Master 1° Livello

MASTER DI I LIVELLO

POLITICA MILITARE COMPARATA DAL 1945 AD OGGI

Dottrina, Strategia, Armamenti

Obiettivi e sbocchi professionali

Approfondimenti specifici caratterizzanti le peculiari situazioni al fine di fornire un approccio interdisciplinare alle relazioni internazionali dal punto di vista della politica militare, sia nazionale che comparata. Integrazione e perfezionamento della propria preparazione sia generale che professionale dal punto di vista culturale, scientifico e tecnico per l’area di interesse.

Destinatari e Requisiti

Appartenenti alle Forze Armate, appartenenti alle Forze dell’Ordine, Insegnanti di Scuola Media Superiore, Funzionari Pubblici e del Ministero degli Esteri, Funzionari della Industria della Difesa, Soci e simpatizzanti dell’Istituto del Nastro Azzurro, dell’UNUCI, delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, Cultori della Materia (Strategia, Arte Militare, Armamenti), giovani analisti specializzandi comparto geostrategico, procurement ed industria della Difesa.

Durata e CFU

1500 – 60 CFU. Seminari facoltativi extra Master. Conferenze facoltative su materie di indirizzo. Visite facoltative a industrie della Difesa. Case Study. Elettronic Warfare (a cura di Eletronic Goup –Roma). Attività facoltativa post master

Durata e CFU

Il Master si svolgerà in modalità e-learnig con Piattaforma 24h/24h

Costi ed agevolazioni

Euro 1500 (suddivise in due rate); Euro 1100 per le seguenti categorie:

Laureati UNICUANO, Militari, Insegnanti, Funzionari Pubblici, Forze dell’Ordine

Soci dell’Istituto del Nastro Azzurro, Soci dell’UNUCI

Possibilità postmaster

Le tesi meritevoli saranno pubblicate sulla rivista “QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO”

Possibilità di collaborazione e ricerca presso il CESVAM.

Conferimento ai militari decorati dell’Emblema Araldico

Conferimento ai più meritevoli dell’Attestato di Benemerenza dell’Istituto del Nastro Azzurro

Possibilità di partecipazione, a convenzione, ai progetti del CESVAM

Accredito presso i principali Istituti ed Enti con cui il CESVAM collabora

Contatti

06 456 783 dal lunedi al venerdi 09,30 – 17,30 unicusano@master

Direttore del Master: Lunedi 10,00 -12,30 -- 14,30 -16

ISTITUTO DEL NASTROAZZURRO UNIVERSITA’ NICCOL0’ CUSANO

CESVAM – Centro Studi sul Valore Militare www.unicusano.it/master

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America

Traduzione

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America Centrale

America Centrale

Medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 su questo stesso blog seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo
adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità dello
Stato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento a questo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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lunedì 29 febbraio 2016

Stati Uniti: battaglie per la Corte Suprema

Corte Suprema Usa
Morto Scalia non se ne farà un altro
Gabriele Rosana
27/02/2016
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Sono lontani i tempi del 98 a 0. Tempi in cui l’intero Senato - repubblicani e democratici insieme senza colpo ferire - procedette alla conferma di Antonin Scalia per il seggio vacante alla Corte Suprema.

Era il luglio 1986 e il regno di Ronald Reagan era al massimo del suo splendore. Persino l’allora senatore del Delaware Joe Biden, futuro vicepresidente, diede il suo favore a Scalia, primo italo americano a varcare la soglia della Corte.

Un tale plebiscito fu da qualche maligno imputato alla peculiare provenienza del nominato mentre da altri, e più realisticamente, all’estenuante dibattito che quello stesso giorno aveva prodotto una frattura in Senato dovuta alla promozione interna del già giudice William Rehnquist quale Chief Justice della Corte. Quel vasto consenso produsse, tuttavia, quello che si sarebbe rivelato come il seggio più divisivo in seno all’organo giurisdizionale.

Il textualism dell’ultra conservatore
Divisivo, ma al contempo brillante, nel divenire presto la stella polare del fronte conservatore a lungo maggioritario in Corte, Scalia ha serrato i ranghi di una stretta interpretazione testuale della Costituzione a stelle e strisce che tenesse il testo fondante della democrazia Usa al riparo dal judicial activisme la determinazione politica del legislatore dalle incursioni dei togati.

Proprio Nino Scalia - morto improvvisamente in un ranch texano a metà febbraio - ha contribuito in maniera decisiva a orientare il dibattito sui canoni ermeneutici, sposando la tesi della deferenza verso il processo politico odierno e, soprattutto, nei riguardi della formulazione testuale della Costituzione: un approccio storico che rifugge ogni creatività giurisprudenziale e, in misura massima, sposa il rifiuto dell’aggiornamento delle letture della Carta fondamentale secondo i mutati contesti socio-politici e sensibilità collettive.

“Oggi a decidere in nome di 320 milioni di americani dalla East alla West Coast è la maggioranza dei nove giuristi della Corte Suprema, facendo massima applicazione del potere che essa richiama per sé: il potere di creare nuove libertà che la Costituzione e i suoi emendamenti neppure menzionano”.

È questo didascalico estratto dalla dissenting opinion nella sentenza del 2015 sui matrimoni omosessuali solo un assaggio del rigido argomentare di Scalia, prolifico estensore di opinioni dissenzienti, il mezzo a disposizione dei Justices per far pubblicamente valere un diverso inquadramento giuridico della questione o un orientamento minoritario, così tuttavia destinato a ispirare futuri mutamenti nella giurisprudenza della Corte.

L’advice and consent del Senato repubblicano
Con la scomparsa di Scalia, la fazione tradizionalista si trova quantomeno spaesata, se non orfana, e in sostanziale pareggio con l’un tempo sguarnita pattuglia liberal (4-4); senza contare che il presidente John Roberts, nominato da Bush junior e stella nascente dei conservatori, si è più volte trovato a spostare la bilancia verso sinistra, come accaduto l’estate scorsa con il via libera alla riforma sanitaria varata dal presidente Barack Obama.

Per ristorare il plenum la palla passa ora al presidente che per Costituzione nomina i giudici supremi secondo l’aggravata procedura dell’advice and consent: un passaggio di compromesso per tutelare un maturo balance of power a livello federale.

Dopo l’audizione del prescelto dalla Casa Bianca, infatti, i senatori devono votarne la nomina alla Corte: una contingenza politica, spesso figlia anche di mutamenti di mid-term, che si traduce in un impatto di potenziale lunga durata sulla politica del diritto statunitense, essendo i giudici eletti a vita (ma possono volontariamente lasciare il seggio).

Da quando i democratici ne hanno perso il controllo, l’opposizione del Senato repubblicano ai provvedimenti dell’amministrazione Obama che richiedono un lasciapassare della Camera Alta del Congresso è divenuta sistematica.

Non da ultimo, a stretto giro dalla morte di Scalia, è giunta la ferma intenzione di non avallare in alcun modo il nome che Obama ha già annunziato farà, bloccando la procedura di sostituzione per poco meno di un anno.

Di fronte a una Corte “appesa”, nell'esercizio dell'appellate jurisdiction, la parità nei voti non si risolverebbe - come invece accade in Italia, ad esempio - attribuendo maggior peso al voto del presidente dell’organo, ma di fatto mantenendo lo stato dell’arte, “confermando” la decisione delle corti federali di grado inferiore.

GOP e democratici allo scontro frontale?
L’anatra zoppa ch’è il presidente nell’ultimo anno di mandato non può e non deve influenzare ulteriormente la composizione della Corte. È questa la tesi dei repubblicani, che puntano allo scontro frontale: la parola spetterebbe al prossimo presidente.

The winner takes it all, insomma: il seggio vacante entra così a gamba tesa nella campagna elettorale. Può esserci anche dell’altro: perché la prassi costituzionale imporrebbe al presidente un esercizio prudente del potere di nomina per far sì che il consesso rappresenti il più possibile la società americana.

Il presidente, che ha sinora nominato come giudici due giuriste dal pedigree obamiano - Sonia Sotomayor (prima ispanica) e Elena Kagan - ha ben presente questa cornice. E i commentatori dubitano intenda forzare la mano con un’altra personalità marcatamente liberal, avendo già in passato, d’altronde, riposto fiducia in repubblicani eterodossi (su tutti, l’ex segretario alla Difesa Chuck Hagel).

Il nome, insomma, arriverà, e sarà verosimilmente un guanto di sfida lanciato alla maggioranza conservatrice: un moderato ragionevole che ha già ottenuto in altre occasione il via libera del partito o persino un nome interno allo stesso GOP.

Brian Sandoval, atipico governatore repubblicano del Nevada, era in cima alla lista, ma si è già chiamato fuori dalla corsa; resta ottimo invece il piazzamento di Sri Srinivasan che - per l’antica predilezione della Corte per i primati - diverrebbe il primo Justice indo-americano e induista.

Ted Cruz lo ha definito un amico di lunga data, ma non basterà questo per assegnare il seggio che fu di Scalia a un altro campione dell’ultraconservatorismo, come invece chiede a gran voce Donald Trump. Morto Scalia non se ne farà un altro.

Gabriele Rosana è giornalista pubblicista, assistente alla comunicazione dello IAI.
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domenica 28 febbraio 2016

Stati Uniti: in attesa del supermaterdì

Usa 2016
Trump inarrestabile, Hillary inevitabile
Giampiero Gramaglia
25/02/2016
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Alla vigilia del Super-Martedì delle primarie di Usa 2016, il 1o marzo - si vota in 14 Stati ed anche in alcuni Territori -, le candidature di Hillary Clinton e Donal Trump appaiono l'una inevitabile e l’altra inarrestabile.

L'ex first lady ha dalla sua il partito, un’organizzazione di campagna migliore e maggiori fondi, rispetto al suo rivale Bernie Sanders. Lo showman, invece, ha contro il partito, che, però, può cercare di fermarlo solo facendo blocco su un unico candidato moderato e credibile; ma, forse, è troppo tardi, perché i meccanismi d’assegnazione dei delegati favoriscono il battistrada.

In chiave Election Day, la nomination di Trump preoccupa l’establishment repubblicano e in genere tutti i conservatori moderati. In un editoriale, il Washington Post invita perentoriamente leader e notabili a fare tutto quel che possono per fermare lo showman: o serrano le fila, magari convergendo sul senatore della Florida Marco Rubio, o nessuno potrà più bloccarlo.

Anche se la nomination può sempre diventare una guerra sporca di trabocchetti e di scheletri che escono dall’armadio: Mitt Romney, candidato repubblicano nel 2012, butta lì su Fox News che la dichiarazione dei redditi di Trump potrebbe contenere una ‘bomba’, o il magnate non è ricco come dice o non paga tutte le tasse che deve. Negli Usa, gli elettori non lo considerano un titolo di merito.

La prospettiva di una nomination di Trump è perdente in tutti i casi: o perde le elezioni, perché con il suo populismo spaventa i conservatori moderati e a maggior ragione gli elettori indipendenti e centristi; oppure le vince, spostando la campagna su posizioni meno urticanti, e diventa presidente, esponendo gli Stati Uniti (e il Mondo intero) a una leadership fatta di ‘alti e bassi’ ed estrosità.

Lo showman ha già dato segno di volersi dare una mano di vernice ‘moderata’, dicendo, ad esempio, che il suo vice dovrà essere un politico, proprio a compensare il suo populismo.

