Master 1° Livello

MASTER DI I LIVELLO

POLITICA MILITARE COMPARATA DAL 1945 AD OGGI

Dottrina, Strategia, Armamenti

Obiettivi e sbocchi professionali

Approfondimenti specifici caratterizzanti le peculiari situazioni al fine di fornire un approccio interdisciplinare alle relazioni internazionali dal punto di vista della politica militare, sia nazionale che comparata. Integrazione e perfezionamento della propria preparazione sia generale che professionale dal punto di vista culturale, scientifico e tecnico per l’area di interesse.

Destinatari e Requisiti

Appartenenti alle Forze Armate, appartenenti alle Forze dell’Ordine, Insegnanti di Scuola Media Superiore, Funzionari Pubblici e del Ministero degli Esteri, Funzionari della Industria della Difesa, Soci e simpatizzanti dell’Istituto del Nastro Azzurro, dell’UNUCI, delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, Cultori della Materia (Strategia, Arte Militare, Armamenti), giovani analisti specializzandi comparto geostrategico, procurement ed industria della Difesa.

Durata e CFU

1500 – 60 CFU. Seminari facoltativi extra Master. Conferenze facoltative su materie di indirizzo. Visite facoltative a industrie della Difesa. Case Study. Elettronic Warfare (a cura di Eletronic Goup –Roma). Attività facoltativa post master

Durata e CFU

Il Master si svolgerà in modalità e-learnig con Piattaforma 24h/24h

Costi ed agevolazioni

Euro 1500 (suddivise in due rate); Euro 1100 per le seguenti categorie:

Laureati UNICUANO, Militari, Insegnanti, Funzionari Pubblici, Forze dell’Ordine

Soci dell’Istituto del Nastro Azzurro, Soci dell’UNUCI

Possibilità postmaster

Le tesi meritevoli saranno pubblicate sulla rivista “QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO”

Possibilità di collaborazione e ricerca presso il CESVAM.

Conferimento ai militari decorati dell’Emblema Araldico

Conferimento ai più meritevoli dell’Attestato di Benemerenza dell’Istituto del Nastro Azzurro

Possibilità di partecipazione, a convenzione, ai progetti del CESVAM

Accredito presso i principali Istituti ed Enti con cui il CESVAM collabora

Contatti

06 456 783 dal lunedi al venerdi 09,30 – 17,30 unicusano@master

Direttore del Master: Lunedi 10,00 -12,30 -- 14,30 -16

ISTITUTO DEL NASTROAZZURRO UNIVERSITA’ NICCOL0’ CUSANO

CESVAM – Centro Studi sul Valore Militare www.unicusano.it/master

www.cesvam.org - email:didattica.cesvam@istitutonastroazzurro.org

America

Traduzione

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

This blog is written in Italian, a language base. Those who wish to translate into another language, may use the opportunity of the function of "Translation", which is reported in the pages.

America Centrale

America Centrale

Medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 su questo stesso blog seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo
adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità dello
Stato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento a questo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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martedì 21 febbraio 2017

USA: L'inizio nevrotico della 45ma presidenza

Ucraina
Trump: nei 100 giorni, anche Crimea e sanzioni
Cono Giardullo
18/02/2017
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Lo scorso anno si è chiuso con la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite “Situazione dei diritti dell’uomo nella Repubblica Autonoma di Crimea e nella città di Sebastopoli”, con cui 70 Paesi hanno condannato per la prima volta la Federazione Russa come potenza occupante in Crimea e ribadito l’integrità territoriale dell’Ucraina, già espressa nella risoluzione 68/262 del 27 marzo 2014, votata dopo il referendum di annessione alla Russia della Crimea.

Poche settimane fa, anche in conformità a tale risoluzione, l’Ombudsperson ucraina si è recata in Crimea per visitare i cittadini ucraini ancora rinchiusi negli istituti penitenziari, e trasferirli sul territorio controllato da Kiev. Mosca, però, ha opposto il veto al trasferimento degli indagati per delitti politici.

