giovedì 23 giugno 2016
domenica 12 giugno 2016
USA. Inizia il confronto finale
|
| |||||||||||||||||||||
sabato 4 giugno 2016
USA: poca coesione in casa democratici
| Usa 2016 Sanders fa più danni a Hillary che a Donald Giampiero Gramaglia 28/05/2016 |
|
Donald Trump, ormai il candidato repubblicano alla Casa Bianca, lo tratta come un orsacchiotto, o - come cantava Patty Pravo negli Anni Sessanta -, come una bambola, che la “fai girar” e poi “la butti giù”.Ma la decisione del senatore Bernie Sanders di restare in corsa contro Hillary Clinton, nonostante non abbia speranze di ottenere la nomination democratica, si rivela sempre più dannosa per l’ex first lady: da una parte, le impedisce di concentrare l’attenzione - e le spese - sul magnate dell’immobiliare suo avversario l’8 novembre; e, dall’altra, ne evidenzia debolezze e fragilità.
Trump ha raggiunto quota 1237 delegati, cioè la maggioranza assoluta di quelli in palio, e ha la garanzia aritmetica della nomination repubblicana. Alla Clinton, ne mancano un centinaio: li conquisterà il 7 giugno, quando si vota in California e in una manciata di altri Stati. Rischia, però, d’arrivare alla meta con un’immagine offuscata dalle troppe sconfitte.
Trump ci scherza:"Rischiamo di correre contro il folle Bernie! È un pazzo, ma a noi piace la gente un po’ pazza", dice in un comizio ad Anaheim in California, prima di aggiungere: “Ma io voglio correre contro Hillary”.
Lo showman prima è incline ad accettare l’idea d’un dibattito con Sanders, purché ne vengano “10/15 milioni da versare in beneficenza contro le malattie delle donne” - detto a Bismarck, nel North Dakota -; poi, lo esclude per iscritto perché "sarebbe inappropriato dibattere con un candidato che finirà secondo nelle primarie".
Fermenti nei partiti e pressioni su Sanders
Ci sono fermenti nei due maggiori partiti Usa, nonostante la scelta dei candidati alla Casa Bianca sia ormai fatta: più forti fra i repubblicani, dove molti notabili non danno l’endorsement a Trump; più sottili fra i democratici, dove aumentano le pressioni perché il senatore del Vermont si ritiri dalla corsa.
Intorno a lui che agisce da indipendente e si autodefinisce socialista, c’è, però, generale rispetto e diffusa simpatia: la sua figura non è percepita come estranea al fronte progressista.
L’aggressività di Sanders, più popolare della sua rivale fra i giovani, le donne, i bianchi, condiziona Hillary, che deve condurre una campagna strabica, preoccupata di rintuzzare gli attacchi da destra e populisti di Trump, l’‘arcinemico’, ma anche quelli da sinistra e liberal del ‘compagno di squadra’.
Così, mentre Trump appare sulla cresta dell’onda e trasforma in voti dell’anti-politica anche le gaffe e le volgarità, l’ex first lady è ora sulla difensiva nei confronti del senatore anche in California, dove, fino a qualche tempo fa, aveva un vantaggio nettissimo.
La filosofia e l’impatto del senatore socialista
Sanders non dà tregua: a San Bernardino, in California, si presenta come l’uomo giusto per battere Trump, che - assicura - “non diventerà presidente”. Il senatore sta girando la California in lungo e in largo e sostiene: "Abbiamo l'energia e l'entusiasmo per vincere”.
Oltre allo showman, sfida a dibattito pure Hillary, che declina: per lei, ora, c’è un solo rivale, il magnate repubblicano, che la supera, per la prima volta, sia pure d’un soffio statisticamente irrilevante, nella media dei sondaggi. Per WP/Abc, ciascuno dei due probabili avversari è mal visto dal 60% dei potenziali elettori; per Wsj/Nbc l’ex first lady batte il magnate di tre punti, ma il senatore lo batte di ben 15 punti.
In un’intervista alla Ap, Sanders prevede che la convention democratica di Filadelfia a fine luglio si trasformi in un “caos”. "La democrazia non è sempre cordiale, tranquilla, gentile … La democrazia è caos. Ogni giorno, la mia vita è caos -‘mess’, in inglese ndr -. Se volete che tutto sia tranquillo e ordinato, che le cose procedano senza un dibattito vigoroso, questa non è democrazia".
E il senatore sottolinea che la sua campagna richiama nuovi arrivati, gente che non avevano mai fatto politica: “Il partito democratico deve decidere se diventare più inclusivo o no … Se farà la scelta giusta e aprirà le porte a lavoratori e giovani, si creerà il dinamismo di cui c’è bisogno e ci sarà caos".
In un’intervista alla Nbc, la Clinton è stata molto conciliante con Sanders, riconoscendogli il diritto di continuare la sua corsa, ma insistendo sulla necessità di concentrare l’attenzione su Trump, che “non è un candidato normale” e che “pone pericoli” agli Stati Uniti. Fra i due, c’è stata un’intesa anche sulla composizione della commissione che dovrà redigere la piattaforma per la convention.
Tra il Nonno e la Zia, una storia d’amore e d’odio
Tra Nonno Bernie, 75 anni, e Zia Hillary, 69 anni, è quasi una storia d’amore e d’odio, anche se scomodare Catullo dopo Patty Pravo può stonare. E c’è chi ipotizza che fra i due finirà in un ticket, con il senatore candidato vice-presidente. Ipotesi di cui la Clinton, per il momento, non intende parlare, senza però escluderla. Si sa che la campagna di Hillary sta vagliando la scelta del vice, senza escludere una donna - però, improbabile -, o un ispanico, o altri.
Sanders sarebbe a corto di fondi per la sua campagna: finora, ha speso circa 207 milioni di dollari, contro i 182 della Clinton. All'inizio di maggio il senatore aveva in cassa meno di sei milioni, mentre l’ex first lady ne aveva 30, secondo la commissione elettorale federale. Ad aprile, i due avevano raccolto più o meno la stessa somma, oltre 25 milioni di dollari. Ma poi Bernie ha speso quasi 39 milioni di dollari, 15 più di Hillary.
Il senatore non rallenta però gli sforzi: sabato 21 maggio, era alla frontiera tra San Diego e Tijuana, in Messico, e s’è impegnato per una riforma dell’immigrazione e la riunificazione delle famiglie: "Abbiamo 11 milioni di persone che sono senza documenti e che credo meritino un cammino verso la cittadinanza" - un messaggio in antitesi con Trump ed i suoi propositi di muri e deportazioni.
Il Nonno rosso batte chiodi di sinistra: "È assurdo che la paga media di un amministratore delegato sia 335 volte quella media d’un lavoratore. Questo grottesco divario deve finire"; e "Gli insegnanti stanno facendo il lavoro più importante in America. Meritano rispetto e un salario migliore". Pezzi di programma che sarà forse Hillary a realizzare.
Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
I Rapporti del Vaticano con l'America latina
| Politica estera del Vaticano La visione neo bolivariana di papa Francesco Aldo Maria Valli 26/05/2016 |
|
L’azione geopolitica di papa Francesco per l’America Latina si ispira a una visione neo bolivariana del continente: il sogno è un’unione sudamericana che dia vita a una “grande patria” fondata sull’asse Brasile - Argentina.Bergoglio ritiene che si debba ragionare in termini di Stato continentale. Alla base c’è la Teologia del pueblo, derivazione argentina della Teologia della liberazione che rifiuta la lettura marxista della realtà e la lotta di classe, ma valorizza il ruolo del popolo (il “santo popolo”, come lo definisce spesso Bergoglio), considerato come la risorsa numero uno dell’America Latina.
