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mercoledì 14 settembre 2016
USA: la campagna elettorale sempre più incomprensibile
Brasile: verso la soluzione della crisi istituzionale
venerdì 2 settembre 2016
USA: Elezioni presidenziali 2016
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Nella corsa alla presidenza americana, la convention democratica sembra aver segnato una svolta per Hillary Clinton: partito compattato, vantaggio nella raccolta di donazioni da parte dei sostenitori e progressi nei sondaggi vanno di pari passo con una serie di intoppi per Donald Trump.L’immagine che danno i media e gli analisti americani appare dunque come assai univoca, descrivendo anche la candidatura di Hillary Clinton come l’unica concepibile, mentre l’erratico Donald Trump sarebbe un fenomeno da dimenticare al più presto. Uno sguardo più attento rivolto alle mobilitazioni in corso, però, fa emergere una serie di cambiamenti in atto, il bisogno di rattoppare il racconto nazionale americano e di rimettere in moto la mobilità sociale, delineando lo scenario di una possibile vittoria di Trump. America bianca e povera La candidatura del tycoon traduce il malessere dell’uomo bianco americano con un livello di educazione relativamente bassa. D'altronde, il campo Clinton difende una serie di altre categorie: le donne, i neri, gli ispanici, la comunità lgbt, la Silicon Valley. Assistiamo quindi a una frattura fra un’America bianca relativamente povera che, di fronte a delle difficoltà economiche e sociali, segue un discorso vago di ripiego nazionalista con slanci xenofobi,e una “United Colors of America” di cui si fanno campioni i democratici, portatori un modello comunitario trasformato, nel quale anche la lingua inglese viene affiancata a un forte elemento ispanico, come bene illustra la presenza nel ticket per la Casa Bianca del candidato vicepresidente Tim Kaine, fluente in spagnolo. Al di là dell’apprezzamento per l’uso della lingua di Cervantes (o di Garcia Lorca…), l’elemento comunitario e identitario sembra un fattore caratteristico della candidatura della Clinton, che tra l’altro critica il campo Trump per il suo pessimismo e la sua visione di crisi. Detto in sintesi, i democratici difendono il bilancio della presidenza Obama e insistono sull’ulteriore integrazione delle diverse comunità che compongono il tessuto sociale degli Stati Uniti e sulla difesa dei loro diritti in un contesto segnato anche da violenze razziali. La società secondo Donald Va tuttavia sottolineato che il campo democratico non riprende la pertinente analisi di cui è stato portatore Bernie Sanders durante le primarie, relativamente alla percezione di un arresto economico e sociale della società americana. Si tratta di un problema che non è semplicemente riconducibile a questioni di integrazione comunitaria o razziale, ma che richiama una buona vecchia analisi di classi socio-economiche, con alcuni elementi forti: l’aumento del divario fra la parte più ricca del paese e il resto della collettività, ma anche l’inceppamento della mobilità sociale. Quest’ultimo punto risulta dolente in un paese in cui la possibilità di farcela nell’ambito di una generazione è alla base del sogno collettivo, e rimanda anche al dibattito sui costi e l’accessibilità del sistema universitario. Non è che Trump dia delle risposte particolarmente convincenti e strutturate a questi problemi. Però persiste nel denunciare, anche in modo ingarbugliato, una serie di problematiche fortemente sentite dalla pancia del paese: quelle di una società con ridotti margini di progresso economico e sociale per alcune fasce, una percezione negativa combinata con l’accento sull’identità bianca, anglosassone e maschile (per non dire maschilista) minacciata dalla diversità della società statunitense. È ovvio che per molti aspetti questa visione di ripiego rimanda a delle componenti razziste che sono difficilmente digeribili. Ma bisogna ascoltare il senso della protesta economico e sociale espressa dal consenso intorno a Trump, anche per constatare come la candidatura Clinton non dia risposte soddisfacenti a questi appelli. Al di là delle debolezze strutturali di una nomination democratica ritrita che assomiglia a un riassunto delle puntate di “House of Cards”, va anche osservato che dietro le numerose difficoltà, l’impresentabile Trump riesce comunque ad addomesticare il partito repubblicano. Dopo alcune vicissitudini interne al partito, hanno dato il loro appoggio anche figure istituzionali come lo speaker della Camera Paul Ryan e i senatori John McCain e Kelly Ayotte, placando anche quei repubblicani che non riescono a passare il Rubicone per votare Clinton. Di fronte a questa navigazione difficile, molti interpretano ogni tribolazione di Trump come un passo falso. Però il tycoon va avanti, e vanno rilevati alcuni elementi importanti: la sua raccolta fondi ha segnato recentemente un progresso netto, con un’impennata di piccoli donatori che dimostra come egli registri maggiori consensi nella parte medio bassa dell’elettorato, mentre Hillary Clinton trionfa nel ricevere finanziamenti da parte di milionari o star dello show business. Inoltre, Donald Trump ha recentemente annunciato la creazione di un comitato di esperti economici, composto da imprenditori piuttosto solidi ma anche classici (soltanto vecchia economia, poca tecnologia): una mossa che può accrescere la serietà delle sue proposte, ma segna anche una visione conservatrice