E a soffrire di queste accuse sono soprattutto i tatari, che risentono maggiormente dell’occupazione russa nella penisola. Human Rights Watch ha recentemente documentato l’arresto di due avvocati che rappresentavano alcuni dei più importanti leader della comunità tatara, Ciygoz e Umerov, vicepresidenti della disciolta assemblea tatara in Crimea, il Mejlis.

La Crimea: pedina di scambio
A infiammare il dibattito, con l’inizio del nuovo anno, ci ha pensato Viktor Pinchuk: magnate ucraino, genero dell’ex presidente Leonid Kuchma e con molti interessi economici in Russia. Pinchuk, con un articolo sul Washington Post, ha dichiarato che compromessi dolorosi saranno inevitabili per il popolo ucraino, al fine di adattarsi alla nuova realtà e per pacificare il martoriato Donbass (regioni di Donetsk e Luhansk), dove si combatte da quasi tre anni.

Secondo l’uomo d’affari, l’Ucraina dovrebbe rinunciare temporaneamente all’obiettivo dell’ingresso nell’Ue, accettare di non divenire membro della Nato nei prossimi decenni, acconsentire alle elezioni locali nel Donbass, e infine, non lasciare che la Crimea si metta “in mezzo” a un accordo che ponga fine al conflitto nell’Est.

Sulla stessa linea anche la parlamentare ucraina, ex pilota militare e ostaggio russo, Nadia Savchenko, che ha proposto di accettare momentaneamente la presa di Mosca sulla Crimea, per riprendere il controllo delle regioni orientali, se Kiev non vuole subire la “Transnistrizzazione” dell’area.

L’amministrazione presidenziale ucraina ha ribattuto di essersi posta delle chiare “linee rosse che non saranno oltrepassate, mai!”. Il presidente Poroshenko ha dettato la linea: rinunciare all’integrazione euro-atlantica significherebbe il suicidio politico, soprattutto dopo la rivoluzione della Dignità. Al contrario, Poroshenko ha annunciato di aver programmato un referendum nazionale di adesione alla Nato per il prossimo futuro.

Anche Marine Le Pen, candidata del Front National alle prossimi elezioni presidenziali francesi, è la prima figura politica di rilievo a dichiarare senza mezzi termini che la questione della Crimea è chiusa. In un’intervista alla CNN, ha infatti chiarito la sua posizione: “La Crimea, storicamente, è sempre stata russa”, e che bisogna abolire le sanzioni contro la Russia il prima possibile, perché danneggiano i Paesi europei; affibbiando alle proteste di piazza in Ucraina, a inizio 2014, e alla conseguente elezione di Poroshenko il carattere di un vero coup d’état.

Incognita Trump: status quo o Yalta 2.0?
Nell’Est del Paese, intanto, la situazione si è rapidamente deteriorata intorno alle città di Avdiivka e Yasinuvata, dove è situato uno dei più grandi impianti per la produzione del carbon-coke d’Europa. Il 31 gennaio, la missione di monitoraggio del cessate il fuoco dell’Osce ha registrato oltre diecimila esplosioni nella sola regione di Donetsk; e nel giro di una settimana oltre 50 tra feriti e morti tra le file ucraine e dei separatisti.

Vari analisti hanno rilevato come l’intensità del conflitto sia cresciuta il giorno dopo la prima telefonata tra i presidenti Trump e Putin (28 gennaio), mentre la tensione s’è poi allentata all’indomani del contatto telefonico tra il presidente americano e quello ucraino (4 febbraio). Coincidenze? Forse. Intanto, queste telefonate di cortesia nei confronti del nuovo presidente Usa contenevano dei punti roventi in agenda, come quello del mantenimento delle sanzioni contro la Russia, e il sostegno militare americano all’Ucraina.

