterebbe quindi un fatto politico-strategico importante per l’Europa, gli Stati Uniti e la Russia.

Non a caso l’ambasciatore russo presso l’Alleanza ha dichiarato che il Readiness Action Plan è in palese violazione dell’accordo del 1997, mentre i vertici Nato hanno affermato che l’iniziativa rimane nei limiti definiti dal trattato in quanto il rafforzamento delle capacità militari alleate sul fianco orientale non è permanente ma durerà solo “il tempo necessario”.

Similmente, il pacchetto da 1 miliardo di dollari proposto al Congresso statunitense dall’amministrazione Obama lo scorso maggio, sotto il nome di European Reassurance Initiative, prevede il rafforzamento di esercitazioni militari congiunte, attività di training, dello stazionamento temporaneo di truppe ed istruttori statunitensi, nonché della presenza della Marina americana nel Mar Baltico e nel Mar Nero, ma non il dispiegamento sine die di forze armate né la costruzione di nuove basi.

Insomma, una rassicurazione più o meno simbolica e tangibile agli alleati dell’est europeo, ma non permanente. Non si tratta quindi di una inversione del disimpegno militare americano dall’Europa in corso dalla fine della Guerra Fredda, e orientato dall’amministrazione Obama sempre più verso il Pacifico, ma del massimo che il non-interventista Obama ha voluto mettere sul tavolo.

La vera partita con Mosca
In questo quadro, l’escalation militare russa in Ucraina a pochi giorni dal vertice di South Wales è un rilancio che il Cremlino - ottimo giocatore di poker - ha messo sul tavolo con gli occidentali.

Se non vi sarà una risposta adeguata, la reazione faticosamente messa in campo dalla Nato la scorsa primavera all’annessione della Crimea verrà considerata un bluff, e Mosca si sentirà in grado di giocare al rialzo per vincere la mano in Ucraina.

Ma quale sarebbe una risposta adeguata? Il punto di partenza per elaborarla è legare il rafforzamento della postura militare Nato in Europa, attraverso il Readiness Action Plan piuttosto che l’aumento delle spese militari europee, il completamento della difesa missilistica o altre iniziative più ambiziose, all’apertura di un negoziato diretto con Mosca sulla sicurezza pan-europea, nel quale siano rappresentati ai massimi livelli Usa, Nato, Ue - considerando il ruolo cruciale dell’Unione in fatto di sanzioni economiche - e principali Paesi europei, per trattare una soluzione per la crisi ucraina nel relativo quadro regionale.

Una strada ambiziosa e incerta, ma le alternative sono di gran lunga peggiori: da un lato proseguire con sanzioni economiche senza un negoziato strategico costerà caro all’economia Ue, anche visto che l’inverno sta arrivando e servirà il gas russo, mentre difficilmente piegherà la leadership di Mosca; dall’altro rafforzare militarmente il fianco orientale dell’Alleanza senza negoziare con la Russia una soluzione per l’Ucraina e la sicurezza regionale porterà più probabilmente ad una escalation che a una de-escalation del conflitto in corso.

Sanzioni economiche e dimostrazione di forza militare dovrebbero piuttosto essere le carte da giocare in un negoziato politico-strategico con Mosca, di cui il vertice di South Wales dovrebbe perlomeno iniziare a delineare la strategia occidentale.

Alessandro Marrone è ricercatore senior nell'Area Sicurezza e Difesa dello IAI e responsabile di progetti di ricerca per la Commissione europea e per l'Agenzia europea di difesa (Twitter: @Alessandro__Ma).
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lunedì 22 settembre 2014

Transatlantic Trnd 2014: nuvole e nuvolette all'orizzonte

Transatlantic Trends 2014
L'America non si fida di Obama, l'Europa di se stessa 
Giampiero Gramaglia
10/09/2014
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Nel frullatore dell’orrore delle crisi internazionali, gole tagliate tra Iraq e Siria, aerei civili abbattuti in Ucraina, le opinioni pubbliche statunitensi ed europea si scoprono disorientate: insoddisfatte delle leadership di organizzazioni e governi, incerte sulle scelte da farsi, spesso contraddittorie tra percezione delle cose da fare e disponibilità a farle.