di un capitalismo relativamente diffidente nei confronti della Silicon Valley. Tutto questo corrisponde anche a un emergente dibattito all’interno del partito repubblicano, con alcune voci che chiedono una crescita di investimenti pubblici seguendo una visione keynesiana e rimettono in discussione il dogma reaganiano del taglio lineare delle tasse. Questi sostengono che una riduzione generalizzata delle imposte non corrisponda a una crescita dell’insieme della società, non potendo il problema del divario fra fasce alte e basse di redditi essere trattato in questo modo. Partita aperta per la presidenza Donald Trump ha sconvolto gli equilibri all’interno del partito repubblicano, e questo lascia anche spazio per delle importanti revisioni intellettuali. Certo, non va visto come il campione di un nuovo pensiero; semmai come il goffo e spesso inquietante interprete di tendenze contraddittorie. Ma si tratta di tendenze di fondo che rappresentano un sostrato solido per la sua candidatura e che ne determinano anche potenti leve di voto. Se aggiungiamo a quest’insieme di fattori la combinazione fra la pressione mediatica e la danarosa campagna democratica, che provoca un’impressione di perpetua denigrazione nei confronti del candidato repubblicano, osserviamo un Trump bashingche potrebbe avere effetti perversi nelle urne e provocare le adesioni di molti che non si vogliono lasciare imporre una verità da parte dei media e dell’establishment. Il risultato delle elezioni di novembre è, quindi, tutt’altro che scontato. Jean-Pierre Darnis è professore associato all'università di Nizza e direttore del Programma di ricerca su sicurezza e difesa dello IAI (Twitter: @jpdarnis). |
mercoledì 31 agosto 2016
Brasile: il fallimento delle Olimpiadi
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A pochi giorni dalla fine dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro, la domanda che si pongono i brasiliani riguarda la futura destinazione delle infrastrutture create per l’occasione, soprattutto nel momento di grave crisi economica che il Brasile sta affrontando in questo periodo.Checché ne abbiano detto la stampa brasiliana e quella internazionale fino alla vigilia della cerimonia di apertura, se tutto andrà come previsto (e l’inaugurazione è stata propizia in questo senso) i Giochi saranno molto probabilmente ricordati un successo di pubblico e di critica, eguagliando il risultato positivo della Coppa del Mondo del 2014 (prestazioni calcistiche della squadra di casa a parte). Per quanto possa essere confusa la gestione del villaggio olimpico, i benefici della manifestazione sportiva per la città sono ben visibili. L'evento aiuta l'economia locale e lascia un'eredità importante ai cariocas. Anche le promesse non mantenute, come la pulizia della Baia di Guanabara, sono già state digerite dall’opinione pubblica e rinviate a data da destinarsi. Il problema, tuttavia, rimane legato al post-Giochi, soprattutto per quanto riguarda la carenza di fondi e la scarsa capacità di gestione e manutenzione degli impianti sportivi costruiti per l’occasione. Inoltre, secondo diversi specialisti, la costruzione di un villaggio olimpico ex novo è una strategia obsoleta. Probabilmente, Rio de Janeiro sarà l'ultima città in cui verrà realizzato un progetto di questo tipo: dalla prossima Olimpiade non si organizzeranno più Giochi in questo modo. A Tokyo, nel 2020, saranno utilizzati impianti già esistenti, solo ristrutturati per l’occasione, concentrando gli investimenti in opere infrastrutturali come metropolitane, o in miglioramenti urbani che rimarranno a disposizione dei cittadini dopo la manifestazione sportiva. E lo stesso dovrebbe avvenire anche per le città che ospiteranno i Giochi in futuro. Nessun altro costruirà nuovi parchi olimpici. La fine degli elefanti bianchi È questo quanto previsto dall’“Agenda 2020”, un documento approvato nel 2014 dal Comitato olimpico internazionale (Cio) che intende porre fine ai cosiddetti “elefanti bianchi”, mega-infrastrutture costruite per i Giochi olimpici e condannate all’abbandono o al sottoutilizzo dopo la cerimonia di chiusura. A Rio de Janeiro, ad esempio, la costruzione del velodromo è considerato uno dei casi di realizzazione di infrastrutture inutili per la città. Nella metropoli brasiliana - ma in generale in tutto il paese - il ciclismo è poco praticato e non desta particolare interesse nel pubblico: infatti, il sindaco di Rio Eduardo Paes è dovuto correre ai ripari annunciando che la struttura verrà smontata alla fine dei giochi e donata ad una città che ne faccia richiesta. L'obiettivo del Cio è evitare che, a partire dalle prossime Olimpiadi, si verifichino eccessi di spesa per l’organizzazione delle gare nel paese ospitante. Una decisione che punta a scongiurare sprechi e a non appesantire i bilanci pubblici, ma anche ad arginare opportunità di corruzione. Basti pensare che ancora oggi la Grecia non ha recuperato gli investimenti realizzati per i Giochi del 2004 e sconta le conseguenze di un indebitamento mal pianificato. A Rio, invece, la costruzione del villaggio olimpico è stata realizzata con una mega-speculazione immobiliare dal gigante delle costruzioni Odebrecht, invischiato negli scandali di corruzione a tutti i livelli di governo e il cui amministratore delegato e principale azionista, Marcelo Odebrecht, è agli arresti da oltre un anno nell’ambito dell’operazione “Lava Jato”, la Mani Pulite brasiliana. Infine, non è