lunedì 20 marzo 2017
martedì 7 marzo 2017
USA: lo sguardo sul Pacifico
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martedì 21 febbraio 2017
USA: L'inizio nevrotico della 45ma presidenza
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Poche settimane fa, anche in conformità a tale risoluzione, l’Ombudsperson ucraina si è recata in Crimea per visitare i cittadini ucraini ancora rinchiusi negli istituti penitenziari, e trasferirli sul territorio controllato da Kiev. Mosca, però, ha opposto il veto al trasferimento degli indagati per delitti politici. E a soffrire di queste accuse sono soprattutto i tatari, che risentono maggiormente dell’occupazione russa nella penisola. Human Rights Watch ha recentemente documentato l’arresto di due avvocati che rappresentavano alcuni dei più importanti leader della comunità tatara, Ciygoz e Umerov, vicepresidenti della disciolta assemblea tatara in Crimea, il Mejlis. La Crimea: pedina di scambio A infiammare il dibattito, con l’inizio del nuovo anno, ci ha pensato Viktor Pinchuk: magnate ucraino, genero dell’ex presidente Leonid Kuchma e con molti interessi economici in Russia. Pinchuk, con un articolo sul Washington Post, ha dichiarato che compromessi dolorosi saranno inevitabili per il popolo ucraino, al fine di adattarsi alla nuova realtà e per pacificare il martoriato Donbass (regioni di Donetsk e Luhansk), dove si combatte da quasi tre anni. Secondo l’uomo d’affari, l’Ucraina dovrebbe rinunciare temporaneamente all’obiettivo dell’ingresso nell’Ue, accettare di non divenire membro della Nato nei prossimi decenni, acconsentire alle elezioni locali nel Donbass, e infine, non lasciare che la Crimea si metta “in mezzo” a un accordo che ponga fine al conflitto nell’Est. Sulla stessa linea anche la parlamentare ucraina, ex pilota militare e ostaggio russo, Nadia Savchenko, che ha proposto di accettare momentaneamente la presa di Mosca sulla Crimea, per riprendere il controllo delle regioni orientali, se Kiev non vuole subire la “Transnistrizzazione” dell’area. L’amministrazione presidenziale ucraina ha ribattuto di essersi posta delle chiare “linee rosse che non saranno oltrepassate, mai!”. Il presidente Poroshenko ha dettato la linea: rinunciare all’integrazione euro-atlantica significherebbe il suicidio politico, soprattutto dopo la rivoluzione della Dignità. Al contrario, Poroshenko ha annunciato di aver programmato un referendum nazionale di adesione alla Nato per il prossimo futuro. Anche Marine Le Pen, candidata del Front National alle prossimi elezioni presidenziali francesi, è la prima figura politica di rilievo a dichiarare senza mezzi termini che la questione della Crimea è chiusa. In un’intervista alla CNN, ha infatti chiarito la sua posizione: “La Crimea, storicamente, è sempre stata russa”, e che bisogna abolire le sanzioni contro la Russia il prima possibile, perché danneggiano i Paesi europei; affibbiando alle proteste di piazza in Ucraina, a inizio 2014, e alla conseguente elezione di Poroshenko il carattere di un vero coup d’état. Incognita Trump: status quo o Yalta 2.0? Nell’Est del Paese, intanto, la situazione si è rapidamente deteriorata intorno alle città di Avdiivka e Yasinuvata, dove è situato uno dei più grandi impianti per la produzione del carbon-coke d’Europa. Il 31 gennaio, la missione di monitoraggio del cessate il fuoco dell’Osce ha registrato oltre diecimila esplosioni nella sola regione di Donetsk; e nel giro di una settimana oltre 50 tra feriti e morti tra le file ucraine e dei separatisti. Vari analisti hanno rilevato come l’intensità del conflitto sia cresciuta il giorno dopo la prima telefonata tra i presidenti Trump e Putin (28 gennaio), mentre la tensione s’è poi allentata all’indomani del contatto telefonico tra il presidente americano e quello ucraino (4 febbraio). Coincidenze? Forse. Intanto, queste telefonate di cortesia nei confronti del nuovo presidente Usa contenevano dei punti roventi in agenda, come quello del mantenimento delle sanzioni contro la Russia, e il sostegno militare americano all’Ucraina. Trump, in campagna elettorale, aveva più volte espresso il desiderio di sopprimere le sanzioni economiche contro la Russia se ci fosse stata piena collaborazione su altri dossier. Sembra però stia cambiando il vento in Pennsylvania Avenue, poiché in un fugace incontro con la leader dell’opposizione ucraina Tymoshenko a Washington, Trump pare l’abbia rassicurata che le sanzioni non saranno per il momento abolite. Un’ulteriore conferma arriva dal portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, secondo cui il presidente Usa si aspetta la restituzione della Crimea da parte di Mosca, seguita da una veloce reazione del Cremlino che ricorda, se ce ne fosse ancora bisogno, come la Russia non negozi porzioni del suo territorio. I più importanti collaboratori presidenziali sui temi di politica estera hanno assunto linee più nette: il segretario di Stato Tillerson ha dichiarato, durante la sua audizione di conferma, che fino a quando non si deciderà una strategia nuova nei confronti della Russia, bisognerà mantenere lo status quo delle sanzioni. La rappresentante Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha dichiarato che gli Usa continueranno a chiedere la fine immediata dell’occupazione della Crimea, e che le sanzioni rimarranno in piedi. Politici e giornalisti si divertono a trovare nuove definizioni all’alba di questo nuovo capitolo delle relazioni russo-americane. Se il vice primo ministro ucraino per l’integrazione euro-atlantica Ivanna Klympush-Tsintsadze parla di “Unione Sovietica 2.0”, l’Economist già prevede un tentativo di ‘grand bargain’ (grande accordo) che possa includere una serie di temi quali: il controllo degli armamenti, la lotta al terrorismo internazionale, le relazioni con la Cina, l’abbandono delle sanzioni economiche da parte americana e il riconoscimento della Crimea. Sembra sfumare l’idea, paventata qualche mese fa, di rivedere sulla scena diplomatica il novantenne Henry Kissinger, del quale si vociferava il consenso a disegnare le fondamenta di un nuovo accordo globale, una cosiddetta Yalta 2.0, dove la Crimea era abbandonata da Kiev in cambio del consenso delle truppe russe a lasciare il Donbass. Meglio vale ascoltare gli ammonimenti di Daniel Baer, ex rappresentante Usa presso l’Osce a Vienna, all’Amministrazione Trump: “Facendo accordi con Putin, che minano i principi del diritto internazionale, come ad esempio eliminando prematuramente le sanzioni o modificando la posizione Usa sulla Crimea, la Casa Bianca si piegherà a un sistema basato sugli accordi piuttosto che sulle regole”. Una volta intrapresa questa strada, ricordiamocelo, sarà difficile tornare indietro. Cono Giardullo lavora in Ucraina con l’Osce (Twitter: @conogiardullo). |
