Master 1° Livello

MASTER DI I LIVELLO

POLITICA MILITARE COMPARATA DAL 1945 AD OGGI

Dottrina, Strategia, Armamenti

Obiettivi e sbocchi professionali

Approfondimenti specifici caratterizzanti le peculiari situazioni al fine di fornire un approccio interdisciplinare alle relazioni internazionali dal punto di vista della politica militare, sia nazionale che comparata. Integrazione e perfezionamento della propria preparazione sia generale che professionale dal punto di vista culturale, scientifico e tecnico per l’area di interesse.

Destinatari e Requisiti

Appartenenti alle Forze Armate, appartenenti alle Forze dell’Ordine, Insegnanti di Scuola Media Superiore, Funzionari Pubblici e del Ministero degli Esteri, Funzionari della Industria della Difesa, Soci e simpatizzanti dell’Istituto del Nastro Azzurro, dell’UNUCI, delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, Cultori della Materia (Strategia, Arte Militare, Armamenti), giovani analisti specializzandi comparto geostrategico, procurement ed industria della Difesa.

Durata e CFU

1500 – 60 CFU. Seminari facoltativi extra Master. Conferenze facoltative su materie di indirizzo. Visite facoltative a industrie della Difesa. Case Study. Elettronic Warfare (a cura di Eletronic Goup –Roma). Attività facoltativa post master

Durata e CFU

Il Master si svolgerà in modalità e-learnig con Piattaforma 24h/24h

Costi ed agevolazioni

Euro 1500 (suddivise in due rate); Euro 1100 per le seguenti categorie:

Laureati UNICUANO, Militari, Insegnanti, Funzionari Pubblici, Forze dell’Ordine

Soci dell’Istituto del Nastro Azzurro, Soci dell’UNUCI

Possibilità postmaster

Le tesi meritevoli saranno pubblicate sulla rivista “QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO”

Possibilità di collaborazione e ricerca presso il CESVAM.

Conferimento ai militari decorati dell’Emblema Araldico

Conferimento ai più meritevoli dell’Attestato di Benemerenza dell’Istituto del Nastro Azzurro

Possibilità di partecipazione, a convenzione, ai progetti del CESVAM

Accredito presso i principali Istituti ed Enti con cui il CESVAM collabora

Contatti

06 456 783 dal lunedi al venerdi 09,30 – 17,30 unicusano@master

Direttore del Master: Lunedi 10,00 -12,30 -- 14,30 -16

ISTITUTO DEL NASTROAZZURRO UNIVERSITA’ NICCOL0’ CUSANO

CESVAM – Centro Studi sul Valore Militare www.unicusano.it/master

www.cesvam.org - email:didattica.cesvam@istitutonastroazzurro.org

America

Traduzione

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America Centrale

America Centrale

Medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 su questo stesso blog seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo
adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità dello
Stato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento a questo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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mercoledì 31 agosto 2016

Brasile: il fallimento delle Olimpiadi

Brasile
Rio 2016, le ultime mega Olimpiadi
Carlo Cauti
16/08/2016
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A pochi giorni dalla fine dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro, la domanda che si pongono i brasiliani riguarda la futura destinazione delle infrastrutture create per l’occasione, soprattutto nel momento di grave crisi economica che il Brasile sta affrontando in questo periodo.

Checché ne abbiano detto la stampa brasiliana e quella internazionale fino alla vigilia della cerimonia di apertura, se tutto andrà come previsto (e l’inaugurazione è stata propizia in questo senso) i Giochi saranno molto probabilmente ricordati un successo di pubblico e di critica, eguagliando il risultato positivo della Coppa del Mondo del 2014 (prestazioni calcistiche della squadra di casa a parte).

Per quanto possa essere confusa la gestione del villaggio olimpico, i benefici della manifestazione sportiva per la città sono ben visibili. L'evento aiuta l'economia locale e lascia un'eredità importante ai cariocas. Anche le promesse non mantenute, come la pulizia della Baia di Guanabara, sono già state digerite dall’opinione pubblica e rinviate a data da destinarsi.

Il problema, tuttavia, rimane legato al post-Giochi, soprattutto per quanto riguarda la carenza di fondi e la scarsa capacità di gestione e manutenzione degli impianti sportivi costruiti per l’occasione.

Inoltre, secondo diversi specialisti, la costruzione di un villaggio olimpico ex novo è una strategia obsoleta. Probabilmente, Rio de Janeiro sarà l'ultima città in cui verrà realizzato un progetto di questo tipo: dalla prossima Olimpiade non si organizzeranno più Giochi in questo modo.

A Tokyo, nel 2020, saranno utilizzati impianti già esistenti, solo ristrutturati per l’occasione, concentrando gli investimenti in opere infrastrutturali come metropolitane, o in miglioramenti urbani che rimarranno a disposizione dei cittadini dopo la manifestazione sportiva. E lo stesso dovrebbe avvenire anche per le città che ospiteranno i Giochi in futuro. Nessun altro costruirà nuovi parchi olimpici.

La fine degli elefanti bianchi
È questo quanto previsto dall’“Agenda 2020”, un documento approvato nel 2014 dal Comitato olimpico internazionale (Cio) che intende porre fine ai cosiddetti “elefanti bianchi”, mega-infrastrutture costruite per i Giochi olimpici e condannate all’abbandono o al sottoutilizzo dopo la cerimonia di chiusura.

A Rio de Janeiro, ad esempio, la costruzione del velodromo è considerato uno dei casi di realizzazione di infrastrutture inutili per la città. Nella metropoli brasiliana - ma in generale in tutto il paese - il ciclismo è poco praticato e non desta particolare interesse nel pubblico: infatti, il sindaco di Rio Eduardo Paes è dovuto correre ai ripari annunciando che la struttura verrà smontata alla fine dei giochi e donata ad una città che ne faccia richiesta.

L'obiettivo del Cio è evitare che, a partire dalle prossime Olimpiadi, si verifichino eccessi di spesa per l’organizzazione delle gare nel paese ospitante. Una decisione che punta a scongiurare sprechi e a non appesantire i bilanci pubblici, ma anche ad arginare opportunità di corruzione.

Basti pensare che ancora oggi la Grecia non ha recuperato gli investimenti realizzati per i Giochi del 2004 e sconta le conseguenze di un indebitamento mal pianificato.

A Rio, invece, la costruzione del villaggio olimpico è stata realizzata con una mega-speculazione immobiliare dal gigante delle costruzioni Odebrecht, invischiato negli scandali di corruzione a tutti i livelli di governo e il cui amministratore delegato e principale azionista, Marcelo Odebrecht, è agli arresti da oltre un anno nell’ambito dell’operazione “Lava Jato”, la Mani Pulite brasiliana. Infine, non è un caso che lo Stato di Rio de Janeiro abbia dichiarato bancarotta poche settimane prima dell’apertura dei Giochi.

Nondimeno, per permettere che in futuro i Giochi si svolgano in paesi in via di sviluppo, dove le infrastrutture sono scarse, il Cio permetterà il raggruppamento di diverse città, ognuna dotata di diverse strutture sportive adeguate o dove sono necessari pochi adattamenti, evitando di concentrare tutti gli eventi in un unico luogo.

I paesi del Golfo Persico o quelli dell’America centrale e dei Caraibi si sono già interessati alla possibilità. Così facendo, le nazioni meno sviluppate non dovranno preoccuparsi di realizzare opere gigantesche. Fino ad oggi, i costi per la realizzazione di un’Olimpiade sono lievitati al punto da permettere solo alle città “ricche” di potersi candidare. A partire da questa edizione, saranno invece i Giochi a doversi adattare alle città-sede, e non le città ai Giochi.

Opportunità carioca
Questa strategia è stata già in parte applicata a Rio 2016. Per il maxi-evento, la città ha trasformato il suo volto. La zona portuale, fino a pochi anni fa squallida ed abbandonata, è stata riqualificata ed oggi è diventata il nuovo “salotto buono” della metropoli brasiliana, arrivando a rivaleggiare con la tradizionale Copacabana.

Nuove infrastrutture di trasporto sono state costruite per consentire l’accesso al parco olimpico, e sono stati lanciati programmi sociali destinati a restare anche dopo la fine delle Olimpiadi. La maggior parte delle opere sono state realizzate attraverso una partnership pubblico-privata, cercando di non appesantire troppo le casse pubbliche. Ma l’edizione è comunque costata oltre 40 miliardi di reais (oltre 10,5 miliardi di euro).