un caso che lo Stato di Rio de Janeiro abbia dichiarato bancarotta poche settimane prima dell’apertura dei Giochi. Nondimeno, per permettere che in futuro i Giochi si svolgano in paesi in via di sviluppo, dove le infrastrutture sono scarse, il Cio permetterà il raggruppamento di diverse città, ognuna dotata di diverse strutture sportive adeguate o dove sono necessari pochi adattamenti, evitando di concentrare tutti gli eventi in un unico luogo. I paesi del Golfo Persico o quelli dell’America centrale e dei Caraibi si sono già interessati alla possibilità. Così facendo, le nazioni meno sviluppate non dovranno preoccuparsi di realizzare opere gigantesche. Fino ad oggi, i costi per la realizzazione di un’Olimpiade sono lievitati al punto da permettere solo alle città “ricche” di potersi candidare. A partire da questa edizione, saranno invece i Giochi a doversi adattare alle città-sede, e non le città ai Giochi. Opportunità carioca Questa strategia è stata già in parte applicata a Rio 2016. Per il maxi-evento, la città ha trasformato il suo volto. La zona portuale, fino a pochi anni fa squallida ed abbandonata, è stata riqualificata ed oggi è diventata il nuovo “salotto buono” della metropoli brasiliana, arrivando a rivaleggiare con la tradizionale Copacabana. Nuove infrastrutture di trasporto sono state costruite per consentire l’accesso al parco olimpico, e sono stati lanciati programmi sociali destinati a restare anche dopo la fine delle Olimpiadi. La maggior parte delle opere sono state realizzate attraverso una partnership pubblico-privata, cercando di non appesantire troppo le casse pubbliche. Ma l’edizione è comunque costata oltre 40 miliardi di reais (oltre 10,5 miliardi di euro). Rio 2016 potrà essere ricordato come un caso di successo, al pari delle Olimpiadi di Barcellona del 1992, oppure come un costoso fallimento, nel solco di Atene 2004. Non esiste una formula magica per assicurare un ritorno a lungo termine in tutti i settori legati ai grandi progetti sportivi. Il segreto è l'adattamento. Pechino e Sydney, ad esempio, hanno subito un calo significativo del turismo dopo i Giochi, tanto che a Sydney diversi alberghi hanno chiuso dopo le Olimpiadi per mancanza di clienti. Nel caso di Barcellona, ci sono voluti dieci anni per recuperare il numero di turisti del periodo delle Olimpiadi, ma la città catalana è riuscita ad affermarsi come meta turistica mondiale, diventando una metropoli “alla moda”. Ed è a questo esempio che si ispira Rio. Carlo Cauti è un giornalista italiano di base a São Paulo del Brasile. | ||||||||
venerdì 26 agosto 2016
USA: inizia la volata finale
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Le due convention sono ormai storia, anzi cronaca scaduta: di qui all’Election Day, l’8 novembre, restano cento giorni esatti. Agosto se ne andrà sotto traccia, con i candidati a caccia di finanziatori più che di elettori.Poi, dal Labour Day, il Primo Maggio Usa, quest’anno il 5 settembre, si entrerà negli ultimi due mesi decisivi di questa campagna maratona, che, per i due protagonisti, Hillary Rodham Clinton e Donald Trump, sarà durata, a conti fatti, quasi 18 mesi. Gli appuntamenti di Cleveland - i repubblicani, dal 18 al 21 luglio - e di Filadelfia - i democratici, dal 25 al 28 luglio - e i discorsi finali sono stati specchio fedele dei due partiti e dei due candidati. Hillary non dice una parola fuori posto, ma non scalda i cuori; simula un’empatia, che non prova, con il suo pubblico; e dissimula, senza magari mentire in modo esplicito. Trump è un fiume in piena che le spara grosse a ogni capoverso e che nasconde dietro la contestazione del politically correct e, quindi, dietro il paravento della franchezza, la banalità delle idee e la genericità delle affermazioni, quando non sono pure e semplici balle. I sondaggi ci diranno se l’effetto convention ha rilanciato la Clinton in testa alla corsa, dopo che Trump aveva goduto dello slancio della kermesse repubblicana. Ma Filadelfia ha mediaticamente avuto meno impatto di Cleveland, dove si temevano incidenti che non ci sono sostanzialmente stati. Un discorso senza errori e senza acuti Quello di accettazione della nomination di Hillary è stato un discorso senza errori, ma senza acuti. C’è quasi da dare ragione a Trump, che chiosa: "Una collezione di cliché e di retorica riciclata". L’ex first lady chiude la convention democratica, impegnandosi ad agire, se sarà eletta, per unire l’America e non per dividerla, come - è esplicito - fa il suo rivale. E parla di sicurezza, armi, terrorismo, razzismo, diritti civili; tranquillizza gli alleati sul rispetto degli impegni. Introdotta sul palco del Wells Fargo Center, dopo un’esibizione di Kate Perry, dalla figlia Chelsea, che l’ha presentata come “una lottatrice che non s’arrende”, la Clinton sforna frasi fatte, come “Siamo alla resa dei conti" e "Siamo più forti se uniti". L’ex first lady, mamma e nonna, era vestita di bianco, Chelsea di rosso: lo sfondo blu completava i colori della bandiera americana, ripetuti dalle migliaia di palloncini piovuti sul palco nel tripudio finale. Se Trump è corrosivo, il presidente Barack Obama, che mercoledì sera aveva dato il suo appoggio all’ex first lady, presentandola come suo successore, commenta: "Grande discorso. È esperta. È pronta. Non si arrende mai. Ecco perché Hillary deve essere il nostro prossimo presidente". Dalla fiera di paese al grande cinema Il copione delle convention è sostanzialmente