lunedì 20 febbraio 2017
Turbolenze latino.americane
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Nello stesso discorso, il presidente ecuadoriano ha ricordato anche le "battute d'arresto elettorali" di diversi Paesi della regione, dove le sinistre - che hanno sempre prevalso negli ultimi dieci anni - hanno dovuto cedere il passo a governi più conservatori. Le elezioni che hanno avuto luogo nell’ultimo anno e mezzo hanno portato al potere l’imprenditore Mauricio Macri in Argentina, l'ex banchiere Pedro Pablo Kuczynski in Perù, mentre in Brasile è entrato in carica il politico di lungo corso Michel Temer, vice di Dilma Rousseff, a cui è subentrato dopo l’impeachment della “presidenta”. Contando anche i referendum in cui la sinistra è stata sconfitta - come quello su un terzo mandato per il presidente boliviano Evo Morales, o quello sull’accordo con le Farc in Colombia - e la scomparsa, negli ultimi anni, di leader carismatici (non solo Fidel, ma anche Hugo Chávez e Néstor Kirchner), è evidente che i progressisti e i rivoluzionari dell’America Latina devono far fronte a un momento complicato. E il 2017 potrebbe essere l’anno che definirà fino a che punto la regione sterzerà a destra. Nei prossimi mesi si terranno infatti le elezioni presidenziali in Ecuador, Cile e Honduras, le legislative in Argentina e le regionali per il rinnovo dei governatori in Messico. Il 19 febbraio il voto in Ecuador sarà caratterizzato dall'assenza della candidatura socialista di Correa, che - alla guida del Paese da un decennio - non può ripresentarsi per raggiunti limiti di mandato. In Cile, dove si voterà a metà novembre, l’ex presidente Sebastián Piñera, di destra, è in testa ai sondaggi. L’imprenditore è diversi punti davanti un altro ex, Ricardo Lagos, rappresentante della stessa coalizione di centrosinistra del capo dello Stato in carica Michelle Bachelet (non rieleggibile). Alle urne in autunno anche l’Honduras, dove il favorito è il presidente uscente Juan Orlando Hernández, conservatore che punta ad un nuovo mandato. La sua candidatura è stata validata lo scorso dicembre dal Tribunale elettorale supremo, nonostante l'opposizione la consideri illegale, sottolineando come nel 2009 l'ex presidente Manuel Zelaya, che aveva tentato il bis, venne deposto in un colpo di Stato fra i cori di disapprovazione delle sinistre del continente. Effetto pendolo Il fatto che così tanti politici conservatori latinoamericani appaiano come favoriti non è una coincidenza. Secondo la società di sondaggi Latinobarometro, nel 2016 è aumentato il numero dei cittadini sudamericani che si collocano a destra dello spettro politico dei rispettivi Paesi. E si tratta del quarto anno consecutivo in cui questa tendenza viene registrata dai sondaggisti. Il 28% dei cittadini della regione, infatti, si dichiara di destra: nove punti in più rispetto al 19% del 2011. Sempre secondo il sondaggio, solo il 20% dei latinoamericani si considera di sinistra, mentre il 36% si identifica con un più generico “centro”. Ovviamente, si tratta di un fenomeno che ha diverse spiegazioni: anzitutto, la fine del boom dei prezzi delle materie prime, che ha causato molti problemi economici durante la gestione di diversi governi di sinistra, i quali sono così finiti per essere identificati come i responsabili del peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. Ma ci sono anche le fasce più umili della popolazione che chiedono un pugno duro contro criminalità e narcotrafficanti, e le religioni evangeliche che avanzano ed esortano i fedeli a difendere posizioni tradizionaliste su questioni come l'aborto o il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Inoltre, i nomi di primo piano del campo progressista latinoamericano degli ultimi anni, come l'ex presidente brasiliano Lula o l'ex leader argentina Cristina Kirchner, si trovano a dover fronteggiare pesanti accuse di corruzione nelle aule dei tribunali. Comunque vadano i processi, le loro immagini sono definitivamente compromesse. In aggiunta vi è la grave crisi economica e politica in atto in Venezuela, che ha portato alla richiesta di un referendum revocatorio del mandato dell'erede politico di Chávez, Nicolás Maduro, e ha contribuito all’aggravarsi della crisi a Cuba. Dei Trump latinos all’orizzonte? Non ci sono solo le contingenze che hanno favorito l’avanzata delle destre nella regione, ma è anche in atto la ricerca di qualcosa che vada oltre la semplice ideologia. I cittadini reclamano soluzioni pratiche che superino il mero assistenzialismo statale; il che potrebbe aumentare l’alternanza al potere, permettendo anche la vittoria di candidati alternativi o populisti. Tanti potenziali “Trump latinos”, fino ad ora quasi emarginati nei rispettivi Paesi, potrebbero emergere con forza. In questo modo, l’affermarsi delle correnti più conservatrici nel 2017 confermerebbe la virata a destra della regione, segnando una tendenza chiara già prima delle presidenziali del 2018 in Brasile, Messico, Colombia, Venezuela e Paraguay. Conservatori sociali Tuttavia, se il prossimo anno i governi pro-mercato di Buenos Aires, Brasilia o Lima non saranno riusciti a cogliere risultati concreti dalle loro politiche economiche, la tensione sociale potrebbe tornare ad aumentare, lasciando prefigurare un nuovo cambio di direzione delle tendenze politiche sudamericane. In sostanza, il 2017 sarà probabilmente ricordato come l’inizio della ventata conservatrice in America Latina. Ma se i partiti di destra non riusciranno a far tornare i loro Paesi sulla strada della crescita e a risolvere o quantomeno attenuare i problemi sociali che ancora li affliggono, il pendolo politico tornerà a sinistra molto rapidamente. Carlo Cauti è un giornalista italiano di base a São Paulo del Brasile. | ||||||||
venerdì 10 febbraio 2017
USA. In campagna elettorale si può dire tutto.