Gli italiani s’aspettano una forte leadership occidentale, ma vogliono nel contempo essere più indipendenti nelle relazioni transatlantiche.

Il sondaggio Transatlantic Trends, che si ripete dal 2002 ogni anno, condotto dal German Marshal Fund in collaborazione con la Compagnia di San Paolo, è stato presentato oggi a Bruxelles, presente il ministro degli Esteri, e futuro Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza europea, Federica Mogherini.

Per l’iniziativa, l’edizione 2014 (#TTrends2014) è un po’ un ritorno alla casella di partenza: nel 2002, il sondaggio aveva come sfondo la guerra al terrorismo, dopo l’attacco agli Stati Uniti dell’11 Settembre 2001; oggi, l’estremismo jihadista ripropone quel tema, mentre il conflitto ucraino ripropone venti e clima da Guerra Fredda.

Il rilevamento, che è stato condotto prima dell’estate, interessa 13 paesi: 10 dell’Unione europea, Ue, fra cui l’Italia – gli altri sono Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Olanda, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia, gli Stati Uniti, la Turchia e, per la prima volta, la Russia.

Tra sfide esterne e ansie economiche
Nell’ultimo anno, costatano i curatori del sondaggio, Europa e Stati Uniti hanno dovuto affrontare sfide di politica estera sempre più gravi, mentre preoccupazioni economiche e divisioni interne rendono governi e cittadini meno inclini a prestare attenzione agli impegni internazionali.

Eppure, le questioni si accavallano: dall’Afghanistan alla Libia all’Ucraina, il futuro della Nato e dell’Ue, l’impatto dell’immigrazione sulla politica estera e di sicurezza, le relazioni dell’Occidente con la Russia e l’Iran, solo per citarne alcune.

Gli analisti di TTrends 2014 mettono in evidenza sette risultati:

1) statunitensi ed europei non sono d’accordo sul futuro delle relazioni transatlantiche; e una maggioranza di europei (specie tedeschi) reclamano un approccio più indipendente;

2) una maggioranza di statunitensi disapprova per la prima volta dall’inizio del suo mandato le politiche internazionali del presidente Barack Obama;

3) uno spartiacque Nord-Sud continua ad attraversare l’Europa: tre europei su 4 dicono che l’Ue non fa abbastanza per combattere la crisi economica;

4) una maggioranza di europei preferisce venire incontro alle preoccupazioni britanniche piuttosto che spingere la Gran Bretagna fuori dall’Unione europea –i francesi fanno eccezione;

5) una maggioranza transatlantica vuole continuare a fornire sostegno economico e politico all’Ucraina, anche se ciò comporta tensioni con la Russia; una maggioranza di statunitensi vuole l’Ucraina nella Nato, una maggioranza di europei la vuole nell’Ue e i 2/3 sono d’accordo per inasprire le sanzioni contro la Russia – salvo poi deprecarne le ritorsioni;

6) una maggioranza di russi vuole che Mosca cerchi di mantenere la propria influenza sull’Ucraina, anche se ciò significa mettersi in rotta con l’Ue.

7) una larga parte di statunitensi pensa che gli immigranti clandestini debbano potere legalizzare la loro situazione e disporre di un percorso verso la cittadinanza.

Nato, Ue, economia, immigrazione: le contraddizioni italiane
I dati italiani sono particolarmente contraddittori, a tratti sorprendenti, e sembrano rispecchiare disorientamento e incertezza nell’opinione pubblica, oppure – meno drammaticamente- approssimazione nelle risposte. L’atteggiamento degli italiani sugli Stati Uniti resta stabilmente positivo: il 57% (da 56% nel 2013) auspica una forte leadership Usa, il 72% (da 74%) ne ha un’opinione favorevole.