identico, per i repubblicani e per i democratici: sussulti di contestazione all’inizio, perché questa è una democrazia; il voto che zittisce - o almeno acquieta - le polemiche; il crescendo degli interventi - quello dei democratici è incomparabile, Michelle, Bill, Barack, Hillary. Ci sono sfumature di differenze: i repubblicani hanno un contesto più da kermesse, un po’ scaciato, noi diremmo coatto; i democratici sono perfettini, ingessati, pure nella rabbia, o nell’entusiasmo. Così, mentre a Cleveland i repubblicani avevano organizzato una fiera di paese, al Wells Fargo Center di Filadelfia è stato grande cinema: tutti da Oscar: gli attori protagonisti, mogli e mariti, presidenti e aspiranti, ciascuno recita la sua parte da consumato professionista. I meno bravi sono stati i vice. Mike Pence, il repubblicano, e Tim Kaine, il democratico, non valgono i loro boss e si vede: non hanno carisma e non fanno il peso, l’uno troppo rozzo, l’altro troppo prete. Chiunque eleggano, gli americani passeranno i quattro anni del prossimo mandato incrociando le dita che il titolare non debba essere sostituito in corsa. Alle convention, e non solo, tutto è finto, ma tutto pare terribilmente vero; e tutti ci credono, o fingono di farlo: l’unità repubblicana dietro Trump; la complicità tra Obama e Hillary che giusto otto anni or sono stavano a sbranarsi; persino la ‘love story’ di Bill e l’incontro “con una ragazza” - lui che ne ha sicuramente incontrato decine, anche se ne ha sposato una sola. Il lato debole e il soffitto di cristallo Il discorso di Bill è troppo mieloso: questo è il lato debole del copione del kolossal democratico. La condiscendenza, in nome del potere, presente e futuro, di Hillary moglie tradita nei confronti di Bill marito fedifrago, ma governatore o presidente, aliena molte simpatie specie femminili alla candidata democratica. Anche se la letteratura è fitta e variegata, su come Hillary reagì al Sexgate, i giochini erotici del marito nello Studio Ovale con la stagista Monica Lewinski: solidale in pubblico, furibonda in privato fino a scagliargli contro un libro, secondo i racconti di biografi ‘gossippari’. Filadelfia celebra, tuttavia, lo storico evento della prima donna candidata alla Casa Bianca da uno dei due maggiori partiti statunitensi: in un video di neppure due minuti, la Clinton rompe non solo metaforicamente il 'tetto di cristallo', come viene metaforicamente chiamata la barriera invisibile che ostacola da sempre l’ascesa delle donne al vertice. Nel montaggio sfilano i 44 uomini che l'hanno preceduta alla Casa Bianca: una carrellata di volti che alla fine compongono un tetto di vetro vero e proprio. E, in un crescendo, il volto di Hillary viene in primo piano tra i vetri infranti: vestita con un fiammante abito rosso, circondata da donne. Folgorante anche la chiusa del video, indirizzata alle bambine "forse all'ascolto": "Può essere che io diventi la prossima presidente degli Stati Uniti. Ma una di voi sarà sicuramente la successiva". Il passaggio di testimone In questo clima, la convention ha assistito, mercoledì sera, a un passaggio del testimone simbolico tra il presidente Obama e la Clinton: fra i due, sul palco, un abbraccio quasi intenso, romantico. “Sono orgoglioso di te”, dice lui. L’unità del partito dietro la sua candidata è suggellata dalla lealtà di Sanders, che placa la rivolta degli irriducibili ‘sanderistas’, dalla sfilata di ispanici, neri, donne, personaggi dello showbiz, dall’endorsement del magnate dell’editoria ed ex sindaco di New York Mike Bloomberg. Tutti sono con Hillary, che “è la scelta giusta”. E tutti sono contro Trump, che “è un demagogo” e “un incompetente”, ma che “è pericoloso”. Come a Cleveland, anche a Filadelfia l’unità è più forte contro che per. Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI. | ||||||||
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lunedì 22 agosto 2016
Brasile; di crisi in crisi
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Quando Rio de Janeiro fu scelta come sede delle Olimpiadi, una folla festante riempì la spiaggia di Copacabana e l’allora presidente Luiz Inácio Lula Da Silva, Lula, commosso, consacrò il risultato dicendo: “è arrivato il nostro momento!”.A far pendere l’ago della bilancia in favore del Brasile furono l’esuberanza economica, la stabilità politica, il grande appoggio popolare all’iniziativa, e il fatto che nessuno stato sudamericano avesse mai ospitato i Giochi. A quasi sette anni da quel giorno, solo l’ultima di queste condizioni resta valida. Crisi economica a più livelli Fino a poco tempo fa, il Brasile viveva un ciclo economico positivo, alimentato dalla forte domanda globale per le risorse naturali e agricole di cui il paese è ricco, e culminato nel 2010, quando il Pil aumentò del 7,5% - e tutti pensavano che il gigante si fosse svegliato una volta per tutte. Negli anni successivi, tuttavia, lo scenario è mutato radicalmente. Una serie complessa di fattori tra cui spiccano il crollo del prezzo del petrolio e la gestione imprudente dei conti pubblici da parte dell’erede di Lula, Dilma Rousseff, hanno sprofondato il paese nella sua peggiore crisi dagli anni Trenta. A fronte di questo cambio di scena, le spese per l’organizzazione dei Giochi (circa 11 miliardi di Euro, di cui il 40% di provenienza pubblica), anziché consacrare una nuova potenza globale, infieriscono ulteriormente su una economia già a terra. La considerazione che una parte dei costi