Certo, malgrado il successo in Nevada, il terzo consecutivo dopo New Hampshire e South Carolina, il vantaggio di Trump sui rivali in termini di delegati resta modesto: non ha neppure il 10% di quelli che servono per garantirsi la nomination alla convention, un centinaio su 1237. Ma d’ora in poi, spesso l’assegnazione dei delegati avverrà con il sistema maggioritario e non proporzionale: chi vince prende tutto. A Trump, dunque, basta essere primo per fare bottino pieno.

I suoi rivali, il senatore del Texas Ted Cruz, che lo ha già battuto nello Iowa e potrebbe vincere ora in Texas, e il senatore Rubio, che non ha ancora vinto, ma potrebbe farlo in Florida, non paiono avere la forza di scavalcarlo né possono sommare i loro voti, perché i sostenitori dell’evangelico e ultra-conservatore Cruz sono più vicini a Trump che a Rubio. Ben Carson e John Kasich, unici ancora in lizza dopo il ritiro di Jeb Bush, deluso dalla South Carolina, appaiono ai margini.

In Nevada, le assemblee sono state caratterizzate da un'affluenza record e da molte irregolarità: doppi voti e scrutatori di parte che indossavano t-shirt del magnate dell’immobiliare.

L'appuntamento era un test interessante perché lo Stato del gioco e dei matrimoni facili, spesso repubblicano, conta circa il 40% di ‘latinos’ su una popolazione di oltre 3 milioni di abitanti: la retorica ‘anti-immigrati’ di Trump poteva danneggiarlo, ma a conti fatti non è stato così.

E nel discorso di celebrazione della vittoria lo showman ha affermato che un ispanico su due ha votato per lui e ha ribadito l’intensione di alzare un muro al confine con il Messico (e di mantenere aperto il carcere di Guantanamo, contro le intenzioni di nuovo manifestate dal presidente Obama).

La conta dei delegati - La situazione è molto più avanzata fra i democratici, dove ci sono molti super-delegati che si sono già schierati (e quasi tutti stanno con Hillary) - i super-delegati sono figure di spicco del partito che possono scegliere chi appoggiare in qualsiasi momento. Invece, i numeri sono bassi fra i repubblicani. Queste, comunque, le posizioni (fonte: uspresidentialelectionnews.com).

Democratici: delegati alla convention 4.763, delegati già assegnati 572 - oltre il 12% -, delegati da assegnare 4.191, maggioranza necessaria 2.382. Hillary Clinton s’è finora assicurata 51delegati popolari e 451 super-delegati ed è quindi a 502, quasi a un quarto del cammino; Bernie Sanders s’è conquistato lo stesso numero di delegati popolari (51), ma ha solo 19 super-delegati ed è solo a 70.

Repubblicani: delegati alla convention 2.464, delegati già assegnati circa 150 - circa il 5% -, delegati da assegnare 2.370, maggioranza necessaria 1.237. Donald Trump ne ha un centinaio -, Cruz e Rubio tra i 12 e i 15, John Kasich 5, Jeb Bush 4, Ben Carson 3.

Trump cerca di zavorrare Rubio in ascesa e di affondare Cruz
Prima Ted Cruz, ora Marco Rubio: Donald Trump cerca di mettere fuori gioco i rivali al momento più pericolosi, contestandone il diritto a diventare presidente che la Costituzione riconosce soltanto a chi nasce cittadino americano. Cruz è nato in Canada da padre cubano e madre americana, che poteva, quindi, trasmettergli immediatamente la cittadinanza; Rubio è nato a Miami, da genitori cubani divenuti cittadini americani solo quattro anni dopo (ma chi nasce sul suolo statunitense è automaticamente cittadino, valendo lo ius soli).

Gli esperti di diritto sono inclini a ritenere che sia Cruz che Rubio abbiano i requisiti per divenire presidenti, ma Trump solleva lo stesso la questione (e contro Cruz c’è pure una causa in corso nell’Illinois).

‘Clinton vs Bush’ la rivincita non si farà
Adesso, è definitivo: la rivincita del 1992, ‘Clinton vs Bush’ 2, non si farà. Jeb Bush, figlio e fratello del 41° e del 43° presidente degli Stati Uniti, s’è arreso all’evidenza - la gente non lo vuole proprio - e ha abbandonato la corsa alla nomination, dopo le primarie repubblicane in South Carolina del 20 febbraio. Non ci sarà un terzo Bush alla Casa Bianca: gli elettori americani non hanno voglia di remake.

Certo, il ‘pollice verso’ nei confronti di Jeb Bush suona ferale pure per Hillary Clinton, che ha sì vinto le assemblee del Nevada fra i democratici, ma non ha stravinto (52 a 48%), dopo avere, invece, straperso le primarie nel New Hampshire il 9 febbraio. Ex first lady, ex senatrice, ex candidata alla nomination, ex segretario di Stato, Hillary è quanto di più ‘già visto’ non si può.

Eppure, a rileggere le cronache, anzi le previsioni, del giugno scorso, otto mesi or sono, il match ‘Clinton vs Bush’ 2 sembrava un copione ormai scritto, quasi inevitabile. Invece, è andata diversamente.

Ma se la campagna di Jeb non è mai davvero decollata e se le sue prestazioni sono sempre state scialbe, specie nei dibattiti televisivi, la macchina di Hillary s’è grippata a inizio anno, dopo un autunno fantastico.

Adesso, per scrollarsi di dosso definitivamente il suo rivale Bernie Sanders, il senatore del Vermont ‘socialista’ che, a 75 anni, ha dalla sua i giovani e, soprattutto, le donne ‘under 50’, la Clinton deve vincere alla grande in South Carolina sabato 27 e di uscire bene dal Super-Martedì. Può farcela. Ma dopo Trump non le darà quartiere.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
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venerdì 5 febbraio 2016

USA. Primarie in corso

Usa 2016: primarie
Parte male Trump, gli altri se la cavano
Giampiero Gramaglia
03/02/2016
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Sono già tutti nel New Hampshire, almeno quelli che contano e che ancora ci credono.

Dopo avere speso in Iowa più tempo di quanto non avrebbero mai desiderato - per fare due esempi, 140 visite Bernie Sanders, 104 Hillary Clinton -, gli aspiranti alla nomination per la Casa Bianca, democratici e repubblicani, hanno lasciato lo Stato del MidWest, in questi giorni un’unica distesa di neve e gelo: due di essi ci torneranno per fare campagna fra otto mesi, dopo le convention; gli altri, forse, non ci torneranno mai più, lo hanno ormai visto in lungo e in largo.

Fra i democratici, c’è stato un equilibrio non aritmetico, ma sostanziale: la Clinton e Sanders sono alla fine divisi da uno scarto dello 0,3%, il che basta perché l’ex first lady canti vittoria e il senatore del Vermont dichiari “un pareggio virtuale”.

In qualche assemblea, è stata la monetina del sorteggio a dare il successo all’una o all’altro. C’è chi evoca una verifica, di fatto impossibile perché il voto avviene per crocchi - il più numeroso vince - e non per schede. I dati confermano che i giovani preferiscono Sanders - quattro su cinque -, le donne di misura Hillary.

Fra i repubblicani, vincono Ted Cruz, che è primo, e pure Marco Rubio, che è terzo. Perde di sicuro Donald Trump: l’Iowa per lui è una campagna di Russia dove il magnate dell’immobiliare lascia, tra la neve e il gelo, l’aura di sicumera e di imbattibilità che s’era costruito con il suo stile aggressivo e urticante. Il Daily News già lo liquida come “dead clown walking”, bruciando i tempi.

La gente dello Iowa ce l’ha, da sempre, con i battistrada, quelli troppo sicuri di sé o troppo forti; e, spesso, li castiga. Talora, sono lezioni che lasciano il segno: nel 2008, Hillary Rodham Clinton perse e non si risollevò più. Talora, sono batoste d’un giorno: nel 2012, Mitt Romney fu battuto, ma poi ottenne la nomination.

Che cosa comporti il risultato di lunedì per Trump è difficile dirlo: lo showman ne esce con la coda fra le gambe, anche se non lo ammette, ma non ha ancora esaurito il suo repertorio. Cruz e Rubio emergono come candidati possibili dei Tea Party e degli evangelici - il senatore del Texas- e dell’establishment repubblicano moderato - il senatore della Florida.

Rubio in particolare è ormai destinato ad assumere a pieno il ruolo che i pronostici attribuivano a Jeb Bush, l’ex governatore della Florida, ancora una volta deludente (ma non rassegnato: afferma che “la vera corsa comincia ora”).

Il quarto uomo repubblicano è per ora un ‘Mister X’, che potrebbe farsi largo fra la mezza dozzina di comprimari più o meno folkloristici, dal guru nero Ben Carson, ex neurochirurgo, che dà però l’impressione di non crederci - parte per la Florida invece che per il New Hampshire, spiegando “lì fa più caldo” -allo stesso Jeb, passando per i governatori del New Jersey Chris Christie e dell’Ohio John Kasich, senza dimenticare, per cavalleria, l’unica donna, Carly Fiorina.

Le assemblee dello Iowa, i caucuses, che aprono la stagione delle primarie per designare i candidati dei due maggiori partiti alla Casa Bianca, in vista delle convention di luglio e dell’Election Day dell’8 novembre, creano sorprese - la sconfitta di Trump è inattesa - e fanno vittime: si ritirano così il democratico Martin O’Malley, ex governatore del Maryland, sempre irrilevante nei sondaggi - e ora pure nei voti-; e l’ex governatore dell’Arkansas Mike Huckabee, che nello Iowa vinse nel 2008 (questa volta, ha preso il 2% dei voti e nessun delegato).

I risultati dello Iowa ricevono un’attenzione persino sproporzionata al loro peso effettivo: assegnano infatti solo 44 delegati democratici (su un totale di 4.763) e 30 delegati repubblicani (su 2.472). Quelli repubblicani già attribuiti sono andati 9 a Cruz (28% dei voti), 7 a Trump (24%), 7 a Rubio (23%); e poi 3 a Ben Carson (9%) e uno ciascuno a Rand Paul (5%), Jeb Bush (3%), John Kasich(3%) e Carly Fiorina (3%). Gli altri aspiranti alla nomination sono finiti più indietro, senza delegati.Quelli democratici attribuiti sono andati 23 a Hillary e 21 a Sanders.

Nel New Hampshire, la partita repubblicana è apertissima: Trump è davanti nei sondaggi, Rubio spera di fare meglio di Cruz (e vorrebbe poi vincere in South Carolina). Quella democratica è apparentemente già decisa: Sanders, che gioca quasi in casa, dovrebbe vincere; Hillary dovrebbe poi rifarsi in Nevada e South Carolina, prima del Super-Martedì, il 1° marzo, con 14 Stati in lizza.

Nelle ultime 48 ore della campagna elettorale in Iowa, i candidati si erano scambiati stilettate: Cruz critica Trump perché “troppo liberal”, mentre lo showman mette sotto accusa la Corte Suprema sui matrimoni omosessuali - e insiste sull’ineleggibilità del rivale perché nato in Canada.

Hillary è tornata sulla controversa vicenda delle e-mail inviate dal suo account privato, invece che da quello ufficiale, quando era segretario di Stato, definendolo una “bega fra amministrazioni”. Sanders l’ha sfidata a un dibattito a Brooklyn, dove lei ha il quartier generale della sua campagna.