Rio 2016 potrà essere ricordato come un caso di successo, al pari delle Olimpiadi di Barcellona del 1992, oppure come un costoso fallimento, nel solco di Atene 2004. Non esiste una formula magica per assicurare un ritorno a lungo termine in tutti i settori legati ai grandi progetti sportivi. Il segreto è l'adattamento.

Pechino e Sydney, ad esempio, hanno subito un calo significativo del turismo dopo i Giochi, tanto che a Sydney diversi alberghi hanno chiuso dopo le Olimpiadi per mancanza di clienti. Nel caso di Barcellona, ci sono voluti dieci anni per recuperare il numero di turisti del periodo delle Olimpiadi, ma la città catalana è riuscita ad affermarsi come meta turistica mondiale, diventando una metropoli “alla moda”. Ed è a questo esempio che si ispira Rio.

Carlo Cauti è un giornalista italiano di base a São Paulo del Brasile.
 

venerdì 26 agosto 2016

USA: inizia la volata finale

Usa2016
Hillary vs Donald, una volata lunga cento giorni
Giampiero Gramaglia
30/07/2016
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Le due convention sono ormai storia, anzi cronaca scaduta: di qui all’Election Day, l’8 novembre, restano cento giorni esatti. Agosto se ne andrà sotto traccia, con i candidati a caccia di finanziatori più che di elettori.

Poi, dal Labour Day, il Primo Maggio Usa, quest’anno il 5 settembre, si entrerà negli ultimi due mesi decisivi di questa campagna maratona, che, per i due protagonisti, Hillary Rodham Clinton e Donald Trump, sarà durata, a conti fatti, quasi 18 mesi.

Gli appuntamenti di Cleveland - i repubblicani, dal 18 al 21 luglio - e di Filadelfia - i democratici, dal 25 al 28 luglio - e i discorsi finali sono stati specchio fedele dei due partiti e dei due candidati. Hillary non dice una parola fuori posto, ma non scalda i cuori; simula un’empatia, che non prova, con il suo pubblico; e dissimula, senza magari mentire in modo esplicito.

Trump è un fiume in piena che le spara grosse a ogni capoverso e che nasconde dietro la contestazione del politically correct e, quindi, dietro il paravento della franchezza, la banalità delle idee e la genericità delle affermazioni, quando non sono pure e semplici balle.

I sondaggi ci diranno se l’effetto convention ha rilanciato la Clinton in testa alla corsa, dopo che Trump aveva goduto dello slancio della kermesse repubblicana. Ma Filadelfia ha mediaticamente avuto meno impatto di Cleveland, dove si temevano incidenti che non ci sono sostanzialmente stati.

Un discorso senza errori e senza acuti
Quello di accettazione della nomination di Hillary è stato un discorso senza errori, ma senza acuti. C’è quasi da dare ragione a Trump, che chiosa: "Una collezione di cliché e di retorica riciclata". L’ex first lady chiude la convention democratica, impegnandosi ad agire, se sarà eletta, per unire l’America e non per dividerla, come - è esplicito - fa il suo rivale. E parla di sicurezza, armi, terrorismo, razzismo, diritti civili; tranquillizza gli alleati sul rispetto degli impegni.

Introdotta sul palco del Wells Fargo Center, dopo un’esibizione di Kate Perry, dalla figlia Chelsea, che l’ha presentata come “una lottatrice che non s’arrende”, la Clinton sforna frasi fatte, come “Siamo alla resa dei conti" e "Siamo più forti se uniti". L’ex first lady, mamma e nonna, era vestita di bianco, Chelsea di rosso: lo sfondo blu completava i colori della bandiera americana, ripetuti dalle migliaia di palloncini piovuti sul palco nel tripudio finale.

Se Trump è corrosivo, il presidente Barack Obama, che mercoledì sera aveva dato il suo appoggio all’ex first lady, presentandola come suo successore, commenta: "Grande discorso. È esperta. È pronta. Non si arrende mai. Ecco perché Hillary deve essere il nostro prossimo presidente".

Dalla fiera di paese al grande cinema
Il copione delle convention è sostanzialmente identico, per i repubblicani e per i democratici: sussulti di contestazione all’inizio, perché questa è una democrazia; il voto che zittisce - o almeno acquieta - le polemiche; il crescendo degli interventi - quello dei democratici è incomparabile, Michelle, Bill, Barack, Hillary.

Ci sono sfumature di differenze: i repubblicani hanno un contesto più da kermesse, un po’ scaciato, noi diremmo coatto; i democratici sono perfettini, ingessati, pure nella rabbia, o nell’entusiasmo.

Così, mentre a Cleveland i repubblicani avevano organizzato una fiera di paese, al Wells Fargo Center di Filadelfia è stato grande cinema: tutti da Oscar: gli attori protagonisti, mogli e mariti, presidenti e aspiranti, ciascuno recita la sua parte da consumato professionista.

I meno bravi sono stati i vice. Mike Pence, il repubblicano, e Tim Kaine, il democratico, non valgono i loro boss e si vede: non hanno carisma e non fanno il peso, l’uno troppo rozzo, l’altro troppo prete. Chiunque eleggano, gli americani passeranno i quattro anni del prossimo mandato incrociando le dita che il titolare non debba essere sostituito in corsa.

Alle convention, e non solo, tutto è finto, ma tutto pare terribilmente vero; e tutti ci credono, o fingono di farlo: l’unità repubblicana dietro Trump; la complicità tra Obama e Hillary che giusto otto anni or sono stavano a sbranarsi; persino la ‘love story’ di Bill e l’incontro “con una ragazza” - lui che ne ha sicuramente incontrato decine, anche se ne ha sposato una sola.

Il lato debole e il soffitto di cristallo
Il discorso di Bill è troppo mieloso: questo è il lato debole del copione del kolossal democratico. La condiscendenza, in nome del potere, presente e futuro, di Hillary moglie tradita nei confronti di Bill marito fedifrago, ma governatore o presidente, aliena molte simpatie specie femminili alla candidata democratica. Anche se la letteratura è fitta e variegata, su come Hillary reagì al Sexgate, i giochini erotici del marito nello Studio Ovale con la stagista Monica Lewinski: solidale in pubblico, furibonda in privato fino a scagliargli contro un libro, secondo i racconti di biografi ‘gossippari’.

Filadelfia celebra, tuttavia, lo storico evento della prima donna candidata alla Casa Bianca da uno dei due maggiori partiti statunitensi: in un video di neppure due minuti, la Clinton rompe non solo metaforicamente il 'tetto di cristallo', come viene metaforicamente chiamata la barriera invisibile che ostacola da sempre l’ascesa delle donne al vertice.

Nel montaggio sfilano i 44 uomini che l'hanno preceduta alla Casa Bianca: una carrellata di volti che alla fine compongono un tetto di vetro vero e proprio. E, in un crescendo, il volto di Hillary viene in primo piano tra i vetri infranti: vestita con un fiammante abito rosso, circondata da donne. Folgorante anche la chiusa del video, indirizzata alle bambine "forse all'ascolto": "Può essere che io diventi la prossima presidente degli Stati Uniti. Ma una di voi sarà sicuramente la successiva".

Il passaggio di testimone
In questo clima, la convention ha assistito, mercoledì sera, a un passaggio del testimone simbolico tra il presidente Obama e la Clinton: fra i due, sul palco, un abbraccio quasi intenso, romantico. “Sono orgoglioso di te”, dice lui. L’unità del partito dietro la sua candidata è suggellata dalla lealtà di Sanders, che placa la rivolta degli irriducibili ‘sanderistas’, dalla sfilata di ispanici, neri, donne, personaggi dello showbiz, dall’endorsement del magnate dell’editoria ed ex sindaco di New York Mike Bloomberg.

Tutti sono con Hillary, che “è la scelta giusta”. E tutti sono contro Trump, che “è un demagogo” e “un incompetente”, ma che “è pericoloso”. Come a Cleveland, anche a Filadelfia l’unità è più forte contro che per.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
 
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lunedì 22 agosto 2016

Brasile; di crisi in crisi

Rio 2016
Il Brasile ha già il record delle crisi
Ilaria Masiero
30/07/2016
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Quando Rio de Janeiro fu scelta come sede delle Olimpiadi, una folla festante riempì la spiaggia di Copacabana e l’allora presidente Luiz Inácio Lula Da Silva, Lula, commosso, consacrò il risultato dicendo: “è arrivato il nostro momento!”.