Trump, in campagna elettorale, aveva più volte espresso il desiderio di sopprimere le sanzioni economiche contro la Russia se ci fosse stata piena collaborazione su altri dossier. Sembra però stia cambiando il vento in Pennsylvania Avenue, poiché in un fugace incontro con la leader dell’opposizione ucraina Tymoshenko a Washington, Trump pare l’abbia rassicurata che le sanzioni non saranno per il momento abolite.

Un’ulteriore conferma arriva dal portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, secondo cui il presidente Usa si aspetta la restituzione della Crimea da parte di Mosca, seguita da una veloce reazione del Cremlino che ricorda, se ce ne fosse ancora bisogno, come la Russia non negozi porzioni del suo territorio.

I più importanti collaboratori presidenziali sui temi di politica estera hanno assunto linee più nette: il segretario di Stato Tillerson ha dichiarato, durante la sua audizione di conferma, che fino a quando non si deciderà una strategia nuova nei confronti della Russia, bisognerà mantenere lo status quo delle sanzioni. La rappresentante Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha dichiarato che gli Usa continueranno a chiedere la fine immediata dell’occupazione della Crimea, e che le sanzioni rimarranno in piedi.

Politici e giornalisti si divertono a trovare nuove definizioni all’alba di questo nuovo capitolo delle relazioni russo-americane. Se il vice primo ministro ucraino per l’integrazione euro-atlantica Ivanna Klympush-Tsintsadze parla di “Unione Sovietica 2.0”, l’Economist già prevede un tentativo di ‘grand bargain’ (grande accordo) che possa includere una serie di temi quali: il controllo degli armamenti, la lotta al terrorismo internazionale, le relazioni con la Cina, l’abbandono delle sanzioni economiche da parte americana e il riconoscimento della Crimea.

Sembra sfumare l’idea, paventata qualche mese fa, di rivedere sulla scena diplomatica il novantenne Henry Kissinger, del quale si vociferava il consenso a disegnare le fondamenta di un nuovo accordo globale, una cosiddetta Yalta 2.0, dove la Crimea era abbandonata da Kiev in cambio del consenso delle truppe russe a lasciare il Donbass.

Meglio vale ascoltare gli ammonimenti di Daniel Baer, ex rappresentante Usa presso l’Osce a Vienna, all’Amministrazione Trump: “Facendo accordi con Putin, che minano i principi del diritto internazionale, come ad esempio eliminando prematuramente le sanzioni o modificando la posizione Usa sulla Crimea, la Casa Bianca si piegherà a un sistema basato sugli accordi piuttosto che sulle regole”. Una volta intrapresa questa strada, ricordiamocelo, sarà difficile tornare indietro.

Cono Giardullo lavora in Ucraina con l’Osce (Twitter: @conogiardullo).

lunedì 20 febbraio 2017

Turbolenze latino.americane

Sudamerica
In America Latina cresce la voglia di destra
Carlo Cauti
02/02/2017
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“Sono tempi difficili”. Così il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa (il cui mandato è in scadenza a metà febbraio), è andato dritto al punto parlando del momento problematico che vivono le sinistre in America Latina. Una frase pronunciata non a caso durante il funerale di Fidel Castro, fra gli avvenimenti che più hanno colpito la sinistra latinoamericana nel 2016.

Nello stesso discorso, il presidente ecuadoriano ha ricordato anche le "battute d'arresto elettorali" di diversi Paesi della regione, dove le sinistre - che hanno sempre prevalso negli ultimi dieci anni - hanno dovuto cedere il passo a governi più conservatori.

Le elezioni che hanno avuto luogo nell’ultimo anno e mezzo hanno portato al potere l’imprenditore Mauricio Macri in Argentina, l'ex banchiere Pedro Pablo Kuczynski in Perù, mentre in Brasile è entrato in carica il politico di lungo corso Michel Temer, vice di Dilma Rousseff, a cui è subentrato dopo l’impeachment della “presidenta”.

Contando anche i referendum in cui la sinistra è stata sconfitta - come quello su un terzo mandato per il presidente boliviano Evo Morales, o quello sull’accordo con le Farc in Colombia - e la scomparsa, negli ultimi anni, di leader carismatici (non solo Fidel, ma anche Hugo Chávez e Néstor Kirchner), è evidente che i progressisti e i rivoluzionari dell’America Latina devono far fronte a un momento complicato.