Il confronto tra Hillary e Sanders è aperto pure sul fronte della raccolta fondi: a gennaio, il senatore del Vermont ha ricevuto 20 milioni, mentre in tutto il trimestre precedente ne aveva messi insieme 33 milioni (contro i 37 di Hillary). "Siamo ben piazzati per battere l'obiettivo della Clinton, cioè 50 milioni di dollari nel primo trimestre 2016", dice Jeff Weaver, direttore della campagna di Sanders, precisando che i donatori a gennaio sono stati 770mila. E i risultati dello Iowa possono portare entusiasmo e, quindi, altri soldi.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
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lunedì 25 gennaio 2016

USA: primarie in corso

Primarie 2016
I problemi di Hillary: bianchi arrabbiati, giovani e donne
Giampiero Gramaglia
10/02/2016
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Più si vota, più queste primarie di Usa 2016 diventano un rebus. Quello che pareva scontato, come la nomination della Clinton per i democratici, s’ingarbuglia. Quello che era un gomitolo intorcinato, come la corsa fra i repubblicani affollatissima, lo resta, senza che si trovi il bandolo della matassa: una mezza dozzina di nomi restano potenzialmente buoni.

Intendiamoci!, Iowa e New Hampshire rappresentano, insieme, meno d’un sessantesimo della popolazione statunitense e10 Grandi Elettori su 538: due gocce nel fiume delle elezioni. E, inoltre, il New Hampshire non è uno spaccato dell’America, come non lo era lo Iowa: sono solo pezzi d’America, diversissimi tra di loro.

Nel New England bianco e tendenzialmente progressista, esce dalle urne l’urlo di rabbia e delusione di quella classe media che si sente, a torto o a ragione, trascurata e persino tradita, dopo otto anni alla Casa Bianca del presidente nero Barack Obama.

Vincono così l’alfiere dell’anti-politica - Donald Trump fra i repubblicani - e il crociato contro establishment e Wall Street - Bernie Sanders fra i democratici. Perde soprattutto Hillary Clinton: la sconfitta era nell’aria, ma per l’ex first lady questa è una batosta, che nei numeri e nella conta dei delegati non compromette la nomination, ma che alimenta i dubbi sulla sua capacità di essere una calamita di consensi.

L’exploit di Kasich
Si rimescolano le carte, invece, fra i rivali del magnate dell’immobiliare: John Kasich, governatore dell’Ohio, sostenuto dal New York Times, emerge bene al secondo posto col 16% dei suffragi, ma un redivivo Jeb Bush, Ted Cruz, vincitore nello Iowa, e Marco Rubio, terzo nello Iowa e che puntava a essere secondo, ma finisce solo quinto, sono tutti in un fazzoletto tra il 12 e il 10%.

Per Cruz, il mezzo passo falso era scontato: ultra-conservatori ed evangelici contano poco, da queste parti. E prima o poi i suffragi ora distribuiti fra Kasich, Bush e Rubio confluiranno su uno dei tre, che raccoglierà pure le briciole degli altri - tranne quelle del guru nero Ben Carson, destinate a Trump o a Cruz.

I risultati del New Hampshire lasciano presagire che l’incertezza su quali saranno i due candidati dei maggiori partiti si protrarrà ancora per settimane, se non per mesi, fino alle convention di luglio: di qui alla fine del mese, tocca a giorni alterni a South Carolina e Nevada - democratici e repubblicani votano separatamente -; poi, martedì 1° marzo, ci sarà il Super-Martedì, con le scelte di 14 Stati.

E il quadro potrebbe ulteriormente complicarsi se dovesse scendere in lizza come indipendente Michael Bloomberg, tycoon dei media: due candidati ‘polarizzati’ come Trump e Sanders gli lascerebbero uno spazio al centro enorme.

Nonno Bernie batte zia Hilary
Nonostante la neve abbondante, la partecipazione al voto nel New Hampshire è stata notevole: molti seggi hanno dovuto protrarre l’apertura, vista l’affluenza. Gli elettori di entrambi i partiti hanno votato senza pensare all'eleggibilità del loro campione, ma contro i rispettivi apparati; e giovani e donne hanno di nuovo preferito ‘nonno Bernie’ a ‘zia Hillary’. Nel 2008, quando mancò la nomination, Hillary aveva perso nello Iowa, ma vinto nel New Hampshire.

Trump riparte con il suo slogan: “Renderemo l’America di nuovo grande”. Sanders, che più di tutti raccoglie fondi fra i piccoli elettori, attacca i poteri forti e rilancia la sua ‘rivoluzione’, promettendo ai suoi fan “Vinceremo in tutta l’Unione”.

La sconfitta di Hillary fa piacere ai repubblicani, che tifano Sanders - sconfiggerlo l’8 novembre sarebbe una passeggiata, con un candidato moderato -, e preoccupa i democratici, che non hanno un’alternativa credibile.

Un sondaggio poco affidabile dice, però, che Sanders oggi batterebbe Trump con 10 punti di margine e Cruz e Rubio con quattro, mentre Hillary batterebbe Trump di cinque punti, sarebbe pari con Cruz e addirittura perderebbe con Rubio di sette punti.

Rupert Murdoch continua a fare incursioni nella campagna e pare preoccupato che un suo collega ‘tycoon’ conquisti la Casa Bianca: è al curaro contro Trump, è acido con Bloomberg e ripropone John Kerry, che, però, è anche lui una minestra riscaldata (nel 2004, ebbe la nomination, ma perse contro George W. Bush, che aveva già fatto il disastro dell’Iraq, ma che fu confermato presidente da un’America ancora traumatizzata dall’11 Settembre).

Il fratello di quel Bush, Jeb, l’ex governatore della Florida, favorito all’inizio della corsa, tiene viva la sua campagna: molti suoi finanziatori non lo avrebbero più sostenuto se fosse andato a fondo pure nel New Hampshire. Sono in forte bilico le campagne del guru nero Ben Carson e di tutte le altre comparse repubblicane, mentre il governatore del New Jersey Chris Christie, l'unica donna Carly Fiorina e l'ex senatore della Pennsylvania Rick Santorum hanno già gettato la spugna.

Superman e vetero femministe
Il rebus maggiore è l’attrazione che Sander esercita su giovani e donne: all’apparenza fisica, non ha nulla di Superman, ma è un Clark Kent con gli occhiali, canuto e un po’ avvizzito - ha 75 anni e si vedono tutti -; eppure, dovrà volare in soccorso dei democratici, lui che si definisce socialista e che si presenta spesso da indipendente, se la candidatura di Hillary continuasse a zoppicare.

L’autunno dell’ex first lady era stato d’oro, questa è una fase che le gira tutto storto: l’inchiesta sui fondi alla Fondazione Clinton, i sussulti nello scandalo delle mail, i risultati e i sondaggi così così. Persino la discesa in campo al suo fianco del marito ex presidente rischia di rivelarsi un boomerang: vecchie fiamme di ‘Bill il donnaiolo’, come Paula Jones, non perdono occasione per farsi pubblicità rinvangando il passato.

A tenerla su, ci provano due icone del femminimo americano: sul NYT, Madeleine Albright e Gloria Steinem criticano le donne e le ragazze che non l’appoggiano, preferendole Sanders. La Albright, che è stata la prima donna segretario di Stato, con Bill Clinton alla Casa Bianca, insiste sull'importanza d’eleggere la prima donna presidente e ammonisce ''C'è un posto speciale all'inferno per le donne che non si aiutano l'una con l'altra''. La Steinem azzarda che le ragazze sostengono Sanders perché seguono i ragazzi. Come argomento femminista suona molto maschilista.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
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lunedì 4 gennaio 2016

STATI UNITI: CINQUANTA MILIONI DI POVERI


L’Ufficio federale per il censimento degli Stati Uniti ha pubblicato il suo rapporto annuale nel quale si misura la qualità della vita degli statunitensi.
Sono quasi 9 milioni di statunitensi che nel 2014 hanno potuto pagarsi una assicurazione sanitaria, cosa che prima non potevano permettersi, dopo l’entrata in vigore nel 2014 della Affordable Care Act, la riforma sanitaria di Obama. E’ sceso dal 13, 1 al 10,4% la percentuale degli statunitensi senza copertura sanitaria.
Il tasso di povertà è rimasto stabile: il 15,3 % ovvero 46 milioni di persone di statunitensi è costretto a vivere in misera; Un dato estremamente significativo nello Stato più ricco e potente del mondo. Non ci sono per il 2014 variazioni anche sul reddito medio per famiglia che rimane sulla cifra di 53.000 dollari. Sono dato che fanno comprendere che nonostante la ripresa economica e l’aumento dei posti di lavoro la situazione della economia reale per la gran parte delle famiglie americane  e in questi anni sostanzialmente immutata. IL livello medio in ogni caso rimane inferiore del 6,5 %, ossia il livello registrato nel 2007, prima dello scoppio della crisi con la caduta di Lehman Brothers.
Confermata anche la tendenza, in questi anni di crisi della sperequazione del reddito, con il 5% dei più ricchi che ha guadagnato il21,9% del reddito collettivo del 2014 ed il 55 dei cittadini più poveri che ha guadagnato il 3% (9)

Massimo Coltrinari

domenica 3 gennaio 2016

Usa. La "vision" del Medio Oriente

Gli Stati Uniti sono sempre più distanti, geopoliticamente, dal Medio Oriente. I motivi sono sostanzialmente due: in vista del raggiungimento della autonomia energetica, gli USA hanno sempre meno bisogno del petrolio medio orientale; il secondo è legato alla avanzata dello jihaidismo, che ha allentato di molto i legami di Waschington con i suoi patner storici nella regione, togliendo agli Stati Uniti alcuni obiettivi politici condivisi. Tutto questo mentre la realtà sul terreno è in forte cambiamento, punteggiata dalla crescita dell’islamismo radicale, dal crollo dell’Iraq, dalle primavere arabe, dal nuovo ruolo dell’Iran e, da ultimo, l’intervento della Russia in Siria. Una realtà che ha cambiato di molto il Medio Oriente, sostanzialmente diverso da quello a cui l’Occidente e gli Stessi Stati Uniti erano abituati.

La risposta a questo scenario da parte degli Stati  Uniti è stata quella di ridurre il loro impegno militare, cercano do orientare la situazione da dietro le quinte ed in ogni caso da posizioni di seconda se non di terza fila.


La previsione, secondo i maggiori think thenk statunitensi tra cui Foreign Affaires è che questa tendenza durerà per parecchi anni a venire. IN futuro gli Stati Uniti potranno aumentare i raids contro l’Isis ed arriveranno anche a schierare forze speciali sul terreno con obiettivi specifici, ma in generale pretenderanno e vorranno che i governi regionali si assumano le responsabilità della loro sicurezza e quella della regione. 

Massimo Coltrinari
(geografia2013@libero.it)

mercoledì 23 dicembre 2015

MESSICO: IMMINIGRAZIONE NEGLI STATI UNITI: INVERSIONE DI TENDENZA


Contrariamente a quello che è emerso nel dibattito per la corsa alla Casa Bianca del novembre prossimo, i dati disponibili sulla immigrazione messicana smentiscano Donald Trump. Questo conferma che  il tema della immigrazione è affrontato con molta superficialità anche ai massimi livelli di discussione. Ne è un esempio gli ultimi dati, pubblicati da uno studio del Pew Reserch Center in tema, appunto, di immigrazione dal Messico.