A far pendere l’ago della bilancia in favore del Brasile furono l’esuberanza economica, la stabilità politica, il grande appoggio popolare all’iniziativa, e il fatto che nessuno stato sudamericano avesse mai ospitato i Giochi. A quasi sette anni da quel giorno, solo l’ultima di queste condizioni resta valida.

Crisi economica a più livelli
Fino a poco tempo fa, il Brasile viveva un ciclo economico positivo, alimentato dalla forte domanda globale per le risorse naturali e agricole di cui il paese è ricco, e culminato nel 2010, quando il Pil aumentò del 7,5% - e tutti pensavano che il gigante si fosse svegliato una volta per tutte.

Negli anni successivi, tuttavia, lo scenario è mutato radicalmente. Una serie complessa di fattori tra cui spiccano il crollo del prezzo del petrolio e la gestione imprudente dei conti pubblici da parte dell’erede di Lula, Dilma Rousseff, hanno sprofondato il paese nella sua peggiore crisi dagli anni Trenta.

A fronte di questo cambio di scena, le spese per l’organizzazione dei Giochi (circa 11 miliardi di Euro, di cui il 40% di provenienza pubblica), anziché consacrare una nuova potenza globale, infieriscono ulteriormente su una economia già a terra.

La considerazione che una parte dei costi sono in capo alle amministrazioni cittadina e statale di Rio de Janeiro - e non alla repubblica federale - non serve da rassicurazione. Anzi.

Sebbene le casse della Città Meravigliosa sembrino trovarsi in uno stato ragionevole, lo stesso non può dirsi delle finanze dello stato di Rio.

In giugno, il governatore ha dichiarato lo stato di calamità pubblica. Questa misura, normalmente riservata ai casi di catastrofi naturali, è stata adottata in ragione della crisi finanziaria dello stato che - secondo il governatore - poteva pregiudicare il mantenimento degli impegni presi in vista dei Giochi.

Lo stato di calamità ha permesso al governo federale di dare un aiutino allo stato di Rio, che probabilmente basterà per “mettere una pezza” sulla questione Olimpiadi. Quello che accadrà dopo è un altro paio di maniche.

Crisi politica a tutto campo
Poco dopo essersi aggiudicato l’assegnazione delle Olimpiadi, Lula ha terminato il suo secondo mandato consecutivo con un indice di approvazione stellare, prossimo all’80%. Tutt’altro clima si respira a pochi giorni dall’inizio dei Giochi.

Di fatto, è possibile che il calendario di eventi delle Olimpiadi 2016 includa, come extra, l’impeachment della presidente Dilma Rousseff.

Accusata di aver truccato il bilancio dello Stato, l’erede designata di Lula è stata sospesa dall’incarico a maggio, in attesa del verdetto finale da parte del Senato federale - verdetto che potrebbe arrivare proprio durante le Olimpiadi.

Da parte sua, il presidente ad interim, Michel Temer, vice ed ex-alleato della Rousseff, non è finora riuscito a costruirsi una base di appoggio consistente. Infatti, da un lato ha catalizzato l’ostilità delle forze di sinistra pro-Rousseff, dall’altro si sta progressivamente alienando le simpatie dei gruppi liberali, delusi dalle troppo timide misure di austerità.

E la crisi non si ferma qui. Una buona fetta della classe politica (e imprenditoriale) brasiliana si trova coinvolta, più o meno direttamente, nell’inchiesta Lava Jato, il maggiore scandalo di corruzione e riciclaggio di denaro nella storia del paese.

Non c’è da stupirsi, dunque, che il clima non sia dei più sereni - sebbene qualsiasi prospettiva di rottura dell’ordine democratico appaia alquanto improbabile.

Olimpiadi per chi?
Tutti i giorni i brasiliani si confrontano con una economia in crisi. Tutti i giorni, si sentono dire che una buona parte della classe dirigente che per anni ha gestito i soldi pubblici avrebbe, in sostanza, rubato, e che forse ci sarà bisogno di aumentare le imposte per risanare i conti.

Tra l’altro, la gente ha fresco nella memoria il ricordo della Coppa del Mondo 2014, che a sua volta costò ai contribuenti circa 8 miliardi di euro e si lasciò alle spalle una scia di stadi che non riescono a pagare i propri costi e di opere pubbliche inconcluse.

In questa cornice, l’idea di spendere per l’organizzazione dei Giochi (le cui opere peraltro sono affidate a 5 imprese, tutte indagate nell’inchiesta Lava Jato) è come un pugno nello stomaco, e la gente scende in strada domandando: “Olimpiadi per chi?”.

A pochi giorni dall’apertura dei Giochi, secondo una ricerca dell’istituto Datafolha, il 50% dei brasiliani sono contrari alla realizzazione dell’evento - tre anni fa erano solo il 25% -, e poco meno di due terzi pensa che le porterà più perdite che benefici.

Come spesso succede nelle telenovele brasiliane, è probabile che, nonostante tutte le condizioni avverse, le Olimpiadi siano un successo. Il problema sarà il ritorno alla vita reale.

Ilaria Masiero è laureata in Discipline Economiche e Sociali e dottoranda in Economia presso la Fundação Getulio Vargas di San Paolo.

lunedì 1 agosto 2016

Brasile. Le olimpiadi

Sicurezza e minaccia terroristica
Olimpiadi di Rio, tra rischi e scenari
Diego Bolchini
25/07/2016
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Lo spettro di nuovi attentati terroristici firmati dall’autoproclamatosi “stato islamico”- già richiamato dall’Europol in relazione agli europei di calcio svoltisi gli scorsi mesi di giugno e luglio in Francia – potrebbe tornare ad aleggiare in occasione delle ormai prossime Olimpiadi di Rio de Janeiro.

I numeri che ruotano attorno all’evento sono oggettivamente rilevanti: sono attese circa 300 mila persone tra turisti, spettatori e team di atleti internazionali, controbilanciate da un contestuale dispiegamento di circa 80.000 agenti di polizia, forze armate ed operatori di sicurezza.

Una ipotesi di rischio attentati è data come possibile da diversi osservatori, ma non ovviamente sostanziabile quanto a eventuali target e modalità di azione su suolo brasiliano. I margini di imprevedibilità sono elevatissimi, come gli eventi di Dacca del 1̊ luglio e di Nizza del 14 luglio e di Monaco del 22 luglio hanno tristemente dimostrato.

I fattori di rischio sociale per la propaganda di Isis
Alcuni fattori di rischio precursori e facilitanti sono stati individuati dall’Abin (Agencia Brasileira de Inteligencia), ovvero il servizio intelligence federale brasiliano e veicolati ai media.

In un contesto socio-economico fortemente degradato rispetto a 10 anni fa (con un Pil contrattosi del 7% negli ultimi due anni), richiami radicalizzanti nel Paese verde-oro potrebbero attecchire più facilmente in individui appartenenti alle fasce sociali più indigenti, facendosi strada in aree a devianza criminale endogena (favelas, criminalità comune, narcotraffico, tifoseria violenta). Il timore è quello di una islamizzazione di micro-contesti, catalizzando i disagi e gli squilibri sociali.

Sotto questa prospettiva, gli arresti operati dalla polizia federale brasiliana nel mese di luglio nei confronti di una sedicente cellula jihadista brasiliana avrebbero evidenziato l’esistenza di una retorica jihadista già annidata in alcuni circuiti web locali.

Non va inoltre dimenticata l’esistenza di diversi milioni di brasiliani di ascendenza araba, principalmente di origine libanese e siriana (ed in quota minoritaria maghrebina, egiziana, giordana ed irachena). Giunti nel Paese sin dalla metà dell’Ottocento, sono oggi per la gran parte di cittadini di terza o quarta generazione, generalmente ben integrati, dei quali solo poche migliaia arabo-parlanti e di fede musulmana.

Elementi di mitigazione del rischio
Di contro, c’è da dire che il Brasile non è certo un Paese politicamente esposto o inviso di per sé agli occhi dell’estremismo jihadista. Nel 2014 l’ex ministro degli Esteri brasiliano, Luiz Alberto Figueiredo, aveva addirittura ribadito la contrarietà brasiliana all’effettuazione di raid aerei contro lo “stato islamico” in assenza di una legittimazione forte dell’Onu.