E il 2017 potrebbe essere l’anno che definirà fino a che punto la regione sterzerà a destra. Nei prossimi mesi si terranno infatti le elezioni presidenziali in Ecuador, Cile e Honduras, le legislative in Argentina e le regionali per il rinnovo dei governatori in Messico.

Il 19 febbraio il voto in Ecuador sarà caratterizzato dall'assenza della candidatura socialista di Correa, che - alla guida del Paese da un decennio - non può ripresentarsi per raggiunti limiti di mandato.

In Cile, dove si voterà a metà novembre, l’ex presidente Sebastián Piñera, di destra, è in testa ai sondaggi. L’imprenditore è diversi punti davanti un altro ex, Ricardo Lagos, rappresentante della stessa coalizione di centrosinistra del capo dello Stato in carica Michelle Bachelet (non rieleggibile).

Alle urne in autunno anche l’Honduras, dove il favorito è il presidente uscente Juan Orlando Hernández, conservatore che punta ad un nuovo mandato. La sua candidatura è stata validata lo scorso dicembre dal Tribunale elettorale supremo, nonostante l'opposizione la consideri illegale, sottolineando come nel 2009 l'ex presidente Manuel Zelaya, che aveva tentato il bis, venne deposto in un colpo di Stato fra i cori di disapprovazione delle sinistre del continente.

Effetto pendolo
Il fatto che così tanti politici conservatori latinoamericani appaiano come favoriti non è una coincidenza. Secondo la società di sondaggi Latinobarometro, nel 2016 è aumentato il numero dei cittadini sudamericani che si collocano a destra dello spettro politico dei rispettivi Paesi.

E si tratta del quarto anno consecutivo in cui questa tendenza viene registrata dai sondaggisti. Il 28% dei cittadini della regione, infatti, si dichiara di destra: nove punti in più rispetto al 19% del 2011. Sempre secondo il sondaggio, solo il 20% dei latinoamericani si considera di sinistra, mentre il 36% si identifica con un più generico “centro”.

Ovviamente, si tratta di un fenomeno che ha diverse spiegazioni: anzitutto, la fine del boom dei prezzi delle materie prime, che ha causato molti problemi economici durante la gestione di diversi governi di sinistra, i quali sono così finiti per essere identificati come i responsabili del peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni.

Ma ci sono anche le fasce più umili della popolazione che chiedono un pugno duro contro criminalità e narcotrafficanti, e le religioni evangeliche che avanzano ed esortano i fedeli a difendere posizioni tradizionaliste su questioni come l'aborto o il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Inoltre, i nomi di primo piano del campo progressista latinoamericano degli ultimi anni, come l'ex presidente brasiliano Lula o l'ex leader argentina Cristina Kirchner, si trovano a dover fronteggiare pesanti accuse di corruzione nelle aule dei tribunali. Comunque vadano i processi, le loro immagini sono definitivamente compromesse.

In aggiunta vi è la grave crisi economica e politica in atto in Venezuela, che ha portato alla richiesta di un referendum revocatorio del mandato dell'erede politico di Chávez, Nicolás Maduro, e ha contribuito all’aggravarsi della crisi a Cuba.

Dei Trump latinos all’orizzonte?
Non ci sono solo le contingenze che hanno favorito l’avanzata delle destre nella regione, ma è anche in atto la ricerca di qualcosa che vada oltre la semplice ideologia. I cittadini reclamano soluzioni pratiche che superino il mero assistenzialismo statale; il che potrebbe aumentare l’alternanza al potere, permettendo anche la vittoria di candidati alternativi o populisti.

Tanti potenziali “Trump latinos”, fino ad ora quasi emarginati nei rispettivi Paesi, potrebbero emergere con forza. In questo modo, l’affermarsi delle correnti più conservatrici nel 2017 confermerebbe la virata a destra della regione, segnando una tendenza chiara già prima delle presidenziali del 2018 in Brasile, Messico, Colombia, Venezuela e Paraguay.