Tra il 2009 ed il 2014 i Messicani che si sono trasferiti, legalmente o illegalmente, negli Stati Uniti sono stati 870.000. Nello stesso periodo i Messicani che hanno deciso di lasciare l’Unione sono più di un milione, compresi anche bambini nati sul suolo statunitense. Una della cause principale  di questa tendenza è la sempre più mascherata situazione economica reale degli USA, la cui crisi economica iniziata nel 2008 ancora, nonostante alcuni indici positivi, produce i suoi effetti. Gli oltre 50.000 milioni di poveri relativi o al di sotto della soglia della povertà sono ancora un gravissimo peso che impedisce varie forme di integrazione del nuovo venuto. A questa causa dominante, si aggiungo altre, come la volontà del singolo immigrato maschio di ricongiungersi con la famiglia di ordine lasciata in Messico e nella impossibilità di raggiungerlo negli Usa; cole le ferree politiche immigratorie e l’aumento dei controlli nei confini. 

Massimo Coltrinari
(geografia2013@libero.it) 

mercoledì 2 dicembre 2015

STATI UNITI:PIANO DI WASCHINGTON PER LA RIDUZIONE DEL GAS SERRA


Presentato dal Presidente Obama un piano di azione per ridurre le emissioni del gas serra.
Gli Stati Uniti sono conviti che questa è l’ultima generazione che 
può intervenire prima della catastrofe climatica. L’obiettivo generale di questo piano è quello 
di ridurre del 32 % le emissioni di carbonio entro il 2030. E’ un passo avanti in vista delle
 conferenza che si terrà a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre dove i leader di 196
Paesi dovranno trovare un accordo legalmente vincolante per la riduzione del gas ad effetto serra con effetto dal 2020 e contenere così il riscaldamento globale entro i due gradi centigradi rispetto all’era preindustriale.

Massimo Coltrinari
(geografia2013@libero.it)e

venerdì 27 novembre 2015

USA: verso le presidenziali 2016

Usa 2016
Putin serve l’assist a Trump, Hillary fa gol
Giampiero Gramaglia
21/12/2015
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Vladimir Putin serve un assist a Donald Trump, ma manda in gol Hillary Clinton. Il presidente russo ha compiuto una vera e propria incursione nella campagna per l’elezione, l’8 novembre 2016, del nuovo presidente degli Stati Uniti: durante la conferenza stampa fiume di fine anno al Cremlino, ha reso un omaggio tanto plateale quanto gratuito al magnate dell’immobiliare che guida la corsa alla nomination repubblicana.

Ne ha, però, tratto beneficio la battistrada democratica, andata in gol in contropiede, sostenendo che ‘Donald il rosso’ compromette la sicurezza dell’Unione con le sue sortite e le sue amicizie.

Per Putin, Trump "è il leader assoluto" della campagna statunitenseed è "benvenuto" perché "vuole portare a un livello più profondo i rapporti con la Russia". Mosca, ha comunque aggiunto Putin, con un sussulto di prudenza, "collaborerà con chiunque sarà il nuovo presidente" degli Stati Uniti.

Trump lo showman
L’eco di Trump non s’è fatta attendere: "È sempre un grande onore ricevere complimenti da un uomo così rispettato, nel suo Paese e altrove", ha detto, facendo un comizio a Columbus, nell'Ohio. “Penso che Usa e Russia dovrebbero riuscire a lavorare bene insieme per battere il terrorismo e portare la pace nel mondo".

La mossa del presidente russo rischia di rivelarsi un boomerang: non lo aiuterà a migliorare i rapporti non idilliaci con il presidente Barack Obama, né glieli garantirà buoni con il successore, specie se non sarà Trump, lusingato dall’elogio, ma pure imbarazzato. Lo showman non fa mistero dell’ammirazione per l’autocrate russo e ne confronta spesso la determinazione in politica estera con le esitazioni di Obama.

L’elogio di Putin ha comunque distratto un po’ l’opinione pubblica dalle polemiche suscitate dalle battute dello showman: dalla proposta di chiudere internet a quella di mettere al bando dagli Usa i musulmani.

Trump resta largamente in testa nei sondaggi nazionali, davanti ai senatori Ted Cruz (Texas) e Marco Rubio (Florida).

Ben Carson, l’ex neurochirurgo nero, un neofita della politica come Trump, che a ottobre era spalla a spalla col magnate dell'immobiliare, è scivolato al quarto posto. Jeb Bush, favorito sei mesi or sono, viaggia sul 5%. Se si guarda però allo Iowa, dove le assemblee di partito apriranno la stagione delle primarie il 1o febbraio, Cruz è davanti a Trump o alla pari.

Due dibattiti in diretta televisiva hanno chiuso questa fase della campagna elettorale. A gennaio, si contano soldi in cassa e riserve d’energia; da febbraio, si contano i voti e i delegati.

Sanders e il data gate Dem
Clinton ha usato il terzo dibattito fra i candidati democratici per attaccare Trump più che i suoi innocui rivali interni.

Sul palco di Manchester, nel New Hampshire, dove le primarie si faranno il 9 febbraio, e in diretta televisiva sulla Abc, la Clinton e gli altri aspiranti democratici, il senatore del Vermont Bernie Sanderse l’ex governatore del Maryland Martin O’Malley hanno anzi mostrato molto fair-play.

Hillary è parsa rilassata e a suo agio: ha scherzato su se stessa (“Tutti dovrebbero amarmi”) e sul ruolo che avrà il marito Bill, l’ex presidente; ha citato, in chiusura, la saga di Star Wars di cui è appena uscito l’ultimo episodio (“che la forza sia con voi”); e s’è pure presentata in ritardo alla ripresa dopo la pausa, scusandosi.

Il confronto s’è sviluppato su un doppio binario: sicurezza nazionale e lotta al terrorismo - la Clinton dice no a nuove guerra e sì ai controlli sulle vendite di armi -; e situazione economica - Hilary ripete di volere tassare di più i ricchi, mentre esclude maggiori tasse alla classe media.

Sanders arrivava al dibattito dopo un vortice di polemiche, perché la sua campagna aveva, pare per errore, sottratto dati a quella di Hillary. Il senatore, che ha appena avuto l’appoggio d’un grosso sindacato, s’è però subito scusato con la ex first lady e con i suoi sostenitori per il pasticcio combinato. Pace fatta e incidente chiuso, a dimostrazione dell’assenza di animosità in campo democratico.

Repubblicani, tutti contro Trump
Sul palco di The Venetian a Las Vegas, invece, era stato scontro senza quartiere tra i candidati repubblicani, ancora 15: tutti contro tutti sui temi caldi del momento, sicurezza e lotta contro il sedicente “stato islamico”.

Le ricette sono molto diverse, più o meno interventiste. A ricordarsi che l’avversario da battere, l’Election Day, sarà la democratica Clinton è praticamente solo Carly Fiorina, l’ex Ad di Hp, l’unica donna, che chiama in causa l’ex segretario di Stato e la accusa di essere, con Obama, responsabile della nascita dell’autoproclamato Califfato.

I senatori Cruz e Rubio, entrambi ispanici, ed entrambi in crescita, si scontrano praticamente su tutto, intervento militare, sicurezza interna, immigrazione, mentre Trump non rinnega, anzi rilancia, le più controverse delle sue posizioni: “Non stiamo parlando di isolamento, ma di sicurezza. Non stiamo parlando di religione, ma di sicurezza”.

Bush è il più critico con lo showman, “bravissimo - concede - nelle frasi ad effetto”, ma che “è un candidato del caos e sarebbe un presidente del caos”: lui sarà “un comandante in capo, non un agitatore in capo”.

Anche il governatore del New Jersey Chris Christie si ritaglia uno spazio: vuole una ‘no fly zone’ sulla Siria e sarebbe pronto a fare abbattere un aereo russo, se la violasse. Il che conferma la confusione persistente tra amici e nemici in quella zona.

Su un punto, Trump ha un po’ tranquillizzato l’establishment repubblicano che vede una sua candidatura come fumo negli occhi, ma che teme ancor più una sua candidatura come indipendente; lui l’ha esclusa, smentendo le voci in tal senso.

E lo stesso ha fatto Carson, pure sospettato di tentazioni ‘indipendentiste’, ma forse ormai più tentato dal ritiro che altro.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
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sabato 21 novembre 2015

Stati Uniti: il rapporto con gli alleati europei

lazioni internazionali 
Fare un check-up alle alleanze
Giuseppe Cucchi
17/11/2015
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Nella nuova epoca delle relazioni internazionali nulla può essere considerato come acquisito. Ecco perché l’Italia deve fare attenzione e maturare forti capacità di adattamento.

Visti dagli Stati Uniti
Gli Usa sono il nostro alleato indispensabile, ma quanto noi siamo necessari a loro? Solo poco tempo fa, a Washington, affermavano di preferire una "nuova” Europa, mostrando sprezzante ostilità versa la Russia, incuranti del danno che ciò poteva provocare ad una "vecchia” Europa di cui Mosca era un partner commerciale ed energetico importante.

Intanto si rafforzava lo spostamento dell'attenzione statunitense dall'Atlantico al Pacifico, con qualche problema per quel "legame transatlantico" che ha nella Nato la sua massima espressione.

La scoperta e lo sfruttamento intensivo dei grandi giacimenti nazionali di shale gas garantisce agli Usa (ma non all’Europa) la fine della dipendenza dal Medio Oriente per il rifornimento di energia.

Ed ecco che il Presidente Obama elabora una nuova dottrina strategica che abbandona alla prevalente responsabilità degli alleati europei la gestione di un "Mediterraneo islamico allargato" in cui focolai gravissimi di crisi si evidenziano, l'uno dopo l'altro.

Proseguono le trattative per il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), che dovrebbe regolare il futuro degli scambi fra Ue ed Usa. Ma, al di là di alcuni vantaggi, c’è anche il timore che questo strumento aiuti a mantenere l'Unione nello scomodo ruolo di fratello minore.

Ce ne sarebbe abbastanza per porsi dei dubbi ed iniziare a chiedersi come gli Usa vedano veramente l'Unione europea e se la considerino come "il partner della mano destra", l’unico al mondo che condivide con l'America i suoi valori oltre che molti interessi. Oppure se la vedano come un possibile avversario, l'unico oltre alla Cina che possa sfidare a scadenza medio-breve il loro primato nel mondo.

Sono però dubbi e domande che per il momento stiamo accuratamente evitando di porci, forse per la paura di scoprire che stiamo vivendo in un mondo in cui non esiste più una chiara ed indiscutibile distinzione fra amici e avversari.

Una Turchia di caserme e moschee
La Turchia è considerata amica da più di sessant’anni, dal 1952, quando entrò nell'Alleanza Atlantica, divenendo il più solido pilastro del suo fianco meridionale. Alla diffidenza iniziale, perché era l'unico socio islamico in un club interamente cristiano e perché le sue Forze Armate mostravano una frequente propensione per i colpi di stato, era subentrato, dopo l'ultimo golpe del 1980, un clima di crescente fiducia.