Con gli olandesi, gli italiani sono gli europei che più apprezzano la politica estera di Obama (74%); con gli svedesi sono quelli che più ne approvano la gestione dei rapporti con la Russia (62%), subito dopo gli olandesi (65%). Però, il 58% degli italiani auspica un approccio più indipendente nella partnership tra Stati Uniti e l’Ue, il 9% in più del 2013.

Colpiscono di più i risultati europei. L’Italia (77%) è seconda solo alla Germania (78%) nell’appoggio a una forte leadership Ue –salvo poi contestarne le indicazioni: il 66% degli italiani ha un’opinione favorevole dell’Ue. Il 51% approva la politica estera del governo (la media europea è del 52%).

Gli italiani non vogliono una forte leadership russa o cinese sulla scena internazionale (68 e 74% rispettivamente): il 69% ha un’opinione negativa della Russia, il 67% della Cina. E il 47% approva come il governo gestisce i rapporti con la Russia, anche se il 49% pensa che il contesto migliore per trattare con Mosca sia quello europeo, il 37% quello nazionale e appena il 9% quello atlantico.

Come in altri paesi dell’Europa mediterranea, la crisi economica continua a preoccupare gli italiani: il 40% giudica la disoccupazione la priorità numero uno, il 72% si sente toccata dalla crisi (meno del 76% nel 2013), l’87% pensa che l’Ue non abbia fatto, né faccia, abbastanza contro la crisi (secondi solo agli spagnoli, 88%); il 58% ritiene che l’euro abbia avuto un impatto negativo.

Eppure, nonostante queste percezioni, il 56% pensa che la partecipazione all’Ue sia positiva per l’Italia (ma solo l’11% di quel 56% sostiene che l’Unione ha rafforzato l’economia). Mentre, fra quanti valutano negativamente la partecipazione dell’Italia all’Ue, il 66% pensa che l’Unione abbia indebolito l’economia.

L’immigrazione resta un elemento di discussione per gli italiani: il 64% ne disapprova la gestione da parte del governo. Il 44% pensa che gli immigrati siano troppi, ma la percentuale scende al 22% quando vengono fornite cifre esatte sul numero attuale degli immigrati.

Per essere tradizionalmente ‘brava gente’, il 57% degli italiani vorrebbe un giro di vite alla concessione di asilo politico. E, in omaggio alla coerenza, il 52% pensa che gli immigrati si integrano male nella nostra società, mentre l’anno scorso il 60% pensava che si integrassero bene – un capovolgimento di maggioranza difficilmente spiegabile.

Il 50% degli italiani considera la Nato essenziale (46% nel 2013): il 69% pensa che debba difendere l’Europa, il 59% appoggia la missione in Afghanistan, ma un identico 59% disapprova missioni Nato fuori dall’area atlantica. E il 70% non è favorevole a fornire armi o ad addestrare truppe di altri paesi perché possano poi difendersi da soli.

Sul fronte ucraino in modo specifico, il 52% degli italiani è favorevole a che l’Ue continui a fornire assistenza economica e sostegno politico a Kiev, ma l’idea di un ingresso dell’Ucraina nella Nato è fortemente divisoria (47% sì, 46% no), mentre il 58% dice ok all’adesione all’Ue e il 59% alle sanzioni contro la Russia. E gli italiani sono fermissimi (80%), dietro solo tedeschi (85%) e francesi (81%), nel no ad armare l’Ucraina.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI (Twitter: @ggramaglia).
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Obama: alla ricerca di compagni d'avventura

Medio Oriente 
Solo in dieci contro il califfo?
Mario Arpino
11/09/2014
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Ci risiamo. All’inizio di agosto il presidente statunitense Barack Obama ha tratto il dado e ha ordinato raid aerei per bombardare le agguerrite truppe dell’Isis, lo "Stato Islamico dell’Iraq e della Siria” proclamato dall’ex prigioniero di Abu Graib al-Bagdadi che era stato liberato in quanto “non pericoloso”.

