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Il Vertice del G7 a Taormina sarà, per Donald Trump, il ‘gran finale’ della sua prima missione all’estero da presidente degli Stati Uniti. Il viaggio comincerà fra una settimana in Arabia Saudita e proseguirà – il 22 e 23 maggio - in Israele e nei Territori palestinesi. La mattina del 24, Trump sarà in Vaticano e a Roma e incontrerà Papa Francesco e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella – è quello che il consigliere per la Sicurezza nazionale H.R. McMaster ritiene “un omaggio al popolo italiano”.Fascino per gli uomini forti Basta uno sguardo all’agenda del presidente statunitense per rendersi conto dell’incertezza e dell’imprevedibilità delle relazioni internazionali dell’attuale Amministrazione. Il viaggio di Trump - la mappa del tour presidenziale Prima di partire, Trump incontrerà, questa settimana a Washington, il presidente turco RecepTayyipErdogan, uno degli uomini forti – come il presidente egiziano Abd al-Fattahal-Sisi, già ricevuto alla Casa Bianca – per cui mostra una certa fascinazione. Si sono raffreddati, invece, gli entusiasmi per il presidente filippino dai modi spicci Rodrigo Duterte, che fa sapere che potrebbe non andare negli Stati Uniti perché ha “troppi impegni”. Il primo faccia a faccia col presidente russo Vladimir Putin non è invece stato ancora annunciato: reso più ostico dal colpo di freno al miglioramento dei rapporti tra Washington e Mosca legato al Russia-gate sul fronte interno e alla Siria su quello esterno, l’incontro potrebbe avvenire a margine del G20 di Amburgo a luglio, anche se un anticipo non è escluso, almeno secondo fonti di stampa russe. Il percorso in Medio Oriente Prima tappa della prima missione all’estero di Donald Trump sarà, dunque, l’Arabia Saudita: scelta che suscita subito sorpresa e interrogativi, perché si tratta sì di un tradizionale alleato degli Stati Uniti, ma anche di un Paese dal ruolo non limpido nella lotta contro il terrorismo e divisivo nella regione, nella chiave del persistente confronto tra le monarchie sunnite e il regime teocratico sciita iraniano, che si riflette anche nelle situazioni in Iraq e in Siria, oltre che nel conflitto nello Yemen. Ma la tappa più attesa nella regione è quella tra Israele e Palestina; un passo – per alcuni esperti – verso la nuova iniziativadi pace degli Stati Uniti per la soluzione del conflitto israelo-palestinese annunciatada Trump il 3 maggio scorso, dopo aver ricevuto il presidente palestinese Abu Mazen. L’iniziativa, che pareva azzardata, improvvisatae in contrasto con l’approccio apertamente filo-israeliano fino ad allora tenuto dalla sua Amministrazione, potrebbe dunque concretizzarsi. I palestinesi anzi cavalcano - e forse mettono alla prova - la disponibilità statunitense, prospettando addirittura nell’occasione un vertice a tre. Gli israeliani sono più riservati e fanno sapere che Trump, appena sbarcato in Israele, andrà al Muro del Pianto con la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner, entrambi ebrei religiosi – Kushner è pure suo consigliere per il Medio Oriente -. Non si attendono, invece, sviluppi nel tormentone dello spostamento dell’ambasciata degli Usa a Gerusalemme. Cruciale nella missione potrebbe diventare il discorso che Trump farà alla Rocca di Masada, antica e fascinosa fortezza ebraica sul Mar Morto: il discorso di Masada starà alla politica mediorientale dell’Amministrazione Trump come il discorso del Cairo del 4 giugno 2009 stette a quella dell’Amministrazione Obama. Resta da vedere se, contrariamente a quello di Obama, sarà poi seguito da fatti concreti. A Bruxelles tra Ue e Nato Nel pomeriggio del 24, Trump sarà a Bruxelles, dove sarà ricevuto da re Filippo nel Palazzo Reale, nel cuore della capitale belga. Il 25, il presidente americano incontrerà nell’Europa Building i leader delle istituzioni Ue, specie il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. A seguire, Trump parteciperà al Vertice Nato: un’occasione per riaffermare l’importanza dell’Alleanza, che da obsoleta è ora ritenuta essenziale nella lotta contro il terrorismo, ma anche per ribadire che i partner devono fare di più – leggi, pagare di più – per la sicurezza comune. La tappa di Bruxelles è segnata, in qualche misura, almeno nella sua preparazione, dal fatto che, durante i suoi primi cento giorni, ormai abbondantemente superati, Trump s’è ‘dimenticato’, o ha semplicemente trascurato, di nominare i rappresentanti permanenti degli Stati Uniti presso la Ue e la Nato. Alla Nato, l’ambasciatore Douglas Lute, un ex generale nominato da Barack Obama e insediatosi nel 2013, ha lasciato la guida della delegazione all’incaricato d’affari Earle Litzenberger. All’Ue, l’ambasciatore Anthony Gardner s’è dimesso a gennaio e la Rappresentanza è attualmente retta dall’incaricato d’affari Adam Shub. S’era parlato, all’Ue, di Ted Malloch, uno che dovunque spara a zero contro l’Unione e l’euro, suscitando reazioni piccate al Parlamento europeo e nelle capitali dei 27. In una lettera pubblicata dalla rivista londinese ‘The Parliament Magazine’, Malloch sostiene che l’Ue “è diventata non democratica, gonfia di burocrazia e di anti-americanismo rampante”; e afferma che “gli Usa dovrebbero praticare con l’Europa maggiore commercio bilaterale e dichiarare la propria ferma opposizione a un’Europa federale, dicendo un preciso ‘no’ a un unico euro-governo”. E, prima, intervistato da ‘Der Spiegel’, Malloch aveva definito l’euro “un esperimento imperfetto” – “se sedessi al tavolo d’una banca d’investimenti, ci punterei contro” – e la Brexit la prima di altre uscite. Perchégli Usa devono “collaborare in bilaterale coi singoli Stati Ue”? Perché così “ci troveremmo in vantaggio”. Un G7 ‘gente che va, gente che viene’ Il giorno dopo, il presidente raggiungerà la Sicilia, dove, a Taormina, si svolgeranno i lavori del G7. Fra i temi controversi, la libertà degli scambi – un valore che l’Amministrazione Trump subordina all’interesse commerciale degli Stati Uniti – e il rispetto degli accordi di Parigi del 2015 sul clima, per rallentare il riscaldamento globale. Sui cambiamenti climatici, le ultime indicazioni sono che gli Stati Uniti non prenderanno posizione fin dopo il G7: “Il presidente continuerà ad ascoltare i pro e i contro”, sul rispetto o meno dell’accordo di Parigi, per arrivare a definire “quel che è il miglior interesse degli Stati Uniti”, fa sapere il suo portavoce Sean Spicer. Un modo anche per evitare che Taormina si trasformi in una ‘sfida all’Ok corral’ ambientale. Un Vertice degli esordienti – ben quattro, oltre a Trump il presidente francese Emmanuel Macron, la premier britannica Theresa May e il padrone di casa e presidente di turno, il premier italiano Paolo Gentiloni – e, nello stesso tempo, di leader che potrebbero essere alla loro ultima esperienza: la May l’8 giugno e Gentiloni tra l’autunno e la primavera sono attesi da scadenze elettorali, come pure l’indiscussa decana di questi Vertici, Angela Merkel – il 23 settembre. Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI. | ||||||||
venerdì 19 maggio 2017
USA: un bilancio per un tour
mercoledì 3 maggio 2017
USA: Cento giorni di incertezza
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USA: la politica estera palestra di voltafaccia