La distanza geografica dai centri di interesse del “Califfato” è inoltre notevole e storicamente il Brasile non ha subito episodi di terrorismo di matrice jihadista.

Altro elemento di mitigazione del rischio su cui riflettere è che in Brasile, a differenza dell’Europa e delle sue periferie urbane, la gran parte degli arabo-brasiliani è di religione cattolica e, soprattutto, parte attiva della vita economica locale. Ciò in virtù nei processi integrativi di lungo corso esercitati nel tempo sulle diaspore libanesi e siriane in Brasile, oggi per lo più dinamici rappresentanti dell’imprenditoria e del mondo degli affari locali.

Vi è infine da osservare come la cultura di vita brasiliana - intesa come liberalità di agire e di costumi - sia per molti versi incompatibile con i precetti oscurantisti dell’islamismo più radicale.

Tra opportunità mediatiche e modelli di minaccia
I terroristi cercano di massimizzare il danno prodotto, secondo differenti metriche del danno e della perdita: numero di vittime, distruzione materiale, economica o simbolica. Secondo un principio di visibilità mediatica, le Olimpiadi di Rio potrebbe essere un target di opportunità sostanzioso, caratterizzando la città carioca in senso narrativo-manipolativo come “lasciva e corruttrice”.

Nella selezione degli obiettivi da colpire, inoltre, quasi sempre le grandi città metropolitane - come Bali (2002), Casablanca (2003), Madrid (2004), Londra (2005), Mumbai (2008), Boston (2013), Parigi (2015), Ankara (2016), Bruxelles (2016) o Dacca (2016) per citare casi di eventi associati al jihadismo islamico - sono state ritenute dai terroristi appetibili nelle Nazioni -bersaglio individuate.

Detto quanto sopra dei luoghi e dei possibili scenari rappresentativi per lo “stato islamico”, un’analisi strutturale dei network terroristici porta a enunciare il seguente principio generale: maggiore è il numero di componenti della cellula, maggiore è la probabilità che la stessa venga intercettata dalle forze di sicurezza.

Nel caso di una radicalizzazione improvvisa o di una azione condotta su base isolata, come potrebbe essere il caso di un ipotetico lupo solitario brasiliano, appare molto più difficile un’opera di prevenzione e monitoraggio.

In definitiva, un attentato terroristico appartiene ad una classe di eventi del tutto peculiare, basata certo su singole, caotiche e talvolta contraddittorie volontà umane, ma possibilmente da inquadrare anche all’interno di principi tendenzialmente lineari.In questo contesto, massima attenzione andrà esercitata dagli apparati di sicurezza affinché i colori del carnevale olimpico restino immacolati, preservando i valori ecumenici sottesi all’evento a cinque cerchi.

Diego Bolchini è analista di relazioni identitarie, autore di contributi per diverse riviste specializzate nei settori afferenti geopolitica, sicurezza e difesa.

giovedì 28 luglio 2016

USA. Elezioni versante repubblicano

Usa 2016
Trump: repubblicani uniti solo contro Hillary
Giampiero Gramaglia
22/07/2016
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“Un discorso cupo e terribile: spaventoso”: non è il giudizio di un polemista ‘liberal’ sull’intervento con cui Donald Trump ha chiuso la convention repubblicana a Cleveland, accettando la nomination e offrendosi come “la vostra voce” a chi, negli Stati Uniti, “è ignorato o dimenticato”.

“Spaventoso” è la prima reazione filtrata dal clan Bush, assente alla convention: viene da Mary Cary, che scriveva i discorsi di papà George, presidente dal 1989 al 1993, e che oggi è autorevole opinionista.

Gianfranco Uber, www.gianfrancouber.eu, http://www.cartoonmovement.com

Trump si presenta come il candidato di ‘Law and Order’, s’impegna a sospendere immediatamente l’immigrazione negli Stati Uniti da tutti i Paesi coinvolti nel terrorismo e a costruire un muro al confine con il Messico, afferma che “l’americanismo e non il globalismo è il nostro credo” e mette in dubbio la solidarietà atlantica. Tutto condito con il superamento del “politicamente corretto”: “Non possiamo più permettercelo”.

La platea di Cleveland accoglie con un’ovazione, tutti in piedi, l’accettazione della nomination. Hillary Clinton, la candidata democratica, gli ribatte: “Non sei la nostra voce” e, soprattutto, “costruiremo un muro tra te e la presidenza”.

Il circo della convention 
La convention repubblicana s’è svolta a Cleveland, dal 18 al 21 luglio. Quella democratica si riunirà a Filadelfia, dal 25 al 28 luglio.Sotto il tendone di ‘Barnum’ Trump, alla 'Quicken Loans Arena', c’era di tutto: ultra-conservatori Tea-Party e fondamentalisti cristiani, anti-gay e anti-abortisti, suprematisti e adepti del Ku Klux Klan, creazionisti e negazionisti, e pure sceriffi, guru, astronauti, dipendenti delle aziende del magnate e tutta la famiglia fino all’ultima figlia.

E fuori, a protestare, c’erano giovani, donne, ambientalisti, ispanici, neri di ‘Black livesmatter’, e pure delle rinate Pantere Nere.

Fin da prima che Trump invadesse la politica americana, le convention erano dei circhi: kermesse strapaesane, con delegati che non se ne perdono una e altri che arrivavano con lo spirito con cui i musulmani vanno alla Mecca, il viaggio della vita, una testimonianza di fede politica.

Mancavano solo i repubblicani moderati, almeno molti di essi: sono rimasti a casa, Mitt Romney, John McCain, tutta la famiglia Bush. Persino il governatore dell’Ohio John Kasich non s’è fatto vedere. E Marco Rubio ha mandato solo un video-clip. Sarah Palin, che non è certo una moderata, non c’era perché “l’Alaska è troppo lontana da Cleveland”. Ted Cruz, ultra-conservatore evangelico, ha consumato sul palco il suo strappo “Caro Donald, non ti voto”.

Fra gli ospiti stranieri, notati l’euro-scettico Nigel Farage - Trump è un fautore della Brexit - e l’olandese xenofobo e anti-Islam Geert Wilders. Non c’era Matteo Salvini: lo showman ha già dimostrato di non rimarcarne né la presenza né l’assenza.

Le estati violente, 1968/2016
In questa violenta estate americana, che assomiglia sempre più a quella tragica del 1968, quando vennero ammazzati Martin Luther King e Robert Kennedy a la convention democratica a Chicago fu teatro di ripetuti scontri, le uccisioni di neri da parte di poliziotti bianchi e le stragi di agenti compiute da reduci neri avevano gettato è benzina sul fuoco dell’appuntamento di Cleveland.

E Trump l’incendiario aveva addebitato quelle morti "alla mancanza di leadership” e “alla debolezza” del presidente Obama.

Le misure di sicurezza per prevenire incidenti erano altissime, specie dopo l'annuncio che le nuove Pantere Nere avrebbero manifestato armate fuori dall’Arena: il II emendamento della Costituzione (approvato il 5 dicembre 1791) e la legge dell'Ohio (che consente di girare in pubblico con armi a vista e cariche, come in Texas) lo rendono possibile. E il governatore Kasich aveva respinto l’istanza dei sindacati dei poliziotti di sospendere la norma per alcuni giorni.

A conti fatti, ci sono state manifestazioni pro e anti-Trump, tafferugli, arresti e contusi: il bilancio, dal punto di vista dell’ordine pubblico, non è stato drammatico come si temeva.

Tra nomination e discorsi, il filo dell’unità anti-Hillary
Con 1725 voti - ne bastavano 1237 -, la convention ha ufficializzato la designazione di Trump candidato repubblicano alla Casa Bianca: dopo 16 mesi di campagna elettorale e decine di primarie, il magnate ha sbaragliato 16 concorrenti, superato l'ostracismo dell'establishment del partito e formalmente conquistato la nomination. La ‘rivolta degli irriducibili’, che promettevano ostruzionismo, s’infrange al primo voto procedurale.

Articolata su quattro temi, uno al giorno, ‘legge e ordine’, l’economia e il lavoro, il primato dell’America nel Mondo e l’unità dell’America, la convention doveva suggellare l’unità ritrovata del partito repubblicano, con l’avallo dei due leader parlamentari Paul Ryan e Mitch McConnell allo showman.