Conservatori sociali
Tuttavia, se il prossimo anno i governi pro-mercato di Buenos Aires, Brasilia o Lima non saranno riusciti a cogliere risultati concreti dalle loro politiche economiche, la tensione sociale potrebbe tornare ad aumentare, lasciando prefigurare un nuovo cambio di direzione delle tendenze politiche sudamericane.

In sostanza, il 2017 sarà probabilmente ricordato come l’inizio della ventata conservatrice in America Latina. Ma se i partiti di destra non riusciranno a far tornare i loro Paesi sulla strada della crescita e a risolvere o quantomeno attenuare i problemi sociali che ancora li affliggono, il pendolo politico tornerà a sinistra molto rapidamente.

Carlo Cauti è un giornalista italiano di base a São Paulo del Brasile.

venerdì 10 febbraio 2017

USA. In campagna elettorale si può dire tutto.

Più rischi che opportunità
Trump e l’Europa: chiarezza è fatta
Ferdinando Nelli Feroci
30/01/2017
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Se ci fossero stati ancora dubbi sull’atteggiamento di Donald Trump nei confronti dell’Europa, alcuni sviluppi di questi ultimi giorni hanno contribuito a fare chiarezza su cosa pensa il nuovo presidente americano dell’Unione europea, Ue.

In questo senso, va registrato l’incontro di Trump con il premier britannico Theresa May, primo capo di governo ad essere invitato alla Casa Bianca; le espressioni di ammirazione per la Brexit, e l’auspicio che altri Paesi europei seguano l’esempio; l’ostentata volontà di ricreare un asse preferenziale tra Washington e Londra; l’insistenza sulla opportunità di un accordo bilaterale di libero scambio con il Regno Unito.

In rapida successione va poi segnalata l’intervista alla Bbc del più che probabile candidato al posto di rappresentante Usa presso la Ue, nella quale Ted Malloch s’è dichiarato convinto che gli Usa possano negoziare e concludere un accordo commerciale con il Regno Unito nell’arco di 90 giorni (etichettando come fastidiosi e superflui legalismi le obiezioni della Commissione che aveva fatto osservare che il Regno Unito non potrà negoziare accordi commerciali finché sarà membro dell’Ue).

Ha confermato che i negoziati per il Ttip sono ormai defunti; ha ribadito l’allergia di Trump per le organizzazioni sovranazionali e la preferenza per relazioni bilaterali con singoli Stati-Nazione; e ha dichiarato di non avere alcuna fiducia nell’Euro, una moneta comune verosimilmente destinata al collasso nell’arco dei prossimi diciotto mesi.

L’Ue e un’Amministrazione statunitense ostile
Per la prima volta dalla sua creazione, l’Ue si trova dunque confrontata con una Amministrazione americana ostile, o nella migliore delle ipotesi indifferente; più interessata a sfruttare la posizione di indubbio vantaggio che comporterebbe una rete di relazioni bilaterali, rispetto alle difficoltà di doversi confrontare con un blocco continentale unitario, certamente complicato nel suo funzionamento, ma in grado di fare valere le potenzialità del grande mercato interno europeo e la solidarietà faticosamente costruita attorno alle varie politiche comuni.

Per la prima volta, Bruxelles e le maggiori capitali europee dovranno fare i conti con una Amministrazione americana che, a differenza delle precedenti, non sosterrà più, o peggio potrà contrastare, gli sforzi europei mirati a consolidare integrazione e solidarietà.

Si tratta di una svolta epocale, se si pensa che finora, salvo qualche episodio di frizione e tensione (per contenziosi commerciali, per dispute in materia di concorrenza o per dissidi su questioni specifiche di politica estera), Washington aveva coerentemente sostenuto la costruzione europea come elemento portante di quella partnership transatlantica che era a sua volta considerata come uno dei pilastri di un equilibrio globale fondato su principi e valori condivisi (libero mercato, democrazia, sostegno al multilateralismo).

