Master 1° Livello

MASTER DI I LIVELLO

POLITICA MILITARE COMPARATA DAL 1945 AD OGGI

Dottrina, Strategia, Armamenti

Obiettivi e sbocchi professionali

Approfondimenti specifici caratterizzanti le peculiari situazioni al fine di fornire un approccio interdisciplinare alle relazioni internazionali dal punto di vista della politica militare, sia nazionale che comparata. Integrazione e perfezionamento della propria preparazione sia generale che professionale dal punto di vista culturale, scientifico e tecnico per l’area di interesse.

Destinatari e Requisiti

Appartenenti alle Forze Armate, appartenenti alle Forze dell’Ordine, Insegnanti di Scuola Media Superiore, Funzionari Pubblici e del Ministero degli Esteri, Funzionari della Industria della Difesa, Soci e simpatizzanti dell’Istituto del Nastro Azzurro, dell’UNUCI, delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, Cultori della Materia (Strategia, Arte Militare, Armamenti), giovani analisti specializzandi comparto geostrategico, procurement ed industria della Difesa.

Durata e CFU

1500 – 60 CFU. Seminari facoltativi extra Master. Conferenze facoltative su materie di indirizzo. Visite facoltative a industrie della Difesa. Case Study. Elettronic Warfare (a cura di Eletronic Goup –Roma). Attività facoltativa post master

Durata e CFU

Il Master si svolgerà in modalità e-learnig con Piattaforma 24h/24h

Costi ed agevolazioni

Euro 1500 (suddivise in due rate); Euro 1100 per le seguenti categorie:

Laureati UNICUANO, Militari, Insegnanti, Funzionari Pubblici, Forze dell’Ordine

Soci dell’Istituto del Nastro Azzurro, Soci dell’UNUCI

Possibilità postmaster

Le tesi meritevoli saranno pubblicate sulla rivista “QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO”

Possibilità di collaborazione e ricerca presso il CESVAM.

Conferimento ai militari decorati dell’Emblema Araldico

Conferimento ai più meritevoli dell’Attestato di Benemerenza dell’Istituto del Nastro Azzurro

Possibilità di partecipazione, a convenzione, ai progetti del CESVAM

Accredito presso i principali Istituti ed Enti con cui il CESVAM collabora

Contatti

06 456 783 dal lunedi al venerdi 09,30 – 17,30 unicusano@master

Direttore del Master: Lunedi 10,00 -12,30 -- 14,30 -16

ISTITUTO DEL NASTROAZZURRO UNIVERSITA’ NICCOL0’ CUSANO

CESVAM – Centro Studi sul Valore Militare www.unicusano.it/master

www.cesvam.org - email:didattica.cesvam@istitutonastroazzurro.org

America

Traduzione

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

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America Centrale

America Centrale

Medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 su questo stesso blog seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo
adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità dello
Stato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento a questo blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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giovedì 13 agosto 2015

Stati Uniti: accordi cn la Turchia contro ISIS

Tra curdi e jihadisti
Usa-Turchia in Siria: nulla di strategico
Roberto Aliboni
04/08/2015
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Nello scorcio di luglio Stati Uniti e Turchia si sono accordati per la costituzione di un’area di esclusione del sedicente Stato islamico (Is o Isis) alla frontiera turco-siriana.

L’area in questione è quella a strisce grigie e verdi nella cartina dell’Institute for the Study of War. Sarà lunga circa 68 miglia lungo la frontiera. Non pare ancora definita la sua profondità: si parla di circa 20 miglia. La cartina dello Isw fa l’ipotesi che arrivi a comprendere al-Bab e al- Manbij, attualmente due piazzeforti dell’Is - dalle quali perciò quest’ultimo dovrà essere sloggiato.

L’accordo è stato presentato dai due governi in un’ottica anti-Stato islamico. La Turchia e gli Usa assicureranno una forte copertura aerea alle forze siriane non radicali o moderate che combatteranno l’Isis sul terreno onde respingerlo e strappargli territorio.

Un accordo dalle motivazioni in chiaroscuro
Perché questo accordo? Gli Stati Uniti ottengono dalla Turchia l’accesso alla base aerea di Incirlik. Ciò indubbiamente allarga dalla Siria occidentale e centrale a quella nord-orientale il raggio d’azione dell’aviazione americana e della coalizione anti-Isis e quindi rafforza la lotta all’Isis.

Meno chiare sono le motivazioni del governo turco, che notoriamente ha come nemico numero uno Assad, non gli jihadisti, e ha sin dall’inizio guardato ai qaedisti e poi all’Isis come a un contributo oggettivamente utile alla lotta contro il regime di Damasco.

Ovviamente il grave attentato di Suruç attribuito all’Isis ha toccato la sicurezza interna turca, ha sollevato critiche al governo per la sua cattiva prassi filo-jihadista e ha reso necessaria una risposta. Ma dalle prime operazioni turche nella costituenda zona di sicurezza si è subito capito che l’obiettivo reale e primario dei turchi sono i curdi.

Per Erdoğan, l’obiettivo sono i curdi
Da una parte, il governo Erdoğan è preoccupato dai successi militari dei curdi siriani, proprio alla frontiera con la Turchia, sotto la guida del Partito di Unione Democratica (Pyd), cugino primo del Pkk.

Se si guarda la cartina dello Isw, si nota che la zona di sicurezza non a caso si incunea fra le due zone curde (nell’estrema punta nord-occidentale della Siria e a nord di Aleppo), onde impedire qualsiasi possibile congiungimento.

Dall’altra, il successo del partito curdo Chp alle recenti elezioni costringe Erdoğan a un governo di coalizione che egli non vuole: la minaccia alla sicurezza che si è manifestata a Suruç e quella che viene dalla prodezza militare curda possono essere utilmente unite per convincere la nazione di un sovrastante pericolo curdo e della necessità di una leadership nazionale forte, per rifiutare quindi ogni coalizione di governo e rifare le elezioni in un’atmosfera favorevole ai disegni di solitaria grandezza del leader turco.

L’incognita dell’opposizione siriana moderata
A tutto questo si deve aggiungere che non è affatto chiaro quali sarebbero le forze siriane moderate o non radicali che attuerebbero sul terreno la zona di sicurezza. Queste forze praticamente non esistono: sono state ripetutamente battute e annientate da quelle radicali nei mesi passati.