Proprio Ryan, speaker della Camera e presidente della Convention, massimo esponente politico repubblicano e non esattamente un ammiratore di Trump, ha dovuto annunciare la nomination, ufficializzando il ticket con il governatore dell'Indiana Mike Pence.

Ryan, che non ha mai formalmente ‘endorsed’ Trump, ha esortato all’unità del partito, spronandolo a "competere in ogni parte d'America per ogni singolo voto": "Solo con Trump e Pence - ha detto - abbiamo la chance di qualcosa di meglio" di Obama; ed ha preso di mira Hillary Clinton.

L'elemento unificante della convention repubblicana è stata proprio l'incessante giaculatoria contro l'ex first lady, cui ha pure partecipato Pence: l’ha definita, con un gioco di parole, “il segretario dello status quo”, che non può essere comandante in capo dopo l’attentato di Bengasi in Libia. L’8 Novembre la scelta "è tra il cambiamento e lo status quo": con Trump presidente, “il cambiamento sarà enorme".

Per la stragrande maggioranza degli elettori americani, il discorso è stata l’occasione per conoscere il governatore dell’Indiana, ultra-conservatore e Tea Party, anti-gay e pro-armi.

Pence s’è presentato così: "Sono un cristiano, un conservatore e un repubblicano, in quest'ordine". E ha scherzato: "Non avrei mai immaginato di trovarmi qui ... Trump è noto per la forte personalità e per il carisma: credo cercasse un po' di equilibrio nel ticket". Una platea di bocca buona intonava "Ci piace Mike".

Gaffes, plagi e plotoni d’esecuzione
Non tutto è però filato liscio nella convention orchestrata come una festa di famiglia di casa Trump. Il discorso di Melania, la moglie, una modella slovena tutta di bianco vestita, ha suscitato vivaci critiche: alcuni passaggi erano copiati dal discorso tenuto da Michelle Obama alla convention di Detroit nel 2008. Donald fa spallucce: “Tutta pubblicità”.

Ma Meredith McIver, autrice del testo, ammette la colpa e offre le dimissioni, però respinte. Negli Usa, il plagio è colpa grave, dalle scuole alla politica, può lasciare il segno.

Lo showman s’è invece dissociato da un suo consigliere, Al Baldasaro, che vorrebbe Hillary “portata davanti a un plotone d’esecuzione e fucilata per alto tradimento".

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.

giovedì 14 luglio 2016

Nato ed Europei

Vertice di Varsavia
La Nato tra Mosca, Mediterraneo e Bruxelles
Alessandro Marrone
10/07/2016
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Deterrenza più robusta e dialogo aperto nei confronti della Russia, piccoli passi nel proiettare stabilità nel Mediterraneo, nuovo slancio per la cooperazione Nato-Ue: questi i principali risultati del vertice di Varsavia conclusosi ieri.

Le conclusioni adottate dai capi di stato e di governo mettono politicamente sullo stesso piano il fianco est ed il fianco sud della Nato, prospettando un approccio a 360 gradi verso l'arco di instabilità che circonda l'alleanza, e danno ampio spazio non solo alla Russia ma anche a terrorismo e crisi in Medio Oriente e Nord Africa.

Deterrenza e dialogo verso Mosca
La Polonia voleva tenere il vertice nello stesso edificio e nella stessa sala in cui nel 1955 fu firmato il Patto di Varsavia, per sancire anche simbolicamente la sua attuale posizione nella Nato, ma gli alleati dell'Europa occidentale sono riusciti ad evitare questo schiaffo politico a Mosca.

Un piccolo aneddoto che testimonia uno dei nodi principali affrontati dal vertice: l'equilibrio tra chi ha spinto per il rafforzamento delle capacità di deterrenza e difesa, Polonia e Paesi Baltici in primis - ma non solo - e chi a ovest di Vienna ha voluto evitare che ciò fosse slegato da un dialogo strategico con la Russia per de-escalare la crisi nei rapporti reciproci.

La decisione di dispiegare quattro battaglioni multinazionali - più i relativi assetti abilitanti - da Tallin a Varsavia passando per Riga e Vilnius, guidati da Canada, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti, soddisfa le richieste del primo campo.

Similmente, il rafforzamento del comando Nato in Romania e degli assetti alleati in Turchia irrobustisce la capacità di deterrenza e difesa nella regione del Mar Nero, dove l'annessione illegittima della Crimea ha cambiato l'equilibrio militare a favore russo.

Viceversa, il fatto che questi battaglioni siano posizionati a rotazione e non in modo permanente, ed il chiaro obiettivo di un dialogo “periodico e significativo” con Mosca - con la seconda riunione del Consiglio Nato-Russia in pochi mesi programmata per il 13 luglio - contribuiscono a bilanciare la necessaria deterrenza con l'altrettanto necessario dialogo.

Fianco sud, work in progress 
L'obiettivo di proiettare stabilità nel vicinato dell'Alleanza è stato inserito nelle conclusioni del vertice su spinta di Paesi come l'Italia che non vogliono concentrare la Nato solo sulla difesa collettiva del fianco orientale, e si concretizza in diversi elementi.

In primo luogo, la nuova missione navale Sea Guardian sostituirà l'attuale Active Endeavour nel Mediterraneo, con un ampio mandato per assolvere lo spettro completo di compiti associati alla sicurezza marittima.

Mentre l'operazione Nato nell'Egeo continuerà ad assistere Grecia, Turchia e Frontex nell'affrontare la crisi migratoria, l'alleanza è pronta a sostenere la missione Ue Sofia, su richiesta dell'Unione, fornendo supporto logistico, capacità di intelligence, ricognizione e sorveglianza, nonché un contributo alla ricostituzione della guardia costiera e della marina militare libiche.

Proprio rispetto alla Libia il vertice Nato riconosce il governo di Tripoli come l'unico interlocutore legittimo, apre la strada all'assistenza alleata nella formazione delle istituzioni militari libiche, e auspica una partnership di lungo periodo che veda anche l'adesione del Paese al Dialogo Mediterraneo - il partenariato multilaterale Nato cui già partecipano altri sette stati della regione.

Sempre al fine di proiettare stabilità sul fianco sud, il vertice ha sancito la decisione di mettere a disposizione della coalizione anti-Isil gli assetti aerei Nato per la raccolta di intelligence - Airborne Warning and Control Systems, Awacs - e di rafforzare l'impegno alleato per l'addestramento delle forze armate irachene spostandolo dalla Giordania all'Iraq stesso. In assenza di una strategia complessiva - geografica o settoriale - ancora da sviluppare per il fianco sud, si tratta di un insieme di piccoli, pragmatici passi nella direzione giusta.

Il vertice ha anche prolungato oltre il 2016 la missione Resolute Support in Afghanistan con un contingente di circa 12.000 unità, cui contribuiscono principalmente gli Stati Uniti ma anche in maniera significativa Germania, Italia - circa 1.000 uomini - e Turchia. Il mandato è continuare ad assistere le forze di sicurezza afgane impegnate nel contrasto alla guerriglia talebana e al terrorismo islamico, in un Paese che attualmente è la seconda fonte dopo la Siria di migranti verso l'Europa.

Partenariato strategico Nato-Ue, la volta buona
La Brexit è stato il convitato di pietra in molte discussioni a Varsavia. Il Segretario Generale Jens Stoltemberg ha dichiarato che l'uscita di Londra dall'Unione non avrà impatti negativi sulla cooperazione Nato-Ue. L'Alto Rappresentante Federica Mogherini ha affermato chiaramente che il mondo non finisce con la Brexit, e che l'adozione dellaEU Global Strategy è stata anche un segnale per ribadire che l'Unione si impegnerà non solo sul “soft power” ma anche sul “hard power”.

I buoni rapporti tra Stoltenberg e Mogherini, il sostegno da molti Paesi membri e l'assenza di un veto turco hanno portato alla dichiarazione congiunta Nato-Ue sul “partenariato strategico”.

Si tratta di un mandato politico per le istituzioni dei due attori a cooperare in modo più ambizioso e strutturato su sette priorità, presentando dei documenti attuativi entro dicembre 2016: contrasto alle minacce ibride; operazioni navali, in particolare nel Mediterraneo; sicurezza e difesa cibernetica; complementarietà ed interoperabilità delle capacità militari; cooperazione industriale e tecnologica in Europa e transatlantica; coordinamento delle esercitazioni militari; sforzi complementari nel costruire le capacità di sicurezza e difesa dei Paesi partner nel vicinato orientale e meridionale.