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Ha cominciato con largo anticipo a celebrare i suoi primi cento giorni alla Casa Bianca, che cadono a fine aprile. Quando non aveva ancora compiuto tre mesi nell’esercizio dei suoi poteri, annunciava su Twitter, la lavagna virtuale di tutti i suoi proclami: “I primi 90 giorni della mia presidenza hanno mostrato il totale fallimento degli ultimi otto anni di politica estera. Com’è vero!”.Ed ha poi dato una lunga intervista all’Ap, in cui batte con insistenza proprio su questo tasto: la differenza tra lui e il suo predecessore, quel ‘mollaccione’ di Barack Obama, che non frenò il flusso degli immigrati, non cacciò dal potere il presidente siriano Bashar al-Assad e non convinse gli alleati Nato a pagare di più per la sicurezza comune. A dire il vero, neppure Donald Trump, 45° presidente degli Stati Uniti, insediatosi alla Casa Bianca il 20 gennaio, è finora riuscito a fare almeno una di quelle cose. Però, sta litigando con il Congresso per farsi dare i soldi per alzare il muro al confine con il Messico, ha lanciato una gragnola di missili su una base siriana e sta ‘mobbizzando’ tutti i leader europei che vanno a incontrarlo a Washington – ultimo, il premier italiano Paolo Gentiloni – con l’impegno di spendere di più nella Nato, centrando l’obiettivo del 2% del Pil per la sicurezza. I primati che lo distinguono dai suoi predecessori A Trump, comunque, i primati non mancano, per distinguersi dai suoi predecessori: è il presidente con l’indice di gradimento più basso durante la ‘luna di miele’ con il popolo americano, da quando esistono sondaggi del genere, anche se, dopo fuochi d’artificio e pugni sul tavolo, la sua popolarità è un po’ cresciuta; ed è il presidente che ha firmato più ‘ordini esecutivi’ – l’equivalente americano dei nostri decreti legge – nei suoi esordi, più di John F. Kennedy che era finora il recordman con 23; ed è anche il presidente che passa più tempo sui campi di golf (gioca una volta ogni cinque giorni, in media, secondo i calcoli di Market Watch, un sito di finanza, il doppio di quanto non giocasse Obama – una volta ogni quasi dieci giorni -). Eppure, Trump criticava spietato l’‘etica del lavoro’ di Obama, che non gli impediva di giocare a golf “con tutti i problemi che gli Usa hanno” – e che lui, per ora, non ha risolto. Ma dove nessuno lo batte davvero è nell’uso di Twitter: ‘cinguettii’ strategici, a notte o all’alba, che dettano l’agenda dei media – lo strumento, però, è recente e il confronto può solo essere con Obama -. Quanto ai ‘cancri’ dell’informazione del XXI Secolo, ‘fake news’, ‘alternative facts’, ‘post-truth’, Trump ne è un untore. Ma spesso i politici lo sono stati, usando gli strumenti di cui disponevano. Partenza in quarta, poi freno a mano tirato Partito in quarta, nelle primissime settimane alla Casa Bianca Trump pareva un turbo-presidente: non passava giorno senza che, con una firma e un tratto di penna, non cancellasse qualche decisione dell’amministrazione Obama. Via il Tpp, il patto di libero scambio dell’area pacifica: basta negoziati sul Ttip, l’analogo patto trans-atlantico; un colpo di freno alla parità dei diritti per Lgtbq; niente fondi per le ong che includono l’aborto fra i metodi per controllare le nascite; drastici tagli alle norme per la tutela dell’ambiente e abbandono di fatto degli obiettivi dell’accordo di Parigi contro il riscaldamento globale. Pareva tutto facile. Poi, però, le cose si sono complicate. Il provvedimento di blocco dell’ingresso negli Stati Uniti dei rifugiati e dei cittadini di sei Paesi musulmani s’è urtato a due riprese contro giudici federali e lì s’è incagliato – l’Amministrazione non ha scelto la via della Corte Suprema, riconoscendo di fatto la partita persa. E la revoca dell’Obamacare, la riforma sanitaria di Obama, punto focale di tutte le promesse elettorali, è naufragata in Congresso, nonostante i repubblicani controllino sia la Camera che il Senato. Quanto alla riforma fiscale e al programma per il rilancio delle infrastrutture, più facile annunciarli che farli: la riforma sta per essere presentata in fanfara, ma ci vorrà poi del tempo per perfezionarla. Le nomine e la squadra: rose e spine Se la nomina e l’insediamento del giudice mancante della Corte Suprema sono ‘andati in buca’ – Neil Gorsuch ha superato l’esame Senato, ma solo perché i repubblicani, che altrimenti non avevano i numeri, hanno forzato la consueta procedura –, la composizione della squadra di governo s’è rivelata una corona di spine. E molti posti restano vacanti, compromettendo l’ordinaria gestione della cosa pubblica. Il riflusso post-elettorale del Russia-gate – con l’intreccio delle interferenze russe nella campagna, sempre a danno di Hillary Clinton, e dei magheggi dei consiglieri di Trump con emissari di Putin – ha costretto quasi subito a dimissioni catartiche il generale Michael Flynn, scelto come consigliere per la sicurezza nazionale, mentre le gerarchie nel ‘cerchio magico’ intorno al magnate-presidente andavano assestandosi, con la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner a guadagnare posizioni e invece il suprematista Steve Bannon a perderne, dopo l’infelice esito di alcune sue iniziative. La politica estera palestra di voltafaccia La politica estera pareva una cosa semplice semplice: pappa e ciccia con la Russia; unghie in fuori con la Cina; divido l’Europa e non le bado; combatto il terrorismo, ma sto fuori dal Medio Oriente. Invece, non è proprio stata una passeggiata. Anzi, è su questo terreno che Trump presidente, tale quale il Trump candidato, ha esercitato un tratto saliente dei suoi primi ‘cento giorni’: il voltafaccia. Faccio la pace con la Russia; anzi no, ci litigo. Il futuro della Siria non è una priorità; anzi no, bombardo al-Assad e voglio che se ne vada perché ha usato i gas contro i suoi nemici che improvvisamente scopro essere miei amici. Bisticcio con la Cina; anzi no, le chiedo di tenere a bada la Corea del Nord, ché, altrimenti, ci penso io con portaerei e sottomarini nucleari. La Nato è obsoleta; anzi no, è utile contro il terrorismo – e se gli alleati pagano la loro quota. Elemento costante – e mai tradito – è stato la indubbia fascinazione per gli uomini, o le donne, forti: riceve il presidente egiziano, l’autoritario generale al-Sisi; si congratula con il presidente turco, l’altrettanto autoritario Erdogan, per il successo di misura nel referendum che instrada la Turchia verso un regime presidenziale semi-dispotico; e non mostra repulsione per la candidatura in Francia di Marine Le Pen, che prende i soldi a Mosca, ma è alfiere di quel processo di smembramento dell’Unione che a Trump – l’uomo della Brexit – piace tanto. L’isolazionista diventa interventista. Con la tentazione di aggiustare le cose del mondo assestando qualche martellata, visto che quelle dell’America non vanno a posto da sole. I suoi metodi gli hanno già valso un altro record: le ricerche su Google su Terza Guerra Mondiale e su Guerra Nucleare non sono mai state così numerose dal 2004, da quando cioè ne esistono statistiche. Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI. |
mercoledì 26 aprile 2017
USA: chi guida Gli Stati Uniti. Sono ancora alleati ed amici?