Solo nella zona di Deraa si è radicata una costellazione di forze con sembianze moderate. Nel resto della Siria tali forze non ci sono o sono irrilevanti. È noto che i ribelli addestrati dall’apposito programma americano in Giordania dovevano costituire una forza di 5400 uomini che si è ridotta a 54 elementi. Proprio qualche giorno fa, infine, alcuni ufficiali di questa forza minimale sembra che siano stati catturati, un po’ ignominiosamente, da Jabath al-Nusra.

In considerazione di queste diverse circostanze, la maggior parte dei commenti degli analisti e della stampa ritiene l’iniziativa della zone di sicurezza in alleanza con la Turchia sbagliata e dannosa dal punto di vista degli Usa.

L’alleanza sembra servire gli obiettivi anti-curdi, anti-Assad e di politica interna di Erdoğan e dell’Akp, obiettivi che restano diversi da quelli di Washington e che potrebbero danneggiarli.

Un’iniziativa contro gli interessi degli Usa?
Gli Usa hanno come nemico l’Isis e non Assad. Hanno infatti escluso che la zona di sicurezza sia anche una “no-fly zone” - come i turchi hanno sempre desiderato che debba essere - lasciando così aperta la porta ad interventi aerei di Damasco.

Inoltre, e forse soprattutto, non è chiaro come gli Usa possano essere da un lato alleati dei curdi contro l’Isis e, dall’altro, alleati della Turchia che invece colpisce i curdi. Queste circostanze invece di aiutare la coalizione anti-Isis infliggerebbe un duro colpo alla coalizione e agli Usa.

Nel teatro siriano l’ambiguità è la regola. Tuttavia, alcuni cambiamenti recenti nella regione possono dare della politica americana una prospettiva diversa e giustificarla.

In primo luogo, la politica Usa è sempre più concentrata sulla missione contro il terrorismo e subordina sempre più spietatamente a questo ogni altro obiettivo. La politica siriana degli Usa punta all’uscita personale di Assad dalla scena ma non al collasso del regime, perché, essendo assente ogni significativa forza moderata di opposizione, questo collasso metterebbe semplicemente la Siria nelle mani dei jihadisti.

La posizione americana si è avvicinata a quella russa ed è possibile che l’amministrazione veda questo avvicinamento come un’utile carta sul piano più generale dei rapporti fra l’Occidente e la Russia.

Dunque, i turchi agiranno nella convinzione di strumentalizzare gli americani contro Assad. Ma gli americani resteranno certamente fermi nel valutare l’importanza del regime per la stabilità della Siria e, diversamente dall’Akp, hanno in questo forti alleati che sosterranno in Siria il loro pragmatismo piuttosto che gli obiettivi di Ankara.

La vicinanza di Washington ai curdi
Metteranno a repentaglio gli interessi Usa anche nei riguardi dei curdi? Gli Usa sono vicini ai curdi sin dalle vicende immediatamente successive alla guerra del 1990-91. Nelle vicende in corso, la stampa e l’opinione pubblica occidentale hanno fortemente simpatizzato con i curdi che sono del restro emersi come il più efficace alleato degli Usa nella lotta all’Isis.

Masoud Barzani nella sua recente visita a Washington ha fatto trasparire l’indipendenza di un nuovo stato in Medio Oriente e i vantaggi che ne deriverebbero all’Occidente.

Ma a Washington non ne possono certo sapere sui curdi meno dell’ultimo rapporto dell’International Crisis Group, che mette crudamente in rilievo le loro profonde divisioni e come tutto questo abbia aperto la porta all’influenza dell’Iran attraverso il contatto con il partito rivale di Barzani, il Puk (l’Unione patriottica curda).

Nella disunione e nelle rivalità interne la confusa e scoordinata politica europea di fornitura degli armamenti ai curdi ha giocato un ruolo importante. Gli Usa hanno cercato di incanalare gli approvvigionamenti attraverso il governo centrale di Baghdad, ma questo governo di fatto non fa arrivare ai curdi pressoché nulla e molti fornitori l’hanno alla fine aggirato.

In una prospettiva strategica di più lunga durata, la carta curda ha perciò dei forti limiti ed è forse per questo che l’amministrazione americana non se ne preoccupa quanto l’opinione pubblica si aspetterebbe.

Uno sviluppo irrilevante
Infine, gli Usa seguono una strategia regionale che non collima con quella turca. L’idea americana che la soluzione in Siria debba includere un contrappeso, se non una diga, contro lo jihadismo e, di conseguenza, l’attenzione sempre maggiore verso il regime, converge con l’Iran, non con la Turchia, non con l’Arabia Saudita.

In questo quadro, è facile che gli Usa abbiano fatto l’accordo sulla zona di sicurezza turco-siriana con la consapevolezza delle sue contraddizioni ma anche con la convinzione che a termine, in un contesto regionale cambiato, porterà inevitabilmente l’acqua al suo mulino.

Ma è difficile dire se si stanno confrontando delle strategie o dei giochi tattici a breve termine. Nel complesso la zona di sicurezza al confine turco-siriano fa scorrere molto inchiostro ma in sé e per sé non ha l’aria di essere uno sviluppo rilevante per il futuro dei conflitti in Medio Oriente.

Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.
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lunedì 3 agosto 2015

Stati Uniti. la variazione nel profilo delle fonti di energia

Scenari che cambiano
Energia: Usa verso l’autosufficienza; e l’Europa?
Marco Giuli
30/07/2015
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Negli ultimi anni la massiccia estrazione di gas e petrolio di scisto negli Stati Uniti ha decisamente modificato il profilo energetico del Paese. La produzione di petrolio è cresciuta del 54% fra il 2010 e il 2014, mentre quella di gas naturale del 21%, rendendo gli Usa il primo produttore mondiale di idrocarburi.

L’Unione europea (Ue) e i suoi Stati membri vedono tale rivoluzione come un’opportunità di diversificare i loro approvvigionamenti di gas, ancora dipendenti da pochi produttori e in diversi casi soggetti al monopolio del gigante russo Gazprom.

Urgenza quanto più sentita nel momento in cui le tensioni in Ucraina hanno riacceso il dibattito sulla sicurezza energetica nell’Ue. Il presente articolo intende analizzare la dimensione strategica della shale revolution americana per l’Europa, suggerendo che più che un’opportunità di diversificazione, il boom degli idrocarburi di scisto nordamericani rappresenta per l’Europa una sfida strategica di ampia portata.

Gas americano per l’Europa?
Finora, l’espansione della produzione americana si è tradotta più in una riduzione dei prezzi interni e in una crescita della competitività che in opportunità di esportazione. Canada e Messico sono i principali sbocchi commerciali, mentre lo sviluppo di capacità di liquefazione per l’esportazione di gas naturale liquefatto (Gnl) è ancora in fase embrionale.