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In questo senso, va registrato l’incontro di Trump con il premier britannico Theresa May, primo capo di governo ad essere invitato alla Casa Bianca; le espressioni di ammirazione per la Brexit, e l’auspicio che altri Paesi europei seguano l’esempio; l’ostentata volontà di ricreare un asse preferenziale tra Washington e Londra; l’insistenza sulla opportunità di un accordo bilaterale di libero scambio con il Regno Unito. In rapida successione va poi segnalata l’intervista alla Bbc del più che probabile candidato al posto di rappresentante Usa presso la Ue, nella quale Ted Malloch s’è dichiarato convinto che gli Usa possano negoziare e concludere un accordo commerciale con il Regno Unito nell’arco di 90 giorni (etichettando come fastidiosi e superflui legalismi le obiezioni della Commissione che aveva fatto osservare che il Regno Unito non potrà negoziare accordi commerciali finché sarà membro dell’Ue). Ha confermato che i negoziati per il Ttip sono ormai defunti; ha ribadito l’allergia di Trump per le organizzazioni sovranazionali e la preferenza per relazioni bilaterali con singoli Stati-Nazione; e ha dichiarato di non avere alcuna fiducia nell’Euro, una moneta comune verosimilmente destinata al collasso nell’arco dei prossimi diciotto mesi. L’Ue e un’Amministrazione statunitense ostile Per la prima volta dalla sua creazione, l’Ue si trova dunque confrontata con una Amministrazione americana ostile, o nella migliore delle ipotesi indifferente; più interessata a sfruttare la posizione di indubbio vantaggio che comporterebbe una rete di relazioni bilaterali, rispetto alle difficoltà di doversi confrontare con un blocco continentale unitario, certamente complicato nel suo funzionamento, ma in grado di fare valere le potenzialità del grande mercato interno europeo e la solidarietà faticosamente costruita attorno alle varie politiche comuni. Per la prima volta, Bruxelles e le maggiori capitali europee dovranno fare i conti con una Amministrazione americana che, a differenza delle precedenti, non sosterrà più, o peggio potrà contrastare, gli sforzi europei mirati a consolidare integrazione e solidarietà. Si tratta di una svolta epocale, se si pensa che finora, salvo qualche episodio di frizione e tensione (per contenziosi commerciali, per dispute in materia di concorrenza o per dissidi su questioni specifiche di politica estera), Washington aveva coerentemente sostenuto la costruzione europea come elemento portante di quella partnership transatlantica che era a sua volta considerata come uno dei pilastri di un equilibrio globale fondato su principi e valori condivisi (libero mercato, democrazia, sostegno al multilateralismo). Fare da soli: straordinaria opportunità o fattore di rischio Ora l’Europa non potrà più fare affidamento sul sostegno implicito o esplicito degli Usa e dovrà fare da sola. È stato osservato che questa potrebbe essere una straordinaria opportunità per l’Europa, che proprio per rispondere alla sfida di Trump dovrà trovare la volontà politica e l’energia per ritrovare autorevolezza e protagonismo. Personalmente credo che l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, insieme alla Brexit, costituiscano per l’Europa fattori di rischio, destinati a mettere ulteriormente in difficoltà una Ue già alle prese con gravi problemi interni: un calo di consensi e di sostegni da parte di opinioni pubbliche nazionali sempre più distaccate quando non ostili; una crescente affermazione di formazioni politiche populiste, magari eterogenee, ma accomunate da piattaforme politiche caratterizzate da un marcato euro-scetticismo. Una crisi migratoria senza precedenti, cui non hanno corrisposto adeguate risposte comuni; una economia che stenta a riprendere il cammino della crescita; una situazione inquietante dell’occupazione in particolare giovanile; la minaccia del terrorismo che incombe un po’ su tutti i Paesi europei; sfide sempre più complesse, e un’area di diffusa instabilità, ai propri confini, di fronte alle quali l’Europa è costretta a riconoscere le proprie debolezze e insufficienze. Trump alla Casa Bianca, insieme alla Brexit, costituiscono altrettante minacce per l’Europa. In primis, come abbiamo già potuto constatare, l’affermazione negli Usa e nel Regno Unito di una linea nazionalista, sovranista e protezionista ha rafforzato le posizioni delle formazioni politiche populiste, nazionaliste e sostanzialmente anti-europee presenti in numerosi Paesi europei. In secondo luogo la diffidenza manifestata da Trump per l’Alleanza Atlantica rischia di rimettere in discussione quella solidarietà transatlantica su cui l’Europa aveva fatto affidamento, anche come garanzia della propria sicurezza. In terzo luogo la linea protezionista e isolazionista della nuova Amministrazione americana contrasta clamorosamente con il sostegno europeo ad un sistema aperto di liberalizzazione dei commerci e di integrazione delle economie. Infine la volontà manifestata da Trump di aprire a nuove forme di collaborazione con la Russia di Putin (che di per sé non sarebbe uno sviluppo negativo), se realizzata unilateralmente e senza una previa consultazione con gli alleati e i partner europei, rischia di metter in seria difficoltà gli europei (che proprio sul con la Russia hanno non pochi problemi a mantenere una posizione unitaria). Per non citare le prevedibili divergenze con Washington che a Bruxelles si dovranno registrare su numerosi altri temi: dalla gestione del fenomeno migratorio, al contrasto del cambiamento climatico, dall’impegno per la protezione ambientale alla regolamentazione dei mercati finanziari, dal coordinamento delle politiche macro-economiche all’impegno per un sistema di relazioni internazionali fondato sulla difesa del libero mercato e della democrazia, alla difesa del multilateralismo e delle istituzioni internazionali. Costretti a giocare di rimessa A fronte di questo mutamento radicale dei termini di riferimento del rapporto con la maggiore potenza amica e alleata, c’è da chiedersi se l’Ue saprà farsi trovare preparata, o se sarà costretta a giocare di rimessa secondo un copione ben noto. Le premesse non sono delle più favorevoli. Mai come in questa congiuntura l’Europa è apparsa incerta, in crisi di consensi e soprattutto divisa sulle cose da fare. Ma per far fronte alle sfide che si presentano sia sul fronte interno (calo esponenziale del sostegno delle opinioni pubbliche e crescita delle formazioni politiche euro-scettiche) e esterno (un contesto internazionale particolarmente instabile e critico, una Amministrazione americana tendenzialmente ostile), è più che mai necessario riprendere il cammino interrotto del rilancio della costruzione europea. Nell’immediato con decisioni concrete su politiche in grado di fornire beni pubblici europei: maggiore sicurezza interna e esterna, una più efficace collaborazione nel campo della difesa; una politica comune per la gestione dei flussi migratori ispirata al principio di solidarietà; politiche condivise a sostegno della crescita e dell’occupazione nel rispetto del principio della disciplina di bilancio; stabilizzazione del sistema finanziario con il completamento dell’unione bancaria. Nel medio termine con un riassetto istituzionale che consenta di tradurre in termini operativi quel metodo della integrazione differenziata, che sembra realisticamente l’unico approccio praticabile per conciliare la necessità di adottare misure in grado di riconquistare il consenso dei cittadini con l’esigenza di tener conto delle diverse visioni sugli obiettivi di lungo termine del processo di integrazione. Il vertice di Malta del prossimo 3 febbraio e le celebrazioni del 60o anniversario della firma dei Trattati di Roma sono altrettante occasioni per testare l’esistenza della necessaria volontà politica. Ferdinando Nelli Feroci è presidente dello IAI. |
