lunedì 27 aprile 2015
Messico: l'ingresso di Petroball
Nota
Uno dei maggiori effetti della
riforma energetica varata in Messico è stata la nascita della prima compagnia
petrolifera privata. Tutto ha inizio alcuni decenni fa, grazie al colosso
energetico Pemex, il quale ha ormai aperto i contatti con gli stranieri,
soprattutto per merito dell'imprenditore messicano Alberto Baillares: egli è
considerato il secondo uomo più ricco del paese ed è a capo del gruppo Bal, minerario
siderurgico, oltre ad essere proprietario della miniera d'argento più grande
del mondo, situata nello stato di Zecatecas, in Messico. L'arrivo di Petrobal
coincide con un taglio di 4,17 miliardi di dollari, annunciato da Pemex, per
effetto della riduzione dei prezzi del petrolio. Una delle compagnie
internazionali più attive in Messico è L'ENI, il quale ha firmato, lo scorso
ottobre, un accordo di cooperazione per svolgere attività di esplorazioni di
gas naturale con la stessa Pemex, oltre ad altre attività petrolchimiche
Alessio Pecce
(alessio-p89@libero.it)
mercoledì 22 aprile 2015
Stati Uniti: nuove prospettive in politica estera
lunedì 13 aprile 2015
Stati Uniti: l'oleodotto Keystone, si dibatte.
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Il progetto è importante, ma non ha le dimensioni per giustificare un accanimento così forte da entrambe le parti. Rappresenta però un simbolo importante per quella transizione nell’energia e nella lotta al clima che sta chiaramente verificandosi negli Stati Uniti, ma che ancora non ha una direzione precisa. E in cui tutti, con le elezioni presidenziali previste per il 2016, vogliono dire la propria. La questione Keystone: dati e fatti Chiariamo subito un punto: il Keystone esiste già. Anzi, ne esistono tre. Il Keystone Pipeline System fu approvato dal presidente George W Bush nel 2008 e consiste in un sistema di oleodotti che connette le tar sands, sabbie bituminose da cui si estrae petrolio, nell’Alberta, fino alle raffinerie negli Stati Uniti sul Golfo del Messico. La discussione si concentra sulla quarta fase, il Keystone XL, che dovrebbe aumentare la capacità di trasporto dal Canada fino in Nebraska di circa 830.000 barili al giorno, raddoppiandola. Rappresenterebbe circa l’11% delle importazioni di greggio degli Stati Uniti nel 2014. L’opposizione al Keystone XL ha visto schierati gruppi ambientalisti a livello nazionale e locale, insieme ai democratici, contro il supporto del partito repubblicano e del governo canadese al progetto. Le motivazioni riguardano soprattutto l’ambiente: l’oleodotto dovrebbe infatti attraversare diversi corsi d’acqua e l’area delle Sand hills, il cui ecosistema è particolarmente fragile. Il punto principale interessa però le tar sands e le compagnie canadesi che vedono nel progetto l’occasione per espandere lo sfruttamento della risorsa. Questo metodo di estrazione non convenzionale è tra quelli con il più alto impatto ambientale: richiede lo spianamento di grosse aree, che in Alberta sono coperte per la maggior parte dalla foresta boreale. Per un barile di petrolio bisogna processare oltre due tonnellate di sabbia, con un grande impiego di acqua. Il greggio prodotto è poi estremamente denso e di bassa qualità, produce maggiori emissioni di gas serra, tende a depositarsi sul fondale dei corsi d’acqua, rendendone molto costoso il recupero, aumenta la corrosione delle condutture e quindi il rischio di sversamenti. Gli interessi di Canada, repubblicani e democratici Il presidente Obama era intervenuto nella questione nel 2010, quando il National Energy Board canadese aveva approvato il progetto, negandone l’accettazione per l’inadeguata valutazione ambientale. Di fronte al temporeggiamento della Casa Bianca, il Congresso ora a maggioranza repubblicana ha votato in febbraio una proposta di legge per far partire il progetto. Obama ha però posto il veto:una decisione rara per la sua amministrazione (è solo il terzo). Un tentativo di superare il veto presidenziale non ha raggiunto il quorum al Congresso sempre in febbraio e costringerà i repubblicani a cercare un ulteriore supporto dai democratici. Il progetto però è piccolo rispetto alla discussione che ha generato: costerebbe almeno tre volte in meno di quanto era previsto per South Stream, esponendo le aree coinvolte ad una pressione ambientale nettamente inferiore a quanto succede nell’estrazione di shale in Pennsylvania o West Virginia. La posizione ambientalista è poi forte nella forma, modesta nel contenuto: la discussione non ha toccato gli oleodotti interni agli Stati Uniti, la cui capacità è aumentata di 3,3 milioni di barili al giorno solo dal 2012, quattro volte quella prevista per il Keystone XL. Infine, l’oleodotto ha scarse possibilità di successo: i prezzi bassi del petrolio mettono fuori mercato le inefficienti tar sands, e i produttori americani non cercano altra offerta che metta pressione su quella domestica. La posta in gioco per le parti in causa Per il Canada, il Keystone XL è un altro passo verso il primato mondiale nello sfruttamento delle risorse naturali a cui il governo del premier Harper punta dal 2012, e che ha visto un forte abbassamento degli standard ambientali del paese. In questo, il Keystone rappresenta il pet project di Harper. Per i repubblicani, l’oleodotto è un modo semplice per attaccare Obama in un Congresso dove non ha più la maggioranza, puntando su temi su cui il loro elettorato ha sempre avuto molta attenzione: occupazione (la costruzione prevede 43.000 posti di lavoro) e indipendenza energetica. Per i democratici questa è una delle occasioni per potersi presentare alle elezioni presidenziali del 2016 come un partito veramente green, nonostante abbiano dovuto affrontare la catastrofe del Golfo del Messico e che molto del successo economico dell’amministrazione Obama sia dovuto allo sfruttamento delle risorse fossili shale dal forte impatto ambientale. Soprattutto però, la discussione sul Keystone XL è internazionale più che domestica, e rappresenta la scelta simbolica degli Stati Uniti di impegnarsi o meno nello sfruttamento di una risorsa fossile e altamente inquinante in un altro paese. In altre parole, potrebbe contribuire alla costruzione dell’immagine degli Stati Uniti come paese impegnato nella lotta al cambiamento climatico in vista della conferenza sul clima di Parigi 2015. Un proposito a cui Obama ha iniziato a lavorare con l’accordo sulla riduzione delle emissioni con il premier cinese Xi Jinping dello scorso novembre. È però una preparazione difficile per un paese in cui un quarto della popolazione non crede che il cambiamento climatico sia reale e per cui gli Stati Uniti dovranno affrontare i fallimenti delle scorse conferenze, Copenhagen e Doha in particolare, a cui loro stessi hanno ampiamente contribuito. Lorenzo Colantoni è consulente di ricerca dello IAI (Twitter: @colanlo). | ||||||||
venerdì 27 marzo 2015
Messico: L'ingresso di Petrobal
di Alessio Pecce
Uno dei maggiori effetti della
riforma energetica varata in Messico è stata la nascita della prima compagnia
petrolifera privata. Tutto ha inizio alcuni decenni fa, grazie al colosso
energetico Pemex, il quale ha ormai aperto i contatti con gli stranieri,
soprattutto per merito dell'imprenditore messicano Alberto Baillares: egli è
considerato il secondo uomo più ricco del paese ed è a capo del gruppo Bal, minerario
siderurgico, oltre ad essere proprietario della miniera d'argento più grande
del mondo, situata nello stato di Zecatecas, in Messico. L'arrivo di Petrobal
coincide con un taglio di 4,17 miliardi di dollari, annunciato da Pemex, per
effetto della riduzione dei prezzi del petrolio. Una delle compagnie
internazionali più attive in Messico è L'ENI, il quale ha firmato, lo scorso
ottobre, un accordo di cooperazione per svolgere attività di esplorazioni di
gas naturale con la stessa Pemex, oltre ad altre attività petrolchimiche
Alessio Pecce
(alessio-p89@libero.it)
Stati Uniti: forse una svolta nei rapporti con l'Iran