A giugno il Dipartimento Usa per l’Energia ha autorizzato l’esportazione di 35 miliardi di metricubi (bcm) all’anno per 20 anni verso Paesi che non hanno trattati commerciali con gli Stati Uniti, rendendo l’Europa - con la sua ampia capacità di rigassificazione, attualmente in espansione in Europa orientale – una possibile destinazione nel momento in cui il terminale di liquefazione di Sabine Pass (autorizzato ad esportare circa 22 bcm all’anno) sarà ultimato all’inizio del 2016.

Tuttavia, le dinamiche del mercato europeo presentano incognite significative di natura principalmente commerciale. Nonostante il calo degli alti prezzi in Asia orientale rendano l’Europa potenzialmente attraente per ulteriori importazioni di Gnl, i prezzi in Europa potrebbero andare incontro ad una dinamica negativa per l’effetto congiunto dell’incertezza della domanda e una politica di aumento della capacità di esportazione da parte di Gazprom, dimostrata dai piani di espansione del gasdotto Nord Stream fra Russia e Germania e di costruzione del gasdotto Turkish Stream.

La compagnia russa sta cercando di adattare le proprie infrastrutture a una sovrapproduzione che ha ormai raggiunto i 150 bcm, il che metterebbe Mosca nella posizione di poter deprimere i prezzi europei rendendo la regione meno attraente per la concorrenza.

Da parte americana, le intenzioni sembrano ambivalenti. Per lungo tempo gli Usa hanno incoraggiato l’Europa a diversificare gli approvvigionamenti di gas. Tuttavia, tale politica era motivata dall’ambizione di fornire uno sbocco europeo per gli idrocarburi caspici, al fine di sottrarre i Paesi post-sovietici dall’influenza russa garantita dal controllo di Gazprom sul panorama infrastrutturale post-sovietico, e non dall’intenzione di provvedere alla sicurezza energetica europea attraverso un coinvolgimento diretto degli idrocarburi americani.

Risulta comunque ben chiaro che tali opportunità di diversificazione difficilmente renderanno l’Europa autonoma dal gas russo. Il maggiore beneficio per l’Europa risiede semmai nella possibilità di sottoporre Gazprom ad ulteriori pressioni concorrenziali.

Da questo punto di vista, il futuro delle relazioni energetiche Usa-Ue sarà dominato dalle dinamiche del mercato. La dimensione strategica risiede altrove.

Il significato dell’autosufficienza
Il cammino americano verso l’autosufficienza energetica impone il ripensamento di un accordo al cuore dell’assetto della seconda metà del ‘900: il patto della USS Quincy del 1945 con cui il presidente americano Roosevelt garantiva al re saudita Abdul Aziz sicurezza in cambio dell’accesso al petrolio del Golfo Persico.

In una situazione di autosufficienza, gli Stati Uniti rafforzano in modo marcato la loro posizione e le opzioni di politica estera nel Golfo. Tale rafforzamento si è ad esempio tradotto nella possibilità di perseguire una politica verso l’Iran meno vincolata dalle pressioni delle monarchie arabe nella regione, sospettose nei confronti di un allentamento delle sanzioni contro Teheran che potrebbe evolvere – ai loro occhi – in un rilancio delle ambizioni egemoniche della Repubblica islamica.

Allo stesso modo, la possibile espansione della produzione di idrocarburi in Usa garantisce a Washington un potente strumento di enforcement dell’accordo sul nucleare iraniano, vista la sensibilità dell’economia iraniana alle fluttuazioni dei prezzi del greggio.

Ma oltre agli evidenti effetti benefici che l’autosufficienza garantisce agli Stati Uniti nella loro politica nella regione, la shale revolution impone riflessioni strategiche ai Paesi importatori – in primo luogo Europa e Cina – che finora hanno tratto benefici dalla sicurezza garantita dagli Usa ai flussi commerciali di idrocarburi nel Golfo Persico senza pagarne i costi.

L’autosufficienza americana non si traduce necessariamente in un disimpegno dal quadrante del Golfo – Obama stesso nel 2013 ha annunciato all’Onu che gli Usa continueranno a impegnarsi nella sicurezza delle rotte energetiche nonostante il declino del loro fabbisogno esterno, concetto ribadito l’anno successivo dal segretario alla Difesa Hagel. Tuttavia, pone gli altri importatori in una situazione di vulnerabilità strategica rispetto agli Usa, che potrebbe aprire la strada a una divergenza di interessi, soprattutto nel medio termine – ad esempio, nel caso in cui emergano negli Usa tendenze isolazioniste o dispute domestiche sul bilancio tali da compromettere obblighi internazionali.

Indubbiamente, i contorni che vanno delineandosi nel nuovo panorama energetico globale dovrebbero preoccupare più gli asiatici – in primo luogo la Cina, che dipende dagli idrocarburi del Golfo in misura molto maggiore rispetto all’Europa. Ma al di là dei flussi fisici, l’Europa rimane estremamente sensibile alle fluttuazioni dei prezzi ancora fortemente influenzati dalle dinamiche politiche del Golfo, per il quale transita ancora un terzo del commercio globale di petrolio.

Per questa ragione, per l’Europa diventa improrogabile una valutazione realistica dell’evoluzione degli interessi americani e degli elementi di vulnerabilità che tale evoluzione potrebbe scoprire nel vecchio continente.

In questo, come in altri ambiti, il free riding sul ruolo Usa di garante di sicurezza di ultima istanza potrebbe non essere sostenibile in futuro. È urgente per l’Europa assumersi ulteriori responsabilità internazionali nella sicurezza dei flussi commerciali di idrocarburi finché questo potrà essere fatto in un quadro di cooperazione con gli altri attori del sistema.

Marco Giuli, Policy Analyst, European Policy Centre (@MarcoGiuli).
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giovedì 30 luglio 2015

USA: il nucleare iraniano, il fronte strategico è in movimento

Accordo sul nucleare
Iran: la partita è appena cominciata
Riccardo Alcaro
15/07/2015
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Le sei potenze del gruppo ‘5+1’ (Cina, Francia, Germania, Regno Unito, Russia e Stati Uniti, coadiuvati dall’Unione europea) e l’Iran hanno finalmente raggiunto un accordo sul programma nucleare di quest’ultimo.