Evoluzione della Politica Statunitense
In un ultimo numero de "L'internazionale" (21-27 aprile 2017),
in una vignetta di ultima pagina,
si vede Waldimir Putin che, in una sala operativa,
si rivolge ad un generale,
parlando di Donald Trump.
"Doveva essere un utile idiota, non un imprevedibile imbecille".
Gli Stati Uniti sono ancora, per gli Stati occidentali, alleati o amici?
E' ormai tempo più che maturo che i decisori e le opinioni pubbliche dei vari Stati occidentali prendano atto che gli Stati Uniti non sono più gli Stati Uniti.
A partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il Presidente degli Stati Uniti era considerato dai Paesi alleati, amici e simpatizzanti e, in genere, dal mondo occidentale, il "leader del mondo libero".
A Febbraio del 19145 a Yalta, vi era stato il passaggio di consegne per questo ruolo tra Churchill, e Roosewelt, dopo che gli Stati Europei si sono suicidati con la prima e la seconda guerra mondiale. La Francia, sconfitta nel 1940, la Gran Bretagna, diseredata nonostante la vittoria del 1945, la Germania ridotta in polvere, l'Italia nemmeno da prendere in considerazione, vedevano nel Presidente Usa il garante dei valori che si volevano portare alla base del nuovo ordine mondiale che la vittoria sul nazismo imponeva.
Valori che si individuavano nella democrazia, il libero mercato, il rispetto della persona. Valori che venivano contrapposti al nuovo nemico, l'ex alleato, la URSS comunista di Stalin e poi dei suoi successori, che ovviamente viveva e proponeva un diverso modello di società e quindi di ordine mondiale.
La contrapposizione bipolare, la Guerra Fredda avevano poi incardinato tutto questo fino al crollo della URSS.
Siamo entrati con la caduta del Muro di Berlino nel Nuovo Ordine Unipolare, in cui ancora il ruolo affidato al Presidente degli Stati Uniti era quello del periodo bipolare, che si era svilupparono in una sorta di Stati Uniti- Gendarme del Mondo in cui Waschington veniva chiamata a risolvere le questioni sul tappeto.
Un ruolo guida, di riferimento, in cui noi alleati, amici e simpatizzanti vedevamo nel Presidente degli Stati Uniti.
Questo ruolo con il nuovo Presidente, per come Donald Trump interpreta il suo mandato, è tramontato e così per tutti quegli Americani che lo hanno eletto.
Qui non è in gioco solo Donald Trump, che già in molte occasioni viene definito come la vignetta dell'Internazionale, frutto di una sbandata elettorale; qui è in gioco il fatto che, volenti o nolenti, gli Stati Liberi, occidentali, democratici e quant'altro, gli Europei, sopratutto, non hanno più un capo di riferimento, perchè il capo ha abdicato da questo ruolo.
Ovvero ogni Stato occidentale non ha più alleati, non ha più amici non ha più simpatizzanti e deve iniziare a guardarsi intorno.
Donald Trump ha parlato chiaro: America First, che significa che vuole difendere soltanto gli interessi americani. Sia in campagna elettorale, sia nei primi mesi di Presidenza, Donald Trump non ha mai promesso di difendere gli interessi politici ed economic del "mondo libero". A questo , come corollario, seguire che non vuole dare patnerschip ai Paesi che condividono i valori liberali dell'Occidente.
Nella visione del Presidente Americano gli Stati Uniti non hanno nè alleati, nè nemici assoluti, ma solo rivali nella lotta per il dominio economico e politico"
Ovviamente tutto questo è stato uno shock per i Paesi cosiddetti Atlantici. Sorpresa o non sorpresa, la realtà è questa. Ci si deve guardare intorno ed al momento l'unica cosa che si vede è l'Europa. Altrimenti, che altro?
Per l'Italia, la bella addormentata che si considera al centro del mondo e convinta che tutti siano pronti a soccorrerla in caso di necessità e bisogno perchè abbiamo la pizza, il cielo e il mare blu e le opere d'arte, è tempo di pensare che non sono più i tempi in cui De Gaspari andava a Waschington e tornava con una valigiata di dollari; è tempo di pensare e forse che sono i finiti tempi di bere Coca Cola ma di ritornare al buon bicchiere di vino dei nostri genitori e nonni, in cui la vera prospettiva è quella europea.