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"Ambedue le parti - ha affermato Obama- hanno mantenuto i propri impegni. L'Iran ha arrestato l'evoluzione del suo programma nucleare e in alcuni settori l'ha fatta arretrare. La comunità internazionale, Usa compresi, hanno dato all'Iran un sollievo nelle sanzioni". Nonostante le opposizioni interne ed esterne ad una soluzione diplomatica, ha proseguito Obama, "dobbiamo esprimerci insieme sul futuro che auspichiamo". Segue una manifestazione di fiducia negli attuali dirigenti iraniani:"Il leader supremo ajatollah Khamenei ha lanciato una fatwa contro lo sviluppo delle armi nucleari e il presidente Rouhani ha detto che l'Iran non svilupperà mai l'arma nucleare". Nel riconoscere che Teheran ha titolo per accedere all'energia nucleare, il presidente statunitense conclude affermando che "se l'Iran è disposto ad intraprendere passi significativi e verificabili", vi è oggi una via "per assicurare al mondo che il suo programma è rivolto solo a scopi pacifici". Rafforzare la “chimica positiva” Nel messaggio non si entra nel dettaglio dei negoziati ma si lancia un segnale politico forte per rafforzare la "chimica positiva” che s’è stabilita tra i negoziatori ed in particolare tra i ministri degli esteri dei due Paesi Kerry e Zarif. Il contenuto della missiva è coerente con quanto trapela sull'evoluzione della trattativa. I cinque negoziatori delle potenze nucleari, più la Germania, mirano ad allungare al massimo il tempo di preavviso ("Breakout time") necessario all'Iran per disporre del materiale fissile qualitativamente e quantitativamente idoneo per costruire l'arma atomica. Ma nel calcolo vi sono margini addizionali da non sottovalutare. Occorre tener conto dei tempi necessari per costruire l'arma medesima ("weaponization") ed adattarla ai rispettivi vettori. E l’arma rimarrebbe, comunque, inaffidabile e non credibile se non venisse sperimentata con esplosioni nucleari che non potrebbero certo sfuggire ai controlli internazionali. Le garanzie che l'Iran non seguirà questo percorso devono essere ferree soprattutto per quanto si riferisce alle sue future attività, ma senza ignorare quelle pregresse. Pur avendo sottoscritto il trattato che proibisce gli esperimenti nucleari (Ctbt), l'Iran (analogamente a Israele) si è sottratto sinora alla sua ratifica. Un impegno ad aderirvi costituirebbe un gesto coraggioso e risolutivo non solo per la trattativa in corso, ma per rilanciare il progetto di una zona priva di armi di distruzione di massa in Medio Oriente che verrà affrontato a maggio a New York alla Conferenza di Riesame del Trattato di non proliferazione nucleare. Teheran ne uscirebbe diplomaticamente rafforzata. E la sua sarebbe inoltre una risposta alla mano tesa del presidente statunitense. L'ambasciatore Carlo Trezza è presidente uscente del Missile Technology Control Regime(MTCR). Ha presieduto l'Advisory Board del segretario generale dell'Onu e la Conferenza del Disarmo a Ginevra. |
venerdì 20 marzo 2015
USA: il confronto fra poteri dell'Unione
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Obama, leader debole? L’inasprimento degli attacchi repubblicani al presidente, che negli ultimi mesi si sono allargati anche alla politica estera, solitamente condotta con metro bipartisan, punta all’indebolimento dell’Amministrazione democratica utilizzando sia la leva politica che quella costituzionale. Bersaglio della critica repubblicana sono innanzitutto gli ondeggiamenti della politica estera mediorientale, dopo il fallito tentativo della mano tesa all’islam proclamato da Obama all’università del Cairo, del giugno 2009. Le vicende di Egitto, Libia e Siria si sono aggiunte al ritiro delle truppe dall’Iraq e Afghanistan, considerato un esplicito ribaltamento della politica interventista di George W. Bush. Oggi i Repubblicani ritengono che il negoziato con l’Iran sul nucleare, premessa di un’implicita intesa per la lotta contro il terrorismo islamista, sia un’ulteriore rinuncia dell’America a svolgere il ruolo egemone internazionale e ad usare la maniera forte che le dovrebbe essere propria. Obiettivo: impastoiare il presidente Oltre alle tradizionali divergenze tra Democratici e Repubblicani sull’uso della forza militare, v’è tuttavia un altro, e più importante, significato dell’attacco ad Obama condotto con l’invito a Netanyahu e con la lettera aperta all’Iran: si tratta del modo di interpretare i poteri presidenziali in politica interna ed estera. È questo il cuore dello scontro in atto, aggravatosi dopo le elezioni di mezzo termine che hanno dato ai Repubblicani la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. La storia insegna che in un sistema bilanciato fondato sui pesi, contrappesi e sulla possibilità di veti reciproci tra Presidenza e Congresso, ogni importante conflitto politico tende a divenire un conflitto costituzionale. E così è in questo momento. Si deve tenere presente che i più controversi atti recenti di Obama sono stati tutti messi in pratica facendo un uso intenso dei poteri presidenziali, espliciti e impliciti, senza l’approvazione del Congresso e per mezzo di ordini esecutivi, delibere amministrative, ed estensione di precedenti decisioni. Così la legalizzazione degli immigrati, l’apertura a Cuba, e la pubblicazione dell’inchiesta su Guantanamo. La presidenza sostiene oggi che anche il negoziato con l’Iran, che dovrebbe tradursi in un trattato internazionale, può essere condotta al di fuori dell’autorizzazione congressuale, mentre i Repubblicani negano questa possibilità, definendo il negoziato un “ordine esecutivo” facilmente ribaltabile. Dietro questa disputa formale sui poteri costituzionali si cela, dunque, la sostanza del conflitto di politica estera su quel che il presidente può o non può fare, il che significa su quel che Obama nei prossimi venti mesi riuscirà a fare senza dovere negoziare con i Repubblicani. Nel regno del dubbio brilla solo la forza Indipendentemente dal giudizio che in futuro sarà dato sulla politica americana di questa presidenza, certo è che dopo le drammatiche vicende del presidente Bush, Obama si è trovato ad affrontare una lunga serie di situazioni impreviste in contesti del tutto mutati rispetto alle antiche alleanze e divisioni. Chi affronta le discontinuità internazionali finisce sempre per pagare un prezzo di incertezza, soprattutto se sceglie di non tagliare con la spada i nodi che si presentano. Ed è quello che Obama sta pagando nel tentativo di mettere in atto nuove linee strategiche tra cui il negoziato con l’Iran che, certo, ribalta la politica estera seguita dai Repubblicani negli ultimi trent’anni. Massimo Teodori è storico e americanista (m.teodori@mclink.it). |
venerdì 13 marzo 2015
Stati Uniti: la visita di Netanhyau non è una gran bella cosa
| La variante Iran tra Usa e Israele Giuseppe Cucchi 06/03/2015 |
Un rapporto con numerosi alti e bassi
Non che il rapporto fra i due paesi sia sempre stato idilliaco. Come tutti i rapporti molto intensi esso ha infatti avuto i suoi alti ed i suoi bassi.
Da parte israeliana lo hanno sempre condizionato i complessi del partner più piccolo che deve di tanto in tanto sottolineare la propria autonomia dal partner più grande con una presa di posizione particolarmente dura.
Da parte americana esso è stato influenzato dalla progressiva scoperta che da un certo punto in poi non erano tanto gli Stati Uniti che guidavano la politica israeliana ma bensì gli israeliani che potevano condizionare quella americana, attraverso l'azione di una lobby il cui peso era cresciuto a dismisura.
Almeno sino ad oggi però non pare che ciò abbia influito sul supporto che gli Usa hanno ininterrottamente continuato a fornire ad Israele. Nonostante i malumori o gli scatti d'ira di vari Presidenti Americani - memorabile il "Ma chi è qui la grande potenza?" di un Clinton incollerito che abbandona la riunione bilaterale in corso alla Casa Bianca - gli israeliani rimangono sempre per gli Usa i figli della mano destra, qualsiasi sia il colore della Amministrazione in carica.
Da un po' di tempo però questa situazione di compromesso sembra essere entrata in un pericoloso periodo di crisi, innescato dalla diversa valutazione di quello che è, o potrebbe essere, il ruolo iraniano nell'area islamica medio orientale e del Golfo Persico.
Visione globale e visione regionale
Per gli Stati Uniti, per cui fa premio la visione globale della superpotenza, l'Iran è un avversario che si sta rapidamente trasformando in un partner potenziale, già oggi indispensabile, tra l'altro, per contenere prima, eliminare poi, la dilagante minaccia dell'Isis che in questo momento appare, agli occhi di Washington, come il pericolo più immediato.
In questa ottica gli Usa sembrano anche disposti ad una conclusione delle trattative sul nucleare di Teheran che, pur non concedendo agli iraniani il possesso della bomba, permetta loro perlomeno di arrestarsi ad un passo dalla realizzazione.
Israele per contro resta focalizzato su di una ottica regionale e continua a valutare il programma nucleare di Teheran come un problema di pura sopravvivenza, in cui nessuna concessione può assolutamente essere fatta ad un avversario la cui politica - almeno quella declamatoria - rimane minacciosa nei suoi riguardi e che continua a finanziare ed a rifornire sia Hezbollah che Hamas, vale a dire i suoi nemici più pericolosi e bellicosi.