A Varsavia era forte la consapevolezza che la crisi migratoria causata dai conflitti in Medio Oriente e Nord Africa sta contribuendo a minare la stabilità dei sistemi politici europei, e la stessa tenuta dell'Ue dopo la Brexit. La risposta occidentale alle sfide alla stabilità nella regione euro-mediterranea fatica ancora ad articolarsi, sia in ambito Nato che Ue.

In questo contesto, il vertice avrebbe potuto fare di più e di meglio, ma per lo meno è riuscito a trovare un compromesso tra gli alleati su cosa fare a est, ad articolare dei piccoli passi concreti a sud, e a rilanciare la cooperazione Nato-Ue. A Varsavia, il bicchiere di vodka è mezzo pieno.

Alessandro Marrone è responsabile di ricerca del Programma sicurezza e difesa dello IAI (Twitter @Alessandro__Ma).
 
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sabato 9 luglio 2016

Sanders per la Clinton contro Trump

Usa2016
Bernie in gara fino alla fine
Vittoria Franchini, Chiara Rogate
04/07/2016
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Bernie Sanders non ce l’ha fatta. Con la conclusione delle primarie, Hillary Clinton è matematicamente il candidato democratico alle elezioni presidenziali. La corsa si è conclusa con 2.811 delegati (di cui 591 superdelegati) per l’ex first lady e 1.879 (e 49 superdelegati) per il senatore del Vermont.

Per la nomina ufficiale, la Clinton dovrà aspettare la convention democratica del 25 luglio a Philadelphia, ma si è già garantita l’appoggio del presidente Barack Obama, del vice Joe Biden, e della carismatica senatrice Elizabeth Warren.

Sanders ha interrotto le attività di lobbying per i super delegati, sospeso la raccolta fondi, drasticamente tagliato il suo staff; mentrei suoi sostenitori stanno progressivamente migrando verso il campo clintoniano. In altre parole, Sanders non è più in corsa per la Casa Bianca, ma si rifiuta ancora di dare il suo appoggio ufficiale alla Clinton e di ritirarsi prima della convention.

L’ultimo atto di Sanders
Sin dall’inizio, il senatore socialista ha dimostrato di non adeguarsi alle regole della classe politica. A 74 anni e con scarse possibilità di ricandidarsi, invece di preoccuparsi del suo futuro all’interno del partito democratico,è ora focalizzato a sfruttare la visibilità ed il capitale politico acquisiti durante la stagione delle primarie per rendere strutturale la “rivoluzione” mobilitata durante la campagna.

Ha incoraggiato i suoi sostenitori a candidarsi per tutte le cariche disponibili e, forte del supporto degli elettori che non l’hanno ancora abbandonato, sta facendo leva sull’ultima carta rimastagli (l’appoggio ufficiale alla Clinton) per spingere Hillary ad adottare una politica più progressista, prima che la campagna dell’ex first lady si sposti su posizioni più centriste (come accade solitamente dopo le primarie).

Sanders ha mobilitato e coinvolto strati della popolazione – i giovani in primis - disillusi dalla politica: è di loro che, adesso, la Clinton ha bisogno nella corsa contro Trump. Il partito democratico ne è consapevole, e non ha infatti vocalizzato forti richieste a Sanders di ritirarsi. È necessario convincere i suoi elettori a presentarsi alle urne, e la strategia del senatore è di mantenerli coinvolti nella corsa.

Continua a dar voce alla retorica anticapitalista, progressista e inclusiva che gli ha garantito il supporto di quasi 1.900 delegati e si sta spendendo affinché la Clinton stabilisca una piattaforma in cui i suoi sostenitori si possano riconoscere.

Le richieste politiche
Mezz’ora dopo la chiusura dei seggi del 14 giugno, Sanders e la Clinton hanno avuto un incontro a porte chiuse per discutere una possibile intesa sul programma clintoniano. Le richieste di Sanders si concentrano su specifiche politiche nazionali e sulla riforma del partito.

Vuole aumentare il salario minimo a 15 dollari l’ora, l’accesso gratuito alle università pubbliche, una maggiore regolamentazione di Wall Street, una riforma sull’immigrazione, il bando del fracking e, punto più dibattuto, l’adozione di un sistema sanitario universale.

Ma il senatore del Vermont intende anche eliminare per il futuro la figura dei superdelegati, che tanto hanno pesato sulla sua sconfitta, perché il loro supporto non è espressione di un voto dal basso ma delle correnti di partito.

Chiede una nuova leadership per i democratici, una riforma dei finanziamenti delle campagne elettorali, la possibilità di registrarsi e di votare lo stesso giorno, nonché la possibilità per gli indipendenti di votare per un candidato democratico.

La Clinton ha per ora solamente risposto che si concentrerà sui temi di politica economica e che il nuovo staff manager della convenzione democratica sarà della Service Employees International Union.

È difficile prevedere quali altre concessioni verranno fatte da Hillary, che per mantenersi competitiva di fronte ad un inaspettato successo di Bernie ha già dato maggiore enfasi sui temi legati a ineguaglianza economica, mobilità sociale, incremento del salario minimo ed educazione a prezzi accessibili.

Una mossa responsabile
Sanders non è imprudente e non dimentica da che parte sta. Il 24 giugno ha dichiarato che il suo voto andrà alla Clinton perché Trump va sconfitto. C’è poca evidenza che la strategia del senatore stia danneggiando l’ex first lady, non permettendole di concentrarsi su Trump o sottraendole voti di elettori che potrebbero alternativamente scegliere il candidato repubblicano o non presentarsi alle urne a novembre.

Ma molti, inclusi ex sostenitori di Bernie ora passati a Hillary, vogliono vedere evidenze più concrete di un cambiamento nella politica clintoniana. Sanders continua a dar voce all’89% dei suoi sostenitori, i quali lo vogliono in campo fino alla convention di luglio (sondaggio Ndsc); e, fino a che l’investigazione sullo scandalo delle email non si traduce in un verdetto, tanto vale rimanere in gioco.

Vittoria Franchini e Chiara Rogate lavorano alla Banca Mondiale a Washington, D.C. e collaborano con il PD Washingtonsulle elezioni presidenziali 2016

giovedì 23 giugno 2016

Venezuela: l'economia al tracollo

America Latina
Venezuela, cercasi mediatori
Ilaria Masiero
11/06/2016
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Giorni critici per il Venezuela. Mentre l’economia è al tracollo e il malcontento cresce tra la popolazione di pari passo con la fame, le posizioni di presidenza e opposizione appaiono tanto polarizzate quanto inamovibili.

In questo quadro, la prospettiva di una risoluzione interna del contrasto che non passi per un conflitto sembra sempre più irrealistica. Lo stimolo a sbloccare la situazione potrebbe venire dall’esterno - ma è bene non farsi illusioni.

Un paese in crisi
Acqua ed energia elettrica razionate, scaffali vuoti in negozi e supermercati, ospedali sforniti di medicinali di prima necessità, criminalità alle stelle: durante la presidenza Maduro, l’infelice combinazione tra cattiva gestione e basso prezzo del petrolio (di cui il paese detiene le maggiori riserve conosciute al mondo) ha portato l’economia al collasso e il popolo all’esasperazione.

Ciononostante, il presidente, eletto nel 2013 con una maggioranza risicata, non sembra disposto a cambiare rotta e scarica la colpa della crisi sugli Stati Uniti, fautori - a suo dire - di una congiura per distruggere il paese.

A nulla serve l’opposizione dell’Assemblea nazionale (eletta nel 2015 e dominata da forze anti-Maduro): il presidente, grazie al suo controllo sul Tribunale supremo di Giustizia, ha di prassi annullato le decisioni del potere legislativo e ha recentemente affermato che l’Assemblea potrebbe presto scomparire.

Il referendum della discordia
Il malcontento ha trovato un canale di espressione nella promozione di un referendum revocatorio - istituto previsto dalla Costituzione. Questo strumento rappresenta la via maestra per una soluzione interna e legale del contrasto politico, senza rotture dell’ordine democratico.

Comprensibilmente, l’opposizione punta i piedi ed esige che si proceda subito alla consultazione popolare. Maduro, al contrario, cerca di impedire il referendum o per lo meno rimandarlo all’anno prossimo, quando, secondo la tempistica prevista per legge, l’eventuale revoca porterebbe alla sostituzione di Maduro da parte del suo vice anziché ad elezioni anticipate.