Massimo Coltrinari
geografia2013@libero.it
sabato 8 aprile 2017
USA. Senza politica estera
lunedì 20 marzo 2017
USA: L'economia verso il passato
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Molti lavoratori e larga parte del ceto medio americani sono convinti che gli accordi di libero scambio stipulati negli ultimi decenni siano stati la causa del loro impoverimento. Il neo-presidente Donald Trump intende rassicurarli varando misure dirette a smantellare tal accordi e proteggere così gli interessi americani.La lista è lunga: a partire dall’uscita dall’accordo Tpp (Trans-Pacific Partnership), che il predecessore Barack Obama aveva stipulato con altre 11 economie dell’Asia e del Pacifico; all’auspicata rinegoziazione dell’accordo Nafta; al congelamento dell’accordo transatlantico con l’Unione europea, Ue (Ttip). La sfida protezionista di Trump In tutti questi casi si vuole sostituire al tradizionale approccio multilaterale una logica di rapporti bilaterali con singoli Paesi, anche perché più efficace alla riduzione dell’attuale deficit commerciale americano. L’altro obiettivo dichiarato della nuova Amministrazione Trump è riportare entro i confini degli Stati Uniti le produzioni di molti beni, soprattutto manufatti, oggi sparse nel mondo. A questo scopo si vuole disfare la complessa ragnatela delle catene globali di valore (Gvc), messa in piedi da moltissime imprese americane in questi ultimi tre decenni. Il dato trascurato è che oltre il 70 per cento degli scambi internazionali è oggi alimentato da queste catene di valore delle imprese americane e non. A guidare queste politiche Donald Trump ha nominato alcuni tra i maggiori alfieri del protezionismo e nazionalismo economico americani, quali Peter Navarro, messo a capo del National Trade Council, e Roberto Lighthizer, scelto quale rappresentante commerciale degli Stati Uniti. Gravi danni potenziali per il sistema globale Alcuni non danno gran peso alle minacce di Trump. Sia perché dubitano possano essere mai attuate, per i contrasti già oggi esistenti all’interno del Congresso e della stessa Amministrazione americani. Sia perché, anche se attuate, non durerebbero a lungo, considerati i costi elevatissimi che gli stessi Stati Uniti finirebbero per sostenere. In realtà si tratta di interpretazioni eccessivamente rassicuranti. Il presidente americano gode in effetti di elevati poteri e grande autonomia in tema di politiche commerciali. Quanto ai costi del protezionismo, essi sono certi e documentabili, ma potrebbe passare molto tempo prima che si manifestino. In definitiva va considerato molto serio il pericolo di seri danni al sistema commerciale globale nell’ipotesi l’Amministrazione americana attui quanto promesso. Anche perché l’ordine commerciale globale imperniato sulla Wto era già stato scosso da tutta una serie di crisi e difficoltà, ancor prima di Trump, dopo il fallimento del Doha Round e in seguito all’ingresso di nuovi paesi protagonisti, quali la Cina. La strategia della nuova Amministrazione americana potrebbe determinare così una ulteriore drammatica marginalizzazione del sistema di regole della Wto, aprendo la strada a una sorta di vero e proprio ‘far west’ commerciale. La risposta della Cina e … Il rischio di una deriva protezionista che finisca per danneggiare tutti è dunque reale, e, certo, da non sottovalutare. Molto dipenderà, innanzi tutto, dalle scelte di Donald Trump e dell’Amministrazione americana. Ma assai importanti saranno anche le risposte che verranno dagli altri maggiori Paesi. E tra questi la Cina e l’Europa avranno un ruolo decisivo. Trump ha minacciato di adottare drastiche misure protezionistiche contro Pechino. Il governo cinese è ovviamente pronto a rispondere, anche sul piano della Wto, ma non vuole farsi trascinare in un’azione di rappresaglia. È ben consapevole che un’escalation commerciale nuocerebbe a entrambe le parti e rischierebbe di alimentare una guerra commerciale dagli esiti imprevedibili. E gli stessi Stati Uniti rischierebbero la perdita di un enorme numero di posti di lavoro visto che una buona parte degli scambi con la Cina include oggi catene logistiche e reti di produzione di imprese americane. L’altra mossa della Cina è stata far sapere in varie occasioni di essere pronta a impegnarsi a giocare un ruolo assai importante nella difesa e rilancio di un Sistema di scambi basato su regole certe e predefinite. Lo ha anche dimostrato rilanciando in questi giorni nell’area dell’Asia del Pacifico - dopo l’affossamento del Tpp da parte di Donald Trump - un altro accordo di liberalizzazione commerciale la Rcep (Regional Comprehensive Economic Partnership), che, a differenza della Tpp, esclude gli Stati Uniti e include la Cina, interessando oltre tre miliardi di persone. … e quella dell’Ue Anche l’Europa ha ripetuto a più riprese di voler evitare una guerra commerciale con gli Stati Uniti, per gli effetti disastrosi che ne conseguirebbero per l’insieme dell’economia mondiale. Naturalmente, ciò non significa che l’Ue rinuncerebbe a rispondere con strumenti adeguati, sia comunitari sia legati alla Wto, qualora l’Amministrazione Trump decidesse interventi in violazione delle regole commerciali esistenti. Nel mentre anche l’Ue sta esplorando varie strade per rilanciare e rafforzare i legami commerciali con una serie di Paesi sparsi nel mondo, a partire dai paesi asiatici e dell’America Latina, ai fini di sostenere il libero scambio e salvaguardare i mercati di sbocco all’esportazione. Certo in Europa servirebbero anche politiche economiche e sociali più efficaci del passato nell’ammortizzare e assorbire all’interno l’impatto dei processi di liberalizzazione commerciale sui cosiddetti perdenti, al centro delle elevate diseguaglianze esistenti. Ma qui la strada da percorrere è ancora lunga. Per riassumere, nessuna voglia di rappresaglia da parte di Pechino e Bruxelles, ma articolate strategie di risposta tese sia a studiare contromosse in chiave di deterrenza e rimanendo nell’ambito delle regole della Wto sia a salvaguardare - rilanciando accordi con altri Paesi - l’apertura e la rete di scambi esistenti. È una direzione giusta lungo cui muoversi per contrastare le ansie protezionistiche di Trump. Ora va consolidata e non sarà facile. Al riguardo sarebbe molto importante un rafforzamento delle relazioni - oggi molto tese - tra i due attori più importanti, Europa e Cina. Il tema più rilevante è come migliorare e espandere le condizioni di accesso ai rispettivi mercati, in tema di beni e servizi e soprattutto investimenti. Sarebbe un segnale forte, in grado di mostrare che una vasta e importante parte del mondo è impegnata a rafforzare l’apertura e l’approccio multilaterale delle relazioni commerciali, e non è affatto disposta a seguire gli Stati Uniti lungo la vecchia pericolosa strada del protezionismo. Paolo Guerrieri è professore di Economia alla "Sapienza" Università di Roma e senatore della Repubblica. |