Così Tel Aviv non ha mai del tutto abbandonato l'idea di uno strike preventivo sulle installazioni nucleari iraniane, pur sapendo che una azione del genere finirebbe per coinvolgere inevitabilmente anche gli Stati Uniti, sia perché Israele non possiede da solo la forza e gli armamenti necessari per portare a termine efficacemente l'azione, sia perché l'immediata e violenta reazione finirebbe comunque con l'essere rivolta indiscriminatamente verso tutto l'Occidente, ed in primo luogo verso il Grande Fratello d'oltre oceano.
Per gli Usa il contrasto ha finito in tal modo con il tradursi in una specie di corsa contro il tempo, in cui il Governo e la diplomazia americana si stanno impegnando per raggiungere un accordo con Teheran sia in un quadro bilaterale, di cui sono espressione le attuali trattative del Segretario di Stato Kerry con gli iraniani, sia nell'ambito multilaterale del gruppo dei 5+1, che mira a chiudere il contenzioso entro il prossimo mese di giugno.
La firma di uno strumento diplomatico sancirebbe infatti la definitiva riammissione dell'Iran nel cosiddetto "concerto delle potenze civili" , rendendo molto più difficile, se non impossibile, qualsiasi ipotesi di reazione armata israeliana.
Gli israeliani per contro, e in particolare la fazione che fa capo a Netanyahu (poiché diverse sembrano le opinioni di un’altra parte dello spettro politico israeliano) pur sapendo di non poter riuscire ad interrompere la trattativa mirano tuttavia a renderla più difficile, a ritardarla quanto possibile, ad ottenere che gli americani induriscano al massimo le loro posizioni evitando qualsiasi compromesso che possa domani aprire uno spiraglio al rischio.
Una grande sceneggiata mediatica
È per questo che il premier israeliano si è precipitato a Washington con una scelta di tempo perfetta, sia che la si rapporti agli incontri attualmente in corso sia che la si valuti in termini di scadenze elettorali israeliane.
Netanyahu ha altresì mirato a conferire all'invito rivoltogli dal Congresso tutto il rilievo politico e mediatico possibile. Lo ha fatto, oltretutto, da persona che conosce perfettamente la realtà e la società americana ed è quindi in grado di utilizzarne al meglio pregi e difetti.
Bibi ha infatti trascorso parecchi anni negli Stati Uniti, prima come studente al MIT e ad Harvard, poi lavorando - e guarda caso uno dei suoi compagni di lavoro era Mitt Romney che è stato in passato candidato repubblicano alla Presidenza - ed infine come Ministro Consigliere della Ambasciata israeliana a Washington.
La sua visita è stata quindi articolata su due atti. Prima una riunione con la più influente delle associazioni che sostengono Israele. Poi un discorso alle camere a maggioranza repubblicana cui non è parso vero sentire criticare con decisione quella politica iraniana del Presidente che essa ritiene troppo debole.
Il tutto poi inquadrato in un clima di tensione con Obama - costantemente smentito ma sempre accuratamente mantenuto a livello - mirato a permettergli di guadagnare immediatamente l'attenzione dei mass media di tutto il mondo che per alcuni giorni hanno funzionato da universale cassa di amplificazione delle sue tesi.
Tutto bene, dunque ? Per Bibi, per la lobby israeliana negli Usa e per i Repubblicani certamente. Per Obama, lo ripetiamo, Netanyahu è stato, e resta, 'a thorn in the ass'.
Per gli Stati Uniti... Qui l'interrogativo rimane aperto, considerato come il futuro del grande paese continui ad essere pesantemente condizionato dai suoi disastrosi rapporti con il mondo islamico. Che avrà magari tutte le sue colpe ma che per molti aspetti è anche vittima, oltre che protagonista, del caos attuale.
Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.
lunedì 2 marzo 2015
L'ARRIVO DI NETFLIX A CUBA
di Alessio Pecce
All'annuncio del 17 dicembre 2014, momento in
cui sono ripresi gli accordi bilaterali tra Washington e l'Avana, fa seguito
un'altra notizia considerevole che risale al 9 febbraio 2015, giorno in cui
approda a Cuba Netflix, azienda statunitense, grazie alla quale il popolo
cubano che ha accesso alla rete a banda larga e alle carte di credito
internazionali, sarà in grado di vedere i video in streaming. Da sempre i
contenuti trasmessi nelle radio, tv e giornali sono controllate dal governo, ma
nel corso del tempo la programmazione si è allargata e soprattutto
diversificata, offrendo ai cubani la possibilità di avere a disposizione una
vasta offerta nazionale e internazionale, contenente film, programmi sportivi
oltre ai canali d'informazione. Uno dei punti deboli è la scarsa produzione
nazionale, per ciò che concerne i telefilm: le difficoltà economiche di Cuba,
riducono e limitano a tal proposito, le capacità creative e tecniche dei
soggetti deputati alla produzione televisiva, con il risultato di copioni poco
coinvolgenti. Per questo motivo il popolo cubano è insoddisfatto e cerca delle
alternative, ma l'arrivo di Netflix, contenente all'interno del suo pacchetto due
miliardi di ore di serie tv e film, potrebbe accontentare di gran lunga i
cubani, e fare concorrenza ai canali pubblici e alternativi. I telespettatori
che si abboneranno a Netflix, addebiteranno il costo di tale servizio ai loro
parenti residenti all'estero. Viste le attuali condizioni informatiche, in cui
scaricare un' email o vedere un video su YouTube rappresenta una dura impresa,
la maggior parte dei cubani che sarà grado di connettersi ad internet e
usufruire di Netflix avrà la strada spianata e una visione globale nell'accesso
ai video in streaming. L'altra faccia della medaglia è rappresentato dal fatto
che attualmente, solo pochi cubani potranno usufruire di tale servizio a causa
della connessione internet molto lenta. Basti pensare che fino al 2008, ogni
1000 abitanti soltanto tra 100 e 250
avevano la possibilità di accedere ad internet, mentre il numero di persone
abbonate a un servizio di trasmissione digitale dati a banda larga erano meno
di 1 ogni 1000 abitanti.
Alessio Pecce (alessio-p89@libero.it)
USA: turbolenze nei rapporti con Israele
| Relazioni Usa-Israele L’errore di hubris di Netanyahu Riccardo Alcaro 01/03/2015 |
I due, per dirla senza tanti giri di parole, si detestano. Per anni hanno però mantenuto le loro differenze nell’ambito del legittimo disaccordo tra governi amici.
Questo è cambiato quando Netanyahu ha accettato l’invito di John Boehner, il presidente della Camera dei rappresentanti Usa, a parlare di fronte al Congresso riunito.
L’amministrazione Obama ha smesso di recitare il rituale ritornello secondo cui le divergenze tra Casa Bianca e governo israeliano riguardavano solo questioni secondarie. Susan Rice, consigliere per la sicurezza nazionale Usa e fedelissima di Obama, non ha usato mezzi termini: il discorso di Netanyahu al Congresso potrebbe avere un effetto ‘devastante’ sulle relazioni tra Stati Uniti e Israele.
Nucleare, il pomo della discordia tra Obama e Netanyahu
Dietro al livore dell’amministrazione Obama ci sono diverse ragioni. La prima è che il discorso di Netanyahu costituisce una rottura senza precedenti del protocollo diplomatico. L’invito al premier israeliano è stato infatti orchestrato da Boehner e dall’ambasciatore israeliano a Washington, Ron Dermer, senza nemmeno informare la Casa Bianca.
In secondo luogo, l’amministrazione Obama ha rimarcato l’inopportunità di dare a un capo di governo straniero il palcoscenico del Congresso degli Stati Uniti nel mezzo di una campagna elettorale - gli israeliani infatti voteranno un nuovo parlamento il 17 marzo.
Questo è anche il motivo ufficiale con cui Obama ha motivato la sua scelta di non incontrare Netanyahu durante la sua permanenza a Washington.
Il vero pomo della discordia è che Netanyahu userà l’occasione per condannare senza mezzi termini il tentativo di Obama di raggiungere un accordo con l’Iran sulla questione nucleare, ovvero l’iniziativa di politica estera di maggiore profilo del presidente statunitense.
L’accordo, dirà Netanyahu, non s’ha da fare. Secondo il premier israeliano, Obama si illude se crede di potersi fidare del regime clericale iraniano.
Non c’è alcun dubbio che Netanyahu veda più di un parallelismo tra sé e l’unico altro capo di governo a cui è stato concesso l’alto privilegio di rivolgersi direttamente al Congresso Usa, Winston Churchill, per ben tre volte.