Di qui, con evidenti venature populiste, per non dire peroniste, le dure critiche ai processi di globalizzazione e alla politiche neoliberiste, con la richiesta di integrare l’economia di mercato con una visione sociale.
America Latina, la terra della speranza
Alla vigilia del viaggio che lo ha portato in Ecuador, Bolivia e Paraguay, Francesco, riprendendo l’espressione di Giovanni Paolo II, ha parlato del Sudamerica come continente della speranza perché da esso, ha detto, si attendono nuovi modelli di sviluppo in grado di integrare giustizia, equità, riconciliazione, sviluppo.
Il papa, ha detto il segretario di Stato della Santa Sede, cardinale Pietro Parolin, vede nel Sudamerica un laboratorio politico e sociale (intervista a Radio Vaticana, 2 luglio 2015): per questo dice no alle colonizzazioni ideologiche, all’imposizione di modelli, e predica il Vangelo della vita, della famiglia e del rispetto del creato.
Il Vaticano e la crisi del Venezuela
All’atto pratico però Francesco incontra grandi difficoltà. Circa il disastrato Venezuela, il previsto viaggio di monsignor Paul Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, è stato annullato nei giorni scorsi “per motivi che non dipendono dalla Chiesa”, come ha fatto sapere la nunziatura apostolica.
Presenziando alla nomina del nuovo nunzio apostolico per il Venezuela, Gallagher avrebbe dato un segnale a favore della destituzione del presidente Nicolas Maduro, come sperava il leader dell’opposizione Enrique Capriles, ma il governo si è nettamente opposto. La polarizzazione dello scontro in Venezuela ha raggiunto il punto di rottura e lo spettro della guerra civile non è lontano. La Chiesa è forse l’unico attore internazionale che potrebbe contribuire ad allentare la tensione, ma la diplomazia vaticana sta incontrando ostacoli al momento insormontabili.
Se in Colombia, anche grazie alla mediazione vaticana, c’è ottimismo circa gli accordi di pace tra governo e Farc, molti altri fronti restano problematici. Il 19 maggio, ricevendo in Vaticano i vescovi del Celam (Consiglio episcopale latinoamericano), Francesco, tornando a parlare di “patria grande” e di integrazione dei popoli, non ha nascosto le sue preoccupazioni ed ha citato in particolare Venezuela, Brasile, Bolivia e Argentina.
Guerra fredda tra Francesco e Macri
In particolare, circa l’Argentina, a sei mesi dall’inizio del mandato del presidente Maurizio Macri che ha messo fine alla lunga egemonia della famiglia Kirchner-Fernandez, la Chiesa incomincia ad attaccare.
Il primo maggio il presidente della Conferenza episcopale argentina, José María Arancedo ha accusato la politica economica che usa il lavoro come merce e come un semplice scalino della catena finanziaria. L’Università Cattolica di Buenos Aires ha poi diffuso un rapporto che denuncia il dilagare del traffico di droga, specie nei quartieri poveri. Il periodo di osservazione è terminato e ormai si parla apertamente di guerra fredda tra Francesco e Macri.
Intanto a Cuba, terminata l’era dell’arcivescovo Jaime Lucas Ortega y Alamino, grande elettore di Bergoglio al conclave, andato in pensione per raggiunti limiti d’età, è incominciata quella Juan de la Caridad García Rodríguez, cubano, classe 1948, ottimo conoscitore della realtà dell’isola e uomo di mediazione: una nomina nel segno della continuità dopo lo storico accordo tra l’Avana e Washington, raggiunto anche grazie alla decisiva mediazione vaticana.
Aldo Maria Valli è vaticanista di Rai1.
venerdì 27 maggio 2016
USA: la corsa sempre più in fibrillazione
| Usa 2016 Trump vs Hillary, una sfida nata dagli errori Giampiero Gramaglia 14/05/2016 |
|
Le hanno sbagliate tutte. E, ogni volta, la pezza che ci mettevano era peggio del buco. Per i notabili del partito repubblicano, queste primarie sono state un incubo e una sequela di Little Big Horn.E, adesso, non sanno se convertirsi a Donald Trump, sperando che riesca a conquistare la Casa Bianca, oppure boicottarlo, consegnando gli Stati Uniti a Hillary Rodham Clinton - 12 anni ‘democratici’ di fila, non accade dai tempi di Franklyn Delano Roosevelt.
Tra l’estate e l’autunno 2015, l’establishment del partito conservatore, di cui sempre si parla, senza che si sappia bene chi ne faccia parte, non capì che quell’ossesso dalla bazza rossa che diceva cose grossolane e sconvenienti, litigava con le giornaliste sul palco dei dibattiti in diretta televisiva, definiva i messicani stupratori e considerava i musulmani tutti indiziati di terrorismo, ma riempiva le arene per i suoi comizi e vinceva tutti i confronti, non era un fenomeno stagionale, ma rischiava di durare.
Perciò, gli hanno messo controfigure sbiadite, come Jeb Bush, o inesperte, come Marco Rubio, o ‘di risulta’, come John Kasich, che l’orco Trump s’è mangiato in un solo boccone; e, intanto, gli cresceva accanto un’alternativa persino peggiore, Ted Cruz, senatore del Texas, ultraconservatore, populista e - per fare buon peso - pure baciapile evangelico e antipatico che di più non si può.
Quando si sono finalmente convinti che il pericolo era reale, era tardi: la frittata era fatta. I notabili hanno cercato di tirare fuori un asso dalla manica, ma avevano solo ruote di scorta, per di più usate e neppure disponibili: Mitt Romney, candidato 2012, o Paul Ryan, speaker della Camera, dopo che l’opzione indipendente Michael Bloomberg era tramontata prima che si facesse alba. E l’ipotesi d’una convention aperta, dove cercare di rimescolare le carte, s’è rivelata impraticabile: gli elettori la consideravano alla stregua d’una truffa.
Adesso, è proprio finita
Così, fra i repubblicani, Trump è rimasto solo per i ritiri in sequenza, dopo le primarie nell’Indiana, dei rivali superstiti Cruz e Kasich - all’inizio, erano 17. Fra i democratici, la Clinton, pur perdendo nell’Indiana e poi in West Virginia, è ormai vicina alla garanzia aritmetica della nomination, che non può più sfuggirle: Bernie Sanders, il suo rivale, lo sa e lo riconosce, ma resta in corsa per incidere sulla piattaforma del partito alla convention.
La conta dei delegati indica che il magnate dell’immobiliare e l’ex first lady stanno per conquistare la maggioranza assoluta dei rispettivi delegati: in assoluto, allo showman ne mancano 102, a Hillary 144; in percentuale, il repubblicano è quasi al 92%, la democratica quasi al 96% - fra i democratici, i delegati sono quasi il doppio dei repubblicani.
E, uno dopo l’altro, i sondaggi nazionali indicano che Trump, sulla cresta dell’onda, è vicino, se non davanti, alla Clinton nelle intenzioni di voto degli americani, in caso di scontro fra i due all’Election Day l’8 novembre: un rilevamento Reuters/Ipsos attribuisce all’ex first lady il 41% delle preferenze e al magnate dell’immobiliare il 40%, con un 19% d’indecisi. Però, l’oscillazione dei dati desta perplessità sull'attendibilità dei risultati:alla verifica precedente, Hillary era 13 punti avanti.