martedì 7 marzo 2017
USA: lo sguardo sul Pacifico
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martedì 21 febbraio 2017
USA: L'inizio nevrotico della 45ma presidenza
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Lo scorso anno si è chiuso con la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite “Situazione dei diritti dell’uomo nella Repubblica Autonoma di Crimea e nella città di Sebastopoli”, con cui 70 Paesi hanno condannato per la prima volta la Federazione Russa come potenza occupante in Crimea e ribadito l’integrità territoriale dell’Ucraina, già espressa nella risoluzione 68/262 del 27 marzo 2014, votata dopo il referendum di annessione alla Russia della Crimea.Poche settimane fa, anche in conformità a tale risoluzione, l’Ombudsperson ucraina si è recata in Crimea per visitare i cittadini ucraini ancora rinchiusi negli istituti penitenziari, e trasferirli sul territorio controllato da Kiev. Mosca, però, ha opposto il veto al trasferimento degli indagati per delitti politici. E a soffrire di queste accuse sono soprattutto i tatari, che risentono maggiormente dell’occupazione russa nella penisola. Human Rights Watch ha recentemente documentato l’arresto di due avvocati che rappresentavano alcuni dei più importanti leader della comunità tatara, Ciygoz e Umerov, vicepresidenti della disciolta assemblea tatara in Crimea, il Mejlis. La Crimea: pedina di scambio A infiammare il dibattito, con l’inizio del nuovo anno, ci ha pensato Viktor Pinchuk: magnate ucraino, genero dell’ex presidente Leonid Kuchma e con molti interessi economici in Russia. Pinchuk, con un articolo sul Washington Post, ha dichiarato che compromessi dolorosi saranno inevitabili per il popolo ucraino, al fine di adattarsi alla nuova realtà e per pacificare il martoriato Donbass (regioni di Donetsk e Luhansk), dove si combatte da quasi tre anni. Secondo l’uomo d’affari, l’Ucraina dovrebbe rinunciare temporaneamente all’obiettivo dell’ingresso nell’Ue, accettare di non divenire membro della Nato nei prossimi decenni, acconsentire alle elezioni locali nel Donbass, e infine, non lasciare che la Crimea si metta “in mezzo” a un accordo che ponga fine al conflitto nell’Est. Sulla stessa linea anche la parlamentare ucraina, ex pilota militare e ostaggio russo, Nadia Savchenko, che ha proposto di accettare momentaneamente la presa di Mosca sulla Crimea, per riprendere il controllo delle regioni orientali, se Kiev non vuole subire la “Transnistrizzazione” dell’area. L’amministrazione presidenziale ucraina ha ribattuto di essersi posta delle chiare “linee rosse che non saranno oltrepassate, mai!”. Il presidente Poroshenko ha dettato la linea: rinunciare all’integrazione euro-atlantica significherebbe il suicidio politico, soprattutto dopo la rivoluzione della Dignità. Al contrario, Poroshenko ha annunciato di aver programmato un referendum nazionale di adesione alla Nato per il prossimo futuro. Anche Marine Le Pen, candidata del Front National alle prossimi elezioni presidenziali francesi, è la prima figura politica di rilievo a dichiarare senza mezzi termini che la questione della Crimea è chiusa. In un’intervista alla CNN, ha infatti chiarito la sua posizione: “La Crimea, storicamente, è sempre stata russa”, e che bisogna abolire le sanzioni contro la Russia il prima possibile, perché danneggiano i Paesi europei; affibbiando alle proteste di piazza in Ucraina, a inizio 2014, e alla conseguente elezione di Poroshenko il carattere di un vero coup d’état. Incognita Trump: status quo o Yalta 2.0? Nell’Est del Paese, intanto, la situazione si è rapidamente deteriorata intorno alle città di Avdiivka e Yasinuvata, dove è situato uno dei più grandi impianti per la produzione del carbon-coke d’Europa. Il 31 gennaio, la missione di monitoraggio del cessate il fuoco dell’Osce ha registrato oltre diecimila esplosioni nella sola regione di Donetsk; e nel giro di una settimana oltre 50 tra feriti e morti tra le file ucraine e dei separatisti. Vari analisti hanno rilevato come l’intensità del conflitto sia cresciuta il giorno dopo la prima telefonata tra i presidenti Trump e Putin (28 gennaio), mentre la tensione s’è poi allentata all’indomani del contatto telefonico tra il presidente americano e quello ucraino (4 febbraio). Coincidenze? Forse. Intanto, queste telefonate di cortesia nei confronti del nuovo presidente Usa contenevano dei punti roventi in agenda, come quello del mantenimento delle sanzioni contro la Russia, e il sostegno militare americano all’Ucraina. Trump, in campagna elettorale, aveva più volte espresso il desiderio di sopprimere le sanzioni economiche contro la Russia se ci fosse stata piena collaborazione su altri dossier. Sembra però stia cambiando il vento in Pennsylvania Avenue, poiché in un fugace incontro con la leader dell’opposizione ucraina Tymoshenko a Washington, Trump pare l’abbia rassicurata che le sanzioni non saranno per il momento abolite. Un’ulteriore conferma arriva dal portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, secondo cui il presidente Usa si aspetta la restituzione della Crimea da parte di Mosca, seguita da una veloce reazione del Cremlino che ricorda, se ce ne fosse ancora bisogno, come la Russia non negozi porzioni del suo territorio. I più importanti collaboratori presidenziali sui temi di politica estera hanno assunto linee più nette: il segretario di Stato Tillerson ha dichiarato, durante la sua audizione di conferma, che fino a quando non si deciderà una strategia nuova nei confronti della Russia, bisognerà mantenere lo status quo delle sanzioni. La rappresentante Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha dichiarato che gli Usa continueranno a chiedere la fine immediata dell’occupazione della Crimea, e che le sanzioni rimarranno in piedi. Politici e giornalisti si divertono a trovare nuove definizioni all’alba di questo nuovo capitolo delle relazioni russo-americane. Se il vice primo ministro ucraino per l’integrazione euro-atlantica Ivanna Klympush-Tsintsadze parla di “Unione Sovietica 2.0”, l’Economist già prevede un tentativo di ‘grand bargain’ (grande accordo) che possa includere una serie di temi quali: il controllo degli armamenti, la lotta al terrorismo internazionale, le relazioni con la Cina, l’abbandono delle sanzioni economiche da parte americana e il riconoscimento della Crimea. Sembra sfumare l’idea, paventata qualche mese fa, di rivedere sulla scena diplomatica il novantenne Henry Kissinger, del quale si vociferava il consenso a disegnare le fondamenta di un nuovo accordo globale, una cosiddetta Yalta 2.0, dove la Crimea era abbandonata da Kiev in cambio del consenso delle truppe russe a lasciare il Donbass. Meglio vale ascoltare gli ammonimenti di Daniel Baer, ex rappresentante Usa presso l’Osce a Vienna, all’Amministrazione Trump: “Facendo accordi con Putin, che minano i principi del diritto internazionale, come ad esempio eliminando prematuramente le sanzioni o modificando la posizione Usa sulla Crimea, la Casa Bianca si piegherà a un sistema basato sugli accordi piuttosto che sulle regole”. Una volta intrapresa questa strada, ricordiamocelo, sarà difficile tornare indietro. Cono Giardullo lavora in Ucraina con l’Osce (Twitter: @conogiardullo). |