Dopo 13 anni di false partenze, tentativi falliti, sanzioni e accuse reciproche, è finalmente possibile dare una valutazione dei meriti delle misure concordate e degli ostacoli che ancora rimangono alla sua attuazione.

L’accordo è fondamentalmente basato su uno scambio: a fronte della revoca delle sanzioni Usa, Onu e Ue, l’Iran ha acconsentito a limitare lo sviluppo del suo programma nucleare per i prossimi 10-15 anni, nonché ad accettare un regime di ispezioni Onu particolarmente intrusivo, per alcuni aspetti in vigore per un periodo di 25 anni e per altri a tempo indeterminato.

I contenuti dell’accordo
I 5+1 sono convinti che, grazie ai limiti imposti al programma nucleare, all’Iran sia precluso il cosiddetto scenario di ‘break-out’, cioè la possibilità di ritirarsi dall’accordo e dotarsi in tempi brevi del materiale fissile necessario ad armare una bomba.

Oggi l’Iran, che ha materiale in teoria sufficiente per una decina di bombe, avrebbe bisogno di non più di un paio di mesi. L’accordo riduce le dotazioni iraniane del materiale fissile ad una frazione di quanto serve per una singola bomba e pertanto allunga i tempi di ‘break out’ a un anno o più.

I 5+1 sono anche persuasi che il regime di ispezioni, che definisce una procedura (complicata ma apparentemente efficace) in base alla quale gli ispettori Onu avrebbero accesso a tutti i siti sospetti, inclusi quelli militari, chiuda la strada alla possibilità per l’Iran di sviluppare un programma nucleare militare clandestino (il cosiddetto ‘sneak-out’).

I 5+1 si sono infine garantiti contro l’eventualità che l’Iran non rispetti i suoi impegni accordandosi su un meccanismo di re-imposizione delle sanzioni. Le stesse sanzioni non verranno revocate prima che gli ispettori Onu abbiano verificato, entro i prossimi 18 mesi che l'Iran ha tenuto fede agli impegni.

Le critiche all’accordo
L’accordo è quindi un ottimo compromesso che allontana il rischio di un Iran nucleare – o di un intervento armato da parte degli Usa o Israele per prevenirlo. Non tutti la pensano così tuttavia. Tra i critici più feroci rientrano il governo israeliano, gli Stati arabi del Golfo e il partito repubblicano americano.

Una prima critica è che l’Iran, alla scadenza dei termini dell’accordo, potrà arricchire l’uranio in quantità industriale, di modo che il tempo di ‘break out’ si ridurrà praticamente a zero.

Questa critica si fonda sul malinteso che sanzioni e pressioni avrebbero rallentato i progressi nucleari iraniani e potrebbero continuare a farlo. In realtà, il periodo di maggiore espansione del programma nucleare iraniano è coinciso con il periodo di maggiore intensificazione delle sanzioni Usa, Ue ed Onu.

Solo quando a fine 2013 si è aperto il negoziato, l’Iran ha acconsentito a sospendere molte delle attività più sensibili. Senza un accordo e nonostante le sanzioni, è plausibile pertanto che l’Iran tornerebbe a sviluppare il suo programma nucleare. Lo farebbe, inoltre, senza dover sottostare al regime di ispezioni particolarmente intrusivo concordato oggi.

Tale regime, è fondamentale sottolineare, resterà in buona parte in vigore anche alla scadenza dell’accordo, fornendo quindi un’importante garanzia che l’Iran non si doti di armi nucleari anche negli anni successivi.

Una seconda critica è che la revoca delle sanzioni darà al governo iraniano considerevoli risorse da impiegare a sostegno dei suoi alleati in Iraq, Siria, Libano ed espandere così la sua influenza regionale.Questa critica è più ragionevole della prima.

Tuttavia, i vantaggi strategici derivanti dal ridurre considerevolmente il rischio di un Iran nucleare (o di un conflitto per prevenirlo) sono superiori ai presunti svantaggi derivanti da un Iran in possesso di maggiori risorse.

La mancanza di alternative
L’argomento più forte a difesa dell’accordo resta quello della mancanza di alternative migliori, dunque. Non è detto tuttavia che questo sia sufficiente a convincere il Congresso Usa, che deve esprimersi sull’accordo nei prossimi 60 giorni, a votare a favore.

Al contrario, dal momento che i repubblicani hanno la maggioranza sia alla Camera che al Senato, è decisamente più probabile che il Congresso respinga l’accordo. Obama, tuttavia, opporrà il veto presidenziale ed è improbabile che un numero sufficiente di democratici si unisca alla maggioranza repubblicana per raggiungere i due terzi di voti necessari ad invalidare il veto presidenziale.

Finché Obama è in carica, quindi, l’accordo dovrebbe essere al sicuro. Ma tutto verrà rimesso in discussione se gli americani dovessero eleggere un repubblicano alla Casa Bianca a fine 2016. Oggi Obama e i 5+1 hanno segnato un punto a loro favore. Ma la partita è tutta da giocare ancora.

Riccardo Alcaro è responsabile di ricerca dello IAI e non-resident Fellow presso il CUSE della Brookings Institution di Washington.
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mercoledì 15 luglio 2015