Allora, i motivi annunciati erano tre: salvare i cittadini Usa nella città petrolifera di Erbil, sottrarre dalla ferocia jihadista le migliaia di “miscredenti” rifugiati sulle montagne e dare una mano all’esercito regolare iracheno, in rotta dopo una serie di fiaschi. Oggi, la situazione appare in tutta la sua gravità e Obama si accorge che non può più rimettere il dado nel sacchetto.

Nuova strategia di Obama in Medio Oriente
Ė obbligato, a malincuore, a intensificare la lotta. Il Congresso - da sempre sua bestia nera - lo sta osservando e lo stesso Occidente, in evidente carenza di leadership, appare frastornato ed incerto.

Nel frattempo si è aggiunta la questione Russia-Ucraina, mentre lo “strategico” pivot asiatico sembra non riuscire più a trovare una via. Obama, che deliberatamente ha condotto gli Stati Uniti a diventare “uno stato come gli altri”, non ha più forze sufficienti per tenere a bada due fronti. Anzi, tre, se al Medio Oriente e all’est europeo dovesse aggiungersi una più consistente presenza in Asia-Pacifico.

Serve il concorso di amici e alleati, i quali - a parte una decina, tra i quali David Cameron e Matteo Renzi - sinora non hanno reso esplicito un grande entusiasmo.

Gli appelli nel contesto del vertice Nato in South Wales sono stati oggetto di garbata attenzione, ma non più di tanto. Nella dichiarazione finale, la questione Califfato trova spazio solo in cinque articoli su 113, dove viene mescolata al problema delle residue armi chimiche in Siria e, alla fine, solo Bashar Al-Assad viene (discutibilmente) incolpato della nascita e dello sviluppo dell’Isis.

Nessun mea culpa per il lungo sostegno all'ex premier sciita Nouri al-Maliki. Obama, sotto i riflettori, è costretto a dichiarazioni forti e ad abbandonare quel suo modo incerto e contradditorio di fare politica estera che finora ha caratterizzato la sua azione. Per debilitare e infine “distruggere” l’Isis entro i prossimi tre anni - a suo carico ne restano due - cerca adesioni a una nuova “coalizione di volonterosi” per eliminare il sedicente Stato Islamico.

Il piano di Obama: una scatola chiusa
Sono stati interpellati persino i cinesi, che, senza impegnarsi, hanno espresso interesse. I sauditi, che di estremismo islamico se ne intendono, hanno sollecitato l’Occidente a muoversi, “perché è nel mirino”. Ci sono poi i convitati di pietra iraniani e siriani - innominabili, ma già concretamente all’opera - che senza clamori stanno già facendo quella parte del lavoro sul terreno che i coalizzandi preferirebbero non dover svolgere mai.

Le adesioni stentano però a concretizzarsi perché il piano di Obama è, e resta, una scatola chiusa. Neanche il discorso al popolo statunitense di mercoledì, alla vigilia dell’11 settembre, è riuscito ad aprirla.

Sotto il profilo militare, solo aiuti, assistenza al nuovo governo “inclusivo”, bombe di precisione in quantità e niente scarponi sul terreno. Evidentemente, quelli dell’esercito iracheno, dei pasdaran iraniani, delle milizie sciite di Moqtada Al-Sadr, dei regolari di Al-Assad e di qualche formazione di dissidenti “buoni” sono ritenuti sufficienti.

Bene le bombe a chi se le merita, ma quando le milizie dell’Isis saranno costrette a lasciare i mezzi pesanti (ottimi bersagli) per ritirarsi negli abitati - ricordiamo Falluja - inizierà il solito pianto sui danni collaterali. E allora? Cosa questa nuova guerra “non sarà” Obama lo ha già spiegato, ma il discorso di mercoledì non ha offerto spunti diversi da quanto già noto.