USA. Rivisitazione della politica di disgelo con l'Avana
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Durante la campagna elettorale Trump aveva promesso di rivedere la politica di disgelo con L’Avana iniziata da Barack Obama, di tagliare i legami economici stabiliti negli ultimi anni e di chiudere nuovamente l’ambasciata americana, riaperta lo scorso luglio dopo 54 anni di rottura delle relazioni diplomatiche. Una posizione che riflette i desiderata del milione e mezzo di esuli cubani negli Stati Uniti, i quali lo hanno appoggiato in massa durante le elezioni presidenziali e che premono per un ritorno alla linea dura verso il regime castrista, considerata l’unica forma per ottenere cambiamenti tangibili in un sistema che si mantiene al potere con il pugno di ferro da 58 anni. I rapporti con Cuba sono rimasti in secondo piano durante la campagna elettorale (scavalcati da Messico, Cina, Russia e naturalmente dall’email-gate di Hillary Clinton), ma la morte di Fidel Castro ha rimesso al centro la questione e ha dato modo a Trump di esprimersi direttamente sulla situazione nell’isola caraibica attraverso il suo mezzo preferito: Twitter. A novembre, il futuro inquilino della Casa Bianca, ormai famoso per i suoi 140 caratteri tanto diretti quanto ruvidi, ha plaudito alla morte di Fidel, bollandolo come “dittatore brutale”, accusandolo di aver provocato “tragedie, morti e dolore” a Cuba e affermando di sperare che la sua scomparsa segni la fine degli “orrori” commessi dal regime negli ultimi decenni. Amministrazione ambigua Se la retorica trumpiana si mostra durissima verso Cuba, le azioni dell’amministrazione repubblicana si annunciano però molto meno univoche. Un’ambiguità che si riflette nelle nomine già realizzate dal presidente. Per fare solo due esempi, se da un lato Mauricio Claver-Carone, noto critico della politica di Obama a Cuba, è stato nominato importante membro della squadra di transizione, dall’altro Trump ha scelto come vice-consigliere per la sicurezza nazionale la veterana Kathleen Troia McFarland, che in passato ha difeso la normalizzazione dei rapporti diplomatici con l’isola. Da parte sua, Reince Priebus, capo di gabinetto del presidente, ha già messo in chiaro che le condizioni per il mantenimento del processo di avvicinamento sono, tra le altre cose, l’apertura economica, la liberazione di prigionieri politici, la fine della repressione e la libertà di espressione. Richieste tutt’altro che accettabili per un regime che orgogliosamente predica devozione al socialismo reale e al marxismo scientifico, e che, come ha già dichiarato Raúl Castro durante la visita ufficiale di Obama lo scorso marzo, “non ha prigionieri politici nelle sue carceri”. Il futuro delle relazioni con l’isola A questo punto, è possibile considerare due possibili scenari nei futuri rapporti tra Washington e L’Avana. Se la nuova amministrazione statunitense dovesse scegliere la linea dura, gli esponenti più ortodossi del regime e più ostili a qualsiasi normalizzazione delle relazioni potrebbero guadagnare potere, sentendosi legittimati ad accusare los gringos di tradimento degli accordi stipulati e chiamando a raccolta i cubani ad una nuova unione rivoluzionaria contro l’imperialismo yankee. Propaganda a parte, ciò si tradurrebbe in concreto nell'ennesima chiusura dell’isola, con un aumento della repressione verso la dissidenza e la messa all’angolo delle forze riformiste. È lo scenario “Cuba nuova Corea del Nord tropicale”. Dall’altro lato, se Trump dovesse optare per una linea più pragmatica, l’intensificarsi delle relazioni commerciali e un’eventuale uscita di scena di Raúl Castro (ormai ottantacinquenne) potrebbero portare all’emersione di una classe dirigente più disposta all’apertura. Ciò, ovviamente, non eliminerebbe il rischio di eventuali colpi di coda da parte di irriducibili del castrismo più intransigente, soprattutto tra i membri delle forze armate, né assicurerebbe un cambiamento politico reale. Basti pensare che il figlio di Raúl, Alejandro, già si muove da delfino e fa affari con gruppi di investitori americani in prospettiva di un’apertura economica ma del contemporaneo mantenimento del controllo politico. L’élite castrista non è affatto disposta a perdere la posizione di privilegio economico di cui gode, ed è quindi molto probabile che tenti di trasformare Cuba in un regime su modello cinese o vietnamita, con spazi per l’economia di mercato accompagnati da un rigido controllo politico. È lo scenario “Cuba nuovo Vietnam tropicale”. D’altronde, nessun regime comunista ha mai avuto la capacità di autoriformarsi politicamente e arrivare alla democrazia in maniera graduale. Le dittature marxiste o implodono come il blocco comunista dell’Europa dell’Est, o rimangono prigioniere dei loro stessi governanti, seguendo una linea più o meno contraddittoria rispetto all’ortodossia socialista, come appunto Cina o Vietnam. Un disgelo obbligato Tuttavia, per Cuba portare avanti il processo di disgelo è una necessità. Non ci sono più le condizioni economiche per la sopravvivenza dell’isola, vista la carenza di aiuti dai Paesi amici. L’assistenza sovietica non arriva più dal 1991. Il Venezuela è ormai al collasso e non riesce più a fornire petrolio a prezzo di favore. E il Brasile, che aveva finanziato il mega-porto di Mariel e “importato” medici cubani a peso d’oro (pagandone lo stipendio direttamente al governo cubano), ha cambiato nettamente orientamento politico dopo 13 anni di governi del partito di Lula. L’apertura è quindi un percorso obbligato per mancanza di alternative. Infine, non bisogna dimenticare che le redini della politica estera statunitense sono comunque tenute dal Senato americano, a maggioranza repubblicana. Il quale, non a caso, non ha mai avallato la politica di avvicinamento di Obama, né approvato l’invio di un rappresentante diplomatico statunitense a Cuba, portando alla situazione alquanto paradossale di aprire un’ambasciata senza avere un ambasciatore. In sostanza, i futuri rapporti tra Washington e L’Avana saranno sì influenzati dalle scelte dell'amministrazione Trump, ma non potranno evitare di fare i conti con la realtà di un’isola economicamente allo stremo da un lato, e con un’eventuale ostilità dell’establishment statunitense a qualsiasi concessione al regime castrista dall’altro. Carlo Cauti è un giornalista italiano di base a São Paulo del Brasile. |
venerdì 27 gennaio 2017
USA. creare caos ai propri confini