lunedì 20 febbraio 2017
Turbolenze latino.americane
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“Sono tempi difficili”. Così il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa (il cui mandato è in scadenza a metà febbraio), è andato dritto al punto parlando del momento problematico che vivono le sinistre in America Latina. Una frase pronunciata non a caso durante il funerale di Fidel Castro, fra gli avvenimenti che più hanno colpito la sinistra latinoamericana nel 2016.Nello stesso discorso, il presidente ecuadoriano ha ricordato anche le "battute d'arresto elettorali" di diversi Paesi della regione, dove le sinistre - che hanno sempre prevalso negli ultimi dieci anni - hanno dovuto cedere il passo a governi più conservatori. Le elezioni che hanno avuto luogo nell’ultimo anno e mezzo hanno portato al potere l’imprenditore Mauricio Macri in Argentina, l'ex banchiere Pedro Pablo Kuczynski in Perù, mentre in Brasile è entrato in carica il politico di lungo corso Michel Temer, vice di Dilma Rousseff, a cui è subentrato dopo l’impeachment della “presidenta”. Contando anche i referendum in cui la sinistra è stata sconfitta - come quello su un terzo mandato per il presidente boliviano Evo Morales, o quello sull’accordo con le Farc in Colombia - e la scomparsa, negli ultimi anni, di leader carismatici (non solo Fidel, ma anche Hugo Chávez e Néstor Kirchner), è evidente che i progressisti e i rivoluzionari dell’America Latina devono far fronte a un momento complicato. E il 2017 potrebbe essere l’anno che definirà fino a che punto la regione sterzerà a destra. Nei prossimi mesi si terranno infatti le elezioni presidenziali in Ecuador, Cile e Honduras, le legislative in Argentina e le regionali per il rinnovo dei governatori in Messico. Il 19 febbraio il voto in Ecuador sarà caratterizzato dall'assenza della candidatura socialista di Correa, che - alla guida del Paese da un decennio - non può ripresentarsi per raggiunti limiti di mandato. In Cile, dove si voterà a metà novembre, l’ex presidente Sebastián Piñera, di destra, è in testa ai sondaggi. L’imprenditore è diversi punti davanti un altro ex, Ricardo Lagos, rappresentante della stessa coalizione di centrosinistra del capo dello Stato in carica Michelle Bachelet (non rieleggibile). Alle urne in autunno anche l’Honduras, dove il favorito è il presidente uscente Juan Orlando Hernández, conservatore che punta ad un nuovo mandato. La sua candidatura è stata validata lo scorso dicembre dal Tribunale elettorale supremo, nonostante l'opposizione la consideri illegale, sottolineando come nel 2009 l'ex presidente Manuel Zelaya, che aveva tentato il bis, venne deposto in un colpo di Stato fra i cori di disapprovazione delle sinistre del continente. Effetto pendolo Il fatto che così tanti politici conservatori latinoamericani appaiano come favoriti non è una coincidenza. Secondo la società di sondaggi Latinobarometro, nel 2016 è aumentato il numero dei cittadini sudamericani che si collocano a destra dello spettro politico dei rispettivi Paesi. E si tratta del quarto anno consecutivo in cui questa tendenza viene registrata dai sondaggisti. Il 28% dei cittadini della regione, infatti, si dichiara di destra: nove punti in più rispetto al 19% del 2011. Sempre secondo il sondaggio, solo il 20% dei latinoamericani si considera di sinistra, mentre il 36% si identifica con un più generico “centro”. Ovviamente, si tratta di un fenomeno che ha diverse spiegazioni: anzitutto, la fine del boom dei prezzi delle materie prime, che ha causato molti problemi economici durante la gestione di diversi governi di sinistra, i quali sono così finiti per essere identificati come i responsabili del peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. Ma ci sono anche le fasce più umili della popolazione che chiedono un pugno duro contro criminalità e narcotrafficanti, e le religioni evangeliche che avanzano ed esortano i fedeli a difendere posizioni tradizionaliste su questioni come l'aborto o il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Inoltre, i nomi di primo piano del campo progressista latinoamericano degli ultimi anni, come l'ex presidente brasiliano Lula o l'ex leader argentina Cristina Kirchner, si trovano a dover fronteggiare pesanti accuse di corruzione nelle aule dei tribunali. Comunque vadano i processi, le loro immagini sono definitivamente compromesse. In aggiunta vi è la grave crisi economica e politica in atto in Venezuela, che ha portato alla richiesta di un referendum revocatorio del mandato dell'erede politico di Chávez, Nicolás Maduro, e ha contribuito all’aggravarsi della crisi a Cuba. Dei Trump latinos all’orizzonte? Non ci sono solo le contingenze che hanno favorito l’avanzata delle destre nella regione, ma è anche in atto la ricerca di qualcosa che vada oltre la semplice ideologia. I cittadini reclamano soluzioni pratiche che superino il mero assistenzialismo statale; il che potrebbe aumentare l’alternanza al potere, permettendo anche la vittoria di candidati alternativi o populisti. Tanti potenziali “Trump latinos”, fino ad ora quasi emarginati nei rispettivi Paesi, potrebbero emergere con forza. In questo modo, l’affermarsi delle correnti più conservatrici nel 2017 confermerebbe la virata a destra della regione, segnando una tendenza chiara già prima delle presidenziali del 2018 in Brasile, Messico, Colombia, Venezuela e Paraguay. Conservatori sociali Tuttavia, se il prossimo anno i governi pro-mercato di Buenos Aires, Brasilia o Lima non saranno riusciti a cogliere risultati concreti dalle loro politiche economiche, la tensione sociale potrebbe tornare ad aumentare, lasciando prefigurare un nuovo cambio di direzione delle tendenze politiche sudamericane. In sostanza, il 2017 sarà probabilmente ricordato come l’inizio della ventata conservatrice in America Latina. Ma se i partiti di destra non riusciranno a far tornare i loro Paesi sulla strada della crescita e a risolvere o quantomeno attenuare i problemi sociali che ancora li affliggono, il pendolo politico tornerà a sinistra molto rapidamente. Carlo Cauti è un giornalista italiano di base a São Paulo del Brasile. | ||||||||
venerdì 10 febbraio 2017
USA. In campagna elettorale si può dire tutto.