sono in capo alle amministrazioni cittadina e statale di Rio de Janeiro - e non alla repubblica federale - non serve da rassicurazione. Anzi. Sebbene le casse della Città Meravigliosa sembrino trovarsi in uno stato ragionevole, lo stesso non può dirsi delle finanze dello stato di Rio. In giugno, il governatore ha dichiarato lo stato di calamità pubblica. Questa misura, normalmente riservata ai casi di catastrofi naturali, è stata adottata in ragione della crisi finanziaria dello stato che - secondo il governatore - poteva pregiudicare il mantenimento degli impegni presi in vista dei Giochi. Lo stato di calamità ha permesso al governo federale di dare un aiutino allo stato di Rio, che probabilmente basterà per “mettere una pezza” sulla questione Olimpiadi. Quello che accadrà dopo è un altro paio di maniche. Crisi politica a tutto campo Poco dopo essersi aggiudicato l’assegnazione delle Olimpiadi, Lula ha terminato il suo secondo mandato consecutivo con un indice di approvazione stellare, prossimo all’80%. Tutt’altro clima si respira a pochi giorni dall’inizio dei Giochi. Di fatto, è possibile che il calendario di eventi delle Olimpiadi 2016 includa, come extra, l’impeachment della presidente Dilma Rousseff. Accusata di aver truccato il bilancio dello Stato, l’erede designata di Lula è stata sospesa dall’incarico a maggio, in attesa del verdetto finale da parte del Senato federale - verdetto che potrebbe arrivare proprio durante le Olimpiadi. Da parte sua, il presidente ad interim, Michel Temer, vice ed ex-alleato della Rousseff, non è finora riuscito a costruirsi una base di appoggio consistente. Infatti, da un lato ha catalizzato l’ostilità delle forze di sinistra pro-Rousseff, dall’altro si sta progressivamente alienando le simpatie dei gruppi liberali, delusi dalle troppo timide misure di austerità. E la crisi non si ferma qui. Una buona fetta della classe politica (e imprenditoriale) brasiliana si trova coinvolta, più o meno direttamente, nell’inchiesta Lava Jato, il maggiore scandalo di corruzione e riciclaggio di denaro nella storia del paese. Non c’è da stupirsi, dunque, che il clima non sia dei più sereni - sebbene qualsiasi prospettiva di rottura dell’ordine democratico appaia alquanto improbabile. Olimpiadi per chi? Tutti i giorni i brasiliani si confrontano con una economia in crisi. Tutti i giorni, si sentono dire che una buona parte della classe dirigente che per anni ha gestito i soldi pubblici avrebbe, in sostanza, rubato, e che forse ci sarà bisogno di aumentare le imposte per risanare i conti. Tra l’altro, la gente ha fresco nella memoria il ricordo della Coppa del Mondo 2014, che a sua volta costò ai contribuenti circa 8 miliardi di euro e si lasciò alle spalle una scia di stadi che non riescono a pagare i propri costi e di opere pubbliche inconcluse. In questa cornice, l’idea di spendere per l’organizzazione dei Giochi (le cui opere peraltro sono affidate a 5 imprese, tutte indagate nell’inchiesta Lava Jato) è come un pugno nello stomaco, e la gente scende in strada domandando: “Olimpiadi per chi?”. A pochi giorni dall’apertura dei Giochi, secondo una ricerca dell’istituto Datafolha, il 50% dei brasiliani sono contrari alla realizzazione dell’evento - tre anni fa erano solo il 25% -, e poco meno di due terzi pensa che le porterà più perdite che benefici. Come spesso succede nelle telenovele brasiliane, è probabile che, nonostante tutte le condizioni avverse, le Olimpiadi siano un successo. Il problema sarà il ritorno alla vita reale. Ilaria Masiero è laureata in Discipline Economiche e Sociali e dottoranda in Economia presso la Fundação Getulio Vargas di San Paolo. | ||||||||
lunedì 1 agosto 2016
Brasile. Le olimpiadi
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Lo spettro di nuovi attentati terroristici firmati dall’autoproclamatosi “stato islamico”- già richiamato dall’Europol in relazione agli europei di calcio svoltisi gli scorsi mesi di giugno e luglio in Francia – potrebbe tornare ad aleggiare in occasione delle ormai prossime Olimpiadi di Rio de Janeiro.I numeri che ruotano attorno all’evento sono oggettivamente rilevanti: sono attese circa 300 mila persone tra turisti, spettatori e team di atleti internazionali, controbilanciate da un contestuale dispiegamento di circa 80.000 agenti di polizia, forze armate ed operatori di sicurezza. Una ipotesi di rischio attentati è data come possibile da diversi osservatori, ma non ovviamente sostanziabile quanto a eventuali target e modalità di azione su suolo brasiliano. I margini di imprevedibilità sono elevatissimi, come gli eventi di Dacca del 1̊ luglio e di Nizza del 14 luglio e di Monaco del 22 luglio hanno tristemente dimostrato. I fattori di rischio sociale per la propaganda di Isis Alcuni fattori di rischio precursori e facilitanti sono stati individuati dall’Abin (Agencia Brasileira de Inteligencia), ovvero il servizio intelligence federale brasiliano e veicolati ai media. In un contesto socio-economico fortemente degradato rispetto a 10 anni fa (con un Pil contrattosi del 7% negli ultimi due anni), richiami radicalizzanti nel Paese verde-oro potrebbero attecchire più facilmente in individui appartenenti alle fasce sociali più indigenti, facendosi strada in aree a devianza criminale endogena (favelas, criminalità comune, narcotraffico, tifoseria violenta). Il timore è quello di una islamizzazione di micro-contesti, catalizzando i disagi e gli squilibri sociali. Sotto questa