Magagne e contrasti, nemici di sempre e amici dell’ultim’ora
Non tutto fila liscio per Trump: ha contro Ryan, che non gli ha ancora assicurato sostegno, mentre ha dalla sua il leader del partito al Senato, Mitch McConnell.
Inoltre, il presidente Barack Obama ammonisce “la presidenza non è un reality”; la Cia è diffidente all’idea di spartire con lui in briefing riservati i suoi segreti come vuole la prassi; il tentativo di fare la pace con gli ispanici mangiando tacos il ‘5 de Mayo’ fallisce, anzi innesca nuove polemiche; e la giustizia a San Diego e a New York ha nel mirino la sua Università dell’immobiliare - a novembre, dopo il voto, dovrà testimoniare.
E lui, forse per svincolarsi dall’assedio delle magagne, dà un saggio di quel che sarà la sua campagna: attacca Hillary perché è la moglie - e la complice - di Bill, ‘abusatore di donne’.
Intorno a Trump, è un via vai di gente che tiene le distanze o sale sul carro del vincitore. Il magnate minaccia di chiedere la rimozione di Ryan dalla presidenza della convention di luglio, se lo speaker continuerà a negargli l’appoggio. Ma, intanto, i due Bush presidenti, George H. e George W., padre e figlio, come pure Jeb, e anche Romney e, forse, John McCain fanno sapere che, loro, a Cleveland non ci andranno.
Intanto, lo showman affida al suo ex rivale Chris Christie, governatore del New Jersey, il compito di guidare la transizione, in caso di elezione. Christie, fra i primi notabili repubblicani a schierarsi con il magnate, dovrà cioè facilitare l’insediamento alla Casa Bianca e l’avvicendamento dello staff. Cruz non esclude un ticket con il magnate, Rick Perry si propone come vice, mentre Rubio, Kasich e altri rivali battuti ostentano distacco.
Dalla parte di Trump, continua ad esserci Sarah Palin, candidata alla vice-presidenza nel 2008, e critica dei critici dello showman - Ryan agirebbe solo per calcolo personale, volendosi candidare nel 2020 -, e s’è pure schierato Dick Cheney, il vice di Bush 2.
La volta delle prime volte
Se il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà ancora un democratico, sarà una donna, la prima, dopo che Barack Obama è stato il primo nero. Se sarà un repubblicano, sarà per la prima volta una persona che non ha mai affrontato un’elezione né gestito un ufficio pubblico.
Nell’Election Day, saranno di fronte due personalità e due vissuti profondamente diversi: una donna politica d’enorme esperienza, che è stata first lady, senatrice, candidata alla nomination nel 2008, segretario di Stato; e un imprenditore di successo senza esperienza politica, anzi un campione dell’anti-politica; una donna che non piace alle femministe e un uomo che spesso insulta le donne; una che pesa le parole e uno che si vanta di non farlo.
Per motivi diversi, entrambi sono a rischio d’inciampare in scheletri che escano dall’armadio o d’essere invischiati in inchieste sul loro operato: Hillary, ad esempio, per l’uso di mail private quand’era segretario di Stato; Donald per le disavventure dell’Università.
Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
USA: sempre più verso il Pacifico
| Disarmo Obama a Hiroshima, pellegrinaggio senza scuse Carlo Trezza 23/05/2016 |
|
Obama in Giappone, per il G7, ma non solo. Nella sua agenda, quella che spicca è la visita a Hiroshima, una delle tappe più importanti del percorso da lui intrapreso sulla questione delle armi nucleari.L'obiettivo dichiarato di giungere a un mondo privo di armi atomiche costituì una priorità sin dai tempi della sua campagna elettorale e trovò forti sostegni politici sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo.
Basti ricordare la lettera al Wall Street Journal in cui quattro eminenti ex ministri degli esteri e difesa e senatori, due democratici e due repubblicani (Nunn, Perry, Kissinger e Schultz) si schierarono a favore di tale principio già prima dell’insediamento di Obama. Seguirono analoghi sostegni da parte di personalità di spicco dei principali paesi europei, Italia compresa (D'Alema, Calogero, Fini, La Malfa, Parisi).
Verso passi concreti
Da slogan elettorale, il concetto di un mondo privo dell'atomica si tradusse in programma di Governo in occasione dello storico discorso tenuto dal Presidente al Castello di Praga nell'aprile 2009.
Tra i vari punti enunciati figuravano passi concreti quali la ratifica americana del trattato che proibisce gli esperimenti nucleari, Ctbt, la messa al bando della produzione del materiale per le bombe nucleari, Fmct, un nuovo trattato per ridurre le testate nucleari russe e americane, la creazione di una banca internazionale del combustibile per le centrali nucleari, l'apertura al dialogo sul nucleare iraniano, il rafforzamento del trattato di non proliferazione e della sicurezza nucleare. A gran parte di questo programma è stato dato un seguito.
La sicurezza nucleare si è rafforzata nel quadro di quattro vertici celebrati al massimo livello, il Trattato Nuovo Start ha condotto a ulteriori riduzioni di testate russe e americane, la Conferenza del Tnp del 2010 è stata un successo, il programma nucleare iraniano è stato congelato.
Resistenze al disarmo
Rimangono tuttavia incompiuti alcuni impegni importanti. La ratifica americana del Ctbt non ha nessuna possibilità di essere approvata, prima del termine del mandato presidenziale, da un Congresso ostile al Presidente. L'avvio di un negoziato Fmct rimane tuttora bloccato alla Conferenza del Disarmo di Ginevra.
La questione nucleare coreana si è incancrenita. Per ottenere l'assenso del Senato alla ratifica Nuovo Start, Obama ha dovuto pagare un alto prezzo proprio in termini di aumento delle risorse dedicate all'ammodernamento dell'arsenale nucleare americano.
Tra gli impegni di Praga più direttamente collegati con la imminente visita a Hiroshima, figura quello di "ricercare la pace e la sicurezza di un mondo privo di armi nucleari" e la "riduzione del ruolo delle armi nucleari nella strategia di sicurezza americana". Si tratta di impegni nei quali egli può legittimamente rivendicare alcuni passi in avanti: ad esempio la riduzione dei casi in cui l'America risponderebbe con l'arma nucleare qualora subisse un attacco. Molto spesso Obama si è trovato solo a promuovere queste campagne.
Le responsabilità morali di agire, ieri e oggi
Ma il collegamento più forte con la visita a Hiroshima è il passaggio del programma enunciato a Praga in cui si afferma che, come unico paese nucleare ad aver impiegato le armi nucleari, gli Stati Uniti hanno la responsabilità morale di agire("as the only nuclear power to have used a nuclear weapon, the United States has a moral responsibility to act"). Non vi sono precedenti di dichiarazioni simili di alcun titolare della Casa Bianca, né si è trattato di un gesto di mera circostanza.
Al discorso è infatti seguito un crescendo di attenzioni verso la questione dei bombardamenti delle due città giapponesi e verso le loro commemorazioni annuali che non poteva che essere pilotato dalla Casa Bianca e che culmina ora con questa storica e coraggiosa visita presidenziale.