Molti speravano nella conclusione positiva del negoziato per l’ingresso della Turchia nell’Ue. Di fatto ne siamo ancora lontani, ma sotto ogni altro aspetto la Turchia, sino ad oggi, è stata parte, a pieno titolo, del cosiddetto Occidente.

Eppure, ormai da più di dieci anni la Turchia sta cambiando radicalmente. Al regime dei Generali, che negli ultimi anni del loro potere avevano sostituito ai golpe reali i golpe virtuali - cioè la minaccia del golpe, rivelatasi sufficiente a rimettere in riga i reprobi della classe politica - conservando pelo e vizio, ma anche salvaguardando con efficiente ferocia l'eredità laica di Ataturk, si è progressivamente sostituita la presa del potere da parte di forze confessionali.

All'inizio, il cambiamento, che l'Ue ha indirettamente favorito, è stato salutato come un affrancamento democratico ed esaltato al punto che si è giunti a parlare di “modello turco” per l'islamismo moderato. Poi l'aspetto confessionale è diventato più forte e la gestione del potere più dura e personalizzata.

Oggi la Turchia, sta combattendo due guerre, o almeno due battaglie. Una è quella che oppone il mondo sunnita a quello sciita, e in questo quadro rientra l'atteggiamento equivoco che Ankara ha sino ad ora mantenuto nei riguardi dell'Isis. L'altra è il contrasto in atto per la leadership nel mondo sunnita, che la vede impegnata in un braccio di ferro trilaterale con Egitto e Arabia Saudita.

Sono battaglie completamente estranee all'Occidente e ciononostante, avvalendosi della sua membership nella Nato, la Turchia cerca di coinvolgerci, adducendo i più vari fra i motivi e giocando con abilità con almeno un paio di articoli del Patto Atlantico.

Siamo di fronte al tentativo di farci combattere battaglie che non sono nostre, in cui oltretutto gli oneri di una eventuale sconfitta ricadrebbero pressoché interamente sulle nostre spalle mentre quasi soltanto ai turchi andrebbero i vantaggi di una ipotetica vittoria.

Ce ne sarebbe abbastanza per iniziare a porsi dei dubbi e per chiedersi se la Turchia sia ancora da considerare come un paese amico o se invece non sia opportuno assumere nei suoi confronti un atteggiamento più distaccato, valutando ove realmente risieda il nostro interesse.

Sono però dubbi e domande che per il momento evitiamo accuratamente di porci, forse anche perché sollevare il problema della Turchia vorrebbe dire porre sul tavolo anche quello di una Nato che occorrerebbe rifondare ex novo. Una prospettiva che nessuno dei membri della Alleanza è ancora pronto ad affrontare.

Quando l’Egitto cambia i suoi interessi
Da quando il Presidente Sadat si liberò della pesante tutela sovietica, l'Egitto è stato considerato come il miglior amico dell'Occidente nel mondo arabo: il "custode di Suez ", assolutamente affidabile e forza trainante di moderazione e stabilità, capace, con il suo esempio, di far cessare il periodo dei conflitti panarabi contro Israele.

Il rapporto con l'Italia era divenuto col tempo molto forte, tanto che per un lungo periodo il nostro paese seguiva immediatamente gli Stati Uniti nella considerazione degli egiziani.

Da tempo però gli interessi dell'Occidente in generale, e quelli italiani in particolare, divergono da quelli del Cairo. Noi avremmo infatti bisogno di riuscire a superare la crisi libica, ricompattando il paese in un’organizzazione statale unica e rallentando, o facendo addirittura cessare, il flusso continuo di disperati che raggiungono le nostre rive dall'altra sponda.

Per l'Egitto invece questa è l'occasione buona per estendere, attraverso il cosiddetto Governo di Tobruk, la sua influenza all'intera Cirenaica. Un passo di portata non indifferente, considerato come la massa del petrolio libico proprio in Cirenaica venga estratto.

È logico, a questo punto, che Il Cairo si opponga all'ipotesi di un governo di compromesso che riporti il paese all’unità, una soluzione che invece piacerebbe molto all'Italia.

Naturalmente chi si oppone non è il governo del Cairo, bensì parte almeno di quello di Tobruk: una fazione che ora cerca di inasprire il contrasto lanciando ingiustificate accuse di violazione delle sue acque territoriali. Dietro il Generale Haftar si intravede però l’ombra del Generale Al Sisi.

Ce ne sarebbe abbastanza per iniziare a porsi dei dubbi e per chiedersi se in effetti l'Egitto non abbia in realtà cessato di essere la nostra precisa controparte politica, il nostro interlocutore preferito, quando non privilegiato, sull’altra sponda del Mediterraneo.

Sono però dubbi e domande che evitiamo accuratamente di porci, forse anche perché ciò che risulterebbe necessario al termine di una realistica analisi sarebbe una completa revisione della nostra politica con il mondo arabo.

Usa, Turchia ed Egitto sono tre casi utilizzati come esempio di rapporti da non dare per scontati e da valutare invece volta per volta, in rapporto all'obiettivo che noi e loro vogliamo conseguire nella specifica contingenza.

Se poi si passa dai paesi amici a quelli che un tempo erano considerati nemici, la Russia, la Cina, l'Iran, la conclusione è assolutamente speculare. Ma se le cose stanno così, possiamo ancora accettare che i nostri interlocutori continuino a pensare che possono darci per scontati?

Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.
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mercoledì 18 novembre 2015

L'anno elettorale si avvicina

Usa 2016
Repubblicani, è derby della Florida
Giampiero Gramaglia
11/11/2015
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A un anno dall’Election Day, l’8 novembre 2016, la partita per la nomination repubblicana sta diventando un “derby della Florida” tra l’ex governatore Jeb Bush e il senatore Marco Rubio: una partita aperta tra mentore e discepolo, dove l’allievo appare oggi favorito sul maestro.

Nei sondaggi, sono per ora nettamente avanti Ben Carson, neuro-chirurgo nero convinto che le piramidi non siano tombe di faraoni, ma depositi di grano fatti costruire da Giuseppe, e Donald Trump, magnate dell’immobiliare che accusa la Federal Reserve di essere in combutta con la Casa Bianca.

Verso le primarie
Ma è opinione diffusa che i due campioni dell’anti-politica usciranno di scena: entrambi sono già furiosi con i media, che ne mettono a nudo contraddizioni - uomo di scienza e di fede il primo, che non crede all’evoluzione - ed esagerazioni - lo showman, Trump, che si mette contro tutti, donne, ‘latinos’, giornalisti.

E quando si cominceranno a contare i delegati alle convention, con le assemblee nello Iowa il 1° febbraio 2015 e le primarie nel New Hampshire il 9 febbraio, verranno avanti i candidati politicamente più strutturati e che hanno l’appoggio dell’establishment del partito.

Ed è proprio qui che si gioca il duello tra l’ex governatore e il senatore. Fino a ora, Jeb Bush, figlio e fratello rispettivamente del 41° e 43° presidente degli Stati Uniti, era considerato l’uomo dell’apparato del partito, nel folto gruppo di aspiranti alla nomination repubblicana.

Ma Jeb è stato finora deludente: non mostra grinta e non ha vinto nessuno dei tre dibattiti televisivi già svoltisi, anzi è sempre andato male; e nei sondaggi naviga costantemente sotto il 10%, dietro non solo Carson e Trump, ma pure Rubio e Ted Cruz, senatore del Texas, il candidato preferito dal Tea Party. Sta al quinto posto, più o meno alla pari con Carly Fiorina, l’unica donna, ex ceo di Hp, che ha fiammate nei dibattiti e poi sparisce dai radar.

Alla conquista dei voti dei latinos
Di qui alle primarie, la strada è ancora lunga, ma c’è la sensazione che la corsa repubblicana, l’unica incerta - fra i democratici, Hillary Clinton non ha praticamente rivali - possa essere a una svolta decisiva: Rubio, infatti, ha innestato la quarta e messo la freccia per superare Bush come ‘candidato dell’establishment’. Secondo un rilevamento della Monmouth University, nel New Hampshire il senatore ha triplicato i consensi in poche settimane.

Rubio è pure insidioso per Bush sul fronte dei finanziamenti, dove l’ex governatore è finora il più forte, e ha appena ottenuto il sostegno di Paul Singer, il principale donatore repubblicano.

Di Jeb, si sa più o meno tutto: 62 anni, sposato con Columbia, di origini messicane, il potenziale Bush III punta sul sostegno dell’apparato e sul voto dei ‘latinos’. Proprio come fa Rubio, che è di origini cubane: nato a Miami da genitori emigrati dall’isola, 44 anni - è il più giovane fra gli aspiranti alla nomination -, avvocato, sposato, quattro figli. Eletto deputato dello Stato, a 35 anni era presidente del Parlamento di Tallahassee. Nel 2010, puntò a divenire senatore e vinse in rimonta con largo margine, grazie anche all’appoggio di Jeb.

Il rapporto tra i due è ormai teso. Nell’ultimo dibattito, l’ex governatore l’ha chiamato in causa su più temi; il senatore ha replicato: “Non è attaccando me che vincerai. Non sono in gara contro di te o altri, qui. Io corro per la presidenza perché non possiamo eleggere Hillary per continuare le politiche di Obama”.

Rischio “scontrino-gate”
Per Rubio, però, il cammino non sarà in discesa. Intanto, si profila il rischio d’una sorta di ‘scontrino-gate’ della Florida: il senatore si appresta a pubblicare gli estratti conto della carta di credito affidatagli dal partito tra il febbraio 2005 e il novembre 2008, dopo che suoi rivali hanno ripetutamente puntato il dito su alcune spese sospette.

Rubio avrebbe usato l'American Express del partito repubblicano per spese personali: voli aerei, riunioni di famiglia, lavori in casa. Accuse che il senatore ha sempre respinto, affermando d’avere regolarmente rimborsato il partito.

Del resto, c’era da aspettarselo che Rubio finisse sotto la lente d’ingrandimento della stampa, man mano che le sue chances di ottenere la nomination repubblicana crescevano.

E c’è chi avverte che, contro di lui, potrebbero scattare pratiche di denigrazione personale rivelatesi efficaci in passato, come quando, nel 2004, George W. Bush, un imboscato del Vietnam, riuscì a mettere in cattiva luce il candidato democratico John Kerry, che in Vietnam ci era andato e vi era stato ferito. L’operazione ebbe talmente successo da divenire un sostantivo, lo ‘swiftboating’.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
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giovedì 29 ottobre 2015

Stati Uniti: emergono i candidati alla presidenza

Usa 2016
Democratici tutti con Hillary, repubblicani tutti contro Trump
Giampiero Gramaglia
27/10/2015
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A cento giorni dall’inizio delle primarie, con le assemblee dello Iowa il 1° febbraio, e a poco più d’un anno dall’Election Day, fissato per l’8 novembre, le campagne democratica e repubblicana vivono due momenti totalmente diversi.

Fra i democratici, Hillary Rodham Clinton ha straordinariamente rafforzato, nel giro di dieci giorni, il suo ruolo di favorita, al punto da figurare ora quasi come ‘candidata unica’. Fra i repubblicani, invece, il plotone degli aspiranti alla nomination resta nutrito - sono ben 15 - e molto sgranato nei sondaggi.

E comincia a delinearsi una mobilitazione di partito per frenare la corsa in testa del repubblicano Donald Trump: lo showman e magnate dell’immobiliare continua a inimicarsi fette dell’elettorato non indifferenti, come donne e ispanici, compiacendo qualunquisti e populisti (quelli che alle urne poi non ci vanno).