Così come Churchill fu il più aspro critico dell’appeasement nei confronti di Hitler, Netanyahu si vede come l’ultimo argine prima di un nuovo ‘accordo di Monaco’ che lasci mani libere a un regime ostile agli ebrei (nonostante l’Iran si definisca antisionista, ma non antisemita; in realtà in Iran vive una piccola comunità ebraica che ha anche diritto ad una rappresentanza parlamentare).
Alleati di Netanyahu a Washington
Netanyahu può contare su alleati potenti a Washington. Il primo e più importante è il partito repubblicano che controlla entrambi i rami del Congresso. Boehner, che presiede la Camera dei rappresentanti dal 2010, ha apertamente ammesso che l’invito a Netanyahu sia un modo per mettere in imbarazzo Obama.
Israele gode anche di ampio sostegno nei media statunitensi e di diffusa simpatia popolare. Mobilitare l’opinione pubblica contro l’accordo è l’obiettivo di Netanyahu e dei repubblicani.
Netanyahu non ha però solo amici. Agli occhi dei critici, il premier israeliano ha commesso un imperdonabile errore di hubris le cui ricadute sulle relazioni tra Israele e Stati Uniti potrebbero essere nefaste.
Nel merito, Netanyahu sta condannando un accordo i cui contorni non sono stati ancora definiti. Come ha ricordato il segretario di stato Usa, John Kerry, Netanyahu aveva criticato anche l’accordo ad interim raggiunto con l’Iran a fine 2013 come un ‘errore storico’.
Eppure, l’opinione generale oggi è che quell’accordo abbia congelato i progressi in campo nucleare dell’Iran e di conseguenza servito gli interessi di sicurezza di Israele. Netanyahu, ha sostenuto Kerry, si era sbagliato allora e potrebbe avere torto anche oggi.
La forma dell’intera operazione ha però destato sconcerto. Negli Stati Uniti non mancano i critici della politica verso l’Iran di Obama. Per molti osservatori, qualunque sia la loro posizione sul negoziato con l’Iran, ricorrere a un capo di governo straniero per fare pressione sul presidente degli Stati Uniti equivale a subordinare il prestigio presidenziale (e quindi nazionale) a un interesse di parte.
Democratici in imbarazzo
Accettando l’invito di Boehner, Netanyahu ha consapevolmente messo in imbarazzo i democratici, costretti a schierarsi a favore di un presidente del loro stesso partito o di Israele.
Come se non bastasse, Netanyahu ha anche declinato l’invito da parte della leadership democratica del Congresso a un incontro a porte chiuse. Di conseguenza, almeno trentasette democratici hanno deciso di seguire l’esempio del vice-presidente Joe Biden e boicottare l’evento.
Così facendo, Netanyahu ha non solo imbarazzato i democratici. Ha anche ridotto le chance che questi si accodino ai repubblicani e votino subito, senza cioè aspettare l’esito del negoziato, nuove sanzioni contro l’Iran in numero sufficiente da rendere invalido il veto presidenziale.
L’ironia della vicenda, quindi, è che l’effetto del discorso di Netanyahu sul negoziato iraniano sarà nullo o addirittura controproducente.
Più difficile prevederne l’impatto sulle relazioni tra Usa e Israele. I due paesi sono legati da decenni di amicizia e le cose cambieranno drasticamente. Da martedì prossimo in poi Israele farebbe però meglio a non dare più per scontato l’ampio e quasi acritico sostegno bipartisan di cui ha sempre goduto a Washington.
Riccardo Alcaro è responsabile di ricerca dello IAI e non-resident Fellow presso il CUSE della Brookings Institution di Washington.
lunedì 23 febbraio 2015
Stati Uniti: Transatlantic Trade and Investment Partnership e l'Italia
| Area transatlantica di libero scambio Ttip, l’imperativo dell’urgenza Umberto Marengo 20/02/2015 |
Nelle intenzioni dei negoziatori, il Ttip deve essere un trattato ambizioso che permetterà di abbattere le barriere che limitano l’accesso al mercato, come per esempio dazi doganali, o regole che impediscono in alcuni casi allo stato di acquistare beni prodotti all’estero per favorire i produttori domestici, armonizzare le norme di tipo legislativo/regolamentare che limitano di fatto il commercio internazionale (barriere non tariffarie) di alcuni specifici prodotti, semplificare e garantire il mutuo riconoscimento delle regole del commercio come (per esempio, le misure doganali, le regole sulle etichettature dei prodotti di origine controllata, l’export dell’energia, etc.).
Addio barriere tariffarie
Gli Stati Uniti e l’Ue sono, ad oggi, le due principali potenze economiche mondiali e producono da sole oltre della metà del Pil mondiale e un terzo del commercio internazionale.
Le due economie sono già profondamente integrate e i dazi doganali sono in media bassi (circa 3%), anche se restano elevati su prodotti specifici. Basta pensare ai dazi imposti dagli Stati Uniti sulle calzature, sul tessile e sul tabacco europeo. Washington si è detta disponibile a eliminare tutti i dazi el’Ue prevede di fare lo stesso con limitate eccezioni per alcuni prodotti agricoli.
Le barriere non tariffarie restano invece un forte ostacolo al commercio, specialmente per le piccole e medie imprese che non possono sostenere i costi di adeguamento agli standard statunitensi.
In media si stima che le barriere non tariffarie aumentino i costi del commercio di quasi il 40% per i beni e del 30% per i servizi. Non tutti questi costi sono comprimibili: in alcuni casi l’armonizzazione sarebbe troppo costosa e in altri le differenze sono il risultato di diverse scelte politiche sulla regolamentazione (in alcuni casi più stringente in Europa come nel caso dell’agricoltura, in altri più stringente negli Stati Uniti).
L’accordo ha un grande valore strategico per il futuro dell’economia internazionale che verrà discusso il 26 febbraio in occasione di una conferenza internazionale organizzata dall’Istituto Affari Internazionali.
Il Ttip viene negoziato in un momento in cui il peso economico dei paesi occidentali è in declino e gli Stati Uniti sono parallelamente coinvolti nelle trattative per un accordo di libero scambio nell’area del Pacifico (Trans-Pacific Partnership).
L’Ue dipende più di ogni altra area economica dal commercio internazionale. Gli scambi commerciali (import e export) valgono l’87% del Pil, contro appena il 30,3% degli Stati Uniti e il 50%,2 della Cina.
Il Ttip può rappresentare l’ultima possibilità per Europa e Stati Uniti di fissare gli standard di produzione di beni e servizi, di protezione dei consumatori e dei lavoratori, e di imporli al resto del mondo, prima di perdere ulteriore terreno e quote di mercato a favore dei paesi asiatici.
Ttip e interessi italiani
Gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale extraeuropeo dell’Italia. L’economia italiana esporta oltre 27 miliardi di euro l’anno negli States (un trend in crescita) e ne importa 11 miliardi. Il Ttip sarebbe quindi di grande rilevanza per un paese competitivo sull’export come l’Italia.
Nella discussione pubblica di questi ultimi mesi (per esempio l’inchiesta Rai di Report dell’ottobre 2014) si è posta grande enfasi sul possibile impatto del Ttip sui settori agricolo e alimentare italiano.
Per quanto importanti, questi hanno un peso quantitativamente limitato nel commercio transatlantico (vale circa il 3% dell’export di valore aggiunto italiano negli Stati Uniti). Settori quali la meccanica e le attrezzature, i servizi, i trasporti e le comunicazioni hanno un peso quantitativamente superiore.
È quindi nell’interesse dell’Italia tenere alta l’attenzione politica sui settori della manifattura, della meccanica e dei trasporti, dove il paese è particolarmente competitivo nell’export e dove l’accordo contribuirebbe a rilanciare crescita e occupazione.
Il più grande nemico del Ttip - e dell’Ue - è il tempo. Le negoziazioni con gli Stati Uniti hanno faticato a partire, anche a causa della forte opposizione che il trattato suscita in alcuni settori in Europa.
Se non sarà possibile raggiungere un accordo entro le prossime elezioni presidenziali Usa del 2016 il Ttip rischia di diventare un guscio vuoto e l’Europa - un’economia bloccata e sul bordo della deflazione - perderà drammaticamente forza contrattuale sulla scena globale.
Gli Stati Uniti stanno attualmente chiudendo un altro Trattato con i paesi dell’Asean (Trans Pacific Partnership). Quando quell’accordo sarò raggiunto, diventerà ancora più difficile per l’Ue difendere i propri interessi sia con gli Stati Uniti che con tutti i paesi emergenti dell’Asia.
Se l’Europa vuole veramente difendere il proprio modello sociale ed economico nel mondo, l’accordo con gli Stati Uniti è una precondizione essenziale per poter interloquire in una posizione credibile con i paesi emergenti, ovvero con il futuro dell’economia mondiale.