Stati Uniti e le nuove forme di guerra

TERRORISMO
LA DISPERAZIONE DELL’EMARGINATO
Le responsabilità della politica

La affermazione di Karl von Klausewitz che la politica è la continuazione della guerra, e di contro, la guerra è la continuazione della politica, anche se come formula militare è stata sostituita oggi dal “coomprensive approach”, spiega in se i germi del terrorismo. Fermo restando che tutti coloro che, giustamente, sono contro la guerra, intesa come scontro violento armato, devono riflettere su cosa è la politica e come viene fatta la politica. Oggi è indubbio che l’attuale maggioranza, al di la delle scelte, sparge semi ad ampie mani in termini di incapacità economica, amoralità assenza di etica,arroganza, autoritarismo gratuito, mancanza di senso dello Stato, controllo delle informazioni, tutti ingredienti per probabili e, speriamo, mai concretizzabili conflitti sociali. L’esempio di Tunisia e Egitto sono sotto i nostri occhi a dimostrare questo assioma.
La politica quindi come premessa della guerra. Quando la politica non trova la soluzione agli opposti interessi ricorre alla guerra. In breve, la guerra può essere classica ( come nell’800 e fino alla seconda guerra mondiale, in cui le parti si contrappongono su un campo di battaglia) rivoluzionaria ( quando si vuole sostituire le elites al potere cambiando la struttura dello Stato) sovversiva ( quando, lasciando le strutture si cambiano gli uomini). Altri tipi di guerre non vi sono; guerra santa, legittima, patriottica, di liberazione, partigiana, ideologica, simmetrica, asimmetrica, sono solo aggettivazioni. Politica e guerra si conducono alla stessa maniera.
Come si conduce la guerra: con la strategia, che può essere diretta o indiretta, del forte al forte, dal forte al debole, dal debole al forte.
Nell’ambito della strategia del debole al forte, vi si colloca, come modalità, il terrorismo. Il debole sa che non può vincere il forte perché è debole. Allora ha due possibilità: la prima, può coinvolgere strati delle popolazione che, organizzati, diano vita a forme di guerriglia via via sempre più estesa ( sono le guerre degli ultimi sessanta anni di indipendenza), oppure, non avendo la partecipazione popolare ed i mezzi, ricorre all’azione del singolo o di piccoli gruppi, e si arriva al cosiddetto terrorismo, inteso questo come azione limitata nel tempo e nello spazio, violenta, istantanea, volta a produrre risultati strategici.
L’esempio classico è l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Un Gruppo di “soli 100/150 uomini, hanno inferto una sconfitta strategica alla superpotenza dominante, gli USA, con risultati strategici enormi, primo fra tutti la frantumazione del principio che la guerra non può essere portata sul territorio degli Stati Uniti. Per gli Statunitensi la vita è cambiata, d come per i Francesi, e per gli Europei in genere, all’indomani di Waterloo.  
Si ricorre al terrorismo, quando non vi sono altre possibilità, ma la situazione è tale che non può essere accettata. Questo è il punto di partenza per riflettere sul terrorismo: esso nasce da situazioni estreme, di miseria, emarginazione, degrado, in cui elementi contro o perseguitanti obbiettivi di potenza e dominio, sfruttano la situazione reclutano idee, uomini e mezzi per l’azione violenta terroristica, riuscendo a conseguire risultati enormi a bassissimo prezzo.
Se tutto questo è vero, il terrorismo non può essere contrastato solamente con le forze di polizia o con strategie di difesa tipo la “homeland security”. E’ necessario creare una mappa generale della situazione in cui si rilevano gli aspetti geografici, economici, sociali e politici in cui queste forme di violenza nascono. E qui si ritorna al punto centrale di von Klausewitz: è la politica che, impotente, genera la guerra; la guerra, come visto, può assumere varie forme, tra cui il terrorismo. Questa è l’arma dei disperati, degli emarginati, di coloro, violentati dalla politica, reagiscono in modo non accettabile. Ed è la politica che deve trovare in se stessa i mezzi, le idee e le soluzioni a tutte le forme di terrorismo.

Piace concludere con il portare l’esempio storico di come la politica ha risolto forme di terrrorismo: noi Italiani abbiamo sconfitto gli estremisti neonazisti sudtirolesi in Alto Adige (attentato di Cima Vallona del 1970 ed altri atti terroristici) proprio agendo all’interno della politica, (accordo de Gasperi Gruber, Regione Speciale, soluzioni locali: tutti atti sostenuti un adeguato supporto di forze di sicurezza da da una politica verso l’Austria ferma e decisa.

martedì 16 giugno 2015

Stati Uniti: il confronto con la Cina

Cina e Usa nel Pacifico
Isole Spratly: sabbia, scogli e Super-Potenze
Nello del Gatto
06/06/2015
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Un po’ di sabbia e scogli, quattro chilometri quadrati di terra suddivisi in oltre 750 atolli in un’area di 425 kmq nel mar Cinese Meridionale, stanno facendo tornare climi da guerra fredda tra gli Stati Uniti da una parte e la Cina dall’altra.

Oggetto delle dichiarazioni di fuoco sull’asse Washington-Pechino, è l’incessante opera dei cinesi che continuano a costruire basi, piste e infrastrutture sulle isole Spratly, scogli tra il Vietnam, il Brunei, le Filippine e la Malaysia, che la Cina considera sue, come le altre isole dell’area, Paracelse e Scarborough.

Cantieri aperti sulle isole Spratly
A differenza di queste ultime, le Spratly sono però ben lontane dal territorio cinese e sono già in parte occupate dagli altri Paesi limitrofi sia militarmente che civilmente.

Ma Pechino non vuole sapere ragioni: come mostrano immagini satellitari diffuse dalla stampa americana, l’Esercito del Popolo ha compiuto ulteriori progressi nella costruzione di una pista di atterraggio sulle Spratly. Le immagini mostrano lavori di costruzione su una porzione di terra emersa sul Fiery Cross Reef, in grado di ospitare una pista per velivoli lunga oltre 3mila metri. Non si esclude che essa possa avere finalità militari.

Una prospettiva che preoccupa i governi dell’Asia-Pacifico e, in particolare, Filippine e Vietnam. Ma i lavori di Pechino interessano non solo il Fiery Cross Reef: altre opere sono in fase di progettazione e altri cantieri sono già avviati.

Sono in corso anche opere di dragaggio a sud della barriera corallina, per potenziare le strutture portuali già esistenti. Secondo altre informazioni di intelligence americana, la Cina potrebbe costruire una seconda striscia di terra sulla Subi Reef, anch’essa nelle Spratly, distante soli 25 km da un’isola parte dell’arcipelago filippino e abitata da civili.

I timori di Usa e loro alleati
Quello che inquieta di più i paesi dell’area (e che ha indotto Washington a un’aspra reazione tramite il segretario alla difesa Ash Carter) sono le immagini satellitari che mostrano veicoli militari cinesi con artiglieria dispiegati sulle isole. La preoccupazione ha spinto Carter a chiedere alla Cina di fermare subito la costruzione di basi e di terre, dichiarando Washigton “profondamente turbata dal ritmo dei lavori e dalla bonifica di terre nel Mar Cinese meridionale”, da parte di Pechino.

E ve n’è ben donde: in poco più di un anno, la Cina ha realizzato terre per oltre 8 chilometri quadrati, in tempi tipicamente cinesi. Le preoccupazioni americane non sono altro che il megafono degli amici/alleati dell’area: Vietnam, Filippine, Malaysia, Taiwan e, seppur alla lontana, Giappone.

Pechino ovviamente respinge le accuse e continua nella sua opera, giustificando il tutto con la protezione dei propri confini e dei propri interessi interni civili e militari e richiamando la propria sovranità nell’area come fatto storico.

In zona, negli ultimi tempi, c’è stato un assembramento di navi militari piccole e grandi, di aerei militari, droni e sommergibili. Ma la guerra non è presa in considerazione: è solo una dimostrazione di forza, ognuno vuole mostrare i muscoli all’altro.