È stato già preannunciato che non si tratterà di un "mea culpa", né sono prevedibili gesti paragonabili all'inginocchiamento di Willy Brandt di fronte al ghetto di Varsavia. Occorrerà seguire comunque con attenzione la sostanza e la gestualità dell'evento per poter trarne delle conclusioni. Si riaprirà in ogni caso il dibattito sulle passate responsabilità e sulla necessità, come si sostiene nella storiografia ufficiale, di distruggere le due città al fine di accelerare la conclusione del secondo conflitto mondiale.
Chiunque si rechi a visitare le due città distrutte non può in buona fede disconoscere la legittimità del concetto, attualmente fortemente dibattuto e spesso contestato dalle potenze nucleari, delle "conseguenze catastrofiche dell'uso dell' arma nucleare".
L’anno scorso non è andato in porto il tentativo di far convergere verso Hiroshima o Nagasaki i massimi leader politici e spirituali in occasione del settantesimo anniversario dei bombardamenti. Il fatto che tale pellegrinaggio venga fatto ora individualmente dal Capo di Stato della maggiore potenza nucleare assume dunque un alto rilievo simbolico e apre la strada a una maggiore presa di coscienza della drammatica questione dell'arma atomica, soprattutto da parte dei maggiori dirigenti internazionali.
L'Ambasciatore Carlo Trezza, Presidente uscente del Missile Technology Control Regime, è stato Presidente dell'Advisory Board di Ban Ki moon per gli Affari del Disarmo e Presidente della Conferenza del Disarmo.
mercoledì 11 maggio 2016
Brasile: acque sempre agitate
| America Latina Brasile, il vento contagioso del dopo Dilma Ilaria Masiero 21/05/2016 |
|
Ore contate per Dilma Rousseff. Dallo scorso 12 maggio la presidente brasiliana è sospesa dall’incarico per 180 giorni, durante i quali si svolgerà il processo di impeachment nei suoi confronti.Nel frattempo, la Rousseff è sostituita ad interim dal suo vice ed ex-alleato, Michel Temer. Nonostante il processo ufficiale sia appena cominciato, il destino della Rousseff sembra segnato. In questo caso, Temer resterà in carica fino alle prossime elezioni, nel 2018.
L’allontanamento della presidente conclude bruscamente i 13 anni ininterrotti di governo del Partidodos Trabalhadores (o Pt) - il partito di sinistra di cui la Rousseff e il suo predecessore, Luiz Inácio Lula da Silva, sono esponenti - e può dare una scossa notevole all’economia brasiliana così come agli equilibri politici regionali.
Opportunità per l’economia
Temer, del partito centrista Pmdb (Partito del Movimento democratico brasiliano), ha scelto una équipe economica con tutte le carte in regola, a partire dal nuovo ministro dell’Economia, Henrique Meirelles - governatore della Banca centrale fino al 2010 ed ex-direttore della statunitense Bank Boston - e dal nuovo governatore della Banca centrale, Ilan Goldfajn - già capo-economista della principale banca privata brasiliana e dottore presso la prestigiosa università statunitense Mit.
La speranza è che questi rispettati professionisti siano in grado di contrastare la spirale degenerativa in cui il Brasile sembra intrappolato, con un deficit di bilancio che supera il 10% del Pil, inflazione e disoccupazione al 10% e il Pil in caduta libera (-3,8% nel 2015).
Il nuovo governo sembra orientato verso un approccio meno interventista e più liberale rispetto al precedente. L’agenda di Meirelles prevede il contenimento del debito pubblico (attraverso tagli alla spesa, privatizzazioni e concessioni per le infrastrutture), la riforma delle pensioni e del lavoro e la garanzia di una maggiore autonomia alla Banca centrale.
In contrasto con l’immobilismo degli ultimi tempi, il nuovo governo non ha perso un attimo: nella prima settimana, il numero di ministeri è passato da 32 a 23 e sono stati mandati a casa in media più di cento funzionari al giorno. Inoltre, si è già aperto il tavolo con i sindacati sulla riforma delle pensioni. Tutto sommato, il governo Temer parte ben intenzionato e ben equipaggiato - ma la strada è lunga.
L’interpretazione golpista dei paesi bolivariani
La fine della presidenza Rousseff e la preannunciata svolta in direzione pro-mercato del governo Temer si ripercuoteranno sugli equilibri politici dell’America Latina e, dopo quasi vent’anni di successi dei candidati di sinistra, la regione potrebbe spostarsi su posizioni più centriste e liberali.
La vittoria di Lula in Brasile, nel 2003, ha fortemente contribuito alla “svolta a sinistra” dell’America Latina - iniziata nel 1998, con la vittoria di Hugo Chavez in Venezuela. Come il Brasile, è il più grande paese della regione in termini di popolazione, territorio e Pil, così il Pt è il partito social-democratico più influente della zona, e ha rappresentato un importante punto di riferimento e alleato internazionale per i governi socialisti/populisti che si sono via via instaurati in America Latina.
Non a caso, i cosiddetti “paesi bolivariani” (Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador e Nicaragua), tradizionali alleati del Pt, hanno usato toni per nulla moderati nell’additare l’impeachment come un colpo di stato e dichiarare la loro ostilità al governo Temer, considerato illegittimo.
Anche Maduro trema
In particolare, il capo di stato del Venezuela, Nicolás Maduro, in cerca di vie di fuga per evitare la possibile destituzione per referendum popolare, ha sfruttato l’occasione per dichiarare lo stato di emergenza come mezzo necessario a fronteggiare le presunte trame golpiste orchestrate dagli Stati Uniti e di cui il Brasile sarebbe stato vittima, complice lo stesso Temer.
L’asse socialista/populista latino-americano ha già subito un duro colpo lo scorso dicembre, quando il liberale Mauricio Macri ha sostituito la populista Cristina Fernández de Kirchner alla presidenza dell’Argentina - un’altra tra le maggiori economie della regione. Di nuovo, non è un caso che questo paese sia stato uno dei primi a riconoscere il nuovo governo brasiliano.
Svolta liberista per l’America Latina?
Il governo centrista di Temer sembra intenzionato a porre fine al sostegno diplomatico e talvolta economico di cui i governi socialisti/populisti della regione, anche i più estremi, hanno finora approfittato. Alcuni passi in questa direzione sono già stati fatti dal nuovo ministro degli Esteri, José Serra, che non ha usato mezzi termini nel rispondere alle accuse dei governi bolivariani e ha avvisato che d’ora in avanti la diplomazia sarà uniformata agli interessi dello Stato e non a quelli di un partito. Serra ha inoltre indicato l’Argentina come partner preferenziale in America Latina.
Se il Brasile del Pt ha fatto da perno nella svolta a sinistra dell’America Latina, il paese che esce dall’impeachment potrebbe sbilanciare l’asse politico regionale verso posizioni più liberali. Una piccola spinta in tal senso verrà dalla ridefinizione delle precedenti alleanze internazionali. Di tutt’altra portata sarà la scossa se il governo Temer riuscirà nella sua impresa, mostrando ai suoi vicini che la strada per una economia più aperta e sostenibile è dietro l’angolo.
Ilaria Masiero è laureata in Discipline Economiche e Sociali e dottoranda in Economia presso la Fundação Getulio Vargas di San Paolo.
lunedì 2 maggio 2016
Brasile: crisi presidenziale
| Brasile Dilma con le valigie in mano Ilaria Masiero 02/05/2016 |
|
La domenica pomeriggio in Brasile è fatta di birra gelata, carne grigliata e calcio. Il 17 aprile però è stata una domenica parzialmente atipica in quanto, boccale e spiedino alla mano, il paese ha cambiato canale per assistere alla stesura della propria storia: la Camera dei Deputati, con 367 voti a favore, 137 contro e nove tra assenti e astenuti, ha autorizzato l’apertura di un processo di impeachment contro la presidente Dilma Rousseff. Impeachment: come, quando, perché
Per i casi di impeachment la Costituzione brasiliana prevede un iter lungo e articolato, complicato anche dall’inesperienza in materia delle istituzioni che solo una volta, nel 1992,hanno portato a termine tale processo.