Umberto Marengo è PhD candidate in EU Public Policy all’Università di Cambridge.
sabato 21 febbraio 2015
Brasile: il potenziamento delle risorse energetiche
Importanza di Itaipu
Di
(giolicitra55@hotmail.com )
Quest’anno la centrale idroelettrica Itaipu, a Foz di Iguaçu
- Brasile, raggiunse il suo maggior indice di efficienza nella produzione di
energia da ben trent’anni dalla sua
creazione. La diga binazionale, presente al confine tra il Brasile e il
Paraguay , pur non avendo l’infrastruttura dei moderni impianti asiatici, continua
ad sbalordire il panorama internazionale dimostrando a tutti gli effetti, che
l’utilizzo delle risorse idriche può essere un alternativa valida. Avendo una produzione annuale di circa 87,8 milioni di MWh, la centrale rappresenta
un trionfo per entrambi i paesi, di cui traggono dalla sua struttura
il 17%
del fabbisogno energetico nazionale
brasiliano e il 75% di quello
paraguayano.
Simbolo
di una intesa storica fra le due nazioni, la realizzazione di Itaipu ebbe
tuttavia delle grosse problematiche sia in passato, soprattutto per le
manifestazioni delle insoddisfazioni della vicina Argentina che si oppose alla
sua costruzione, che nel presente. La apertura dei rinegoziati del Trattato di
Itaipu del 1979 riguardo il commercio di crediti energetici potrebbe non
attendere fino al 2023. La conseguente crisi energetica, che in questo momento
investe L’America Latina, rischia di far riemergere nelle acque del fiume
Paranà gli scontentamenti di Asunción nella ripartizione delle quote assegnate.
Sarà in grado l’appena rieletta presidente Rousseff di ripetere l’impresa del precedente governo
Lula, che seppe placcare nel 2007 le rivendicazioni del Palacio de los López ad Asunción?
(contatti su:geografia2013@libero.it)
venerdì 20 febbraio 2015
Stati Uniti : Resisterà la dottrina Obama alla prova dello Stato Islamico?
di
Giulia Dal Fiume
(giuliadalfiume@libero.it)
Il
presidente Obama ha formato il suo pensiero strategico antiterrorismo
sostenendo il concetto di “no boots on the ground”, il progressivo ritiro delle
forze di terra dai vari teatri di guerra e l’utilizzo progressivo della
tecnologia dei droni e dell’appoggio tecnico-logistico di personale militare
americano agli eserciti locali. Così, dopo il maldestro ritiro dall’Iraq e il
disimpegno dall’Afghanistan, sembrava che tale strategia fosse stata pienamente
seguita, fino a oggi. Il Califfato è la nuova sfida che si pone agli Stati
Uniti. Intervenire o non intervenire, mandando uomini sul campo?
Il
Pentagono sta raccogliendo informazioni proprio per verificare la necessità o
meno di consigliare al presidente Obama l’invio di un contingente che affianchi
il debole esercito iracheno nella lotta contro lo Stato Islamico.
Se non
fosse per il massiccio sostegno dei curdi, delle milizie sciite e dei pasdaran iraniani probabilmente il
Califfato avrebbe già conquistato l’importante e strategica città petrolifera
di Kirkuk che invece pare resistere agli attacchi, grazie anche ai raid aerei
alleati.
Un
eventuale intervento statunitense cambierebbe notevolmente lo status attuale. La
reazione dell’opinione pubblica americana alle terribili morti toccate ai
giornalisti James Foley e Steve Sotloff per primi, ha posto degli interrogativi
per quanto concerne la strategia da seguire. Si sa che gli equilibri nella
regione mediorientale sono assai precari: da un lato le monarchie sunnite,
Arabia Saudita e Qatar in testa, che appoggiano le azioni statunitensi, ma
auspicano la caduta del regime del leader Assad, dall’altro un attore molto
discusso, l’Iran, che, invece, sostiene il fronte del presidente siriano. A ciò
si aggiungono le preoccupazioni di Riyad e di Doha, ma anche di Israele, di un
possibile accordo sul nucleare iraniano, che porterebbe Teheran a divenire
attore di primo piano al fianco di Washington nella lotta al Califfato.
Per il
momento i giochi sono tutti aperti, ma pare che per il presidente Obama Assad
rappresenti, al momento, il male minore e che sia necessario un dispiegamento
di uomini maggiore di quello attuale.
14 febbraio 2015
(geografia2013@libero.it)
giovedì 12 febbraio 2015
Messico: necessaria la riforma delle forze di polizia
LA DIFFICILE SITUAZIONE DEL PRESIDENTE MESSICANO
Il giorno 8 dicembre 2014, il procuratore generale messicano Jesùs Murillo Karam ha confermato che è stato identificato il DNA di Alexander Mora Venancio, uno degli studenti scomparsi il 26 settembre a Iguala. La famiglia del ventunenne, ha dichiarato con fermezza che continuerà la protesta per chiedere le dimissioni dell'attuale presidente messicano Enrique Pena Nieto. Pochi giorni prima dell'identificazione del DNA, il presidente ha affermato, nella città di Acapulco, di voler attuare un piano di ripresa economica volto a contrastare la criminalità organizzata. Il suo intento è quello di eliminare i gruppi della polizia locale a favore di gruppi controllati a livello nazionale. Inoltre il governo federale avrà il diritto di sciogliere tali gruppi, qualora ci siano indizi sufficienti a provarne il coinvolgimento con il crimine organizzato, visto che a capo di questa brutta storia, legata alla scomparsa degli studenti, pare esserci un legame tra forze di polizia, bande malavitose e politica.
L'obiettivo di Enrique Pena è quello di sostituire le attuali 1.800 forze di polizia, con 32 solide corporazioni di sicurezza regionale.
Basti pensare che dal 2006 al 2012, in Messico più di 80.000 persone sono morte
a causa della violenza legata ai cartelli della droga e oltre 20.000 sono invece
scomparse. Stando all'ultimo sondaggio fatto nel paese, il 90% della popolazione considera la polizia come una delle istituzioni più corrotte: ecco il perché della radicale decisione del presidente messicano di voler fare le riforme costituzionali riguardo polizia e legalità.
Alessio Pecce
Il giorno 8 dicembre 2014, il procuratore generale messicano Jesùs Murillo Karam ha confermato che è stato identificato il DNA di Alexander Mora Venancio, uno degli studenti scomparsi il 26 settembre a Iguala. La famiglia del ventunenne, ha dichiarato con fermezza che continuerà la protesta per chiedere le dimissioni dell'attuale presidente messicano Enrique Pena Nieto. Pochi giorni prima dell'identificazione del DNA, il presidente ha affermato, nella città di Acapulco, di voler attuare un piano di ripresa economica volto a contrastare la criminalità organizzata. Il suo intento è quello di eliminare i gruppi della polizia locale a favore di gruppi controllati a livello nazionale. Inoltre il governo federale avrà il diritto di sciogliere tali gruppi, qualora ci siano indizi sufficienti a provarne il coinvolgimento con il crimine organizzato, visto che a capo di questa brutta storia, legata alla scomparsa degli studenti, pare esserci un legame tra forze di polizia, bande malavitose e politica.
L'obiettivo di Enrique Pena è quello di sostituire le attuali 1.800 forze di polizia, con 32 solide corporazioni di sicurezza regionale.
Basti pensare che dal 2006 al 2012, in Messico più di 80.000 persone sono morte
a causa della violenza legata ai cartelli della droga e oltre 20.000 sono invece
scomparse. Stando all'ultimo sondaggio fatto nel paese, il 90% della popolazione considera la polizia come una delle istituzioni più corrotte: ecco il perché della radicale decisione del presidente messicano di voler fare le riforme costituzionali riguardo polizia e legalità.
Alessio Pecce
mercoledì 28 gennaio 2015
Colombia: intralci sulla via del negoziato
Giulia dal Fiume
I negoziati di pace avviati faticosamente nel 2012 tra il governo
colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, meglio conosciute
come Farc, sono a rischio a causa del sequestro di un alto ufficiale
dell’esercito, il generale Rubén Dario Alzate. Quest’ultimo è stato rapito ieri
mentre visitava Las Mercedes, un villaggio a pochi chilometri da Quibdo,
capoluogo della regione occidentale del Choco. Pare che insieme al generale
siano stati sequestrati anche un altro militare e un consulente dell’esercito.