Fare da soli: straordinaria opportunità o fattore di rischio
Ora l’Europa non potrà più fare affidamento sul sostegno implicito o esplicito degli Usa e dovrà fare da sola. È stato osservato che questa potrebbe essere una straordinaria opportunità per l’Europa, che proprio per rispondere alla sfida di Trump dovrà trovare la volontà politica e l’energia per ritrovare autorevolezza e protagonismo.

Personalmente credo che l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, insieme alla Brexit, costituiscano per l’Europa fattori di rischio, destinati a mettere ulteriormente in difficoltà una Ue già alle prese con gravi problemi interni: un calo di consensi e di sostegni da parte di opinioni pubbliche nazionali sempre più distaccate quando non ostili; una crescente affermazione di formazioni politiche populiste, magari eterogenee, ma accomunate da piattaforme politiche caratterizzate da un marcato euro-scetticismo.

Una crisi migratoria senza precedenti, cui non hanno corrisposto adeguate risposte comuni; una economia che stenta a riprendere il cammino della crescita; una situazione inquietante dell’occupazione in particolare giovanile; la minaccia del terrorismo che incombe un po’ su tutti i Paesi europei; sfide sempre più complesse, e un’area di diffusa instabilità, ai propri confini, di fronte alle quali l’Europa è costretta a riconoscere le proprie debolezze e insufficienze.

Trump alla Casa Bianca, insieme alla Brexit, costituiscono altrettante minacce per l’Europa. In primis, come abbiamo già potuto constatare, l’affermazione negli Usa e nel Regno Unito di una linea nazionalista, sovranista e protezionista ha rafforzato le posizioni delle formazioni politiche populiste, nazionaliste e sostanzialmente anti-europee presenti in numerosi Paesi europei.

In secondo luogo la diffidenza manifestata da Trump per l’Alleanza Atlantica rischia di rimettere in discussione quella solidarietà transatlantica su cui l’Europa aveva fatto affidamento, anche come garanzia della propria sicurezza. In terzo luogo la linea protezionista e isolazionista della nuova Amministrazione americana contrasta clamorosamente con il sostegno europeo ad un sistema aperto di liberalizzazione dei commerci e di integrazione delle economie.

Infine la volontà manifestata da Trump di aprire a nuove forme di collaborazione con la Russia di Putin (che di per sé non sarebbe uno sviluppo negativo), se realizzata unilateralmente e senza una previa consultazione con gli alleati e i partner europei, rischia di metter in seria difficoltà gli europei (che proprio sul con la Russia hanno non pochi problemi a mantenere una posizione unitaria).

Per non citare le prevedibili divergenze con Washington che a Bruxelles si dovranno registrare su numerosi altri temi: dalla gestione del fenomeno migratorio, al contrasto del cambiamento climatico, dall’impegno per la protezione ambientale alla regolamentazione dei mercati finanziari, dal coordinamento delle politiche macro-economiche all’impegno per un sistema di relazioni internazionali fondato sulla difesa del libero mercato e della democrazia, alla difesa del multilateralismo e delle istituzioni internazionali.

Costretti a giocare di rimessa
A fronte di questo mutamento radicale dei termini di riferimento del rapporto con la maggiore potenza amica e alleata, c’è da chiedersi se l’Ue saprà farsi trovare preparata, o se sarà costretta a giocare di rimessa secondo un copione ben noto. Le premesse non sono delle più favorevoli. Mai come in questa congiuntura l’Europa è apparsa incerta, in crisi di consensi e soprattutto divisa sulle cose da fare.

Ma per far fronte alle sfide che si presentano sia sul fronte interno (calo esponenziale del sostegno delle opinioni pubbliche e crescita delle formazioni politiche euro-scettiche) e esterno (un contesto internazionale particolarmente instabile e critico, una Amministrazione americana tendenzialmente ostile), è più che mai necessario riprendere il cammino interrotto del rilancio della costruzione europea.