prospettiva, gli arresti operati dalla polizia federale brasiliana nel mese di luglio nei confronti di una sedicente cellula jihadista brasiliana avrebbero evidenziato l’esistenza di una retorica jihadista già annidata in alcuni circuiti web locali. Non va inoltre dimenticata l’esistenza di diversi milioni di brasiliani di ascendenza araba, principalmente di origine libanese e siriana (ed in quota minoritaria maghrebina, egiziana, giordana ed irachena). Giunti nel Paese sin dalla metà dell’Ottocento, sono oggi per la gran parte di cittadini di terza o quarta generazione, generalmente ben integrati, dei quali solo poche migliaia arabo-parlanti e di fede musulmana. Elementi di mitigazione del rischio Di contro, c’è da dire che il Brasile non è certo un Paese politicamente esposto o inviso di per sé agli occhi dell’estremismo jihadista. Nel 2014 l’ex ministro degli Esteri brasiliano, Luiz Alberto Figueiredo, aveva addirittura ribadito la contrarietà brasiliana all’effettuazione di raid aerei contro lo “stato islamico” in assenza di una legittimazione forte dell’Onu. La distanza geografica dai centri di interesse del “Califfato” è inoltre notevole e storicamente il Brasile non ha subito episodi di terrorismo di matrice jihadista. Altro elemento di mitigazione del rischio su cui riflettere è che in Brasile, a differenza dell’Europa e delle sue periferie urbane, la gran parte degli arabo-brasiliani è di religione cattolica e, soprattutto, parte attiva della vita economica locale. Ciò in virtù nei processi integrativi di lungo corso esercitati nel tempo sulle diaspore libanesi e siriane in Brasile, oggi per lo più dinamici rappresentanti dell’imprenditoria e del mondo degli affari locali. Vi è infine da osservare come la cultura di vita brasiliana - intesa come liberalità di agire e di costumi - sia per molti versi incompatibile con i precetti oscurantisti dell’islamismo più radicale. Tra opportunità mediatiche e modelli di minaccia I terroristi cercano di massimizzare il danno prodotto, secondo differenti metriche del danno e della perdita: numero di vittime, distruzione materiale, economica o simbolica. Secondo un principio di visibilità mediatica, le Olimpiadi di Rio potrebbe essere un target di opportunità sostanzioso, caratterizzando la città carioca in senso narrativo-manipolativo come “lasciva e corruttrice”. Nella selezione degli obiettivi da colpire, inoltre, quasi sempre le grandi città metropolitane - come Bali (2002), Casablanca (2003), Madrid (2004), Londra (2005), Mumbai (2008), Boston (2013), Parigi (2015), Ankara (2016), Bruxelles (2016) o Dacca (2016) per citare casi di eventi associati al jihadismo islamico - sono state ritenute dai terroristi appetibili nelle Nazioni -bersaglio individuate. Detto quanto sopra dei luoghi e dei possibili scenari rappresentativi per lo “stato islamico”, un’analisi strutturale dei network terroristici porta a enunciare il seguente principio generale: maggiore è il numero di componenti della cellula, maggiore è la probabilità che la stessa venga intercettata dalle forze di sicurezza. Nel caso di una radicalizzazione improvvisa o di una azione condotta su base isolata, come potrebbe essere il caso di un ipotetico lupo solitario brasiliano, appare molto più difficile un’opera di prevenzione e monitoraggio. In definitiva, un attentato terroristico appartiene ad una classe di eventi del tutto peculiare, basata certo su singole, caotiche e talvolta contraddittorie volontà umane, ma possibilmente da inquadrare anche all’interno di principi tendenzialmente lineari.In questo contesto, massima attenzione andrà esercitata dagli apparati di sicurezza affinché i colori del carnevale olimpico restino immacolati, preservando i valori ecumenici sottesi all’evento a cinque cerchi. Diego Bolchini è analista di relazioni identitarie, autore di contributi per diverse riviste specializzate nei settori afferenti geopolitica, sicurezza e difesa. |
giovedì 28 luglio 2016
USA. Elezioni versante repubblicano
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“Un discorso cupo e terribile: spaventoso”: non è il giudizio di un polemista ‘liberal’ sull’intervento con cui Donald Trump ha chiuso la convention repubblicana a Cleveland, accettando la nomination e offrendosi come “la vostra voce” a chi, negli Stati Uniti, “è ignorato o dimenticato”.“Spaventoso” è la prima reazione filtrata dal clan Bush, assente alla convention: viene da Mary Cary, che scriveva i discorsi di papà George, presidente dal 1989 al 1993, e che oggi è autorevole opinionista. ![]() Trump si presenta come il candidato di ‘Law and Order’, s’impegna a sospendere immediatamente l’immigrazione negli Stati Uniti da tutti i Paesi coinvolti nel terrorismo e a costruire un muro al confine con il Messico, afferma che “l’americanismo e non il globalismo è il nostro credo” e mette in dubbio la solidarietà atlantica. Tutto condito con il superamento del “politicamente corretto”: “Non possiamo più permettercelo”. La platea di Cleveland accoglie con un’ovazione, tutti in piedi, l’accettazione della nomination. Hillary Clinton, la candidata democratica, gli ribatte: “Non sei la nostra voce” e, soprattutto, “costruiremo un muro tra te e la presidenza”. Il circo della convention La convention repubblicana s’è svolta a Cleveland, dal 18 al 21 luglio. Quella democratica si riunirà a Filadelfia, dal 25 al 28 luglio.Sotto il tendone di ‘Barnum’ Trump, alla 'Quicken Loans Arena', c’era di