Il calvario della Rousseff è iniziato nel dicembre 2015, quando il presidente della Camera Eduardo Cunha, esponente del partito centrista Pmdb (Partito del movimento democratico brasiliano) e nemico di lunga data della Presidente, ha accettato di analizzare la mozione di impeachment presentata da tre cittadini.
Superato il vaglio della Camera il 17 aprile, la palla è passata al Senato che deve decidere (a maggioranza semplice) se confermare l’apertura del processo contro la Presidente. Il voto è atteso a inizio maggio, ma la vittoria del fronte anti-Rousseff è già data per scontata.
Una volta che il processo sia stato ufficialmente instaurato, la Presidente sarà sostituita dal suo vice, Michel Temer del Pmdb, per 180 giorni, al termine dei quali il Senato deciderà sull’impeachment in via definitiva (con maggioranza di due terzi). Se la Rousseff verrà condannata, sarà Temer a portare a termine il mandato presidenziale, fino alle elezioni del 2018.
Le accuse ufficiali alla base della mozione di impeachment vertono su questioni di improbità amministrativa: la Presidente avrebbe truccato il bilancio dello Stato per nascondere l’allarmante situazione dei conti pubblici. Tuttavia, non è ovvio che le astuzie contabili a cui la Rousseff avrebbe fatto ricorso siano sucettibili di motivare un procedimento di impeachment e su entrambi i fronti è diffusa l’opinione (più o meno palesata) che si tratti più che altro di un cavillo per allontanare la Presidente anzitempo.
Questo forse spiega perché, durante la votazione per appello nominale alla Camera dei Deputati, se da un lato i fedelissimi della Presidente gridavano al golpe, dall’altro i deputati pro-impeachment si sono ben guardati dall’entrare nel merito delle accuse, profondendosi invece in saluti e dediche stravaganti - chi alla mamma, chi al partner, chi al cane.
Temer, missione (quasi) impossibile
L’uscita di scena della Rousseff, prima per i 180 giorni di rito e poi in via definitiva, appare ad oggi lo scenario più probabile. In questo caso, il mandato presidenziale passerà a Temer.
Se e quando riceverà l’incarico, Temer si imbarcherà in una missione quasi impossibile. La formazione di un nuovo governo, già di per sé impresa ardua, sarà complicata dalle ripercussioni dello scandalo Lava Jato, il più grande schema di corruzione della storia del Brasile, nel quale sono indagati 21 deputati tra cui alcuni esponenti del Pmdb – lo stesso Temer è sospettato di aver usato denaro sporco per finanziare la sua campagna elettorale.
Per giunta, l’attività del nuovo governo sarà ostacolata dai parlamentari del partito della Rousseff, il Partito dei Lavoratori, e dai loro fedeli alleati che hanno già annunciato ostruzionismo a oltranza. In questa cornice infausta, Temer dovrà portare a termine una combinazione di tagli alla spesa pubblica e aumento delle imposte - pillola tanto necessaria quanto amara - per contrastare il deficit di bilancio, schizzato dal 2,4% al 10,8% del Pil durante la presidenza Rousseff.
D’altro canto, si prevede che l’impeachment stimolerà la fiducia di cittadini e investitori nel breve periodo, alleviando leggermente la situazione economica: gli analisti stimano che quest’anno il Pil brasiliano diminuirà del 3-4% con Temer al potere, mentre, se l’impeachment dovesse fallire, potrebbe sprofondare fino al -6%. La speranza è che l’eventuale nuovo governo sappia approfittare di questo soffio di fiducia per avviare le riforme necessarie e riportare il paese sulla via della crescita nel medio termine.
L’opportunità del “come fai, sbagli”
Temer riuscirà nell’impresa? È presto per fare previsioni. Una cosa, però, si può dire. In caso di condanna della Rousseff, il governo che nascerà dalle ceneri dell’impeachment si troverà, agli occhi degli elettori, nella peculiare condizione del “come fai, sbagli”.
Se - come auspicabile - Temer riuscirà ad avviare le riforme, il popolo lo detesterà nell’immediato e con ogni probabilità non gliene riconoscerà il merito nel medio periodo. In caso contrario, il Paese (e la comunità internazionale) ne disdegneranno l’immobilismo.
Questa sentenza di quasi certa morte politica solleva in qualche modo il governo dall’affanno di distribuire contentini effimeri (e cari) per procacciarsi voti alle prossime elezioni, e dà a Temer e alla sua squadra i giusti (meno sbagliati) incentivi a fare il bene del Brasile, per davvero. E allora sì che il Paese gliene sarà grato - nei libri di storia, s’intende.
Ilaria Masiero è laureata in Discipline Economiche e Sociali e dottoranda in Economia presso la Fundação Getulio Vargas di San Paolo.
mercoledì 27 aprile 2016
USA: la lotta alle primarie
| Usa 2016 New York, strade in discesa per Hillary e Trump Giampiero Gramaglia 21/04/2016 |
|
Le primarie dello Stato di New York non ‘fanno la differenza’ perché il loro verdetto non è finale; ma ‘fanno una differenza’, in ambedue i campi.Fra i democratici, Hillary Clinton dà gli otto giorni a Bernie Sanders. Fra i repubblicani, anche i conservatori moderati si stanno assuefacendo all’idea che un miliardario stravagante e populista come Donald Trump possa essere il loro candidato alla Casa Bianca, dopo avere accettato che fosse realmente un aspirante alla nomination (e non solo una macchietta di cui scandalizzarsi, ma anche con cui divertirsi, nel pre-partita, salvo poi uscire di scena).
Resta da vedere se l’America nel suo insieme si abituerà all’idea di avere Trump come presidente. Ma questo è un altro capitolo della campagna, che si comincerà a scrivere dopo le convention, in estate, quando le eliminatorie di partito saranno finite e si preparerà la finale per il titolo, che si giocherà l’8 novembre.
Invece, l’idea che Hillary Clinton possa essere la candidata democratica e pure il futuro presidente è radicata nell’Unione da almeno otto anni. Per la ex first lady, ex senatrice, ex segretario di Stato, e pure ex aspirante alla nomination, la difficoltà è piuttosto convincere gli americani che questo non è un film già visto.
Con una vittoria sola, ma pesante, Hillary a New York recupera con gli interessi il filotto di sconfitte in otto Stati dell’America bianca, dai Grandi Laghi alle Montagne Rocciose. Martedì 26 aprile, il voto in Pennsylvania e in altri quattro stati della Costa Est - Connecticut, Rhode Island, Delaware, Maryland - potrebbe chiudere il discorso, se non matematicamente, almeno politicamente.
Sanders accampa scuse per il tracollo a Brooklyn dov’è nato (“Non ci hanno fatto votare”, dice) e tradisce nervosismo adirandosi per una t-shirt che lo ritrae, lui ‘socialista’, accanto ai grandi leader del comunismo mondiale.