Nell’immediato con decisioni concrete su politiche in grado di fornire beni pubblici europei: maggiore sicurezza interna e esterna, una più efficace collaborazione nel campo della difesa; una politica comune per la gestione dei flussi migratori ispirata al principio di solidarietà; politiche condivise a sostegno della crescita e dell’occupazione nel rispetto del principio della disciplina di bilancio; stabilizzazione del sistema finanziario con il completamento dell’unione bancaria.

Nel medio termine con un riassetto istituzionale che consenta di tradurre in termini operativi quel metodo della integrazione differenziata, che sembra realisticamente l’unico approccio praticabile per conciliare la necessità di adottare misure in grado di riconquistare il consenso dei cittadini con l’esigenza di tener conto delle diverse visioni sugli obiettivi di lungo termine del processo di integrazione.

Il vertice di Malta del prossimo 3 febbraio e le celebrazioni del 60o anniversario della firma dei Trattati di Roma sono altrettante occasioni per testare l’esistenza della necessaria volontà politica.

Ferdinando Nelli Feroci è presidente dello IAI.

USA. Rivisitazione della politica di disgelo con l'Avana

Usa e Sudamerica
Trump e Cuba, tra durezza e pragmatismo
Carlo Cauti
30/01/2017
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Se la politica estera di Donald Trump emerge lentamente dalle nebbie dell’ambiguità e dell’imprevedibilità, il rapporto che si instaurerà tra gli Usa del nuovo presidente e Cuba pare già abbastanza chiaro.

Durante la campagna elettorale Trump aveva promesso di rivedere la politica di disgelo con L’Avana iniziata da Barack Obama, di tagliare i legami economici stabiliti negli ultimi anni e di chiudere nuovamente l’ambasciata americana, riaperta lo scorso luglio dopo 54 anni di rottura delle relazioni diplomatiche.

Una posizione che riflette i desiderata del milione e mezzo di esuli cubani negli Stati Uniti, i quali lo hanno appoggiato in massa durante le elezioni presidenziali e che premono per un ritorno alla linea dura verso il regime castrista, considerata l’unica forma per ottenere cambiamenti tangibili in un sistema che si mantiene al potere con il pugno di ferro da 58 anni.

I rapporti con Cuba sono rimasti in secondo piano durante la campagna elettorale (scavalcati da Messico, Cina, Russia e naturalmente dall’email-gate di Hillary Clinton), ma la morte di Fidel Castro ha rimesso al centro la questione e ha dato modo a Trump di esprimersi direttamente sulla situazione nell’isola caraibica attraverso il suo mezzo preferito: Twitter.

A novembre, il futuro inquilino della Casa Bianca, ormai famoso per i suoi 140 caratteri tanto diretti quanto ruvidi, ha plaudito alla morte di Fidel, bollandolo come “dittatore brutale”, accusandolo di aver provocato “tragedie, morti e dolore” a Cuba e affermando di sperare che la sua scomparsa segni la fine degli “orrori” commessi dal regime negli ultimi decenni.

Amministrazione ambigua
Se la retorica trumpiana si mostra durissima verso Cuba, le azioni dell’amministrazione repubblicana si annunciano però molto meno univoche. Un’ambiguità che si riflette nelle nomine già realizzate dal presidente. Per fare solo due esempi, se da un lato Mauricio Claver-Carone, noto critico della politica di Obama a Cuba, è stato nominato importante membro della squadra di transizione, dall’altro Trump ha scelto come vice-consigliere per la sicurezza nazionale la veterana Kathleen Troia McFarland, che in passato ha difeso la normalizzazione dei rapporti diplomatici con l’isola.

Da parte sua, Reince Priebus, capo di gabinetto del presidente, ha già messo in chiaro che le condizioni per il mantenimento del processo di avvicinamento sono, tra le altre cose, l’apertura economica, la liberazione di prigionieri politici, la fine della repressione e la libertà di espressione. Richieste tutt’altro che accettabili per un regime che orgogliosamente predica devozione al socialismo reale e al marxismo scientifico, e che, come ha già dichiarato Raúl Castro durante la visita ufficiale di Obama lo scorso marzo, “non ha prigionieri politici nelle sue carceri”.