Il problema con le forze rivoluzionarie attanaglia lo stato colombiano
da ormai una cinquantina d’anni; i primi segnali di distensione si sono avuti
nell’ottobre 2012 quando, per la prima volta da dieci anni, vi è stato un
incontro diretto tra esponenti del governo e del movimento rivoluzionario in
Norvegia. Da allora non ci sono stati grossi passi avanti nelle trattative, ma
nemmeno passi indietro, fino ad oggi. Il presidente Juan Manuel Santos, dopo
una riunione con gli alti vertici militari di Bogotà, ha infatti annunciato la
sospensione delle trattative che si tengono a Cuba. Le autorità ritengono
quindi responsabili le Farc dell’accaduto, nonostante nella regione in cui è
avvenuto il fatto operino anche altre varie bande criminali, tra cui l’Esercito
di Liberazione Nazionale.
Nonostante il generale Alzate avesse “rotto tutti i protocolli di
sicurezza, trovandosi in abiti civili in una zona rossa”, come afferma in un
tweet il presidente Santos, non si riprenderanno i negoziati fino alla
liberazione degli ostaggi. Inoltre, il sequestro è avvenuto poco dopo la
cattura di altri due soldati durante i combattimenti nel nord del paese sempre
ad opera del movimento rivoluzionario; sono stati dichiarati prigionieri di
guerra ma le Farc si sono dichiarate pronte per trattarne la liberazione.
venerdì 23 gennaio 2015
ISAG: incontro sul VENEZUELa. Mercoledi 4 febbraio 2015
l'Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) è lieto d'invitarvi alla conferenza La situazione attuale in Venezuela: "potere popolare in azione", che si svolgerà mercoledì 4 febbraio 2015, dalle ore 18, presso la sede di Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive Multimediali) in Viale Regina Margherita 286, Roma.
La locandina col programma completo è disponibile cliccando qui.
il convegno è organizzato dall'Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana in collaborazione con IsAG.
Interverranno come relatori: S.E. Julian Isaias Rodriguez Diaz (Ambasciatore del Venezuela in Italia), Daniele Scalea (Direttore Generale dell’IsAG), Luciano Vasapollo (Delegato del Rettore dell’Università Sapienza per le relazioni internazionali con i paesi dell’ALBA), Giulietto Chiesa (fondatore di “PandoraTV”), Fulvio Grimaldi (giornalista e documentarista).
L'incontro è pubblico con iscrizione obbligatoria rispondendo alla presente o scrivendo all'indirizzoeventi@istitutoisag.it. Indicare nome e cognome di ciascun partecipante. Le domande saranno accettate fino ad esaurimento dei posti a sedere.
Distinti saluti,
Tiberio Graziani, Presidente
Daniele Scalea, Direttore Generale
Daniele Scalea, Direttore Generale
lunedì 19 gennaio 2015
Stati Uniti: se la Corea del nord dichiara la guerra informatica
| Cyber war The Interview, quando la guerra diventa informatica Marco Roscini 14/01/2015 |
È successo alla fine dello scorso novembre e i motivi dell’attacco sarebbero riconducibili alla produzione, da parte della Sony,di ‘The Interview’ il film che racconta di un piano della Cia per uccidere l’attuale leader della Corea del Nord, Kim Jong-un.
A causa degli attacchi e delle minacce ricevute, la casa cinematografica ha ritirato dal mercato la pellicola, per poi tornare sui propri passi: il film è stato proiettato nel periodo natalizio in numerosi cinema statunitensi ed è stato reso disponibile su alcune piattaforme online.
I guardiani della pace di Pyongyang
Chi è responsabile per gli attacchi alla Sony? Secondo la versione fornita almeno inizialmente dall’Fbi, la Corea del Nord. Lasciando da parte il problema delle prove, le norme che determinano l’attribuzione della condotta di individui a uno stato sono contenute negli Articoli sulla Responsabilità degli Stati per atti illeciti adottati dalla Commissione del diritto internazionale (Cdi) delle Nazioni Unite nel 2001.
Se fosse dimostrato che i Gop non sono altri che la famigerata Unità 121, un corpo speciale di hackers inquadrati nel General Bureau of Reconnaissance delle forze armate di Pyongyang, si tratterebbe di organi dello stato le cui azioni sono attribuibili alla Corea del Nord in base all’articolo 4 degli Articoli della Cdi.
Se i Gop non fossero organi statali, la Corea del Nord sarebbe ugualmente responsabile qualora essi fossero abilitati ad esercitare prerogative di governo ed avessero agito in tale qualità (articolo 5 degli articoli della Cdi) O avessero agito sotto la direzione e il controllo delle autorità nordcoreane , ricevendone istruzioni specifiche al fine di condurre gli attacchi informatici contro la Sony (articolo 8).
Un’altra possibilità è che la Corea del Nord approvi pubblicamente le azioni dei pirati informatici e le assuma come proprie: in questo caso, similmente a quanto avvenne con l’occupazione dell’ambasciata Usa a Teheran da parte di studenti iraniani nel 1979, il comportamento di individui diverrebbe attribuibile allo stato che lo approva e lo fa suo (articolo 11 degli Articoli della Cdi).
Al di fuori dei casi sopra menzionati, gli attacchi rimarrebbero attribuibili soltanto ad attori non statali e come tali sarebbero inquadrabili più nell’ottica del crimine informatico che in quella della ‘cyber guerra’.
Se la Corea del Nord viola la sovranità Usa
Usando una qualificazione fuori luogo, la Corea del Nord ha definito ‘The Interview’ un ‘atto di guerra’. C’è da chiedersi se gli attacchi informatici in questione non siano invece tali.
L’uso della forza armata nelle relazioni tra stati è proibito dall’articolo 2, par. 4 della Carta delle Nazioni Unite. C’è accordo nel ritenere equivalenti a un uso della forza armata tradizionale quelle operazioni informatiche che causano, o intendono causare, danni materiali a persone o cose.
A queste possono probabilmente aggiungersi quelle operazioni informatiche che incapacitano in maniera significativa, per severità e durata, il normale funzionamento di infrastrutture critiche, interrompendo i servizi da esse forniti.
Non sembra che questo sia il caso dell’attacco alla Sony. Per quanto dati e informazioni siano andati persi o siano divenuti pubblici, nessun danno materiale si è prodotto né servizi essenziali sono stati interrotti in maniera significativa negli Stati Uniti o altrove.
Se gli attacchi contro la Sony non sono equiparabili a un uso della forza, a maggior ragione non possono qualificarsi come ‘attacco armato’ ai sensi dell’articolo 51 della Carta Onu.
Se fossero davvero imputabili alla Corea del Nord, gli attacchi alla Sony potrebbero piuttosto costituire una violazione della sovranità degli Stati Uniti consistente nella penetrazione non autorizzata nelle infrastrutture informatiche (governative o non) ivi localizzate e, ove fosse dimostrato un intento coercitivo sugli Stati Uniti, anche un intervento negli affari interni di questi ultimi, proibito come tale dal diritto internazionale.
Ritorsioni e contromisure Usa contro la Corea del Nord
Il presidente statunitense Barack Obama ha dichiarato che il suo paese reagirà “in maniera proporzionata” agli attacchi.
Gli Stati Uniti potrebbero cercare di assicurare alla giustizia Usa gli individui responsabili per gli attacchi contro la Sony. A tale proposito, si può ricordare il precedente del procedimento, iniziato dal Dipartimento di Giustizia statunitense nel maggio 2014, nei confronti di cinque militari cinesi presunti responsabili di spionaggio informatico contro compagnie statunitensi.
Come dimostra proprio quel caso, le possibilità di ottenere la collaborazione delle autorità straniere coinvolte sono più teoriche che reali.
Gli Usa potrebbero poi adottare ritorsioni e contromisure non militari contro la Corea del Nord (assumendo che questa sia davvero responsabile per gli attacchi).
Le prime sono semplicemente atti non amichevoli, ma leciti e potrebbero consistere, ad esempio, nel bloccare l’accesso a siti statunitensi da indirizzi Ip nordcoreani. Le seconde consistono in violazioni di obblighi internazionali nei confronti di uno stato, che perdono il loro carattere illecito in quanto costituiscono una risposta all’illecito altrui.
Oltre che adottare contromisure economiche (nei primi giorni del 2015 Obama ha in effetti annunciato un inasprimento delle sanzioni contro la Corea del Nord), gli Stati Uniti potrebbero lanciare contrattacchi informatici contro obiettivi nordcoreani, a condizione che essi non equivalgano a un uso della forza armata, cioè non causino danni materiali a persone o cose o non incapacitino in maniera significativa servizi essenziali di quel paese.
Le contromisure devono peraltro essere proporzionali al pregiudizio sofferto e hanno limiti stringenti: non possono avere carattere punitivo, occorre darne previa notifica allo stato che ne è oggetto e non possono consistere nella violazione di certi obblighi fondamentali, come quelli sui diritti umani.