Guerra esclusa, ma prove di forza
La Cina da sola e, contro, tutti gli altri. Washington non ha propri interessi manifesti nell’area, ma intende appoggiare gli altri paesi per conservare il suo ruolo di pivot, di gestore dell’area ricavato dalla seconda guerra mondiale e, soprattutto, limitare l’ascesa di Pechino.

Che nell’ultimo anno ha assestato non pochi colpi al potere americano nell’area, soprattutto in termini economici, con la creazione della propria banca di investimenti e il lancio del progetto della Ftaap (Free trade area of the Asia-Pacific), l'accordo di libero scambio per integrare le 21 economie dell'Asia-Pacific EconomicCooperation (Apec), ufficialmente (ma solo tale) non in contrasto con il simile progetto americano del Partenariato trans-pacifico (Trans-Pacific Partnership, Tpp).

Ma in campo c’è altro. Non solo il controllo militare di un’area strategica, che permetterebbe a Pechino di avere avamposti lì dove gli Usa hanno sempre scorrazzato senza problemi, ma anche risorse economiche e controlli commerciali non indifferenti. La zona, infatti, è un ottimo bacino ancora non del tutto esplorato di risorse naturali, in particolare gas e petrolio.

Non solo prestigio, anche risorse
La crescente richiesta energetica cinese spinge ovviamente Pechino a mettere una bandierina su qualsiasi possibile giacimento per raggiungere un’indipendenza energetica necessaria ma lontana.

La zona è anche un trafficatissimo canale commerciale non solo attraverso i paesi dell’area, ma soprattutto verso la Cina, con un traffico merci di gran lunga superiore a quello di Suez e Panama. Pechino non vuole perdere l’occasione di allargare il suo controllo in Asia, soprattutto rosicchiando terreno agli Usa.

A Washington infuria la battaglia politica, perché l’atteggiamento del presidente Obama viene giudicato dai falchi troppo accondiscendente nei confronti di Pechino. Ecco perché l’uscita di Carter è stata salutata positivamente.

Ma a Pechino si fanno orecchie da mercante. Neanche le minacce degli altri Paesi, le basi militari di questi già presenti e i ricorsi presentati all’Onu riescono a fermare Pechino dai suoi intenti espansionistici. Se non è guerra fredda con Washington, ci siamo molto vicini.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo.
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lunedì 27 aprile 2015

Messico: l'ingresso di Petroball

Nota
Uno dei maggiori effetti della riforma energetica varata in Messico è stata la nascita della prima compagnia petrolifera privata. Tutto ha inizio alcuni decenni fa, grazie al colosso energetico Pemex, il quale ha ormai aperto i contatti con gli stranieri, soprattutto per merito dell'imprenditore messicano Alberto Baillares: egli è considerato il secondo uomo più ricco del paese ed è a capo del gruppo Bal, minerario siderurgico, oltre ad essere proprietario della miniera d'argento più grande del mondo, situata nello stato di Zecatecas, in Messico. L'arrivo di Petrobal coincide con un taglio di 4,17 miliardi di dollari, annunciato da Pemex, per effetto della riduzione dei prezzi del petrolio. Una delle compagnie internazionali più attive in Messico è L'ENI, il quale ha firmato, lo scorso ottobre, un accordo di cooperazione per svolgere attività di esplorazioni di gas naturale con la stessa Pemex, oltre ad altre attività petrolchimiche


Alessio Pecce (alessio-p89@libero.it)

mercoledì 22 aprile 2015

Stati Uniti: nuove prospettive in politica estera

Usa, politica estera
Obama traghetta l’America oltre 11/9
Marco Braschi
14/04/2015
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La stampa specializzata anglosassone, e sempre più spesso quella italiana, pubblicano commenti secondo cui l'America “deve” o “non deve” fare qualcosa.

Con Obama, la tendenza ha raggiunto il parossismo. Dopo l’intesa con l'Iran qualcuno l'ha descritto come un presidente debole, che sta abdicando alla grandezza degli Usa, e ha detto che l'America deve tornare indietro. Altri, con una punta d'idealismo, hanno intravisto possibilità crescenti di pace nel mondo. E Kissinger l’ha definito un “nuovo Metternich”.

I suoi otto anni da presidente non potranno competere con i 39 al potere del principe austriaco, ma, in quell’affermazione, c'è un’importante verità: come Metternich permise agli Asburgo di ritrovare l'influenza persa con Napoleone e di mantenerla per altri cent’anni, così Obama ha traghettato gli Usa oltre la pretesa post-11 Settembre di determinare da soli i destini del mondo, facilitando un riallineamento mondiale che conservi all'America una posizione di vantaggio negli anni a venire.

Un’impostazione evidente
Anche se le novità iraniane sono recenti, questa impostazione era evidente già dal primo mandato. L'obiettivo immediato è stato di costringere l’apparato diplomatico-militare statunitense a una riflessione sui suoi veri obiettivi, senza nascondere i tanti conflitti interni: prova ne è anche la conferma di Robert Gates al Dipartimento della Difesa, in continuità con la presidenza Bush.

Con due guerre ereditate dall'11 Settembre, l'Afghanistan e l'Iraq, il discorso del Cairo del giugno 2009 porta una chiarezza di fondo: il problema non è l'Islam; e gli Usa non combattono una guerra di religione. Una posizione mantenuta con l'avvento dei Fratelli Musulmani in Egitto, poi ribadita ad Al Sisi e ripetuta anche dopo l'attacco a Charlie Hebdo.

Di fronte all'iperestensione militare e all'inattuabilità del disegno di creare dal nulla democrazie modello, Obama ha posto le premesse per un'uscita onorevole dalla “guerra al terrorismo” eliminando Bin Laden, il vero colpevole dell'11 Settembre (cosa che a Bush non era riuscita) e formulando il principio della responsabilità locale, a Kabul come a Baghdad, per uno sviluppo sostenibile, chiudendo la fase in cui i repubblicani erano stati anche troppo prodighi di truppe e consiglieri, con infiniti problemi di coordinamento interno e frizioni esterne, per cercare di “ricostruire” quei Paesi.

Le fughe in avanti dei ‘piccoli bush’
Se un appunto si può fare ad Obama, semmai, è di non avere fermato i “piccoli Bush” che sull'onda delle Primavere arabe si sono lanciati in avventure che ora paghiamo caramente: in particolare Cameron e Sarkozy in Libia, veloci a festeggiare la liberazione a Bengasi, ma anche a dileguarsi di fronte all'instabilità successiva.