Il futuro delle relazioni con l’isola
A questo punto, è possibile considerare due possibili scenari nei futuri rapporti tra Washington e L’Avana. Se la nuova amministrazione statunitense dovesse scegliere la linea dura, gli esponenti più ortodossi del regime e più ostili a qualsiasi normalizzazione delle relazioni potrebbero guadagnare potere, sentendosi legittimati ad accusare los gringos di tradimento degli accordi stipulati e chiamando a raccolta i cubani ad una nuova unione rivoluzionaria contro l’imperialismo yankee.

Propaganda a parte, ciò si tradurrebbe in concreto nell'ennesima chiusura dell’isola, con un aumento della repressione verso la dissidenza e la messa all’angolo delle forze riformiste. È lo scenario “Cuba nuova Corea del Nord tropicale”.

Dall’altro lato, se Trump dovesse optare per una linea più pragmatica, l’intensificarsi delle relazioni commerciali e un’eventuale uscita di scena di Raúl Castro (ormai ottantacinquenne) potrebbero portare all’emersione di una classe dirigente più disposta all’apertura.

Ciò, ovviamente, non eliminerebbe il rischio di eventuali colpi di coda da parte di irriducibili del castrismo più intransigente, soprattutto tra i membri delle forze armate, né assicurerebbe un cambiamento politico reale. Basti pensare che il figlio di Raúl, Alejandro, già si muove da delfino e fa affari con gruppi di investitori americani in prospettiva di un’apertura economica ma del contemporaneo mantenimento del controllo politico.

L’élite castrista non è affatto disposta a perdere la posizione di privilegio economico di cui gode, ed è quindi molto probabile che tenti di trasformare Cuba in un regime su modello cinese o vietnamita, con spazi per l’economia di mercato accompagnati da un rigido controllo politico. È lo scenario “Cuba nuovo Vietnam tropicale”.

D’altronde, nessun regime comunista ha mai avuto la capacità di autoriformarsi politicamente e arrivare alla democrazia in maniera graduale. Le dittature marxiste o implodono come il blocco comunista dell’Europa dell’Est, o rimangono prigioniere dei loro stessi governanti, seguendo una linea più o meno contraddittoria rispetto all’ortodossia socialista, come appunto Cina o Vietnam.

Un disgelo obbligato 
Tuttavia, per Cuba portare avanti il processo di disgelo è una necessità. Non ci sono più le condizioni economiche per la sopravvivenza dell’isola, vista la carenza di aiuti dai Paesi amici. L’assistenza sovietica non arriva più dal 1991. Il Venezuela è ormai al collasso e non riesce più a fornire petrolio a prezzo di favore. E il Brasile, che aveva finanziato il mega-porto di Mariel e “importato” medici cubani a peso d’oro (pagandone lo stipendio direttamente al governo cubano), ha cambiato nettamente orientamento politico dopo 13 anni di governi del partito di Lula. L’apertura è quindi un percorso obbligato per mancanza di alternative.

Infine, non bisogna dimenticare che le redini della politica estera statunitense sono comunque tenute dal Senato americano, a maggioranza repubblicana. Il quale, non a caso, non ha mai avallato la politica di avvicinamento di Obama, né approvato l’invio di un rappresentante diplomatico statunitense a Cuba, portando alla situazione alquanto paradossale di aprire un’ambasciata senza avere un ambasciatore.

In sostanza, i futuri rapporti tra Washington e L’Avana saranno sì influenzati dalle scelte dell'amministrazione Trump, ma non potranno evitare di fare i conti con la realtà di un’isola economicamente allo stremo da un lato, e con un’eventuale ostilità dell’establishment statunitense a qualsiasi concessione al regime castrista dall’altro.

Carlo Cauti è un giornalista italiano di base a São Paulo del Brasile.