Un’accettazione rassegnata
L’accettazione, certo non sempre entusiasta, anzi spesso rassegnata, se non insofferente, dell’idea di Trump candidato è, per i repubblicani, un corollario delle primarie di New York, che hanno dimostrato la sua forza (e anche la debolezza dei suoi rivali).
E, intanto, perde credibilità l’ipotesi di ribaltare l’andamento delle primarie, un inverno e una primavera di voti in tutta l’Unione, con una sorta di ‘congiura di palazzo’ alla convention, tirando fuori dalla manica del partito un asso. Tanto più che assi ce ne sono pochi in giro, dopo che Mitt Romney e Paul Ryan - ammesso che tali siano - si sono sfilati. Ormai, s’è instillato il dubbio che la ‘matta’ Trump valga più di qualsiasi asso e possa sparigliare il gioco.
Il magnate dell’immobiliare, alle prese con l’ennesima polemica - s’è ora scoperto che la licenza d’uno dei suoi aerei non è in regola -, sta cercando di rendere più presidenziale la sua immagine, senza però tradire il suo pubblico: in un’intervista a Fortune, dà il suo ok ai tassi d’interesse bassi della Fed, ma ne boccia la responsabile Janet Yellen, di cui annuncia il siluramento - sempre che lui diventi presidente.
I risultati della Grande Mela
Dopo le primarie di New York, le strade di Hillary e di Trump sono spianate, salvo incidenti di percorso o caduta di scheletri dall’armadio. Fra i repubblicani, Trump arriva al 60% dei suffragi, con il governatore dell’Ohio John Kasich al 25% e il senatore del Texas Ted Cruz, qui un pesce fuor d’acqua, al 15%. Come delegati, lo showman incassa quasi la totalità di quelli in palio. L’unica delusione gliela dà Manhattan: Kasich vince proprio nel distretto dove lui ha casa e vive.
Trump è talmente su di giri da riuscire a comportarsi da moderato: la sconfitta nel Wisconsin pareva la svolta della campagna, quando gira il vento; e, invece, il magnate dell’immobiliare sommerge sotto una marea di voti gli avversari e non ha neppure più paura d’una ‘convention aperta’ e può accantonare la ‘guerra dei delegati’ con il partito.
Fra i democratici, l’ex first lady è al 58%, Sanders al 42%; come delegati, circa 150 a oltre 100. Hillary s’avvicina a quota 2000, oltre l’80% dei necessari per garantirsi la nomination.
Per la Clinton, hanno votato Woody Allen e molti altri intellettuali ‘liberal’, oltre che neri e ispanici; per Sanders, protagonista di bagni di folla memorabili a Manhattan e a Brooklyn, soprattutto i giovani, le donne, la classe media. L’effetto Vaticano, invece, non c’è stato: l’incontro ‘rubato’ a Papa Francesco la mattina di sabato 16 aprile non ha dato una spinta misurabile.
La corsa a ‘fare i newyorchesi’
La campagna nella Grande Mela è stata tutta nel segno del ‘fare i newyorchesi’: che siano veraci come Trump; solo di origine come Sanders, nato a Brooklyn, ma con tutta la carriera politica fatta altrove; o di risulta, come la Clinton, nata a Chicago, solo dal 2000 con residenza nello stato e seggio di senatore a New York.
Al ‘club dei newyorchesi’, non ha neppure provato ad iscriversi Cruz, che ha anzi criticato i “valori di Manhattan”, per lui troppo liberal. Kasich è stato tradito da una pizza affrontata con le posate nel Queens, dove la mangiano con le mani. Ma anche Hillary e Sanders hanno avuto i loro disguidi con la metropolitana.
Le feste della vittoria davanti alla Trump Tower, con i soliti slogan, “Faremo l’America di nuovo grande” ed economia, Obamacare, immigrazione. E a Times Square, con repliche di prammatica (“Invece di costruire muri, noi abbatteremo le barriere”) e una nota sentimentale alla Liza Minnelli: “Non c’è nessun posto come casa propria. Grazie, New York”.
Prossime fermate: Pennsylvania e Costa Est
Intanto, la campagna è già altrove. Trump e la Clinton partono favoriti in Pennsylvania, lo Stato più popoloso del lotto del 26, ma devono comunque dribblare qualche difficoltà.
Il 20 aprile, manifestanti afro-americani sono stati scortati via da un comizio di Hillary a Filadelfia, dopo avere gridato di non votare per lei che "sta uccidendo il popolo nero". Ma Sanders sta peggio: è indietro nei sondaggi; ha appena perso come consigliere l’economista Jeffrey Sachs, che gli apriva le porte del Vaticano; e rende lo scontro più aspro perché l’ha già perso.
Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI
Stati UNiti: le elezioni presidenziali
| Usa 2016 'Primarie farsa': gli establishment nel mirino Azzurra Meringolo 19/04/2016 |
|
Primarie per legge e democrazia interna ai partiti. Proprio nel momento in cui in Italia c’è chi cerca di imporre per legge quanto da metà ‘800 accade nei partiti statunitensi, nel Paese a stelle e strisce queste pratiche sono sotto severo scrutinio.Candidati, delegati ed elettori sono sempre più scettici sulla reale democraticità del processo di selezione. I vertici dei partiti - almeno pubblicamente - non battono ciglio, ma tra quanti rincorrono si sentono sempre più spesso le voci di coloro che, impotenti a cambiarne il meccanismo, cercano vie alternative per farlo deragliare.
Super-delegati, elettori senza vincolo di mandato
Anche se già dall’indomani del Super-Tuesday Bernie Sanders sa che i numeri non sono dalla sua parte, il fatto che continui a incassare successi elettorali galvanizza i suoi sostenitori per nulla pronti ad arrendersi e infastiditi dall’elevato numero di super-delegati sui quali può contare la battistrada democratica Hillary Clinton.
Si tratta di un gruppo di super-elettori (circa il 15% dei 4756 totali) che - notabili e dirigenti del partito democratico e non votati dai cittadini nei caucus e nelle primarie -, arriverà alla convention senza vincolo di mandato. Fino ad ora Sanders può contare solo su 31 di essi: briciole, rispetto ai 469 - tra i quali ovviamente Bill - schieratisi con l’ex first lady.
Per convincere coloro che non si sono ancora sbilanciati e per fare cambiare idea a quanti hanno già promesso il loro voto a Hillary, i sostenitori di Sanders hanno creato un sito web per raccogliere dettagli sui super-delegati.
Dalle loro mail ai numeri di telefono. Partendo dal computer di Spencer Thayer, un attivista residente a Chicago, quella che si sta creando è una rubrica ricca e dettagliata. Un utile elenco telefonico per tutti i cittadini che vogliono fare pressioni su questi delegati. E gli elettori non hanno esitato ad utilizzarlo.
La conferma arriva dalle lamentele di alcuni super-delegati, che hanno denunciato di essere vittime di chiamate notturne, spam informatico e catene di sms. Questo ha spinto Sanders a prendere pubblicamente le distanze da questa campagna che rischia di contaminare il tradizionale meccanismo delle primarie.
Trump verso la convention di Cleveland
Ancora più accesso il dibattito scatenatosi nelle file repubblicane, dove a meno di cento giorni dalla convention di Cleveland, nessun candidato ha ancora raccolto il bottino necessario. Anzi, l’uomo che c’è più vicino (cioè, meno lontano), Donald Trump, è quello più inviso alla leadership del partito, che ne ha preso pubblicamente le distanze.