Il problema è che la valutazione della proporzionalità di un cyber attacco è sempre difficoltosa a causa dell’alto rischio della propagazione incontrollata del malware.
Marco Roscini (Twitter: @marcoroscini) è Professore di Diritto internazionale all’Università di Westminster di Londra ed autore di Cyber Operations and the Use of Force in International Law (Oxford University Press, 2014).
mercoledì 14 gennaio 2015
Stati Uniti: Elezioni Presidenziali del 2016
| Usa 2016 Obama, l’anatra zoppa che spiazza i repubblicani Giampiero Gramaglia 03/01/2015 |
Invece, dentro il partito s’è già scatenata la corsa alla candidatura, che accentua divisioni e rivalità, soprattutto in assenza d’un ‘campione’ forte e riconosciuto: una decina almeno i pretendenti alla ‘nomination’, nessuno dei quali ha per il momento una visibilità nazionale.
I democratici, invece, sono più compatti e partono da meno lontano: due, massimo tre, i contendenti già emersi, profili forti e solida notorietà, l’immarcescibile Hillary Clinton, lo stagionato Joe Biden, la grintosa Elizabeth Warren.
Poi, c’è il fattore Obama, un fattore a sorpresa. Dopo il voto di Mid-term, il presidente era divenuto un’ameba politica, condannato a fare l’ ‘anatra zoppa’ nell’ultimo biennio alla Casa Bianca. Pareva persino fosse perseguitato da una ‘legge di Murphy’ applicata alla sua Amministrazione sui fronti della politica interna degli Stati Uniti.
Invece, a dicembre Barack Obama ha preso l’iniziativa, deciso a dettare lui l’agenda al Congresso che s’insedierà a gennaio, con maggioranza repubblicana sia alla Camera che al Senato.
Obama, da ameba politica ad asso pigliatutto
Il presidente pareva ko, ma covava la metamorfosi. Prima, ha lanciato la riforma dell’immigrazione, con l’equivalente Usa d’un decreto legge, costringendo il Congresso, riluttante, ad occuparsene; poi, ha abbattuto il muro diplomatico delle relazioni con Cuba, passando al Congresso la patata bollente della fine dell’embargo.
L’opposizione repubblicana fa la voce grossa, ma su entrambi i fronti avrà problemi grossi a fare deragliare le iniziative presidenziali.
Obama accetta un compromesso sul bilancio che rinvia il rischio di uno ‘shutdown’ dell’apparato pubblico federale; colora in rosa l’economia americana 2015/’16 (“La rinascita è una realtà); gioca in chiave anti-repubblicana il rapporto del Senato sulle torture della Cia nella lotta al terrorismo; bacchetta sia la Sony che la Corea del Nord nella vicenda del film censurato dopo attacchi hacker; soprattutto, decide il disgelo delle relazioni con Cuba, dopo oltre 50 anni; e, da ultimo, ribadisce che farà il possibile per realizzare una delle sue prime promesse elettorali, chiudere Guantanamo, dove restano 132 detenuti ‘nemici combattenti’.
Insomma, il presidente ha di nuovo l’iniziativa; e ‘Natale alle Hawaii’ non diventa un cine-panettone per seppellirlo di risate.
Cuba, un assist ai repubblicani di Florida
La ripresa delle relazioni con Cuba è, in proiezione delle elezioni presidenziali del 2016, un assist fornito ad alcuni potenziali candidati repubblicani, in particolare a quelli che vengono dalla Florida, lo Stato degli esuli cubani anti-castristi, Jeb Bush e Marco Rubio.
Figlio di presidente e fratello di presidente, Jeb ha subito fatto sapere che si opporrà alla svolta nelle relazioni tra Washington e l’Avana. E il senatore Rubio giudica l'accordo tra Obama e Raul Castro "inspiegabile" e dice che cambierà idea solo quando Cuba diventerà una democrazia.
"Userò ogni strumento a nostra disposizione", dice Rubio, pronto a ostacolare il finanziamento della futura ambasciata all'Avana e d’impedire la nomina dell'ambasciatore.
Nella corsa alla nomination, Rubio, di origini cubane e presto a capo della sottocommissione Esteri per l'Emisfero occidentale, è più indietro di Bush, ex governatore della Florida e moglie ispanica, che ha recentemente ammesso di riflettere alla candidatura per Usa 2016.
I segnali non mancavano. La resistenza della famiglia - scriveva la stampa Usa - si sarebbe allentata, i suoi consiglieri stanno assumendo nuovi collaboratori e – soprattutto - lui si è dimesso da tutti gli incarichi che ricopriva e ha perso nuotando sette chili in pochi mesi, perché la sua silhouette non ispirava dinamismo presidenziale.
Ma permangono incognite politiche: l’ultimo dei Bush si chiede se possa conquistare la nomination senza fare –troppe- concessioni all’ala più conservatrice del suo partito e restando il più possibile fedele alla sua linea, centrista e, quindi, potenzialmente capace di catturare l’elettorato moderato e indeciso. Jeb è, ad esempio, aperto al compromesso sulla riforma dell’immigrazione.
Identikit dei candidati Usa 2016
Nel tracciare l’identikit dei candidati alla nomination, bisogna proprio partire dalla loro capacità d’occupare il centro, tenendo al contempo unito e mobilitato il loro partito. Per i repubblicani è più difficile, perché loro sono una galassia di componenti, dove populismo del Tea Party e fondamentalismo degli evangelici hanno una forte capacità di mobilitazione, ma anche d’alienazione - dell’elettorato moderato.
Un altro fattore è che gli Stati Uniti si sono stancati d’un comandante in capo che tentenna più di quanto non decida. Nonostante la metamorfosi d’Obama, i democratici prenderanno sempre più le distanze dalla Casa Bianca nella corsa 2016.
I candidati potrebbero avere nomi antichi, se dovessero essere, com’è possibile, Hillary Rodham Clinton, ex first lady, ex senatrice dello Stato di New York, ex segretario di Stato, ma soprattutto candidata alla nomination democratica battuta nel 2008 da Obama; e appunto Jeb Bush, il ‘cocco di famiglia’ destinato alla Casa Bianca da papà George, ma che nel 2000 si fece bruciare dal fratellone su cui nessuno in casa scommetteva un cent.
Bush e Rubio a parte, i repubblicani sono alla ricerca d’un leader: l’usato - più o meno - sicuro conservatore se ne sta per ora al coperto.
Chris Christie, governatore del New Jersey, Ted Cruz, senatore del Texas, Mike Huckabee, ex governatore dell’Arkansas, Sarah Palin, candidata vice-presidente 2008, Rick Perry, ex governatore del Texas, Mitt Romney, candidato presidente 2012, Paul Ryan, candidato vice-presidente 2012, Rick Santorum, ex senatore della Pennsylvania, giocano a nascondino e hanno tutti scheletri nell’armadio.
Si espone di più, confermando che negli Usa la politica è anche un affare di famiglia, ‘Rand’ Paul, senatore del Kentucky, un ‘conservatore costituzionale’, figlio del deputato repubblicano del Texas Ron Paul, un libertario che nel 2012 fu l’ultimo ad arrendersi alla nomination di Romney.
Nei prossimi mesi fioccheranno nomi nuovi. Ai repubblicani, manca una donna credibile. Dubito che possa esserlo Shelley Moore Capito, neo-senatrice della West Virginia, un colonnello che, quand’era ragazza, scuoiava il maiale.
Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
Stati Uniti. eppure la Germania nazista con il terrore e le torture non ottenne nulla
| Cia Non voltiamo pagina sulle torture Antonio Armellini 18/12/2014 |
Insomma: chi ricorre alla tortura riesce a catturare terroristi altrimenti imprendibili, come Osama bin Laden. Ma chi lo fa scende allo stesso livello di degrado morale dei terroristi che sta torturando e va contro l’essenza stessa dei principi etici che vuole difendere.
Non è una contraddizione nuova: zone grigie nelle guerre “sporche” come quella al terrorismo internazionale ce ne sono sempre state ed erano davvero in pochi a credere che a Guantanamo o nei carceri clandestini dove finivano le vittime delle renditions, vigessero le regole dello stato di diritto.
Un conto tuttavia è immaginarlo, sospettarlo, saperlo senza saperlo: un altro è vedersi porre dinanzi una realtà inaccettabile illustrata in molti, anche se non in tutti i suoi dettagli.
Fare pulizia nella Cia
L’opinione pubblica statunitense ha reagito con un’indignazione collettiva che è stata a un tempo doverosa e sentita: posta ancora una volta dinanzi al problema di come una società aperta debba affrontare una minaccia che si collochi al difuori di qualsiasi regola riconosciuta, ha dimostrato di saper anteporre la salvaguardia della propria natura democratica alle esigenze meno confessabili della realpolitk.