tutto: ultra-conservatori Tea-Party e fondamentalisti cristiani, anti-gay e anti-abortisti, suprematisti e adepti del Ku Klux Klan, creazionisti e negazionisti, e pure sceriffi, guru, astronauti, dipendenti delle aziende del magnate e tutta la famiglia fino all’ultima figlia. E fuori, a protestare, c’erano giovani, donne, ambientalisti, ispanici, neri di ‘Black livesmatter’, e pure delle rinate Pantere Nere. Fin da prima che Trump invadesse la politica americana, le convention erano dei circhi: kermesse strapaesane, con delegati che non se ne perdono una e altri che arrivavano con lo spirito con cui i musulmani vanno alla Mecca, il viaggio della vita, una testimonianza di fede politica. Mancavano solo i repubblicani moderati, almeno molti di essi: sono rimasti a casa, Mitt Romney, John McCain, tutta la famiglia Bush. Persino il governatore dell’Ohio John Kasich non s’è fatto vedere. E Marco Rubio ha mandato solo un video-clip. Sarah Palin, che non è certo una moderata, non c’era perché “l’Alaska è troppo lontana da Cleveland”. Ted Cruz, ultra-conservatore evangelico, ha consumato sul palco il suo strappo “Caro Donald, non ti voto”. Fra gli ospiti stranieri, notati l’euro-scettico Nigel Farage - Trump è un fautore della Brexit - e l’olandese xenofobo e anti-Islam Geert Wilders. Non c’era Matteo Salvini: lo showman ha già dimostrato di non rimarcarne né la presenza né l’assenza. Le estati violente, 1968/2016 In questa violenta estate americana, che assomiglia sempre più a quella tragica del 1968, quando vennero ammazzati Martin Luther King e Robert Kennedy a la convention democratica a Chicago fu teatro di ripetuti scontri, le uccisioni di neri da parte di poliziotti bianchi e le stragi di agenti compiute da reduci neri avevano gettato è benzina sul fuoco dell’appuntamento di Cleveland. E Trump l’incendiario aveva addebitato quelle morti "alla mancanza di leadership” e “alla debolezza” del presidente Obama. Le misure di sicurezza per prevenire incidenti erano altissime, specie dopo l'annuncio che le nuove Pantere Nere avrebbero manifestato armate fuori dall’Arena: il II emendamento della Costituzione (approvato il 5 dicembre 1791) e la legge dell'Ohio (che consente di girare in pubblico con armi a vista e cariche, come in Texas) lo rendono possibile. E il governatore Kasich aveva respinto l’istanza dei sindacati dei poliziotti di sospendere la norma per alcuni giorni. A conti fatti, ci sono state manifestazioni pro e anti-Trump, tafferugli, arresti e contusi: il bilancio, dal punto di vista dell’ordine pubblico, non è stato drammatico come si temeva. Tra nomination e discorsi, il filo dell’unità anti-Hillary Con 1725 voti - ne bastavano 1237 -, la convention ha ufficializzato la designazione di Trump candidato repubblicano alla Casa Bianca: dopo 16 mesi di campagna elettorale e decine di primarie, il magnate ha sbaragliato 16 concorrenti, superato l'ostracismo dell'establishment del partito e formalmente conquistato la nomination. La ‘rivolta degli irriducibili’, che promettevano ostruzionismo, s’infrange al primo voto procedurale. Articolata su quattro temi, uno al giorno, ‘legge e ordine’, l’economia e il lavoro, il primato dell’America nel Mondo e l’unità dell’America, la convention doveva suggellare l’unità ritrovata del partito repubblicano, con l’avallo dei due leader parlamentari Paul Ryan e Mitch McConnell allo showman. Proprio Ryan, speaker della Camera e presidente della Convention, massimo esponente politico repubblicano e non esattamente un ammiratore di Trump, ha dovuto annunciare la nomination, ufficializzando il ticket con il governatore dell'Indiana Mike Pence. Ryan, che non ha mai formalmente ‘endorsed’ Trump, ha esortato all’unità del partito, spronandolo a "competere in ogni parte d'America per ogni singolo voto": "Solo con Trump e Pence - ha detto - abbiamo la chance di qualcosa di meglio" di Obama; ed ha preso di mira Hillary Clinton. L'elemento unificante della convention repubblicana è stata proprio l'incessante giaculatoria contro l'ex first lady, cui ha pure partecipato Pence: l’ha definita, con un gioco di parole, “il segretario dello status quo”, che non può essere comandante in capo dopo l’attentato di Bengasi in Libia. L’8 Novembre la scelta "è tra il cambiamento e lo status quo": con Trump presidente, “il cambiamento sarà enorme". Per la stragrande maggioranza degli elettori americani, il discorso è stata l’occasione per conoscere il governatore dell’Indiana, ultra-conservatore e Tea Party, anti-gay e pro-armi. Pence s’è presentato così: "Sono un cristiano, un conservatore e un repubblicano, in quest'ordine". E ha scherzato: "Non avrei mai immaginato di trovarmi qui ... Trump è noto per la forte personalità e per il carisma: credo cercasse un po' di equilibrio nel ticket". Una platea di bocca buona intonava "Ci piace Mike". Gaffes, plagi e plotoni d’esecuzione Non tutto è però filato liscio nella convention orchestrata come una festa di famiglia di casa Trump. Il discorso di Melania, la moglie, una modella slovena tutta di bianco vestita, ha suscitato vivaci critiche: alcuni passaggi erano copiati dal discorso tenuto da Michelle Obama alla convention di Detroit nel 2008. Donald fa spallucce: “Tutta pubblicità”. Ma Meredith McIver, autrice del testo, ammette la colpa e offre le dimissioni, però respinte. Negli Usa, il plagio è colpa grave, dalle scuole alla politica, può lasciare il segno. Lo showman s’è invece dissociato da un suo consigliere, Al Baldasaro, che vorrebbe Hillary “portata davanti a un plotone d’esecuzione e fucilata per alto tradimento". Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI. | ||||||||