Italia nella coalizionone anti Isis
In quanto al nostro Paese, al momento si è spinto abbastanza avanti, sebbene ancora un po’ al buio. Sembra giusto, visto che il ministro degli Interni ci spiega che siamo soggetto a rischio e che Al-Bagdadi si propone la distruzione del Vaticano.

Infatti Renzi, assieme ai primi dieci capaci e volenterosi, ha già dichiarato che l’Italia aderirà alla coalizione internazionale. Per fare esattamente cosa (anche se il ministro della Difesa ha annunciato che “gli aerei sono già pronti”), ancora non è dato di saperlo. A South Wales ci siamo proposti per guidare un gruppo di sei nazioni per favorire stabilità, ricostruzione, comando e controllo, nonché la funzione di enablers per alcune attività. Forse è proprio questo il ruolo che ci potremmo ritagliare.

La speranza è che, come auspica Obama, si possa risolvere tutto in tre anni. Altrimenti, con l’andamento del nostro assetto della Difesa, rischiamo di rimanere certamente volenterosi, ma forse non più capaci di offrire alcunché.

Giornalista pubblicista, Mario Arpino collabora con diversi quotidiani e riviste su temi relativi a politica militare, relazioni internazionali e Medioriente. È membro del Comitato direttivo dello IAI.
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martedì 16 settembre 2014

BRICS: la difficoltà di diventare grandi

I Brics dopo Fortaleza
Stanno passando al Piano B
Antonio Armellini
19/08/2014
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Il Vertice del 14-16 luglio scorso a Fortaleza in Brasile dei paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) ha segnato un passaggio importante nella vita di questa organizzazione, per lungo tempo considerata come poco più che la concretizzazione di un acronimo fortunato, creato nel 2001 da un banchiere di Goldman Sachs.

Né per la verità, nei primi anni, aveva fatto molto per correggere una simile impressione, aldilà dell’affermazione di voler svolgere un ruolo più incisivo sulla scena internazionale, per riequilibrare a favore delle economie emergenti - e più in generale del Sud del Mondo - lo strapotere economico dell’Occidente e delle istituzioni finanziarie da esso dominate.

L’ambizione sembrava quella di riprendere, aggiornandolo, il progetto politico degli anni di Perez Guerrero, che vedeva nell’Unctad lo strumento per rovesciare la logica tradizionale del rapporto Nord-Sud e promuovere una autonoma dimensione Sud-Sud, foriera di una diversa relazione Sud-Nord.

Ma essa era rimasta sinora essenzialmente confinata in dichiarazioni politiche di principio, sebbene la quota dei paesi Brics sul totale del commercio mondiale sia andata gradualmente aumentando. Oggi si aggira intorno al 20%: un dato rispettabile, ma non decisivo.

Ora provano a farlo da soli
Ora però il quadro è cambiato, a seguito della creazione, decisa a Fortaleza, di una Banca di Sviluppo dei Brics (New Development Bank - Ndb) con una capitalizzazione di 50 miliardi di dollari, e di un Fondo di intervento straordinario (Contingency Riserve Arrangement - Cra) con una dotazione iniziale di 100 miliardi di dollari.

Ciò non tanto sotto il profilo strettamente quantitativo: le sole Cina, India e Brasile sono esposte nei confronti della Banca Mondiale per 66 miliardi di dollari, una cifra che supera l’intera capitalizzazione della nuova Ndb.

Così come i 100 miliardi del Cra potrebbero far poco per ovviare ad una crisi finanziaria di dimensioni significative. Il dato di rilievo è politico ed è quello che, per la prima volta, una organizzazione regionale ha messo in discussione la posizione dominante del Fmi e della Banca Mondiale, dando vita a propri strumenti volti ad affrontare gli stessi problemi con una prospettiva e con modalità di azione sottratte all’imperio delle economie avanzate.