O perlomeno lo ha fatto quella parte dell’opinione pubblica che si riconosce nei valori liberali e vota perlopiù democratico. E che in questa occasione - e su questo terreno - si è dimostrata essere maggioritaria.
Per l’amministrazione di Barack Obama la pubblicazione è stata l’occasione per fare una buona pulizia nella Cia - nei confronti della quale i rapporti non sono stati sempre idilliaci - e per regolare qualche conto: i fatti contestati risalgono per la gran parte al periodo dell’amministrazione Bush-Cheney.
Che tutto ciò basti ad assolvere Obama da vere responsabilità in materia è tutt’altro che certo: le operazioni clandestine sono continuate sino a poco tempo fa e non è molto credibile per il presidente cavarsela sostenendo che non sapeva, non era stato informato e non poteva immaginare.
Oltretutto una linea del genere dà fiato alle trombe repubblicane sulla inanità della sua presidenza, attenta all’immagine e al bling-bling, ma colpevolmente distratta sulla sicurezza, anche quando c’era da sporcarsi le mani.
Cheney rifarebbe tutto
George W. Bush è rimasto silenzioso, ma l’allora vicepresidente Dick Cheney non ha perso tempo nel farsi sentire, dichiarando alla televisione Nbc che “lo avrebbe rifatto senza esitazioni” di fronte a un pericolo paragonabile, aggiungendo di ritenere degli eroi gli agenti segreti implicati.
Egli sa bene che, rapporto Cia o non rapporto Cia, la maggioranza dell’opinione pubblica Usa sostiene senza riserve la lotta al terrorismo, percepita come una minaccia inafferrabile perché incomprensibile alla luce del sistema di regole della società statunitense.
C’è una linea sottile che separa l’indignazione per gli eccessi e la crudeltà dei waterboarding, delle “idratazioni rettali” e delle altre pratiche e l’accettazione - che spesso si straforma in appoggio esplicito - per le finalità ultime che esse perseguivano.
Sarebbe ingeneroso affermare che il discrimine è dato dalla quantità delle azioni e non dalla loro qualità, perché in molti casi la protesta è nata da un sentimento morale autentico.
Ma potrebbe fornire una chiave di lettura delle reazioni che sono arrivate a pioggia dal mondo, a opera di governi che - aldilà dei toni di ferma condanna - con le pratiche in questione hanno una confidenza decisamente maggiore.
Anti-americanismo
Nel tentativo di recuperare per questa via un consenso interno, Obama ha dimostrato ancora una volta scarsa attenzione alle implicazioni di politica internazionale. A cominciare dai paesi che, più o meno di nascosto, a queste politiche avevano dato una mano, accogliendo e torturando a loro volta un po’ di terroristi spediti a questo fine dagli Stati Uniti.
Per arrivare ad alleati privilegiati come la Gran Bretagna, alla quale era stato promesso un segreto nel rapporto che è stato prontamente svelato.
Il vento di anti-americanismo che ha pervaso la questione è stato in molti casi strumentale: quale migliore occasione per gettare su Washington la colpa di nefandezze che avrebbero potuto avere un’eco non meno sanguinolenta in casa propria? Quando sento i toni accorati di certi commenti cinesi, per fare un solo esempio, mi sembra di trovarmi dinanzi a una versione sinistra del mago di Oz.
Detto ciò, non vorrei essere frainteso. La tortura praticata dalla Cia è abietta e non può in alcun modo essere tollerata. Essa esiste anche in molti altri luoghi e paesi e la giustificazione che viene data è sempre la stessa: non c’era altro modo per salvaguardare il bene comune. Definizione scivolosa quant’altri mai: per Pol Pot il bene comune era quello che lui stava facendo in Cambogia.
La protesta non porterà a una condanna universale delle sue pratiche, ma potrà servire a moderarne - in date circostanze e periodi ristretti - gli eccessi: varrebbe la pena di perseguirla con forza non foss’altro che per questo. Senza tuttavia farsi troppe illusioni sul genere umano, che buono proprio non è.
Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, è commissario dell’Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO).
Stati Uniti: una pagina non certo edificante per la democrazia
| Cia Le torture e la forza del sistema Usa Massimo Teodori 16/12/2014 |
I fatti sono noti: il comitato senatoriale presieduto dalla Democratica Dianne Feinstein, a conclusione di tre anni di lavoro, ha documentato le sistematiche violenze contro i prigionieri catturati dopo l’11 settembre 2001.
Il Presidente Barack Obama ha quindi deciso di rendere pubblico l’intero dossier degli atti indicibili commessi dalle agenzie federali.
I gravissimi comportamenti dalla pubblica immoralità sono stati difesi e giustificati dal vecchio gruppo dei bushiani nelle persone di Dick Cheney e Donald Rumsfield, ed ancor più dal direttore in carica della Cia, John Brennan, che ha invocato la ragion di Stato per “mantenere gli Stati Uniti forti e sicuri dopo lo shock dell’attacco a New York e Washington”.
Pesi e contrappesi
Una prima notazione sulla vicenda riguarda la pluralità dei centri di potere che governano gli Stati Uniti. Il conflitto nel comportamento e nell’interpretazione che si è verificato tra la Presidenza e una parte del Congresso pronti alla trasparenza, e la potente Cia indirizzata alla copertura, mette in luce quanto complesso e talvolta contraddittorio sia il meccanismo che presiede al potere nazionale.
Tutte le volte che si imputa agli Stati Uniti - spesso a ragione - qualche comportamento eticamente riprovevole, si è soliti accorpare indebitamente in un sol fascio univoco strutture e organismi che invece sono distinti e separati in una architettura istituzionale che ha notoriamente come regola i pesi e contrappesi.
Potere di inchiesta del Congresso
La seconda osservazione, non di poco conto da un’ottica italiana, riguarda il potere che il Congresso, o almeno la sua parte maggioritaria (che fino al nuovo anno è dei Democratici) esercita nei confronti di una potentissima agenzia di intelligence, penetrando senza limiti anche negli ambiti più reconditi dei suoi atti.
Non è la prima volta che ciò accade, anzi si può affermare che il potere di inchiesta della Camera alta non si arresta di fronte ad alcun “segreto di Stato”, anche il più dannoso per gli interessi e l’immagine nazionale come certamente è stato l’uso sistematico delle torture durato almeno per i due mandati del Presidente George W.Bush.
Lo stesso Obama, di fronte alle proteste di una parte dell’apparato della sicurezza e dell’intero partito repubblicano, ora maggioritario nei due rami del Congresso, ha esercitato in maniera decisa i suoi poteri smentendo di fatto chi lo giudica un presidente dimezzato dopo le elezioni di mezzo temine.
Riconoscere gli errori
Ma il punto più significativo della cultura istituzionale e dello spirito statunitense è stata la capacità della politica di riconoscere e rivelare i propri errori e le proprie responsabilità dimostrata sia dal ramo esecutivo che da quello legislativo, prevenendo e oltrepassando gli elementi terzi come la magistratura e i mass media.
Questa mi sembra essere una caratteristica ricorrente della storia Usa soprattutto nell’ultimo secolo. I potenti Stati Uniti, che in ragione della enorme forza economica e militare commettono abusi all’interno e all’estero, sono talvolta pronti a fare ammenda quasi si trattasse di un vero e proprio ribaltamento dell’ipocrita uso della retorica del bene contro il male.
Questa volta il contrappasso è stato provocato dal presidente Obama e dai senatori democratici contro la tortura invocata come “mezzo necessario al raggiungimento di un fine”, ma analoghe svolte si sono verificate in diversi altri momenti cruciali della vicenda nazionale.
Si ricordi, ad esempio, il risarcimento decretato dopo molti anni dalla Corte suprema per l’abuso commesso da Franklin D. Roosevelt contro i cittadini americani Nisei, sbattuti da un giorno all’altro in campi di concentramento dopo Pearl Harbor.
Si richiami l’atteggiamento del Congresso che decretò la fine di Joseph McCarthy e del maccartismo dopo anni di pavido sostegno.
Si pensi al disvelamento della natura strumentale dell’incidente del golfo del Tonchino ai tempi della guerra del Vietnam. E, più recentemente, si consideri la stessa diffusione delle immagini “scandalose” di Abu Ghraib.
Tutto ciò induce a pensare che la politica democratica statunitense, nonostante tutto, funziona soprattutto per quell’aspetto che rappresenta il punto debole di molti stati occidentali, e cioè la forza del sistema politico-istituzionale di correggere se stesso senza ricorrere ed attendere l’intervento di agenti esterni.
Massimo Teodori, storico e americanista (m.teodori@mclink.it).
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