giovedì 14 luglio 2016
Nato ed Europei
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sabato 9 luglio 2016
Sanders per la Clinton contro Trump
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Bernie Sanders non ce l’ha fatta. Con la conclusione delle primarie, Hillary Clinton è matematicamente il candidato democratico alle elezioni presidenziali. La corsa si è conclusa con 2.811 delegati (di cui 591 superdelegati) per l’ex first lady e 1.879 (e 49 superdelegati) per il senatore del Vermont.Per la nomina ufficiale, la Clinton dovrà aspettare la convention democratica del 25 luglio a Philadelphia, ma si è già garantita l’appoggio del presidente Barack Obama, del vice Joe Biden, e della carismatica senatrice Elizabeth Warren. Sanders ha interrotto le attività di lobbying per i super delegati, sospeso la raccolta fondi, drasticamente tagliato il suo staff; mentrei suoi sostenitori stanno progressivamente migrando verso il campo clintoniano. In altre parole, Sanders non è più in corsa per la Casa Bianca, ma si rifiuta ancora di dare il suo appoggio ufficiale alla Clinton e di ritirarsi prima della convention. L’ultimo atto di Sanders Sin dall’inizio, il senatore socialista ha dimostrato di non adeguarsi alle regole della classe politica. A 74 anni e con scarse possibilità di ricandidarsi, invece di preoccuparsi del suo futuro all’interno del partito democratico,è ora focalizzato a sfruttare la visibilità ed il capitale politico acquisiti durante la stagione delle primarie per rendere strutturale la “rivoluzione” mobilitata durante la campagna. Ha incoraggiato i suoi sostenitori a candidarsi per tutte le cariche disponibili e, forte del supporto degli elettori che non l’hanno ancora abbandonato, sta facendo leva sull’ultima carta rimastagli (l’appoggio ufficiale alla Clinton) per spingere Hillary ad adottare una politica più progressista, prima che la campagna dell’ex first lady si sposti su posizioni più centriste (come accade solitamente dopo le primarie). Sanders ha mobilitato e coinvolto strati della popolazione – i giovani in primis - disillusi dalla politica: è di loro che, adesso, la Clinton ha bisogno nella corsa contro Trump. Il partito democratico ne è consapevole, e non ha infatti vocalizzato forti richieste a Sanders di ritirarsi. È necessario convincere i suoi elettori a presentarsi alle urne, e la strategia del senatore è di mantenerli coinvolti nella corsa. Continua a dar voce alla retorica anticapitalista, progressista e inclusiva che gli ha garantito il supporto di quasi 1.900 delegati e si sta spendendo affinché la Clinton stabilisca una piattaforma in cui i suoi sostenitori si possano riconoscere. Le richieste politiche Mezz’ora dopo la chiusura dei seggi del 14 giugno, Sanders e la Clinton hanno avuto un incontro a porte chiuse per discutere una possibile intesa sul programma clintoniano. Le richieste di Sanders si concentrano su specifiche politiche nazionali e sulla riforma del partito. Vuole aumentare il salario minimo a 15 dollari l’ora, l’accesso gratuito alle università pubbliche, una maggiore regolamentazione di Wall Street, una riforma sull’immigrazione, il bando del fracking e, punto più dibattuto, l’adozione di un sistema sanitario universale. Ma il senatore del Vermont intende anche eliminare per il futuro la figura dei superdelegati, che tanto hanno pesato sulla sua sconfitta, perché il loro supporto non è espressione di un voto dal basso ma delle correnti di partito. Chiede una nuova leadership per i democratici, una riforma dei finanziamenti delle campagne elettorali, la possibilità di registrarsi e di votare lo stesso giorno, nonché la possibilità per gli indipendenti di votare per un candidato democratico. La Clinton ha per ora solamente risposto che si concentrerà sui temi di politica economica e che il nuovo staff manager della convenzione democratica sarà della Service Employees International Union. È difficile prevedere quali altre concessioni verranno fatte da Hillary, che per mantenersi competitiva di fronte ad un inaspettato successo di Bernie ha già dato maggiore enfasi sui temi legati a ineguaglianza economica, mobilità sociale, incremento del salario minimo ed educazione a prezzi accessibili. Una mossa responsabile Sanders non è imprudente e non dimentica da che parte sta. Il 24 giugno ha dichiarato che il suo voto andrà alla Clinton perché Trump va sconfitto. C’è poca evidenza che la strategia del senatore stia danneggiando l’ex first lady, non permettendole di concentrarsi su Trump o sottraendole voti di elettori che potrebbero alternativamente scegliere il candidato repubblicano o non presentarsi alle urne a novembre. Ma molti, inclusi ex sostenitori di Bernie ora passati a Hillary, vogliono vedere evidenze più concrete di un cambiamento nella politica clintoniana. Sanders continua a dar voce all’89% dei suoi sostenitori, i quali lo vogliono in campo fino alla convention di luglio (sondaggio Ndsc); e, fino a che l’investigazione sullo scandalo delle email non si traduce in un verdetto, tanto vale rimanere in gioco. Vittoria Franchini e Chiara Rogate lavorano alla Banca Mondiale a Washington, D.C. e collaborano con il PD Washingtonsulle elezioni presidenziali 2016 |
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