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E se, da una parte, si attende per martedì 31 gennaio la visita del presidente messicano Enrique Peña Nieto alla Casa Bianca di Donald Trump (è il secondo leader straniero dopo la britannica Theresa May), dall’altra monta una crisi che da diverse settimane non fa altro che peggiorare. E che, purtroppo, è già costata diverse vite. Gasolinazo e disorientamento L’improvviso annuncio da parte del governo di un aumento del 20% dei prezzi della benzina ha scatenato un’ondata di malcontento, con proteste - spesso violente - che hanno invaso piazze e strade in quasi tutto il Messico. Finora, il cosiddetto "gasolinazo" ha causato sei morti, l'arresto di oltre mille persone e centinaia di saccheggi registrati in 27 dei 32 Stati del Paese. Ciò che ha più indignato la popolazione messicana, tuttavia, è stata la reazione debole e irresoluta del loro presidente. Durante un comunicato televisivo ufficiale, cercando di mostrare fermezza, Peña Nieto ha dichiarato che i problemi del Paese sono di natura "esterna", che un aumento di tali proporzioni della benzina era "l'unica alternativa per non tagliare piani sociali", e che la colpa di questa situazione ricade sull'eredità lasciata dai governi precedenti. Il presidente messicano si è dimenticato di ricordare che è in carica ormai da oltre quattro anni e che il costo dei programmi sociali incide solo in percentuali risibili sulla spesa pubblica messicana. Il passaggio che lascia maggiormente sconcertati è tuttavia quello in cui chiede ai suoi connazionali: "Tu cosa avresti fatto al mio posto?". Ora, è comprensibile che Peña Nieto possa essere confuso dalla complessa situazione che ha davanti a sé, ma lanciare una domanda del genere al popolo che lo ha eletto non è niente di meno che mettere in chiaro come lui, il capitano della nave, non abbia la minima idea di dove, né come, la sua imbarcazione navigherà nei prossimi anni. Il rapporto con Trump A riprova di ciò, basta rivedere le sue decisioni più recenti. Dopo aver rimosso Luis Videgaray, il collaboratore che gli aveva consigliato di invitare l’allora candidato repubblicano Trump in visita ufficiale in Messico - scelta che ha generato roventi polemiche nazionali ed un certo scherno internazionale -, il presidente lo ha semplicemente richiamato, nominandolo addirittura ministro degli Esteri. E Videgaray, in una delle sue prime dichiarazioni, ha affermato che il rapporto con Washington "non sarà di sottomissione". Peña Nieto ha cercato di tappare la falla, esprimendosi sulla questione del muro alla frontiera che Trump vuole costruire e far pagare al Messico. Dall’altro lato, però, il presidente tenta timidamente di elaborare una controproposta alle critiche al Nafta mosse dal nuovo omologo statunitense, nel tentativo di non far soccombere del tutto l’accordo. In tutte le opzioni avanzate finora, però, il Messico perde sempre, benché meno di quanto piacerebbe a Trump. “Rivedere un trattato che ha già vent’anni di vita può essere una buona idea”, ha dichiarato Peña Nieto subito dopo il voto negli Usa. Un’arguzia che non traspirava chiarezza di intenti, e che non ha sicuramente giovato al suo Paese. Tanto è vero che ancora prima dell’insediamento, Trump aveva già incassato un successo, riuscendo - con la sola forza della pressione - a far deviare gli investimenti delle case automobilistiche dal Paese latinoamericano al proprio territorio nazionale. Dal 2011 al 2014, il Messico ha attratto oltre 10 miliardi di dollari di investimenti da parte di multinazionali statunitensi, diventando il maggior produttore di autoveicoli dell'America latina. Se le aziende automobilistiche se ne dovessero andare, verrebbero cancellati milioni di posti di lavoro e la disoccupazione esploderebbe. Il governo ha risposto con l’annuncio di tagli delle spese dell’esecutivo e l’adozione di misure di austerità. Quanto di più lontano si possa immaginare dal concetto di “replica efficace ed orgogliosa”. Peña Nieto a rischio L’assenza di prospettive e di chiarezza sui progetti da parte del governo ha esasperato i messicani e li ha portati a riversarsi per le strade e a chiedere le dimissioni del presidente. È vero che lo scenario internazionale non offre un panorama generoso, ma il fatto che sia Peña Nieto sia i suoi collaboratori non abbiano neanche elaborato preventivamente una strategia chiara per affrontare una prospettiva del genere non solo è preoccupante, ma è prova evidente del fatto che non si aspettassero minimamente la vittoria di Trump. Peggio ancora, la scommessa del governo su una politica di tagli di bilancio e sull'aumento dei prezzi del carburante, in un momento così delicato in cui c’è bisogno di conquistare - e non perdere - il sostegno popolare, è stata un vero e proprio suicidio politico. Non a caso, oggi meno del 25% dei messicani appoggia il presidente. Per le strade, grida e slogan presentano i temi che Peña Nieto non ha menzionano nei suoi discorsi: gli scandali di corruzione in cui sono coinvolti diversi suoi collaboratori (compresa sua moglie), gli omicidi in aumento di oltre il 15% negli ultimi mesi, l'assenza dello Stato in diverse regioni, la latitanza di un ex governatore dello stesso partito del presidente, il crollo del cambio del peso con il dollaro. Tutti fattori che preoccupavano i messicani molto tempo prima che Trump fosse eletto, e ai quali si sommano adesso i timori per una nuova recessione provocata dall’insediamento del quarantacinquesimo presidente Usa. Con la situazione che diventa ogni giorno più difficile, i due anni di mandato presidenziale che restano iniziano a sembrare un'eternità, per Peña Nieto come per i messicani. Carlo Cauti è un giornalista italiano di base a São Paulo del Brasile. |
giovedì 26 gennaio 2017
USA: inizia l'era Trump, un salto nel buio?
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Chi lo ha sostenuto finora e lo ha ascoltato, non sarà rimasto deluso. Chi lo temeva, avrà invece ottenuto una conferma ulteriore del fatto che è davvero entrato alla Casa Bianca un uomo di rottura, intenzionato a introdurre novità profonde nel modo in cui il potere esecutivo statunitense gestisce la politica interna e quella internazionale. Lo ha fatto capire sin dalle prime battute del suo primo discorso da presidente, soffermandosi ancora una volta sulla natura del suo “movimento” e sottolineando senza risparmiare neanche il proprio partito le responsabilità di una classe dirigente che si sarebbe arricchita allontanandosi dalla gente. Il volto di Paul Ryan, frequentemente inquadrato dalle telecamere, tradiva un evidente imbarazzo, a malapena celato da sorrisi di circostanza. Un presidente che fa sul serio Trump fa sul serio ed è questa la novità. Il nuovo presidente ci ha detto che la sua America incentiverà l’acquisto di prodotti e l’assunzione di lavoratori statunitensi. Possiamo credergli e, del resto, Marchionne lo ha già fatto. Non distribuirà più, invece, risorse verso il resto del mondo. Perché negli Stati Uniti esiste una classe media che deve recuperare potere d’acquisto e va altresì risolto il problema del decadimento dell’intelaiatura infrastrutturale del Paese, di cui in effetti si scrive e si parla da almeno un quarto di secolo. È peraltro un’altra la ragione più verosimile di questa svolta, in realtà cominciata da diverso tempo: sovvenzionare gli stili di vita degli amici e degli alleati dell’America non serve più, perché con la fine dell’Unione Sovietica ed il tramonto del comunismo è venuta meno l’esigenza di puntellarne gli equilibri politici interni. Cinesi e tedeschi sono avvertiti. Eccezionalismo americano, parentesi chiusa Dalla viva voce del nuovo presidente abbiamo anche appreso che la lunga parentesi dell’eccezionalismo americano, iniziata poco meno di cento anni fa, è probabilmente sul