Democratici: la candidata c’è
La posizione di Hillary, che pareva vacillante, è stata successivamente rafforzata da tre fatti. Primo. la sua prestazione nel dibattito televisivo da cui è uscita vincitrice, anche grazie all’onestà intellettuale del suo principale rivale, il senatore del Vermont Bernie Sanders, un indipendente ‘socialista’, che ha smontato le polemiche contro l’ex first lady agitate dai repubblicani (“Basta con ‘sta storia delle email - ha detto -: parliamo di ciò che interessa gli americani, parliamo dei 27 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà”).

Secondo: la decisione del vice-presidente Joe Biden, forse pure influenzata dalla sua performance televisiva, di non scendere in lizza.

Terzo: la calma e convincente testimonianza resa per 11 ore davanti alla Commissione d’Inchiesta del Senato sui fatti dell’11 settembre 2011, quando lei era segretario di Stato. Quelli che costarono la vita all’ambasciatore Usa in Libia Christophere Stevens e ad altri cittadini americani.

Sia nel dibattito che di fronte alla Commissione d’Inchiesta, Hillary è parsa molto presidenziale, fugando alcuni dubbi sulla sua tenuta insinuatisi durante l’estate. In lizza con lei, oltre a Sanders, troppo a sinistra per essere candidabile, resta solo un comprimario, l’ex governatore del Maryland Thomas O’Malley.

Con una punta d’invidia, il politologo repubblicano Fergus Cullen constata: “In due settimane, Hillary s’è trasformata da incerta battistrada in candidata quasi sicura”, da ‘ferro vecchio’ usurata dalla politica e dalle polemiche a indomita combattente.

La situazione non è però senza rischi, per la Clinton e per i democratici: senza Biden in campo, Hillary dovrà continuare a logorarsi facendo la corsa in testa, unico bersaglio di tutti gli attacchi; e se lei ‘fora’, o inciampa in qualche scheletro nell’armadio o in quella nemica perfida che è l’antipatia che suscita in parte dell’elettorato, i democratici non hanno una ruota di scorta pronta.

Repubblicani: candidato cercasi
Diversa, se non opposta, la situazione fra i repubblicani: c’è una pletora di aspiranti alla nomination e, in testa alla corsa, ci sono i campioni dell’anti-politica che il partito giudica votati alla sconfitta nelle elezioni.

Intanto, al Congresso i deputati gettano benzina sul rogo del qualunquismo, non riuscendo a decidere chi debba essere il nuovo speaker, dopo le brusche dimissioni di John Boehner, esasperato dalle divisioni intestine e dagli attacchi degli iper-conservatori e del Tea Party.

Le difficoltà di Jeb Bush, non solo nei sondaggi, ma anche economiche, indeboliscono la convinzione che alla fine l’ex governatore della Florida, il candidato preferito dall’establishment, riesca a emergere come vincitore: gli ci vuole un colpo d’ala alla Clinton - il terzo dibattito televisivo gliene offre l’opportunità a breve.

Campagna anti-Trump
E così c’è chi si mobilita per organizzare almeno una campagna anti-Trump, nel tentativo d’evitare che i danni fatti da ‘pel di carota’ Danny diventino irreparabili.

Secondo The Club for Growth, influente gruppo conservatore basato a Washington, che ha speso un milione di dollari in annunci contro Trump, recenti sondaggi nello Iowa mostrano che la leadership dello showman s’indebolisce. E molti pensano che la sua ascesa sia in stallo, che la sua corsa si sia fermata. Anche qui, il dibattito sarà una cartina di tornasole.

Secondo Fred Malek, un donatore repubblicano citato dall’Associated press, “a questo punto non c’è una singola alternativa a Trump”: nessuno dei presunti tenori repubblicani, come i senatori Marco Rubio e Ted Cruz o il governatore Chris Christie, senza dimenticare Bush, va in doppia cifra nei sondaggi.

Ci vorrebbe il balzo in avanti di qualcuno, magari al prossimo dibattito. Perché, se no, l’avversario di Trump è Ben Carson, un ex neuro-chirurgo nero, iper-conservatore e senza esperienza politica, che nei sondaggi si attesta attorno al 20% e che è capace d’attirare fondi.

Un po’ come saltare dalla padella sulla brace.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
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mercoledì 14 ottobre 2015

Colombia: un accordo duraturo?

America Latina
Se Bogotà e le Farc fanno davvero la pace
Carlo Cauti
07/10/2015
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Da un lato un conflitto lungo 50 anni, con 220mila morti, 7,6 milioni di persone colpite direttamente o indirettamente dai combattimenti e una grande eredità di dolore, rabbia e violenza.

Dall'altro un’immagine del gesto per antonomasia contrario alla violenza: una stretta di mano. Quella avvenuta il 23 settembre a l’Havana tra il presidente colombiano, Juan Manuel Santos, e il comandante delle Farc, Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, Rodrigo Londoño Echeverri, nome di battaglia "Timochenko".

Un’immagine che suggella l’annuncio che in meno di sei mesi sarà raggiunto un accordo definitivo tra le due parti, permettendo alla Colombia di iniziare a pensare seriamente alla pace.

Non è la prima volta che il governo di Bogotà e le Farc dicono di aver raggiunto un accordo.

In tutte le occasioni precedenti gli impegni presi erano stati però sistematicamente violati da entrambe le parti. L’ultima stretta di mano era avvenuta nel febbraio del 2001, quando l’allora presidente colombiano, Andrés Pastrana, aveva incontrato il capo della guerriglia comunista, Manuel Marulanda, nel tentativo di portare avanti il dialogo di El Caguán.

Un compromesso che non aveva prodotto alcun risultato pratico, se non l’intensificarsi del conflitto e un irrigidimento del successivo governo colombiano, guidato da Álvaro Uribe, con Santos ministro della Difesa.

L’annuncio del 23 settembre rappresenta l’ultima tappa di un lungo percorso negoziale iniziato a Cuba nell’ottobre 2012.

Un’agenda basata su sei grandi punti: la riforma agraria, la partecipazione politica dei guerriglieri, la soluzione al problema della coltivazione, consumo e traffico di droga, la creazione di una “Commissione della Verità” a composizione mista, le modalità di deposizione delle armi, la realizzazione di un referendum sull’accordo di pace e alcune modifiche da apportare alla Costituzione colombiana.

Diversi punti hanno già trovato un accordo, gli altri dovranno essere discussi entro il marzo 2016.

Tempi chiari e accordo sulla punizione dei crimini di guerra
L’annuncio dell’accordo di pace è importante perché, per la prima volta, si pone un termine temporale preciso per il raggiungimento di un accordo di pace definitivo tra le Farc e il governo colombiano: il 23 marzo 2016.

In nessuno dei negoziati precedenti si era mai fissata una data ultima per il raggiungimento di un accordo finale. Se questa scadenza dovesse essere rispettata, si porrebbe definitivamente fine all’ultimo e più lungo conflitto non solo della Colombia, ma di tutto il continente americano.

In secondo luogo l’accordo è importante perché risolve uno dei punti più spinosi dell’intero negoziato di pace: la punizione dei crimini commessi da ambo le parti durante i cinque decenni di conflitto.

Sia i guerriglieri della Farc che i membri delle Forze armate colombiane, così come i civili che hanno preso le armi, saranno giudicati per i crimini eventualmente commessi. Una riduzione di pena sarà concessa a coloro che si impegneranno a deporre sul proprio ruolo all’interno del conflitto, che daranno informazioni utili alle autorità e che offriranno indennizzi alle vittime.

Si tratta di un passo storico per il processo di pacificazione nazionale colombiano, ma ha un risvolto non secondario anche a livello internazionale, rappresentando un importante precedente per la risoluzione di altri conflitti armati in tutto il mondo.

Cuba e Vaticano mediatori di pace
La foto che ritrae la stretta di mano tra Santos e Timochenko, con Raul Castro che unisce simbolicamente i due ha infine un innegabile impatto mediatico perché rafforza l’azione degli esponenti del governo e dei leader della guerriglia che vogliono il raggiungimento effettivo di una pace duratura, mettendo in luce anche la mediazione di Cuba.

E a mediare è stato anche il Vaticano. Seppur indirettamente, attraverso discorsi e omelie, papa Francesco è stato molto importante per il raggiungimento dell’accordo. A dimostrazione di ciò, i vertici vaticani erano stati informati con tre giorni di anticipo dell’annuncio dell’Havana.

Un futuro ancora incerto
La fine del conflitto e la stabilizzazione definitiva della Colombia potrebbero rappresentare un trampolino di lancio formidabile per una delle economie più dinamiche dell’America Latina.

Nell’ultimo decennio, pur dovendo far fronte alla guerriglia e al narcotraffico, il Paese ha vissuto un momento di forte crescita economica. Negli ultimi anni la classe media colombiana è raddoppiata, arrivando al 30% della popolazione e il tasso di povertà è stato ridotto dal 50% al 35%.

Il tutto accompagnato da un’inflazione sotto controllo, un elevato flusso di investimenti diretti esteri e un “business environment” che la Banca Mondiale colloca in 34° posizione (l’Italia è al 56° posto). La fine del conflitto potrebbe essere l’inizio di un periodo di grande prosperità economica per la Colombia.

Tuttavia, rimangono ancora importanti incognite. Innanzitutto se, a differenza del passato, all’annuncio seguiranno fatti concreti. Le sole Farc contano con oltre 8.500 guerriglieri, e non è da escludersi che non tutti siano favorevoli all’accordo.

Inoltre, il governo di Bogotà dovrà riuscire a spiegare ai cittadini colombiani i vantaggi di questo processo di riconciliazione con la guerriglia, affrontando lacerazioni sociali difficilmente sanabili.

Infine, rimane aperto il fronte con i paramilitari dell’Esercito di liberazione nazionale, che pur essendo in numero inferiore rispetto alle Farc - circa 4.000 uomini - non rientrano nei negoziati di pace e potrebbero approfittare del disarmo dei guerriglieri comunisti per occuparne le posizioni e i territori.

Carlo Cauti è un giornalista italiano di base a San Paolo del Brasile. Collabora regolarmente condiverse testate italiane e brasiliane.
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venerdì 9 ottobre 2015

Stati Uniti: le parole di Bergoglio

Vaticano
Blitz di Francesco nella politica Usa 
Aldo Maria Valli
29/09/2015
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Sbarcato negli Usa a circa quattrocento giorni dalle elezioni che porteranno alla Casa Bianca il successore di Barack Obama, papa Francesco ha toccato tutti i temi caldi al centro del dibattito statunitense: immigrazione, cambiamenti climatici, armi, pena di morte, Cuba, matrimoni gay, aborto. E a conti fatti si è schierato più dalla parte dei democratici che dei repubblicani.

Davanti al Congresso, a maggioranza repubblicana, il papa è stato tutto sommato sbrigativo su aborto e famiglia, mentre ha calcato molto di più la mano quando ha chiesto di abolire la pena di morte e ha tuonato contro il commercio e l’uso delle armi.

Inoltre, se a proposito di ingiustizie sociali, capitalismo, finanza e globalizzazione ha usato accenti più morbidi del solito, è stato invece esplicito a proposito di immigrazione, specie quando ha ricordato di essere “come molti tra di voi, figlio di immigrati” e quando ha chiesto di “considerare i migranti come persone, guardando i loro visi, ascoltando le loro storie, cercando di rispondere al meglio ai loro bisogni”.