Con governo e opposizione arroccati ciascuno sulle proprie posizioni, una risoluzione interna (e pacifica) del contrasto appare ormai improbabile, e il paese potrebbe implodere da un momento all’altro. In molti sperano che l’impulso a sbloccare la situazione evitando il peggio venga dall’esterno. Finora, però, questa speranza non sembra ben riposta.

Oas e Mercosur contro Maduro
Alcune organizzazioni internazionali di cui il Venezuela fa parte hanno intrapreso il cammino delle sanzioni, con lo scopo di mettere Maduro con le spalle al muro. È questo il caso dell’Organizzazione delle nazioni americane (Oas), un ente di cooperazione di cui fanno parte tutti gli stati del continente americano.

Il segretario generale dell’organizzazione ha invocato l’applicazione della Carta democratica interamericana, che prevede sanzioni per i paesi in cui si verifichi una rottura dell’ordine democratico. Maduro ha però potuto contare sull’aiuto dei suoi alleati (Nicaragua, Bolivia e gli Stati Caraibici) per gettare acqua sul fuoco.

Una azione simile sta prendendo piede anche nell’ambito del Mercosur (Mercato Comune del Sud - un blocco sub-regionale formato da Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela per promuovere il libero scambio), ma il processo è ancora agli inizi.

Anche ammesso che si riescano ad adottare delle misure sanzionatorie contro il Venezuela, non è scontato che questo aiuterebbe nella soluzione pacifica della crisi. Di fatto, è probabile che le sanzioni peggiorerebbero ulteriormente le condizioni della popolazione senza smuovere Maduro di una virgola. Il presidente, infatti, si è già dichiarato pronto alla resistenza a oltranza - e il suo comportamento finora sembra confermare tale intenzione.

La strada dei mediatori stranieri 
Un approccio differente per sbloccare la situazione è quello della mediazione tra presidenza e opposizione ad opera di entità esterne. Si tratta di un percorso problematico fin dai primi passi. Un nodo cruciale, infatti, sta nell’individuare un ente che, oltre ad avere interesse ad ovviare la crisi, abbia anche qualche chance di essere accettato da Maduro come interlocutore in un processo di mediazione.

Questa condizione esclude d’un colpo qualsiasi organizzazione internazionale che abbia tra i suoi membri gli Stati Uniti. Perfino una iniziativa della Santa Sede pare non aver avuto miglior fortuna: un diplomatico del Vaticano ha recentemente cancellato una visita nel paese.

Restano come possibili mediatori i vicini paesi dell’America Latina, che hanno tutto l’interesse (per prossimità geografica e interessi commerciali), oltre che canali preferenziali (attraverso i diversi organismi sovranazionali di cui sono membri, insieme al Venezuela), per far valere la causa del dialogo.

Di fatto è in corso un tentativo di mediazione tra governo e opposizione promosso dall’Unasul (Unione delle Nazioni Sud-Americane - una organizzazione intergovernamentale di cui fanno parte tutti i paesi del Sud America) e condotto dall’ex-premier spagnolo, Luis Zapatero, insieme agli ex-presidenti di Panama e Repubblica Domenicana.

Anche in questo caso, però, non c’è nessuna garanzia di successo: le posizioni di Maduro e dell’opposizione sono già estremamente polarizzate e potrebbe essere troppo tardi per una conciliazione in extremis.

Il Venezuela cammina sul bordo del precipizio e, purtroppo, nessuna delle iniziative intraprese finora lascia ben sperare. Nel dubbio, meglio prepararsi al peggio.

Ilaria Masiero è laureata in Discipline Economiche e Sociali e dottoranda in Economia presso la Fundação Getulio Vargas di San Paolo.

domenica 12 giugno 2016

USA. Inizia il confronto finale

Usa 2016
Hillary vs Donald, una partita lunga 150 giorni
Giampiero Gramaglia
08/06/2016
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Che la campagna cominci! a 150 giorni esatti dall’Election Day dell’8 novembre, la partita può iniziare. E tutto quello che è successo finora? un anno di prove e rodaggi, quattro mesi di voti e assemblee di partito? Tutto incasellato nelle cartelle della cronaca e della storia. Hillary Clinton e Donald Trump, forti d’una nomination conquistata a furia di suffragi e delegati, girano oggi pagina e hanno di fronte un foglio bianco.

Su cui presto scorreranno fiumi di parole e un mare d’inchiostro. Comunque vadano le cose, il 46° presidente degli Stati Uniti avrà un che d’inedito, anche se Hillary è sulla breccia politica da almeno trent’anni e Donald riempie di sé le cronache da un tempo parallelo: se vincerà l’ex first lady, sarà la prima volta d’una donna alla Casa Bianca; e se vincerà il magnate dell’immobiliare, sarà l’esordio alla testa dell’Unione di una persona che non ha mai ricoperto nessun ufficio elettivo e che non ha nessuna esperienza di gestione della cosa pubblica.

Scheletri nell’armadio
I due candidati corrono rischi analoghi: entrambi hanno passati personali e professionali spessi ed hanno arma di zeppi. Da lì, la stampa americana cercherà di tirare fuori scheletri d’ogni tipo, oltre quelli che già volteggiano sulla campagna: per la Clinton, l’emailgate, l’uso dell’account privato quand’era segretario di Stato, ed anche i discorsi profumatamente pagati e tenuti segreti; per Trump, le inchieste per truffa sulle sue Università, che lo rendono nervoso e gli fanno perdere la misura - tanto da usare toni razzisti contro il giudice di San Diego d’origine messicana -, oltre che le storie dei suoi affari fallimentari, i casinò di Atlantic City, la compagnia aerea.

Nell’ultimo Super Martedì di queste primarie, la Clinton ha arginato l’erosione di credibilità che stava subendo e haconsolidato la legittimazione della sua nomination a candidata democratica vincendo più largo del previsto in California e imponendosi pure in New Jersey, New Mexico e South Dakota, mentre Bernie Sanders, il suo rivale, suggellava una campagna al di sopra delle attese con successi nel Nord Dakota e Montana.



Il soffitto di cristallo è stato infranto
Dopo la chiusura dei seggi nel New Jersey, e mentre ancora si votava in California, l’ex first lady, già sicura di avere avuto la maggioranza assoluta dei delegati alla convention democratica di fine luglio a Filadelfia, pronunciava il discorso della vittoria che l’era rimasto in gola otto anni or sono, quando, esattamente il 7 giugno, aveva ceduto le armi all’allora senatore Barack Obama.

Cosa che Sanders non ha ancora fatto nei suoi confronti e che, per il momento, non intende fare: dopo avere ricevuto una telefonata di Hillary, ha parlato ai suoi sostenitori, ha esortato a battersi “insieme” contro Trump, ma non ha riconosciuto d'avere perso la corsa alla nomination. Anche se s’appresta a congedare almeno la metà del suo staff: un segnale di smantellamento inequivocabile.

L'ex segretario di Stato, raggiante sul palco con accanto il marito Bill, ha detto, nel suo discorso, d’avere infranto il soffitto di cristallo che si frapponeva tra le donne e la nomination. Ora le tocca battere un avversario che fa leva “sulla paura”, più showman di lei, ma molto meno affidabile.

Attenti ai Sanderistas
In termini di delegati, la Clinton chiude con un vantaggio di oltre 500 sul senatore del Vermont, senza contare i Super Delegati: i calcoli saranno precisi nelle prossime ore, ma è già chiaro che, dopo il successo in California più largo di tutte le previsioni, l’ex first lady s’avvicina e forse supera la maggioranza assoluta solo con i delegati eletti.

Perde così forza una contestazione di Sanders, secondo cui i notabili del partito non assegnati tramite voto - e che nella stragrande maggioranza si sono dichiarati per Hillary - debbono essere conteggiati solo alla convention, potendo cambiare campo fino all’ultimo istante.

Il presidente Obama s’è congratulato con la Clinton e con Sanders per la loro campagna e dovrebbe presto incontrarli: il presidente s’è già messo al lavoro per l’unità dei democratici contro Trump.

Negli ultimi giorni, secondo il Wall Street Journal, la squadra del senatore del Vermont s’è divisa: ci sono i ‘sanderistas’, i guerriglieri della nomination, che vogliono battersi fino alla convention; e le colombe, pronte ad ammettere la sconfitta e a ricompattare il partito dietro l’ex first lady.