punto di concludersi. Il credo dell’Amministrazione entrante, enunciato seccamente dal suo leader, non sarà più l’universalizzazione del libero mercato e della democrazia, ma il primato dell’interesse nazionale statunitense, declinato come ricerca del benessere dei singoli e delle famiglie, uniti dalla comune fede nel patriottismo, descritto a sua volta come il “sangue rosso” che scorre in tutti i cittadini della Repubblica, a prescindere dal colore della loro pelle. Depurato da ogni incrostazione retorica, il messaggio di Trump non potrebbe essere più chiaro: gli Stati Uniti vireranno ancor più decisamente verso il realismo ed uniformeranno a questa concezione anche la loro narrativa ufficiale: per dirla alla maniera di Henry Kissinger, avremo la rivincita di Theodore Roosevelt su Woodrow Wilson. Wilson e Obama gli sconfitti Non che Barack Obama non fosse un realista, tutt’altro, ma negli otto anni appena trascorsi anche le scelte più attentamente calcolate dalla Casa Bianca avevano comunque continuato a essere giustificate facendo appello ad alti principi etici. Quest’ambigua prassi dovrebbe ora venir meno, con l’effetto di accrescere la trasparenza politica dell’America, circostanza che paradossalmente farà ulteriormente lievitare la caratura morale della sua azione sulla scena mondiale. Trump ha ribadito come nel perseguimento dei loro scopi gli Stati Uniti continueranno a servirsi delle alleanze esistenti, magari consolidandole. Non è quindi corretta la lettura di chi ha visto nelle dichiarazioni rese nei giorni scorsi dal nuovo presidente a proposito dell’obsolescenza della Nato l’annuncio del suo smantellamento. Ne diventa però sempre più probabile il riorientamento, anche perché Trump ha precisato che all’occorrenza l’America potrà cercare di stabilire nuove intese. È in questa parte del suo discorso inaugurale che il nuovo inquilino della Casa Bianca ha probabilmente inserito lo spunto di maggior interesse per il resto del mondo: abbracciando l’interesse nazionale come stella polare della propria azione internazionale, gli Stati Uniti di Donald Trump riconoscerebbero il diritto di fare altrettanto a tutti i Paesi del pianeta. Vedremo poi nei prossimi anni dove verranno pragmaticamente tracciate le nuove “linee rosse” da non oltrepassare. La guida americana dovrà comunque esercitarsi soprattutto tramite l’esempio luminoso che gli Stati Uniti riusciranno a dare con i risultati del loro futuro buongoverno. Non dovremmo più vedere, con Trump alla Casa Bianca, alcuna forma di esportazione militare della democrazia né tanto meno assistere a nuovi e pericolosi esercizi della Responsability to Protect, che invece avrebbero quasi certamente caratterizzato l’azione esterna di un’Amministrazione diretta da Hillary Clinton. In compenso, si andrà fino in fondo nella lotta al terrorismo jihadista. I russi sono certamente tra i primi destinatari di questi passaggi dell’intervento di Trump. Ma sarebbe probabilmente un errore circoscriverne il significato, che è molto più ampio e chiama in causa anche noi. L’America “egoista” del nuovo Presidente sembra infatti determinata a restituirci quote di sovranità sostanziale. Ci sarà chi accoglierà questa evoluzione con preoccupazione, perché nello scenario che si delinea saremo costretti ad assumerci maggiori responsabilità, correndo più rischi ma forse anche creando le condizioni di una lievitazione della nostra statura geopolitica. Non è detto che ci riveleremo all’altezza della sfida, anche se l’Italia si sta muovendo nella giusta direzione. Che ci piaccia o meno, le prime parole pronunciate dal presidente Trump ci hanno comunque già resi di fatto più liberi: come inizio, non potevamo chiedere di più. Germano Dottori è consigliere scientifico di Limes, cultore di Studi Strategici alla Luiss Guido Carli e consulente parlamentare. |
USA. Il giuramento del 45° Presidente
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E se voleva fomentare l’odio verso l’America di quella fetta di Mondo che già la considera un “satana”, c’è pure perfettamente riuscito. E se infine voleva dare il ‘libera tutti’ ai populismi nostrani e ai nazionalismi altrui, russi o cinesi o quali che siano, c’è pure perfettamente riuscito. Missione compiuta!, Presidente Trump. Adesso, è chiaro: con lei al potere, lo Sbarco in Normandia non sarebbe mai avvenuto - al massimo, la guerra nel Pacifico perché i giapponesi se la tirarono proprio - e il Mondo sarebbe diviso tra Nazismo, Comunismo e America in perpetuo conflitto. Proprio come in ‘1984’. Sentirla è stato come andare al cinema e scoprire che lei ha ribaltato i finali di Quarto Potere e de Il Grande Dittatore; e che il passato può tornare, forse è già tornato. Il conto alla rovescia: -1461 Trump ha fatto proprio il discorso che mi aspettavo facesse. E che, in qualche misura, speravo facesse. Non perché sia d’accordo con qualcosa che ha detto: neanche con una parola. Ma perché così Donald Trump non lascia spazio a chi continua a credere, o almeno a raccontare, che il Trump presidente sarà diverso dal Trump candidato: il primo discorso del Trump presidente è stato come un qualsiasi discorso del Trump candidato. Solo più agghiacciante, perché ora lui è il presidente. Adesso, inizia il conto alla rovescia: -1461 all’alba della fine del suo mandato, nella speranza che, nel frattempo, lui e alcuni suoi ‘compagni di merenda’, da Putin a Erdogan, da al-Sisi a Duterte, magari da Farage a Marine Le Pen, non ci combinino guai irreversibili. Lascio stare la cronaca e il resoconto, ché quelli li avete già vissuti in diretta - se volete sentire o risentire il discorso, lo trovate qui e altrove. Io mi limito alle impressioni, le mie, partendo dall’ammettere che questo discorso può davvero averlo scritto lui di suo pugno, come vuole la sua ‘agiografia’ mediatica. Quel che mancava nel discorso È stato un discorso senza radici, senza storia, senza riferimenti. Trump non ha citato nessuno, tranne se stesso: non ha citato i suoi predecessori, né uomini di cultura o di scienza, a parte un paio di richiami (a modo suo, non precisi, un po’ per sentito dire) alla Bibbia. E non ha neppure citato un qualsiasi Paese estero, né la Cina né la Russia, figuriamoci l’Europa, a meno che non ci siano fischiate le orecchie quando ha detto che gli Stati Uniti hanno sprecato le loro risorse per difendere altri Paesi - fossimo mai noi? - mentre non proteggevano se stessi. È stato un discorso inquietante e arrogante: “Prospereremo di nuovo” e gli altri saranno “liberi di seguirci”, “sradicheremo dalla faccia della Terra il terrorismo integralista islamico”, “sconfiggeremo la droga e le malattie”, della serie ‘miracoli offrensi’. È stato un discorso, come spesso i suoi, mirato a suscitare lo spirito di rivalsa dei perdenti d’America, illudendoli che lui, miliardario con il culto del profitto, sia il loro profeta. Ce n’erano a decine di migliaia assiepati sotto Capitol Hill e lungo il Mall fino al Washington Monument: neri, ispanici, donne, che lo hanno votato nonostante gli insulti e la minaccia del muro anti-immigrazione (che non è mai stata evocata). È stato un discorso, come sempre i suoi, che partiva da presupposti totalmente falsi: descrive l’America lasciatagli in eredità da Barack Obama come un Paese in macerie che ha subito - letterale - “una carneficina”, una sorta di ‘Germania Anno Zero’ di Roberto Rossellini o