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Se ci fossero stati ancora dubbi sull’atteggiamento di Donald Trump nei confronti dell’Europa, alcuni sviluppi di questi ultimi giorni hanno contribuito a fare chiarezza su cosa pensa il nuovo presidente americano dell’Unione europea, Ue.In questo senso, va registrato l’incontro di Trump con il premier britannico Theresa May, primo capo di governo ad essere invitato alla Casa Bianca; le espressioni di ammirazione per la Brexit, e l’auspicio che altri Paesi europei seguano l’esempio; l’ostentata volontà di ricreare un asse preferenziale tra Washington e Londra; l’insistenza sulla opportunità di un accordo bilaterale di libero scambio con il Regno Unito. In rapida successione va poi segnalata l’intervista alla Bbc del più che probabile candidato al posto di rappresentante Usa presso la Ue, nella quale Ted Malloch s’è dichiarato convinto che gli Usa possano negoziare e concludere un accordo commerciale con il Regno Unito nell’arco di 90 giorni (etichettando come fastidiosi e superflui legalismi le obiezioni della Commissione che aveva fatto osservare che il Regno Unito non potrà negoziare accordi commerciali finché sarà membro dell’Ue). Ha confermato che i negoziati per il Ttip sono ormai defunti; ha ribadito l’allergia di Trump per le organizzazioni sovranazionali e la preferenza per relazioni bilaterali con singoli Stati-Nazione; e ha dichiarato di non avere alcuna fiducia nell’Euro, una moneta comune verosimilmente destinata al collasso nell’arco dei prossimi diciotto mesi. L’Ue e un’Amministrazione statunitense ostile Per la prima volta dalla sua creazione, l’Ue si trova dunque confrontata con una Amministrazione americana ostile, o nella migliore delle ipotesi indifferente; più interessata a sfruttare la posizione di indubbio vantaggio che comporterebbe una rete di relazioni bilaterali, rispetto alle difficoltà di doversi confrontare con un blocco continentale unitario, certamente complicato nel suo funzionamento, ma in grado di fare valere le potenzialità del grande mercato interno europeo e la solidarietà faticosamente costruita attorno alle varie politiche comuni. Per la prima volta, Bruxelles e le maggiori capitali europee dovranno fare i conti con una Amministrazione americana che, a differenza delle precedenti, non sosterrà più, o peggio potrà contrastare, gli sforzi europei mirati a consolidare integrazione e solidarietà. Si tratta di una svolta epocale, se si pensa che finora, salvo qualche episodio di frizione e tensione (per contenziosi commerciali, per dispute in materia di concorrenza o per dissidi su questioni specifiche di politica estera), Washington aveva coerentemente sostenuto la costruzione europea come elemento portante di quella partnership transatlantica che era a sua volta considerata come uno dei pilastri di un equilibrio globale fondato su principi e valori condivisi (libero mercato, democrazia, sostegno al multilateralismo). Fare da soli: straordinaria opportunità o fattore di rischio Ora l’Europa non potrà più fare affidamento sul sostegno implicito o esplicito degli Usa e dovrà fare da sola. È stato osservato che questa potrebbe essere una straordinaria opportunità per l’Europa, che proprio per rispondere alla sfida di Trump dovrà trovare la volontà politica e l’energia per ritrovare autorevolezza e protagonismo. Personalmente credo che l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, insieme alla Brexit, costituiscano per l’Europa fattori di rischio, destinati a mettere ulteriormente in difficoltà una Ue già alle prese con gravi problemi interni: un calo di consensi e di sostegni da parte di opinioni pubbliche nazionali sempre più distaccate quando non ostili; una crescente affermazione di formazioni politiche populiste, magari eterogenee, ma accomunate da piattaforme politiche caratterizzate da un marcato euro-scetticismo. Una crisi migratoria senza precedenti, cui non hanno corrisposto adeguate risposte comuni; una economia che stenta a riprendere il cammino della crescita; una situazione inquietante dell’occupazione in particolare giovanile; la minaccia del terrorismo che incombe un po’ su tutti i Paesi europei; sfide sempre più complesse, e un’area di diffusa instabilità, ai propri confini, di fronte alle quali l’Europa è costretta a riconoscere le proprie debolezze e insufficienze. Trump alla Casa Bianca, insieme alla Brexit, costituiscono altrettante minacce per l’Europa. In primis, come abbiamo già potuto constatare, l’affermazione negli Usa e nel Regno Unito di una linea nazionalista, sovranista e protezionista ha rafforzato le posizioni delle formazioni politiche populiste, nazionaliste e sostanzialmente anti-europee presenti in numerosi Paesi europei. In secondo luogo la diffidenza manifestata da Trump per l’Alleanza Atlantica rischia di rimettere in discussione quella solidarietà transatlantica su cui l’Europa aveva fatto affidamento, anche come garanzia della propria sicurezza. In terzo luogo la linea protezionista e isolazionista della nuova Amministrazione americana contrasta clamorosamente con il sostegno europeo ad un sistema aperto di liberalizzazione dei commerci e di integrazione delle economie. Infine la volontà manifestata da Trump di aprire a nuove forme di collaborazione con la Russia di Putin (che di per sé non sarebbe uno sviluppo negativo), se realizzata unilateralmente e senza una previa consultazione con gli alleati e i partner europei, rischia di metter in seria difficoltà gli europei (che proprio sul con la Russia hanno non pochi problemi a mantenere una posizione unitaria). Per non citare le prevedibili divergenze con Washington che a Bruxelles si dovranno registrare su numerosi altri temi: dalla gestione del fenomeno migratorio, al contrasto del cambiamento climatico, dall’impegno per la protezione ambientale alla regolamentazione dei mercati finanziari, dal coordinamento delle politiche macro-economiche all’impegno per un sistema di relazioni internazionali fondato sulla difesa del libero mercato e della democrazia, alla difesa del multilateralismo e delle istituzioni internazionali. Costretti a giocare di rimessa A fronte di questo mutamento radicale dei termini di riferimento del rapporto con la maggiore potenza amica e alleata, c’è da chiedersi se l’Ue saprà farsi trovare preparata, o se sarà costretta a giocare di rimessa secondo un copione ben noto. Le premesse non sono delle più favorevoli. Mai come in questa congiuntura l’Europa è apparsa incerta, in crisi di consensi e soprattutto divisa sulle cose da fare. Ma per far fronte alle sfide che si presentano sia sul fronte interno (calo esponenziale del sostegno delle opinioni pubbliche e crescita delle formazioni politiche euro-scettiche) e esterno (un contesto internazionale particolarmente instabile e critico, una Amministrazione americana tendenzialmente ostile), è più che mai necessario riprendere il cammino interrotto del rilancio della costruzione europea. Nell’immediato con decisioni concrete su politiche in grado di fornire beni pubblici europei: maggiore sicurezza interna e esterna, una più efficace collaborazione nel campo della difesa; una politica comune per la gestione dei flussi migratori ispirata al principio di solidarietà; politiche condivise a sostegno della crescita e dell’occupazione nel rispetto del principio della disciplina di bilancio; stabilizzazione del sistema finanziario con il completamento dell’unione bancaria. Nel medio termine con un riassetto istituzionale che consenta di tradurre in termini operativi quel metodo della integrazione differenziata, che sembra realisticamente l’unico approccio praticabile per conciliare la necessità di adottare misure in grado di riconquistare il consenso dei cittadini con l’esigenza di tener conto delle diverse visioni sugli obiettivi di lungo termine del processo di integrazione. Il vertice di Malta del prossimo 3 febbraio e le celebrazioni del 60o anniversario della firma dei Trattati di Roma sono altrettante occasioni per testare l’esistenza della necessaria volontà politica. Ferdinando Nelli Feroci è presidente dello IAI. |