Una riforma, approvata nel 2010, si era proposta di risolvere l’annosa questione dei criteri di ripartizione delle quote del Fmi, correggendo il pesante squilibrio in danno dei paesi emergenti, che attribuiva ai paesi occidentali (e in primis agli europei) una posizione di privilegio che non aveva più giustificazione nel mutato contesto economico mondiale.

L’opposizione, in particolare degli Stati Uniti, ha portato ad uno stallo che ha di fatto posto nel nulla la riforma ed ha indotto i paesi Brics - i quali già nel primo loro Vertice tenutosi ad Yekaterinenburg nel 2009 avevano manifestato la loro insoddisfazione - a rompere gli indugi ed accelerare la decisione. Dietro la quale si intravedono interessi convergenti, che vanno oltre la questione delle quote, per tracciare i primi lineamenti di quel nuovo ordine mondiale di cui molto si è sin qui parlato ma poco si è visto.

Alla loro testa è la Cina
La Cina fa ovviamente la parte del leone in una operazione di cui è di gran lunga il primo finanziatore; se ne potrà servire per rafforzare le sinergie con le altre strutture finanziarie regionali cui sta lavorando (dalla Chang Mai Iniziative Multilateralisation - Cmim - alla proposta di una Asian Infrastructure Investment Bank - Aiib), ma soprattutto per crearsi una costituency che dia credibilità all’ambizione di svolgere un ruolo di potenza globale anche a livello finanziario.

La Russia, espulsa dal G8, potrà trovare, non certo una soluzione a lungo termine dei suoi problemi, ma uno strumento di buona utilità negoziale nei confronti dei suoi (ex) partner finanziari dell’Occidente.

L’India, cui è stata riservata una posizione di rilievo nella governance delle nuove istituzioni, ha interesse a vedere da un lato confermata la sua posizione di major player internazionale, e dall’altro di partner politicamente anche se non finanziariamente paritario della Cina, lasciando intravedere in prospettiva uno scenario di mutuo vantaggio fra le due Super-potenze asiatiche, che potrebbe risultare decisivo per una maggiore stabilità geo-politica del Continente.

Sud Africa e Indonesia non possono che trarre vantaggio da qualsiasi strumento che in qualche modo possa alleggerire la pressione esercitata nei loro confronti dal combinato disposto Banca Mondiale e Fmi.

Un multilaterale alternativo?
Parlare di una rivoluzione in atto sarebbe prematuro. Il livello dell’ambizione dovrà trovare conferma nella capacità di porre a disposizione risorse finanziarie importanti e - cosa ancor più decisiva - di essere in grado di elaborare nel tempo una strategia comune.

Fra i paesi Brics permangono molte differenze, di struttura economica e di visione politica, che potrebbero creare tensioni in grado di porre nel nulla gli entusiasmi di Fortaleza. Ciò detto, resta il fatto incontrovertibile che le decisioni prese hanno aperto una diversa prospettiva nella gestione degli equilibri finanziari globali, in nome del mutato rapporto fra le grandezze economiche rispettive, anche se (non ancora) delle rispettive capacità di azione politica a livello globale.

È uno scenario su cui da tempo si discetta a livello teorico e che ora si presenta come una realtà concreta: si tratta di un dato che non dovrebbe essere percepito tanto come una minaccia, quanto come una opportunità per fare - ciascuno per la sua parte - i propri “compiti a casa” prima che diventi troppo tardi per dedicarvisi con la necessaria ponderazione.

Nel frattempo - come ha dichiarato il Presidente del National Security Advisory Board indiano, l’ambasciatore Shyam Saran, “il sesto Vertice del Brics in Brasile ha segnato il passaggio da un gruppo unito da preoccupazioni condivise, ad un gruppo legato da comuni interessi”.

Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, è commissario dell’Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO).
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