Sanders sembra stare con i suoi ‘ultras’ e prospetta una convention democratica politicamente “aperta”: in ballo non tanto la nomination, quanto la linea.

Se avesse inanellato sconfitte nell’ultimo Super-Martedì, l’ex first lady si sarebbe fortemente indebolita. In questa ipotesi, ancora il Wsj, nel fine settimana, prospettava un ribaltone: fuori Hillary e Sanders, elisisi a vicenda; e dentro un ‘usato sicuro’, come John Kerry, candidato nel 2004, o JoeBiden, il vice-presidente. Fanta-politica, probabilmente, a questo punto.

La California era la chiave di volta di questo discorso: una batosta lì, lo Stato più popoloso e ricco dell’Unione e uno dei più influenti al mondo nel campo culturale e dell'innovazione (tra Hollywood e Silicon Valley), sarebbe stata un segno di debolezza e di friabilità. ̊È invece venuto un successo largo, che le ridà fiducia e slancio.

Fra i repubblicani, il problema non si pone: i Super-Delegati non ci sono e Trump è da tempo rimasto senza avversari e ha già conquistato la maggioranza assoluta: lui lusinga Sanders e ammicca ai ‘sanderistas’, come se potessero trasferirsi nel suo campo; e attacca la Clinton sui soliti fronti, l’accusa di avere usato il Dipartimento di Stato come un bancomat per la sua Fondazione e promette nuove rivelazioni nei suoi confronti nei prossimi giorni. Ma il sostegno dei conservatori moderati alla sua candidatura resta tiepido e le bordate di Trump contro il giudice di San Diego hanno aperto nuove crepe nel fronte repubblicano.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
 
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sabato 4 giugno 2016

USA: poca coesione in casa democratici

Usa 2016
Sanders fa più danni a Hillary che a Donald
Giampiero Gramaglia
28/05/2016
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Donald Trump, ormai il candidato repubblicano alla Casa Bianca, lo tratta come un orsacchiotto, o - come cantava Patty Pravo negli Anni Sessanta -, come una bambola, che la “fai girar” e poi “la butti giù”.

Ma la decisione del senatore Bernie Sanders di restare in corsa contro Hillary Clinton, nonostante non abbia speranze di ottenere la nomination democratica, si rivela sempre più dannosa per l’ex first lady: da una parte, le impedisce di concentrare l’attenzione - e le spese - sul magnate dell’immobiliare suo avversario l’8 novembre; e, dall’altra, ne evidenzia debolezze e fragilità.

Trump ha raggiunto quota 1237 delegati, cioè la maggioranza assoluta di quelli in palio, e ha la garanzia aritmetica della nomination repubblicana. Alla Clinton, ne mancano un centinaio: li conquisterà il 7 giugno, quando si vota in California e in una manciata di altri Stati. Rischia, però, d’arrivare alla meta con un’immagine offuscata dalle troppe sconfitte.

Trump ci scherza:"Rischiamo di correre contro il folle Bernie! È un pazzo, ma a noi piace la gente un po’ pazza", dice in un comizio ad Anaheim in California, prima di aggiungere: “Ma io voglio correre contro Hillary”.

Lo showman prima è incline ad accettare l’idea d’un dibattito con Sanders, purché ne vengano “10/15 milioni da versare in beneficenza contro le malattie delle donne” - detto a Bismarck, nel North Dakota -; poi, lo esclude per iscritto perché "sarebbe inappropriato dibattere con un candidato che finirà secondo nelle primarie".

Fermenti nei partiti e pressioni su Sanders
Ci sono fermenti nei due maggiori partiti Usa, nonostante la scelta dei candidati alla Casa Bianca sia ormai fatta: più forti fra i repubblicani, dove molti notabili non danno l’endorsement a Trump; più sottili fra i democratici, dove aumentano le pressioni perché il senatore del Vermont si ritiri dalla corsa.

Intorno a lui che agisce da indipendente e si autodefinisce socialista, c’è, però, generale rispetto e diffusa simpatia: la sua figura non è percepita come estranea al fronte progressista.

L’aggressività di Sanders, più popolare della sua rivale fra i giovani, le donne, i bianchi, condiziona Hillary, che deve condurre una campagna strabica, preoccupata di rintuzzare gli attacchi da destra e populisti di Trump, l’‘arcinemico’, ma anche quelli da sinistra e liberal del ‘compagno di squadra’.

Così, mentre Trump appare sulla cresta dell’onda e trasforma in voti dell’anti-politica anche le gaffe e le volgarità, l’ex first lady è ora sulla difensiva nei confronti del senatore anche in California, dove, fino a qualche tempo fa, aveva un vantaggio nettissimo.

La filosofia e l’impatto del senatore socialista
Sanders non dà tregua: a San Bernardino, in California, si presenta come l’uomo giusto per battere Trump, che - assicura - “non diventerà presidente”. Il senatore sta girando la California in lungo e in largo e sostiene: "Abbiamo l'energia e l'entusiasmo per vincere”.

Oltre allo showman, sfida a dibattito pure Hillary, che declina: per lei, ora, c’è un solo rivale, il magnate repubblicano, che la supera, per la prima volta, sia pure d’un soffio statisticamente irrilevante, nella media dei sondaggi. Per WP/Abc, ciascuno dei due probabili avversari è mal visto dal 60% dei potenziali elettori; per Wsj/Nbc l’ex first lady batte il magnate di tre punti, ma il senatore lo batte di ben 15 punti.

In un’intervista alla Ap, Sanders prevede che la convention democratica di Filadelfia a fine luglio si trasformi in un “caos”. "La democrazia non è sempre cordiale, tranquilla, gentile … La democrazia è caos. Ogni giorno, la mia vita è caos -‘mess’, in inglese ndr -. Se volete che tutto sia tranquillo e ordinato, che le cose procedano senza un dibattito vigoroso, questa non è democrazia".

E il senatore sottolinea che la sua campagna richiama nuovi arrivati, gente che non avevano mai fatto politica: “Il partito democratico deve decidere se diventare più inclusivo o no … Se farà la scelta giusta e aprirà le porte a lavoratori e giovani, si creerà il dinamismo di cui c’è bisogno e ci sarà caos".

In un’intervista alla Nbc, la Clinton è stata molto conciliante con Sanders, riconoscendogli il diritto di continuare la sua corsa, ma insistendo sulla necessità di concentrare l’attenzione su Trump, che “non è un candidato normale” e che “pone pericoli” agli Stati Uniti. Fra i due, c’è stata un’intesa anche sulla composizione della commissione che dovrà redigere la piattaforma per la convention.

Tra il Nonno e la Zia, una storia d’amore e d’odio
Tra Nonno Bernie, 75 anni, e Zia Hillary, 69 anni, è quasi una storia d’amore e d’odio, anche se scomodare Catullo dopo Patty Pravo può stonare. E c’è chi ipotizza che fra i due finirà in un ticket, con il senatore candidato vice-presidente. Ipotesi di cui la Clinton, per il momento, non intende parlare, senza però escluderla. Si sa che la campagna di Hillary sta vagliando la scelta del vice, senza escludere una donna - però, improbabile -, o un ispanico, o altri.

Sanders sarebbe a corto di fondi per la sua campagna: finora, ha speso circa 207 milioni di dollari, contro i 182 della Clinton. All'inizio di maggio il senatore aveva in cassa meno di sei milioni, mentre l’ex first lady ne aveva 30, secondo la commissione elettorale federale. Ad aprile, i due avevano raccolto più o meno la stessa somma, oltre 25 milioni di dollari. Ma poi Bernie ha speso quasi 39 milioni di dollari, 15 più di Hillary.

Il senatore non rallenta però gli sforzi: sabato 21 maggio, era alla frontiera tra San Diego e Tijuana, in Messico, e s’è impegnato per una riforma dell’immigrazione e la riunificazione delle famiglie: "Abbiamo 11 milioni di persone che sono senza documenti e che credo meritino un cammino verso la cittadinanza" - un messaggio in antitesi con Trump ed i suoi propositi di muri e deportazioni.

Il Nonno rosso batte chiodi di sinistra: "È assurdo che la paga media di un amministratore delegato sia 335 volte quella media d’un lavoratore. Questo grottesco divario deve finire"; e "Gli insegnanti stanno facendo il lavoro più importante in America. Meritano rispetto e un salario migliore". Pezzi di programma che sarà forse Hillary a realizzare.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
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