Questo atteggiamento ha portato l’istrionico tycoon a puntare il dito contro il partito, accusandolo di voler fare deragliare il processo di selezione nelle mani dei cittadini. Qualora Trump, come si prospetta, non arriverà a Cleveland con la maggioranza assoluta dei delegati, pur essendo il candidato più votato dagli elettori repubblicani che hanno partecipato alle primarie, potrebbe essere bocciato da una convention pronta a lanciare un altro nome nella corsa verso la Casa Bianca.
È questo scenario che ha portato Trump a bollare le primarie come un istitutodemocratico solo in superficie, ma in realtà corrotto alla radice. Il dibattito si concentra non tanto sui super-delegati (non presenti in campo conservatore), quanto piuttosto sul regolamento della convention.
Se Trump non riuscirà a essere nominato nel corso della prima votazione, molti delegati saranno liberi di votare altri candidati nelle successive sedute.
In molti Stati, il regolamento attraverso il quale vengono eletti i delegati impone a questi il vincolo di mandato alla convention solo per il primo voto. Ecco perché in un articolo pubblicato la settima scorsa sul Wall Street Journal, Trump ha parlato di agenti del partito dalla doppia personalità, pronti a ignorare la preferenza espressa dai cittadini che li hanno eletti. Doppiogiochisti al servizio di Ted Cruz - il candidato repubblicano che rincorre a fatica - e che secondo Trump rischiano di trasformare l’intero processo in una farsa democratica.
Democrazia interna ai partiti, lavori in corso
Pur non cambiando tattica, il partito ha sentito il bisogno di contenere le critiche relative alla democraticità dell’intero meccanismo, invitando i 112 membri del comitato a garanzia delle regole a supervisionare le regole del processo di selezione e a non mutare neanche una virgola dell’esistente meccanismo.
Anche se il processo attraverso il quale il partito repubblicano cerca di disfarsi dell’ingombrante Trump non inficerà quindi il regolamento interno, il dibattito e le critiche che ha sollevato hanno costretto l’opinione pubblica a una riflessione che difficilmente si fermerà all’indomani del voto.
In un’annata in cui la sfida interna è durata più del solito, entrambi i partiti hanno capito che le primarie sono tutt’altro che una formalità. A confermarlo sono anche le energie - sia fisiche che finanziarie - che ci hanno messo i diversi candidati. Non solo quelli in testa, ma anche quelli in coda.
Anche se nella sfida finale i partiti Usa devono combattere con un elevato tasso di astensionismo, il dibattito in corso mostra che i cittadini sono sempre più sensibili alla democrazia interna ai partiti. Alle sue opportunità (ad esempio quella di influenzare l’agenda del candidato finale), come ai limiti di un sistema il cui ingranaggio è stato messo a punto in un’epoca ormai tramontata, senza internet e tutte le opportunità create dalla nascita della sfera virtuale.
Quanti vogliono ristrutturare i meccanismi di democrazia interna ai partiti si sono già messi al lavoro. Per l’Italia e l’Unione europea - entrambe prive di un sistema rodato - sarà interessante seguirne l’evoluzione.
Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.
lunedì 18 aprile 2016
USA: il fronte democratico alla corsa presidenziale
| Usa 2016 Se le giovani donne voltano le spalle a Hillary Azzurra Meringolo 12/04/2016 |
|
Hillary Clinton è un’indiscussa pioniera. Nessuna donna è mai stata presidente o c’è andata così vicino. È per questo che molte femministe di vecchia generazione si preparano a festeggiare.Dopo anni di battaglie, insieme a figlie e nipoti possono ora finire il lavoro iniziato dalle loro antenate. Che cosa aspetta chi non raccoglie questo testimone rosa l’ha detto l’ex segretario di Stato Madeleine Albright, secondo la quale per le donne che la pensano diversamente "c'è un posto speciale all'inferno".
Dati alla mano però, fino ad ora le donne hanno preferito più l’inferno dell'Albright che il paradiso. Nelle primarie democratiche che hanno visto zia Hillary contro nonno Bernie, sono state tante le elettrici che hanno optato per Sanders.
In New Hampshire, lo sfidante della ex first lady si è aggiudicato il 53% del voto femminile (Clinton il 46%). E i suoi numeri tra le più giovani sono stati sorprendenti: è stato sostenuto dall’82% delle donne sotto i 30. Dati simili in Iowa, dove l'84% delle donne della stessa età ha votato per Sanders (il 14% per Clinton).
Le Millennials e il femminismo Usa
Il fatto di essere donna non garantisce quindi alla Clinton alcun vantaggio comparativo nel catturare il voto delle eletttrici. Anzi, è proprio l’elettorato rosa quello che Hillary fatica a catturare maggiormente. Ma anche qui ci sono differenze.
Clinton può ancora contare sulle signore bianche della sua età che portano a casa ogni anno dai 200mila dollari in su. Ostili invece le millennials, quelle donne nate dagli anni ’80 all’inizio del nuovo secolo che non solo non hanno sostenuto la sua candidatura fino ad ora, ma sono addirittura scettiche sul farlo nel momento decisivo.
Le motivazioni che hanno fino ad ora spinto queste giovani ad abbracciare la candidatura del senatore Sanders sono diverse e, andando oltre i programmi dei due contendenti, arrivano alle radici dell’evoluzione del femminismo statunitense. Quest’ultimo sta attraversando una fase di turbolenza ben evidente non solo sulle testate più accreditate, ma anche sulle riviste di avanguardia che si concentrano sulle questioni di genere.
È evidente che le donne più giovani non si accontentano più della tradizionale agenda rosa scritta dalle loro nonne. Le femministe di ultima generazione non hanno come obiettivo quello di portare una di loro ai vertici del sistema. In ottica comunitaria, si preoccupano piuttosto di risolvere i problemi della base: tanto quelli delle signore di colore più emarginate come quelli delle ragazze madri che devono sopperire alla mancanza del congedo di maternità.
L’obiettivo è quello di afferrare il trofeo tutte insieme. Ottimo che Hillary riesca a fare carriera politica, ma perché non aiutare tutte ad avere più opportunità? Sono domande come queste quelle che spingono questo elettorato a preferire un candidato come Sanders che sta provando - con successo - a spostare a sinistra l’agenda del partito democratico, insistendo su tematiche sociali che stanno a cuore soprattutto al ceto medio o a settori particolarmente sensibili della società.
È questo che porta la rivista Politico a concludere che se Hillary fosse nera, omosessuale, giovane o povera - e quindi, membro di un gruppo più vulnerabile - potrebbe ottenere maggior sostegno, raccogliendo anche l’eredità di Barack Obama.
Clinton, la donna dell’establishment
Essendo da anni in politica, la Clinton non riesce a essere percepita come una novità. E se molte giovani la vedono con sospetto ritenendola una da decenni all’interno del sistema politico statunitense, altre sembrano non conoscere la sua storia personale.
Non solo quella legata a suo marito Bill, ma soprattutto quella marcata dalle diverse battaglie sociali da lei combattute con determinazione soprattutto negli anni ‘90. Dalla sua carriera di avvocato alla - mai decollata - Hillarycare, la riforma sanitaria patrocinata dalla Clinton ai tempi in cui il marito era alla Casa Bianca: secondo alcuni sondaggi, solo una millennial su dieci conosce eventi salienti del passato politico della ex first lady.
Dietro i problemi rosa di Hillary si nascondono anche motivazioni che hanno direttamente a che fare con l’evoluzione del femminismo statunitense, un movimento eterogeneo ormai sensibile più a questioni sociali che di genere.