Inoltre se l'equidistanza obamiana nelle rivoluzioni arabe ha forse evitato l'esasperazione dei conflitti interni (con la sola eccezione libica), è anche vero che la cautela in Siria ha configurato un vero immobilismo, smosso solo dalle più recenti minacce del sedicente Stato islamico.

Sull'Ucraina s’è invece registrato un attivismo inefficace di sanzioni e l'aumento dell'allerta militare, ma su quel fronte le posizioni si sono talmente cristallizzate sui canoni della Guerra Fredda da non lasciare troppo margine di manovra nemmeno al presidente.

Proprio per questo le scelte su Cuba, sull'Iran e Israele risultano le più interessanti, perché gestite lontano dai riflettori e su un canale speciale della Casa Bianca.

In un mondo in cui la diplomazia pubblica, e la pubblicità della diplomazia, condizionano l'esito di tutti i contatti, Obama ha avuto il coraggio e la pazienza di cercare piste sottotraccia al riparo da pressioni politiche per tutti. Cento anni fa il presidente Wilson dichiarava la necessità di abolire la diplomazia segreta per preservare la pace; oggi un altro presidente Usa mostra che un canale per l'alta diplomazia, riservata per definizione, resta fondamentale.

Le piste sottotraccia con Cuba e l’Iran
Il secondo aspetto è l'ammissione che in un contesto di falchi e colombe presenti ovunque, negli Usa come a Cuba, o in Iran, le grandi scelte devono rendere più gestibile la complessità, riducendo anche i confronti interni a dinamiche più controllabili.

Certo gli accordi con Cuba e l'Iran sono ancora a rischio, ma lì dove la mancanza di un'intesa crea rendite di posizione, il calcolo complessivo deve ora considerare gli incentivi per una maggiore collaborazione. È una politica da banchiere centrale, che fissando i tassi d'interesse manda segnali a tutti cercando d'influenzare gli operatori nell'economia reale, pur senza sostituirsi a essi.

Terzo punto è che per la prima volta un presidente Usa sembra inquadrare la difesa d'Israele a prescindere dall'orientamento d'Israele stesso, con possibili sviluppi inattesi. Ove finalizzato, l'accordo con l'Iran permetterebbe addirittura a quest'ultimo di riproporre una sistemazione della questione palestinese sulla base del vecchio piano Abdallah del 2001 (saudita), basato sul principio “pace in cambio del ritiro entro i confini del 1967 e diritto al ritorno ”.

È naturalmente presto per dirlo, ma la dinamica potenziale non lo esclude e lo scontro sunnita-sciita in Yemen è il primo banco di prova per il ricalibramento regionale.

Con Obama gli Stati Uniti hanno esposto il principio che, pur senza determinare le variabili del sistema mondiale, possono almeno ridurre gli elementi d'incertezza, creando gli spazi per distensioni controllate e basate su contrappesi reciproci.

Questa impostazione comporta che altri attori sono destinati a crescere. La conseguenza immediata, taciuta ma scontata, è che la Cina sarà il primo Paese ad avvantaggiarsene, cominciando proprio dalle nuove possibilità d'investimento e commercio a Cuba e in Iran.

Ciò considerato, la polemica sulla nuova Banca Asiatica di Sviluppo e sui relativi investimenti europei non è che il primo atto di una nuova fase in cui gli Stati occidentali, nel valutare le grandi possibilità strategiche, possono anche dire no agli Usa. Il che spalanca strade nuove all'Europa, se le saprà percorrere, e all’Onu stessa, che potrebbe rilanciare un multilateralismo intelligente.

Nel frattempo, però, saranno proprio gli Usa a battere il tempo nello sviluppo di questo nuovo multilateralismo. Qualunque nuovo presidente, ed il resto del mondo assieme a lui (o lei), non potranno fingere che tale approccio non sia mai esistito, malgrado otto anni siano pochi.

Marco Braschi è analista di politica internazionale.

lunedì 13 aprile 2015

Stati Uniti: l'oleodotto Keystone, si dibatte.

Energia, clima e Usa 2016
Keystone XL, l’oleodotto della discordia
Lorenzo Colantoni
10/04/2015
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Sei anni dopo la prima richiesta di approvazione fatta daTrans Canada, l’oleodotto Keystone è ancora forse la questione ambientale più dibattuta negli Stati Uniti.

Il progetto è importante, ma non ha le dimensioni per giustificare un accanimento così forte da entrambe le parti. Rappresenta però un simbolo importante per quella transizione nell’energia e nella lotta al clima che sta chiaramente verificandosi negli Stati Uniti, ma che ancora non ha una direzione precisa. E in cui tutti, con le elezioni presidenziali previste per il 2016, vogliono dire la propria.

La questione Keystone: dati e fatti
Chiariamo subito un punto: il Keystone esiste già. Anzi, ne esistono tre. Il Keystone Pipeline System fu approvato dal presidente George W Bush nel 2008 e consiste in un sistema di oleodotti che connette le tar sands, sabbie bituminose da cui si estrae petrolio, nell’Alberta, fino alle raffinerie negli Stati Uniti sul Golfo del Messico.

La discussione si concentra sulla quarta fase, il Keystone XL, che dovrebbe aumentare la capacità di trasporto dal Canada fino in Nebraska di circa 830.000 barili al giorno, raddoppiandola. Rappresenterebbe circa l’11% delle importazioni di greggio degli Stati Uniti nel 2014.

L’opposizione al Keystone XL ha visto schierati gruppi ambientalisti a livello nazionale e locale, insieme ai democratici, contro il supporto del partito repubblicano e del governo canadese al progetto.

Le motivazioni riguardano soprattutto l’ambiente: l’oleodotto dovrebbe infatti attraversare diversi corsi d’acqua e l’area delle Sand hills, il cui ecosistema è particolarmente fragile.

Il punto principale interessa però le tar sands e le compagnie canadesi che vedono nel progetto l’occasione per espandere lo sfruttamento della risorsa. Questo metodo di estrazione non convenzionale è tra quelli con il più alto impatto ambientale: richiede lo spianamento di grosse aree, che in Alberta sono coperte per la maggior parte dalla foresta boreale.

Per un barile di petrolio bisogna processare oltre due tonnellate di sabbia, con un grande impiego di acqua. Il greggio prodotto è poi estremamente denso e di bassa qualità, produce maggiori emissioni di gas serra, tende a depositarsi sul fondale dei corsi d’acqua, rendendone molto costoso il recupero, aumenta la corrosione delle condutture e quindi il rischio di sversamenti.