di ‘The Day After’ d’un attacco atomico - il film si riferiva a una catastrofe ambientale, ma quella Trump non la contempla, semmai la facilita. Bufale, nazionalismi e giacobinismi È stato un discorso nazionalista e protezionista: America First, ‘comprate americano e assumete americano’. Questa l’abbiamo già sentita: è l’ennesima versione dell’autarchia italica, che non finisce mai bene, ma che dopo un po’ torna a piacere perché suona bene. È stato un discorso senza concessioni alla cooperazione internazionale e alla solidarietà fra i popoli della Terra, come nessun presidente americano ha mai fatto, di sicuro da Roosevelt in poi - magari, qualcosa di simile erano i discorsi dei presidenti repubblicani degli Anni Venti, tra proibizionismo e charleston, che prepararono la crisi del ’29 e, senza né volerlo né rendersene conto, contribuirono ad avviare il Mondo verso la Seconda Guerra Mondiale. Persino Bush jr, ‘rinato in Cristo’, voleva e vedeva l’America ‘compassionevole’ e ‘misericordiosa’, anche se poi invadeva Paesi a buffo e faceva torturare presunti terroristi. È stato un discorso da Robespierre del XXI Secolo: sembrava di stare su una piazza insanguinata della Rivoluzione francese (e non solo perché l’ho seguito da Parigi). Trump ha sommariamente processato in pubblico, sollecitando gli astanti e tutta la gente che lo seguiva alla tv a essere giurati, i presidenti suoi predecessori che sedevano dietro di lui e tutta la classe politica statunitense che assisteva al suo insediamento - tranne le decine di senatori e deputati che disertavano l’evento, non riconoscendone la legittimità o semplicemente non accettandone le scelte. Li ha accusati di fare solo chiacchiere, mentre adesso ‘è l’ora dei fatti’: d’ora in poi, voi, il popolo, decidete; ed io, Donald, faccio. È stato il primo discorso del 45° presidente degli Stati Uniti. Che si è chiuso con l’inevitabile “Dio benedica l’America”. Ecco, su questo auspicio concordo: Dio, quale che egli sia, benedica l’America e l’aiuti, e ci aiuti, a superare i prossimi quattro anni senza guasti peggiori di una caterva di mediocri discorsi. Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI. |
USA. Le divisioni affiorano
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Questa manifestazione che non ha come obiettivo immediato la protesta contro il nuovo presidente, ha lo scopo di tenere alta l’attenzione sui diritti delle donne e sui numerosi episodi di discriminazione che si sono verificati negli ultimi mesi. Le donne marceranno per dire che sia i muri che i soffitti di cristallo si abbattono anzitutto con il dialogo e la solidarietà. “Non possiamo cambiare ciò che è stato ma possiamo e dobbiamo assicurarci che il futuro sarà diverso”, mi diceSheryl Olitzky, che tre anni fa ha fondato la Sisterhood of Salaam Shalom. Questa organizzazione, che è unica nel suo genere e ha sedi sparse in tutto il paese, riunisce cinquemila donne americane di religione ebraica e musulmana. La loro missione è quella di favorire il dialogo interreligioso. L’Alt-Right al potere Subito dopo l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, si sono verificati centinaia di episodi razzisti in tutto il paese. Alcune moschee sono state incendiate o attaccate con lanci di oggetti. Donne musulmane che indossavano il velo sono state aggredite sui mezzi pubblici. Sono comparse svastiche ed insulti antisemiti in molte città degli Stati Uniti. Nelle scuole, gli studenti bianchi hanno gridato “Build the wall!” all’indirizzo dei loro compagni immigrati. Persino nel meltingpot di Manhattan può accadere che, se passeggi per strada parlando in italiano con i tuoi figli, un gruppo di ragazzi bianchi si senta libero di dirti di tornare nel tuo Paese (sono cittadina americana da molti anni). Una delle prime decisioni prese da Trump dopo aver vinto le elezioni è stata quella di nominare Steve Bannon consigliere e capo stratega della Casa Bianca. Prima di diventare manager della campagna elettorale del magnate, lo scorso agosto, Bannon ha diretto Breitbart News, sito internet noto per le sue posizioni misogine, antisemite e islamofobiche. Lo stesso Bannon ha dichiarato la scorsa estate che Breitbart News è la voce della Destra Alternativa americana (nota anche come Alt-Right). Dopo le elezioni, la Destra Alternativa si è riunita a Washington per festeggiare la vittoria di Trump. L’ideologo del movimento, Richard Spencer, ha incitato la folla dicendo che “l’America appartiene ai bianchi”. Alcuni dei presenti hanno risposto con il saluto nazista al grido “Hail Trump!”. Gli appartenenti all’estrema destra americana sono in maggioranza giovani, bianchi e maschi, criticano il multiculturalismo e le politiche dell’immigrazione che hanno favorito le minoranze e gli stranieri rispetto a quelli che loro chiamano “i veri americani”. Spencer coltiva il sogno di una “pulizia etnica pacifica” a seguito della quale i non-bianchi lasceranno definitivamente il Paese. Gli esponenti dell’Alt-Right sono grati a Trump per aver incentrato la sua campagna elettorale sulla questione dell’identità dei bianchi. Per loro “rendere l’America di nuovo grande” significa renderla di nuovo bianca. Ebree e musulmane unite nella paura L’elezione di Trump suscita molta preoccupazione soprattutto tra le donne americane che appartengono alle minoranze etniche e religiose. Sheryl Olitzky, che è stata anche invitata alla Casa Bianca da Michelle Obama, crede che in questo tempo in cui l’islamofobia e l’antisemitismo sono tornati in auge e i valori della tolleranza e del rispetto sono messi in discussione, la missione della sua sorellanza sia diventata ancora più importante. Come dice Sheryl, “Se impari a conoscere chi è diverso da te, è difficile che tu possa odiarlo. Se poi impari ad amarlo, odiare diventa praticamente impossibile.” Queste donne sono determinate ad aiutarsi a vicenda.“Molte donne ebree che appartengono a questa organizzazione hanno giurato che se le loro sorelle musulmane dovessero essere registrate, come promesso da Trump in campagna elettorale, allora anche loro si faranno schedare”. Lo spirito è alto, così come la voglia di fare, ma nell’incertezza del futuro che le attende dopo l’inaugurazione di Trump, alcune di loro hanno già aperto un conto in banca in Israele o progettano di comprare casa in Canada. Orientamento politico e appartenenza di genere Alle elezioni dello scorso novembre, il 42% delle donne americane (e il 53% di quelle bianche) ha votato per Donald Trump. Evidentemente, la campagna di Hillary Clinton - che pure aveva insistito molto sul ruolo delle donne e sull’uguaglianza di genere - non è riuscita ad unire l’elettorato femminile. Al contrario, le dichiarazioni sessiste e misogine di Trump non hanno impedito a molte donne di votare per il candidato repubblicano. Storicamente, l’orientamento politico dell’elettorato femminile ha sempre prevalso sull’appartenenza di genere. Ed anche in questa elezione in cui per la prima volta una donna era candidata, le donne non si sono unite in nome della solidarietà femminile ma hanno votato prima di tutto per il partito. Gli episodi razzisti di questi mesi però hanno convinto molte donne ad unire le forze e a far sentire la propria voce. Arianna Farinelli, City University of New York. |
mercoledì 25 gennaio 2017
USA. La Transizione Due