Bergoglio in sintonia con i democratici 
Anche se è sempre fuori luogo giudicare gli interventi di un papa in base alla logica della contrapposizione politica, è indubbio che la sintonia tra Francesco e i democratici è risultata piuttosto marcata.

Le figure che Francesco ha scelto come esempi di autentica vita ispirata al sogno americano (Abraham Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day, Thomas Merton) appartengono al mondo democratico molto più che a quello repubblicano. E, parlando di loro, il papa non ha esitato a usare espressioni tipiche del vocabolario democratico come pace, dialogo, diritti, lotta per la giustizia, causa degli oppressi.

Il passaggio nel quale Francesco ha chiesto di guardarsi da ogni forma di fondamentalismo è stato applaudito da tutta l’assemblea, ma quando, subito dopo, ha esortato a non dividere il mondo in modo semplicistico tra giusti e peccatori è sembrato pensare a certi atteggiamenti di casa soprattutto nell’universo repubblicano. Idem per quanto riguarda la politica (che non deve essere al servizio dell’economia e della finanza), la lotta alla povertà, la difesa dell’ambiente.

Francesco, in ogni caso, comunica anche con i gesti e quindi sono state altamente significative le sue visite ai più deboli ed emarginati, ai poveri, ai senza casa, ai migranti, ai detenuti (dove ha ricordato con forza che scopo della pena deve sempre essere il reinserimento sociale, non una sorta di vendetta).

“Papa Francesco ci sta mostrando e insegnando che si può ottenere molto più di quel che pensiamo possibile. Sto cercando di seguire il suo esempio”, ha commentato pieno di entusiasmo il sindaco democratico di New York, Bill De Blasio, mentre da parte repubblicana (dove ci sono cinque candidati alla Casa Bianca dichiaratamente cattolici: Bush, Rubio, Christie, Kasich e Jindal) si possono registrare al più le lacrime dello speaker (anche lui cattolico) del Congresso, John Boehner, seguite dalle dimissioni in polemica con l’ala destra del suo partito.

I repubblicani prendono le distanze da Bergoglio 
Tra i repubblicani solo l’uomo nuovo del partito, il neurochirurgo afroamericano Benjamin Carson, non si è schierato apertamente contro il discorso di Francesco al Congresso, mentre Ted Cruz, rappresentante della destra cristiana, noto per i suoi frequenti riferimenti a Dio, ne ha preso le distanze.

In generale Francesco ha espresso la convinzione che un’alleanza tra pensiero cristiano e modernità è non solo possibile, ma necessaria. Anche in questo caso la sua linea si scontra con quella di buona parte dello schieramento repubblicano che punta piuttosto alla conservazione e al recupero di alcuni sacri principi.

Il soft power di Bergolio
Al di là delle contrapposizioni politiche, Francesco ha colpito buona parte dell’opinione pubblica statunitense con la sua autorevolezza fatta di semplicità è umiltà.

Il suo è un ‘soft power’, ha sostenuto David Ignatius sul Washington Post, che esercita un certo fascino su una società ormai abituata ai toni esasperati: “Questo papa è forte perché è umile. In un mondo complesso, il suo messaggio ha risonanza perché è semplice”. “Se tu hai un problema con papa Francesco vuol dire che hai un problema con Cristo” è arrivato a scrivere un non cristiano come il giornalista e scrittore Fareed Zakaria.

“Mi ha sorpreso il calore della gente”, ha detto Bergoglio conversando con i giornalisti durante il volo di rientro. Il papa si è detto colpito “dalla bontà, dall’accoglienza, dalla pietà, dalla religiosità”, e “si vedeva pregare la gente”.

A questa America il suo messaggio è sicuramente arrivato. E la condanna decisa, reiterata, accompagnata da scuse esplicite, per tutti i casi di abusi e pedofilia, permette alla Chiesa cattolica statunitense di rialzare legittimamente la testa.

Il che non è poco considerata la “grande tribolazione” (parole di Francesco) attraverso cui è passata negli ultimi anni.

Aldo Maria Valli è vaticanista di Rai1.
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mercoledì 23 settembre 2015

USA: il sacrificio di colore rosa

Guerra al terrorismo
Usa, il sangue delle donne soldato, 161 cadute
Stefano Latini
08/09/2015
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La guerra comporta, sempre, delle perdite. Il rituale statunitense, come del resto in altri Paesi, prevede la visita d’un ufficiale in alta uniforme, accompagnato da un sottoposto, che si reca presso la residenza del militare caduto per informare la famiglia della perdita con gli onori dovuti.

Generalmente le immagini di rito riproducono la moglie o i figli in lacrime. Questo rituale ha resistito a lungo, ma la realtà della guerra globale al terrorismo ingaggiata dagli Stati Uniti oramai da un quindicennio - ma il primo tassello si può fare coincidere con l’operazione Desert Storm, in Kuwait - racconta una storia diversa.

Sempre più spesso, infatti, ad aprire le porte agli ufficiali o a ricevere gli onori e i ringraziamenti di prassi non sono più le donne, le mogli, ma gli uomini, i mariti, i compagni d’un numero crescente di donne soldato impegnate sui diversi fronti della guerra al terrorismo internazionale, quasi 300mila.

I numeri delle donne in armi
I dati trasmessi recentemente dagli uffici della Difesa al Congresso hanno ridestato un tema che le emergenze, economiche e finanziarie, avevano retrocesso fin dentro la categoria del “fuori agenda”.

I numeri hanno rivelato che le donne soldato non solo sono attive e presenti in aree di combattimento, ad alto rischio, ma partecipano largamente ad operazioni dirette e mirate durante le quali il contatto con il nemico è non solo inevitabile, ma cercato.

E così i numeri raccolti ed elaborati per il Congresso dal Dipartimento della Difesa hanno esibito una lunga lista di nomi di donne cadute in combattimento nel corso delle operazioni condotte in Iraq e in Afghanistan.

Non si tratta di perdite dettate dal caso, ma di donne cadute in azioni aperte di combattimento, gestite dai vertici dei comandi. Ad andarsene sono state ben 161 donne in uniforme, e di queste 51 hanno perso la vita nel quadro delle operazioni Enduring Freedom, mentre 110 nel quadro di Iraqi Freedom. E non è tutto.

Le donne che hanno riportato gravi ferite in combattimento sono state 1.015. Dato quindi che ridisegna la cornice dell’impegno militare delle donne statunitensi sui teatri di guerra a più alto rischio e, allo stesso tempo, rivela come a discapito delle norme che fino al 2013 hanno comunque impedito del tutto l’impiego di personale femminile in zone di combattimento, escludendole dal poter accedere a determinate posizioni in specifiche unità d’intervento e quindi precludendo anche avanzamenti di carriera, la realtà ha invece finito per includere comunque le donne in episodi e aree di aperto conflitto sopravanzando le norme vigenti.

Alcuni organi di controllo hanno rilevato come all’apice dello scontro e della guerra al terrorismo internazionale fossero ben 14mila le donne di stanza in Iraq e in Afghanistan in possesso d’un Combat Action Badge che di fatto autorizza il militare ad essere impiegato in aree di combattimento, con un rischio elevato di scontro.

Dunque, a dispetto della legge le donne sono state ampiamente dispiegate in zone di guerra e non confinate presso le unità e i servizi logistici, medici o di coordinamento e di comunicazione.

Quando la realtà supera la legge
Il Congresso ha così appreso che le sue leggi non sono state rispettate alla lettera. Il perché è stato spiegato nei rapporti trasmessi dai responsabili dei diversi fronti. Gli interventi in Iraq e in Afghanistan, e più in generale la guerra al terrorismo globale, non ammettono più un limes di combattimento predefinito o comunque flessibile ma sempre identificabile geograficamente.

Al contrario, le zone ad alto conflitto mutano e si diversificano senza alcun preavviso, tanto da generare un confine frazionato e frammentato, osservando il quale diventa anche difficile comprendere e aver ben chiaro da dove proviene la minaccia e chi ne è il responsabile primario.

Dato questo nuovo scenario, confinare in via indefinita le donne che prestano il loro servizio entro applicativi e procedure militari schematiche e tradizionali avrebbe cozzato con le esigenze sul terreno derivanti dalla nuova realtà di guerra. Di qui il ricorso, comunque condizionato, all’attribuzione dei Combat Action Badge anche alle donne.

Le figure delle donne soldato
Se questo è lo scenario non stupisce che tra i militari che hanno ricevuto in questi anni alte decorazioni per la condotta tenuta in combattimento, due Silver Star Medal siano state assegnate a delle donne, mentre altre 160 abbiano comunque ricevuto encomi e medaglie varie, sempre per il comportamento tenuto in azione, cioè in combattimento.

Donne in armi quindi che i mutamenti reali, come già avvenuto durante le lotte per l’Indipendenza, nel corso della Seconda Guerra mondiale e ora, hanno spinto entro i confini militari tradizionalmente di competenza degli uomini.

Durante la guerra che nel 1776 affrancò le colonie dalla Gran Bretagna l’eroina donna fu Margaret Cochran Corbin, che l’anno successivo fu la prima donna a ricevere una pensione di guerra negli Stati Uniti. Poi fu la volta della guerra contro il nazi-fascismo che vide impegnate, anche questa volta in parte a discapito delle norme vigenti, ben 400mila donne in diversi corpi e unità sia militari che civili.

Ora la storia si ripete con la guerra al terrorismo internazionale che ha già visto mobilitate e impegnate su fronti disparati quasi 300mila donne soldato e che, a differenza di quanto accaduto in passato, ha riscritto alcune norme fondanti l’esercito degli Stati Uniti, dischiudendo alle donne anche la possibilità di poter essere assegnate ad unità di combattimento e dando così impulso alla carriera e ad una partecipazione sempre più crescente delle donne tra i quadri militari.

La loro percentuale oggi ha raggiunto il 15-16%del totale dei militari censiti. Anche tra gli ufficiali le percentuale di donne è la stessa, il 16% per l’esattezza.

Come muta la storia, Mikayla Bragg
Mikayla Bragg, arruolata e trasferita con la sua unità in Afghanistan aveva 21 anni. La sua vicenda riassume un mutamento forte della società americana. Le donne guardano all’esercito, nonostante i rischi che comporta: una soluzione di vita, un progetto, idee per uscire dalla palude delle cornici personali che ogni individuo porta con se. Mikayla Bragg fu colpita durante un assalto ad un posto di guardia che lei stessa pattugliava ai confini con il Pakistan.

La sua morte ha un rilievo simbolico per le ragioni che la condussero ad optare per l’esercito. La prima, necessità economiche generali. La seconda, il college cui ambiva richiedeva un forte impegno finanziario, denaro, liquidità che l’arruolarsi e partire per l’Afghanistan avrebbe potuto garantire, a rischio della vita.

Ecco, il punto è questo: dopo aver cambiato la normativa e aver aperto le porte dell’esercito alle donne, in cerca di una neutralità di genere in fatto di armi, ora in molti iniziano a interrogarsi sul limite accettabile delle ragioni che motivino una donna, o un uomo, ad imbracciare le armi. Difficile che il Congresso conosca la risposta.