USA. Rivisitazione della politica di disgelo con l'Avana
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Se la politica estera di Donald Trump emerge lentamente dalle nebbie dell’ambiguità e dell’imprevedibilità, il rapporto che si instaurerà tra gli Usa del nuovo presidente e Cuba pare già abbastanza chiaro.Durante la campagna elettorale Trump aveva promesso di rivedere la politica di disgelo con L’Avana iniziata da Barack Obama, di tagliare i legami economici stabiliti negli ultimi anni e di chiudere nuovamente l’ambasciata americana, riaperta lo scorso luglio dopo 54 anni di rottura delle relazioni diplomatiche. Una posizione che riflette i desiderata del milione e mezzo di esuli cubani negli Stati Uniti, i quali lo hanno appoggiato in massa durante le elezioni presidenziali e che premono per un ritorno alla linea dura verso il regime castrista, considerata l’unica forma per ottenere cambiamenti tangibili in un sistema che si mantiene al potere con il pugno di ferro da 58 anni. I rapporti con Cuba sono rimasti in secondo piano durante la campagna elettorale (scavalcati da Messico, Cina, Russia e naturalmente dall’email-gate di Hillary Clinton), ma la morte di Fidel Castro ha rimesso al centro la questione e ha dato modo a Trump di esprimersi direttamente sulla situazione nell’isola caraibica attraverso il suo mezzo preferito: Twitter. A novembre, il futuro inquilino della Casa Bianca, ormai famoso per i suoi 140 caratteri tanto diretti quanto ruvidi, ha plaudito alla morte di Fidel, bollandolo come “dittatore brutale”, accusandolo di aver provocato “tragedie, morti e dolore” a Cuba e affermando di sperare che la sua scomparsa segni la fine degli “orrori” commessi dal regime negli ultimi decenni. Amministrazione ambigua Se la retorica trumpiana si mostra durissima verso Cuba, le azioni dell’amministrazione repubblicana si annunciano però molto meno univoche. Un’ambiguità che si riflette nelle nomine già realizzate dal presidente. Per fare solo due esempi, se da un lato Mauricio Claver-Carone, noto critico della politica di Obama a Cuba, è stato nominato importante membro della squadra di transizione, dall’altro Trump ha scelto come vice-consigliere per la sicurezza nazionale la veterana Kathleen Troia McFarland, che in passato ha difeso la normalizzazione dei rapporti diplomatici con l’isola. Da parte sua, Reince Priebus, capo di gabinetto del presidente, ha già messo in chiaro che le condizioni per il mantenimento del processo di avvicinamento sono, tra le altre cose, l’apertura economica, la liberazione di prigionieri politici, la fine della repressione e la libertà di espressione. Richieste tutt’altro che accettabili per un regime che orgogliosamente predica devozione al socialismo reale e al marxismo scientifico, e che, come ha già dichiarato Raúl Castro durante la visita ufficiale di Obama lo scorso marzo, “non ha prigionieri politici nelle sue carceri”. Il futuro delle relazioni con l’isola A questo punto, è possibile considerare due possibili scenari nei futuri rapporti tra Washington e L’Avana. Se la nuova amministrazione statunitense dovesse scegliere la linea dura, gli esponenti più ortodossi del regime e più ostili a qualsiasi normalizzazione delle relazioni potrebbero guadagnare potere, sentendosi legittimati ad accusare los gringos di tradimento degli accordi stipulati e chiamando a raccolta i cubani ad una nuova unione rivoluzionaria contro l’imperialismo yankee. Propaganda a parte, ciò si tradurrebbe in concreto nell'ennesima chiusura dell’isola, con un aumento della repressione verso la dissidenza e la messa all’angolo delle forze riformiste. È lo scenario “Cuba nuova Corea del Nord tropicale”. Dall’altro lato, se Trump dovesse optare per una linea più pragmatica, l’intensificarsi delle relazioni commerciali e un’eventuale uscita di scena di Raúl Castro (ormai ottantacinquenne) potrebbero portare all’emersione di una classe dirigente più disposta all’apertura. Ciò, ovviamente, non eliminerebbe il rischio di eventuali colpi di coda da parte di irriducibili del castrismo più intransigente, soprattutto tra i membri delle forze armate, né assicurerebbe un cambiamento politico reale. Basti pensare che il figlio di Raúl, Alejandro, già si muove da delfino e fa affari con gruppi di investitori americani in prospettiva di un’apertura economica ma del contemporaneo mantenimento del controllo politico. L’élite castrista non è affatto disposta a perdere la posizione di privilegio economico di cui gode, ed è quindi molto probabile che tenti di trasformare Cuba in un regime su modello cinese o vietnamita, con spazi per l’economia di mercato accompagnati da un rigido controllo politico. È lo scenario “Cuba nuovo Vietnam tropicale”. D’altronde, nessun regime comunista ha mai avuto la capacità di autoriformarsi politicamente e arrivare alla democrazia in maniera graduale. Le dittature marxiste o implodono come il blocco comunista dell’Europa dell’Est, o rimangono prigioniere dei loro stessi governanti, seguendo una linea più o meno contraddittoria rispetto all’ortodossia socialista, come appunto Cina o Vietnam. Un disgelo obbligato Tuttavia, per Cuba portare avanti il processo di disgelo è una necessità. Non ci sono più le condizioni economiche per la sopravvivenza dell’isola, vista la carenza di aiuti dai Paesi amici. L’assistenza sovietica non arriva più dal 1991. Il Venezuela è ormai al collasso e non riesce più a fornire petrolio a prezzo di favore. E il Brasile, che aveva finanziato il mega-porto di Mariel e “importato” medici cubani a peso d’oro (pagandone lo stipendio direttamente al governo cubano), ha cambiato nettamente orientamento politico dopo 13 anni di governi del partito di Lula. L’apertura è quindi un percorso obbligato per mancanza di alternative. Infine, non bisogna dimenticare che le redini della politica estera statunitense sono comunque tenute dal Senato americano, a maggioranza repubblicana. Il quale, non a caso, non ha mai avallato la politica di avvicinamento di Obama, né approvato l’invio di un rappresentante diplomatico statunitense a Cuba, portando alla situazione alquanto paradossale di aprire un’ambasciata senza avere un ambasciatore. In sostanza, i futuri rapporti tra Washington e L’Avana saranno sì influenzati dalle scelte dell'amministrazione Trump, ma non potranno evitare di fare i conti con la realtà di un’isola economicamente allo stremo da un lato, e con un’eventuale ostilità dell’establishment statunitense a qualsiasi concessione al regime castrista dall’altro. Carlo Cauti è un giornalista italiano di base a São Paulo del Brasile. |
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