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Ma hanno già scoperto che cos’è una transizione “accidentata”, che ti mette a disagio come un viaggio aereo quando ci sono turbolenze, senz’altro la meno liscia del dopoguerra. E anche se il presidente uscente Barack Obama ritrova la calma e lo stile nelle ultime battute, una settimana di proteste precede l’Inauguration Day, venerdì 20 gennaio, sul Campidoglio di Washington. Nel suo ultimo video-discorso del sabato mattina, Obama esorta gli americani a essere “guardiani” della loro democrazia: “Non possiamo darla per scontata”. C’è, nel messaggio, un’eco del discorso di commiato fatto martedì a Chicago: “Yes we can” e “Yes we did”, ma non tutto, non abbastanza. Il giorno che Obama venne eletto la prima volta, fu un’alba radiosa di speranza per tutto il Mondo. Adesso che se ne va, è una notte d’angoscia e di incubi, non solo perché gli succede Trump. Al doppio mandato del presidente uscente, un 8 pieno non glielo dà nessuno degli esperti che fanno le pagelle sulle tv americane: qualcuno glielo riconosce per l’impegno, il carisma e, magari, l’impatto simbolico del primo nero alla presidenza degli Stati Uniti. Ma quando si tratta di giudicare i risultati conseguiti, i più generosi si fermano a un 7+ standard, qualcuno non va oltre il 6-. Perché Obama non ha mantenuto tutto quello che faceva sperare: è stato migliore come candidato che come comandante-in-capo. Una settimana di manifestazioni (e di tweet) C’è un’America che raccoglie la raccomandazione del presidente: un fiume di persone confluisce sul Mall di Washington a una manifestazione indetta in occasione del Martin Luther King Day e organizzata dal National Action Network del reverendo Al Sharpton. Anche perché fa freddo e c’è la neve, il colpo d’occhio non è quello che aveva di fronte il reverendo King quando, sulla gradinata del Lincoln Memorial, fece il discorso del Sogno: un milione di persone fino e oltre il Washington Monument. Ma il segnale è chiaro e duplice: la gente è lì per tutelare il sogno di MLK e l'eredità d’Obama. In polemica con l’insediamento di Trump, è anche stata la Marcia delle Donne, con in prima linea star dello spettacolo, Scarlett Johansson, Cher, Julianne Moore, Katy Perry, Amy Schumer e altre. Meryl Streep ha fatto il suo, brandendo il Golden Globe appena ricevuto contro il presidente eletto. Intanto, Obama distribuisce onorificenze al merito liberal: premia il vice-presidente Joe Biden, cui Trump fa perdere le staffe (“Diventa adulto!, una buona volta”), dopo avere attribuito Medaglie della Libertà a Bruce Sprigsteen e a una serie di stelle progressiste dello show-bizz americano. Che lo ricambiano: c’era la fila il 7 gennaio, per andare alla festa d’addio degli Obama; e ora c’è la corsa per sottrarsi alla cerimonia d’insediamento il 20 gennaio. Il presidente eletto reagisce a colpi di tweet: l’America e il Mondo ci hanno ormai fatto l’abitudine, la sua sarà una presidenza a misura di Twitter. La comunicazione della Casa Bianca sarà costruita sulle dinamiche del suo social preferito, dov’è più efficace una battuta che un pensiero. Con il tatto che lo caratterizza, Trump non trova di meglio che attaccare - con la parola che per lui è un insulto fra i peggiori, “triste” - un eroe americano, il deputato nero John Lewis, un superstite della marcia di Selma nel 1965. Lewis, come altri parlamentari, boicotterà le cerimonie di venerdì, perché considera “illegittima” l’elezione avvenuta l’8 Novembre, causa ingerenze esterne. Le frontiere dell’Unione già calde Il clima politico dell’Inauguration Day sarà caldo, come lo è stato quello della transizione: l’avvio d’una commissione d'inchiesta sugli hackeraggi russi sulle elezioni presidenziali e varie ipotesi mediatiche anti-Trump tutte fantasiose - impeachment, tradimento, etc. L’indagine del Senato sugli hacker s’intreccia con le inchieste di stampa sull’attendibilità, o meno, di un dossier che presta a Trump comportamenti disdicevoli, sessuali e d’affari. E l’Fbi ha pure avviato un’inchiesta interna sul comportamento in campagna elettorale del direttore James B. Comey, che potrebbe avere deliberatamente agito per danneggiare Hillary Clinton. Le ultime decisioni dell’Amministrazione Obama, nei confronti di Israele e contro la Russia, sono trappole sugli esordi del magnate alla Casa Bianca (ma danno pure a Trump l’opportunità di fare vedere che la musica è cambiata). Ma anche l’attualità internazionale dissemina di mine il terreno: l’inasprimento della guerra in Afghanistan non consente di progettare un rapido disimpegno, come sarebbe forse piaciuto fare; e lo schieramento di truppe della Nato in Polonia, con 4mila carri armati Usa, uno sforzo inaudito dal crollo del comunismo in Europa, crea una situazione imbarazzante (se ce li lasci, deludi la Russia; se li togli, deludi - e spaventi - la Polonia e i Baltici). Il presidente eletto, in dichiarazioni attribuitegli ed in un’intervista al WSJ, si dice pronto a cassare le sanzioni alla Russia (e il WP rivela che il presidente russo Vlaidmir Putin l’ha invitato a fare sedere gli Stati Uniti al tavolo dei negoziati sulla Siria in Kazakhstan) e rifiuta di prendere impegni sul rispetto della tradizionale linea Usa di ‘una sola Cina’. Trump colleziona critiche internazionali: il premier canadese Justin Trudeau contesta le sue priorità; il presidente palestinese Abu Mazen da Roma e il presidente francese François Hollande deprecano il progettato trasferimento dell’ambasciata degli Stati Uniti in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme; la cancelliera tedesca Angela Merkel auspica un approccio multilaterale Ue/Usa, mentre Trump vorrebbe trattare da Stato a Stato; e il presidente messicano Enrique Pena Nieto ripete che il muro lungo il confine lui non lo pagherà. I ministri in dissenso con il presidente: gioco delle parti? A stemperare gli allarmi, ma pure a suscitare interrogativi, c’è il fatto che, nelle audizioni in Senato, i futuri ministri designati da Trump sono più cauti del loro boss e tendono a collocarsi in una linea di continuità con l’Amministrazione uscente. In particolare il segretario di Stato in pectore Rex W. Tillerson è misurato su rapporti con la Russia e cambiamento climatico. E il segretario alla Difesa, il generale James N. Mattis, avalla l’intesa sul nucleare con l’Iran. Altri punti di contrasto tra le affermazioni di Trump e le audizioni dei suoi ministri sono il ripristino della tortura contro i terroristi, la messa al bando dei musulmani, l’erezione di un muro al confine con il Messico. L’uomo scelto per guidare la Cia, Mike Pompeo, assicura che l’Agenzia indagherà sugli hacker russi e sui possibili legami con la squadra di Trump. Continuano a suscitare perplessità l’affidamento delle aziende di famiglia ai figli del magnate e non a un ‘blind trust’ e la designazione del genero Jared Kushner, uomo d’affari ebreo, marito di Ivanka, a consigliere per il Medio Oriente. I repubblicani in Congresso bruciano le tappe nello smantellare l’eredità di Obama: hanno già messo mano allo sventramento dell’Obamacare, la riforma sanitaria. E Trump distribuisce, ovviamente via Twitter, elogi e rimbrotti all’industria dell’auto a seconda che s’adegui - la Ford - o meno - la GM - alla sua direttiva principe, produrre negli Usa. Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI. |
lunedì 16 gennaio 2017
USA. La transizione
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