Stefano Latini, Ufficio stampa, Agenzia delle Entrate.
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giovedì 17 settembre 2015

VERTICE SULLA SALVAGUARDIA DELLE FORESTE LATINOAMERICANE


Organizzato dal Servizio nazioale forestale e dalla fauna silvestre peruviana, con il patrocinio dell’Organizzazione dell’ONU per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) e dall’Organizazione del Trattato di Cooperazione Amazzonica (Otca) si è svolto nel mese di giugno un incontro a Tarapoto, Perù, per definire criteri e indicatori di sostenibilità per le foreste amazzoniche.
L?obiettivo è di contribuire ad un uso non distruttivo ma ecocompatibile delle risorse naturali boschive.
 Sono stati messi alo studio appositi indicatori per monitorare e valutare i progressi compiti al fine di favorire alcune concrete azioni da parte degli enti interessati, nonché delle comunità indigene. Tali strumenti aiuteranno a prevedere gli effetti degli interventi nelle aree boschive. In particolare dovranno monitorare l’estensione delle risorse forestali, le biodiversità. La salute e la vitalità dei boschi, le funzioni produttive dei boschi, i benefici socioeconomici ed i quadri legali, politi ed istituzionali.


A margine dell’incontro il Perù, primo paese latinoamericano ha annunciato il suo piano di azione per ridurre le emissione di gas nocivi contenente le azioni previste e determinate a livello nazionale, che presenterà al più presto alla Convenzione Quadro dell’Onu sul Cambio Climatico.

Massimo Coltrinari

sabato 5 settembre 2015

USA: la corsa alla Casa Bianca

Corsa alla nomination
Usa 2016: è l’estate di Trump, ma conta poco
Adriano Metz
26/08/2015
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Ha un’estate di vantaggio sui rivali, ma è l’estate sbagliata: questa serve solo a riempire i giornali, la prossima riempirà di voti le urne. Spendendo a dismisura e sparandole grosse, Donald Trump, magnate dell’edilizia e showman, balla l’agosto 2015 in testa ai sondaggi fra la pletora di candidati alla nomination repubblicana, anche se nessuno gli presta chances di ottenerla.

Lui ci sta dando dentro a fondo; gli altri misurano le forze, e i denari, perché la gara è lunga, di qui all’Election Day dell’8 novembre 2016: mancano 150 giorni all’inizio delle primarie. Una corsa così faticosa che rischi di finire in apnea. Ma Donald il rosso (per via dei suoi improbabili capelli) non se ne cura: a corto di soldi, lui non rischia di restare; e deve invece acquisire politicamente notorietà e credibilità.

La popolarità di Trump trae vantaggio dall’appannamento dei due favoriti per Usa 2016: Jeb Bush, repubblicano, rispettivamente figlio e fratello del 41° e 43° presidente degli Stati Uniti, e Hillary Rodham Clinton, democratica, già first lady, senatore dello Stato di New York e segretariodi Stato.

Jeb patisce la prestazione scolorita nel dibattito coi rivali repubblicani del 6 agosto, che gli ha fatto perdere punti. Hillary subisce un’erosione di popolarità per lo scandalo Emailgate – quand’era segretario di Stato, usava un account privato, anziché quello ufficiale.

Inoltre, essendo, di fatto, l’unico serio candidato democratico, gli attacchi dei repubblicani si concentrano tutti su di lei. Senza contare che l’ex first lady comincia a fare i conti con l’antipatia che buona parte dell’opinione pubblica degli Stati Uniti nutre per lei.

Al punto che l’ipotesi, sempre più probabile, di una discesa in campo del vice-presidente Joe Biden, un politico esperto e rispettato, ma non certo un trascinatore, viene letta in modi opposti. C’è chi vede in Biden una ruota di scorta democratica, su cui puntare se la Clinton non decolla e/o inciampa; e c’è chi lo considera, invece, una sorta di frangiflutti, che, attirando su di sé parte degli strali dei repubblicani, lascerebbe Hillary meno esposta alle critiche.

Il puzzle degli aspiranti alla nomination repubblicana alla Casa Bianca non perde per ora i pezzi, ma si sfilaccia, dopo il dibattito televisivo in prima serata su Fox News.

Il confronto a Cleveland nell’Ohio, uno degli Stati chiave per la Casa Bianca, è stato il primo di sei, con regole di selezione dei candidati ciascuno diverse: il prossimo andrà in onda sulla Cnn il 16 settembre da SimiValley, in California, dove c’è la biblioteca presidenziale di Ronald Reagan. Gli altri saranno il 28 ottobre sulla Cnbc e, poi, uno al mese a novembre, dicembre, gennaio, tutti prima dell’inizio delle primarie, il 1° febbraio nello Iowa e il 9 febbraio nel New Hampshire.

Sui rivali di partito, Trump fa pure valere il fattore soldi, senza peritarsi di aprire fronti di polemica a raffica, alcuni dei quali alla fine gli si ritorceranno contro: gli immigrati, le donne, gli avversari. Esprime posizioni controverse, come l’abolizione dello ‘ius soli’ e l’erezione di un muro al confine tra il Messico e il Texas; usa un linguaggio volutamente “scorretto”; insulta ‘latinos’ e giornaliste; colleziona gaffes: conquista elettori, ma molti se ne aliena.

Pare Gastone, di questi tempi: i contrattempi diventano colpi di fortuna. Una corte di New York l’aveva convocato come potenziale giurato: un fastidio per tutti, figuriamoci per lui, che, a marzo, aveva già avuto un’ammenda di 250 dollari per non avere risposto a cinque convocazioni dal 2006 - inviate all’indirizzo sbagliato, è la tesi difensiva.

Stavolta, Trump è andato e, davanti a una selva di telecamere, s’è detto pronto a fare il suo dovere di cittadino. Ne è uscito uno spot; e manco l’hanno preso.

Gli fanno pure gioco le ‘rivelazioni’, poco suffragate dai fatti, in verità, del Sunday Times, secondo cui Trump sarebbe stato tra i corteggiatori della principessa Diana: dopo il divorzio con Carlo, l’avrebbe ‘bombardata’ di mazzi di fiori da centinaia di sterline l’uno. Un portavoce del magnate, interpellato dal Sunday Times, ha detto che "i due si piacevano molto”, ma che “tra loro non c'è stato mai nulla".

Trump è pronto a spendere, se necessario, anche un miliardo di dollari della sua fortuna personale: lui, a differenza degli altri, non ha bisogno di finanziamenti e non è condizionabile dai lobbisti.

Ma c’è chi giudica apriori la spesa uno spreco, perché, tanto, non gli varrà la nomination. E l’esibizione della ricchezza può pure essere un handicap: l’imprenditore, che dispone di una flotta aerea, preferisce muoversi in auto nello Iowa, per non urtare la parsimonia degli abitanti.

Fra i suoi rivali, invece, c’è chi non ha più un dollaro in tasca o quasi: l’ex governatore del Texas Rick Perry non paga più lo staff della sua campagna, che continua a lavorare per lui per volontariato. Fino a quando?

Le possibilità che Trump possa diventare presidente e attuare il suo programma sono infime: ha contro l’establishment del partito e ha l’handicap di polarizzare l’opinione pubblica. Se un conservatore su quattro è con lui, tre su quattro non lo vogliono proprio. E, se dovesse presentarsi da indipendente, come ha già ipotizzato, non avrebbe la forza di vincere - ma condannerebbe alla sconfitta il candidato repubblicano.

L'elettorato qualunquista e anti-politica apprezza le dichiarazioni senza peli sulla lingua - ormai il suo marchio di fabbrica - di ‘Donald il rosso’, uscito dal dibattito di Cleveland sempre più in testa al gruppo, con quasi un quarto delle preferenze della platea repubblicana(23%).

Invece, il dibattito non ha giovato a Bush e neppure al governatore del Wisconsin Scotto Walker. Bene i senatori del Texas Ted Cruz e della Florida Marco Rubio, il neurochirurgo Ben Carson, l’unico nero, e la manager Carly Fiorina (ex ceo di Hp), l’unica donna.

Fra i democratici, Hillary Rodham Clinton continua a contare su oltre il 50% dei consensi, davanti al senatore indipendente Bernie Sanders (17%) e all'attuale vice-presidente JoeBiden (13%), che non è ancora sceso in lizza. In un ipotetico match con Trump, l'ex segretario di Stato è nettamente in vantaggio in tutti i rilevamenti, ma lo showman ha ridotto il distacco a meno di 10 punti.

Adriano Metz è giornalista freelance.


Usa 2016: nomination, in corsa 17 repubblicani e 3 democratici / SCHEDA
È ridotta all’osso la lista dei concorrenti alla nomination democratica per Usa 2016, finora solo tre, forse perché Hillary Rodham Clinton toglie ossigeno ai rivali. È numerosa come non mai, invece, quella dei repubblicani, 17, perché nessuno la fa da padrone nei pronostici.

Fra i repubblicani, hanno già ufficialmente annunciato la loro candidatura, quattro senatori e un ex senatore, quattro governatori e cinque ex governatori, una manager - Carly Fiorina, che è stata amministratore delegato della Hewlett/Packard ed è l’unica donna -, un famoso neuro-chirurgo - Ben Carson, iper-conservatore e l’unico di colore in corsa nei due schieramenti -, e l’eccentrico notissimo miliardario Donald Trump.

I senatori, tutti esordienti nella competizione, sono, in ordine di candidatura, Ted Cruz, del Texas, vicino al Tea Party; Rand Paul, del Kentucky, libertario; Marco Rubio, della Florida, cubano d’origine; e Lindsey Graham, della South Carolina, esperto di sicurezza e difesa. L’ex senatore è Rick Santorum della Pennsylvania, un reduce della corsa, cattolico integralista.

Gli ex governatori sono, sempre in ordine di candidatura, Mike Huckabee, Arkansas, il veterano per antonomasia delle primarie, che frequenta dal 2008, oggi ben piazzato nei sondaggi; George Pataki, Stato di New York, sceso in lizza in punta di piedi; Rick Perry, Texas, che ci riprova dopo il flop del 2012, ricordando d’avere guidato per tre mandati la 12° economia mondiale; Jeb Bush, Florida, figlio e fratello rispettivamente del 41° e 43° presidente degli Stati Uniti; e Jim Gilmore, Virginia, l’ultimo a scendere in lizza in assoluto.

I governatori, tutti esordienti, si sono tutti svegliati tra giugno e luglio: quello del New Jersey, Chris Christie, la cui popolarità s’è un po’ appannata, causa scandali e chiacchiere, è un ‘pezzo grosso’, non solo per la stazza, dello schieramento repubblicano meno conservatore; quello della Louisiana, Bobby Jindal, di origine indiana, la cui popolarità è alta solo nel suo Stato; quello del Wisconsin Scott Walker, uno che la ce la può fare; e quello dell'Ohio John Kasich, che nessuno attendeva.

A fronte di questa legione, i tre democratici: Hillary Rodham Clinton, ex first lady, ex senatore dello Stato di New York, ex segretario di Stato, candidata alla nomination nel 2008, quando fu battuta da Barack Obama, e gli outsiders Bernie Sanders, senatore del Vermont che si autodefinisce ‘socialista’ e l’ex governatore del Maryland Martin O’Malley. A loro starebbe per aggiungersi l’attuale vice-presidente Joe Biden, politico di lungo corso, a più riprese senatore del Delaware.
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