Molte si sono accorte di non essere vittime della stessa discriminazione sessuale che ha condizionato vita e carriera delle loro nonne o mamme che hanno lottato per ottenere l’aborto o la contraccezione.
Per le nuove generazioni l’uguaglianza di genere - diversamente da quella sociale - è un obiettivo a portata di mano. Non sono quindi pronte a votare Hillary solo per il suo sesso, perché sanno che questo non farebbe la differenza.
Elettrici e swing States
Se fino ad ora queste elettrici hanno trovato in nonno Bernie il loro paladino, che cosa faranno in autunno quando Hillary dovrà giocarsi la finale contro il candidato che uscirà vincente dalla convention repubblicana?
Anche se i millennials sono ora la generazione più numerosa del paese, nelle ultime elezioni sono stati i più pigri ad andare votare. È quindi importante capire come il loro voto potrà davvero incidire sui risultati finali.
Secondo dati elaborati dal Center for Information and Research on Civic Learning and Engagement, il loro voto sarà influente in Iowa, Florida, Ohio,Colorado, Pennyslvania, Wisconsin, Virginia, New Hampshire, Nevada e North Carolina. Solo dieci stati, tra i quali troviamo però importanti swing states, ovvero quelli capaci di determinare il risultato finale.
Da qui a novembre, Hillary Clinton riuscirà a farsi conoscere dalle millennials per quella che è veramente, o non spenderà in questa operazione troppe energie? Del resto, dagli anni ’70 ad oggi, le donne non hanno votato in base al sesso, perché aspettarsi che lo facciano quest’anno?
Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.
USA: sempre più complessa la corsa presidenziale
| Usa 2016 Repubblicani, ultima chiamata anti-Trump Azzurra Meringolo 05/04/2016 |
|
Un partito acciaccato che rischia di frantumarsi davanti agli occhi impotenti dei leader che cercano faticosamente di tenerne le redini. Così appaiono i Repubblicani statunitensi che prima di ogni primaria sperano che sia la volta buona per bloccare la scalata di Donald Trump.L’obiettivo è anche quello di scongiurare che la convention che si terrà a Cleveland a luglio rinneghi il candidato alle presidenziali scelto dal popolo - cosa che non accade in questo fronte dal 1976 –, mettendo a nudo i problemi che da anni minano la vita all’interno di questo partito.
I repubblicani che oggi si trovano a fare i conti con quella che sembra l’inarrestabile ascesa di un istrionico e imbarazzante tycoon sono infatti gli stessi che da anni combattono una guerra fratricida.
Privatamente, ma anche pubblicamente, come mostrò la battaglia scatenatasi all’indomani delle ultime elezioni di midterm del 2014, quando - pur vincenti - i repubblicani litigarono per riconfermare John Boehner ai vertici della Camera.
Boehner alla fine la spuntò, anche se la spaccatura fu il preludio delle dimissioni annunciate l’anno dopo, svelando la tensione in atto tra le diverse fazioni del partito, in primis tra la leadership e i sostenitori del Tea Party, ribelli più conservatori dei compagni ai vertici.
Conservatori e questioni LGBT
Ed è proprio su questioni ideologiche che si sta frantumando ora il partito, come mostra quanto sta accadendo in Stati dove i businessmen e gli evangelici che hanno alle spalle un lungo periodo di coesistenza all’interno del partito hanno iniziato a guerreggiare su scottanti temi sociali. Dai diritti degli omosessuali alla libertà religiosa, i toni del confronto sono così alti che anche la stampa mainstream parla ormai di una vera e propria guerra.
I campi di battaglia più evidenti sono la Georgia e la North Carolina, i cui governatori, entrambi repubblicani, hano adottato approcci completamente diversi per rispondere ai propri collegi elettorali. Nel primo caso, il governatore Nathan Deal - che non cerca la rielezione - ha usato il veto per bloccare una legge che avrebbe autorizzato i pastori religiosi a negare a coppie omosessuali i servizi della Chiesa.
In North Carolina invece, Pat McCrory - governatore che corre per un nuovo mandato a novembre - ha firmato una legge che limita il potere delle autorità locali di creare maggiori protezioni per le persone lesbiche, gay, omosessuali o transgender, LGBT. A Charlotte e dintorni, ai transgeder è stato ad esempio chiesto di usare i servizi riservati al loro sesso biologico, quello scritto alla nascita sulla loro carta d’identità.
Dal Wisconsin a New York
Questa lotta a livello statale non fa altro che esacerbare i problemi interni al fronte repubblicano, ora impegnato a neutralizzare un Trump le cui energie si stanno concetrando sulle primarie in Wisconsin. Oggi in palio ci sono 42 preziosi delegati: bottino fra i più alti tra quelli ancora rimasti sulla tavola.
Per calmare le acque interne al fronte repubblicano, giovedì Trump è comparso a sorpresa a Washinghton, dichiarandosi pronto “a tenere il partito insieme”.
L’insolita affermazione del magnate dell’immobiliare è arrivata, caso vuole, proprio poco dopo la pubblicazione dei dati di un sondaggio condotto da Washington Post e Cbc. Ridimensionando la sua reale popolarità e mettendo in discussione il suo percorso verso al Casa Bianca, la rilevazione descrive Trump come il candidato alle presidenziali meno popolare della storia moderna.
Un’eventuale sconfitta in Wisconsin non influenzerebbe necessariamente gli stati dove i repubblicani devono ancora esprimere la loro preferenza sul candidato da fare correre per la Casa Bianca.
Oltre alla California, dove chi vince si porta a casa un tesoretto di 172 delegati, Trump deve ancora affrontare ancora una quindicina di stati e New York. L’appuntamento con la Grande Mela è fissato per il 19 aprile, giorno in cui Trump non sarà l’unico a giocare in casa: lo stesso accadrà infattia Hillary Clinton, che di New York è stata senatrice. E tutti dovranno fare i conti con le diverse variabili che entrano in gioco nel melting pot ai piedi di Wall Street.
Verso la convention di Cleveland
In un contesto ancora nebuloso e temendo di doversi confrontare con una convention a lui ostile, Trump sembra già essersi messo avanti con il lavoro. Non tutti i membri del suo team cercano di arricchire il gruzzoletto di delegati da portare a Cleveland, con la speranza di averne la maggioranza.
Da qualche settimana lo staff del tycoon fa anche sforzi conservativi. “Evitare di perdere quello già intascato”, riassume sinteticamente una lavagna di una sede di volontari a sostegno di Trump. Ecco perché l’istrionico candidato si sforza di tenere in vita le relazioni con i delegati che si è già assicurato, garantendo loro anche la copertura del viaggio.
Per la prima volta in 40 anni, quanti andranno alla Convention potrebbero avere un ruolo molto più attivo rispetto a quello giocato negli ultimi quattro decenni.
Invece di ratificare il risultato delle primarie, chi andrà a Cleveland potrebbe anche decidere di non mettere un timbro sul nome di Trump. Lui ne uscirebbe sconfitto. Il partito, che ha ormai messo a nudo il suo tendine d’Achille, a pezzi.
Azzurra Meringolo è ricercatrice presso lo IAI e caporedattrice di Affarinternazionali. Coordinatrice scientifica di Arab Media Report. Potete seguirla sul suo blog e su twitter a @ragazzitahrir.
Iscriviti a:
Post (Atom)