Gli interessi di Canada, repubblicani e democratici
Il presidente Obama era intervenuto nella questione nel 2010, quando il National Energy Board canadese aveva approvato il progetto, negandone l’accettazione per l’inadeguata valutazione ambientale.

Di fronte al temporeggiamento della Casa Bianca, il Congresso ora a maggioranza repubblicana ha votato in febbraio una proposta di legge per far partire il progetto. Obama ha però posto il veto:una decisione rara per la sua amministrazione (è solo il terzo). Un tentativo di superare il veto presidenziale non ha raggiunto il quorum al Congresso sempre in febbraio e costringerà i repubblicani a cercare un ulteriore supporto dai democratici.

Il progetto però è piccolo rispetto alla discussione che ha generato: costerebbe almeno tre volte in meno di quanto era previsto per South Stream, esponendo le aree coinvolte ad una pressione ambientale nettamente inferiore a quanto succede nell’estrazione di shale in Pennsylvania o West Virginia.

La posizione ambientalista è poi forte nella forma, modesta nel contenuto: la discussione non ha toccato gli oleodotti interni agli Stati Uniti, la cui capacità è aumentata di 3,3 milioni di barili al giorno solo dal 2012, quattro volte quella prevista per il Keystone XL.

Infine, l’oleodotto ha scarse possibilità di successo: i prezzi bassi del petrolio mettono fuori mercato le inefficienti tar sands, e i produttori americani non cercano altra offerta che metta pressione su quella domestica.

La posta in gioco per le parti in causa
Per il Canada, il Keystone XL è un altro passo verso il primato mondiale nello sfruttamento delle risorse naturali a cui il governo del premier Harper punta dal 2012, e che ha visto un forte abbassamento degli standard ambientali del paese. In questo, il Keystone rappresenta il pet project di Harper.

Per i repubblicani, l’oleodotto è un modo semplice per attaccare Obama in un Congresso dove non ha più la maggioranza, puntando su temi su cui il loro elettorato ha sempre avuto molta attenzione: occupazione (la costruzione prevede 43.000 posti di lavoro) e indipendenza energetica.

Per i democratici questa è una delle occasioni per potersi presentare alle elezioni presidenziali del 2016 come un partito veramente green, nonostante abbiano dovuto affrontare la catastrofe del Golfo del Messico e che molto del successo economico dell’amministrazione Obama sia dovuto allo sfruttamento delle risorse fossili shale dal forte impatto ambientale.

Soprattutto però, la discussione sul Keystone XL è internazionale più che domestica, e rappresenta la scelta simbolica degli Stati Uniti di impegnarsi o meno nello sfruttamento di una risorsa fossile e altamente inquinante in un altro paese. In altre parole, potrebbe contribuire alla costruzione dell’immagine degli Stati Uniti come paese impegnato nella lotta al cambiamento climatico in vista della conferenza sul clima di Parigi 2015.

Un proposito a cui Obama ha iniziato a lavorare con l’accordo sulla riduzione delle emissioni con il premier cinese Xi Jinping dello scorso novembre.

È però una preparazione difficile per un paese in cui un quarto della popolazione non crede che il cambiamento climatico sia reale e per cui gli Stati Uniti dovranno affrontare i fallimenti delle scorse conferenze, Copenhagen e Doha in particolare, a cui loro stessi hanno ampiamente contribuito.

Lorenzo Colantoni è consulente di ricerca dello IAI (Twitter: @colanlo).

venerdì 27 marzo 2015

Messico: L'ingresso di Petrobal

di Alessio Pecce
Uno dei maggiori effetti della riforma energetica varata in Messico è stata la nascita della prima compagnia petrolifera privata. Tutto ha inizio alcuni decenni fa, grazie al colosso energetico Pemex, il quale ha ormai aperto i contatti con gli stranieri, soprattutto per merito dell'imprenditore messicano Alberto Baillares: egli è considerato il secondo uomo più ricco del paese ed è a capo del gruppo Bal, minerario siderurgico, oltre ad essere proprietario della miniera d'argento più grande del mondo, situata nello stato di Zecatecas, in Messico. L'arrivo di Petrobal coincide con un taglio di 4,17 miliardi di dollari, annunciato da Pemex, per effetto della riduzione dei prezzi del petrolio. Una delle compagnie internazionali più attive in Messico è L'ENI, il quale ha firmato, lo scorso ottobre, un accordo di cooperazione per svolgere attività di esplorazioni di gas naturale con la stessa Pemex, oltre ad altre attività petrolchimiche


Alessio Pecce (alessio-p89@libero.it)

Stati Uniti: forse una svolta nei rapporti con l'Iran

Iran, nucleare
Mano tesa di Obama al popolo iraniano
Carlo Trezza
24/03/2015
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In occasione del nuovo anno persiano e nell’imminenza della prevista scadenza del negoziato sul nucleare, il presidente Obama ha indirizzato al popolo iraniano un messaggio decisamente incoraggiante ed indicativo di una possibile svolta anche nei rapporti tra due paesi.

"Ambedue le parti - ha affermato Obama- hanno mantenuto i propri impegni. L'Iran ha arrestato l'evoluzione del suo programma nucleare e in alcuni settori l'ha fatta arretrare. La comunità internazionale, Usa compresi, hanno dato all'Iran un sollievo nelle sanzioni".

Nonostante le opposizioni interne ed esterne ad una soluzione diplomatica, ha proseguito Obama, "dobbiamo esprimerci insieme sul futuro che auspichiamo". Segue una manifestazione di fiducia negli attuali dirigenti iraniani:"Il leader supremo ajatollah Khamenei ha lanciato una fatwa contro lo sviluppo delle armi nucleari e il presidente Rouhani ha detto che l'Iran non svilupperà mai l'arma nucleare".

Nel riconoscere che Teheran ha titolo per accedere all'energia nucleare, il presidente statunitense conclude affermando che "se l'Iran è disposto ad intraprendere passi significativi e verificabili", vi è oggi una via "per assicurare al mondo che il suo programma è rivolto solo a scopi pacifici".

Rafforzare la “chimica positiva”
Nel messaggio non si entra nel dettaglio dei negoziati ma si lancia un segnale politico forte per rafforzare la "chimica positiva” che s’è stabilita tra i negoziatori ed in particolare tra i ministri degli esteri dei due Paesi Kerry e Zarif.

Il contenuto della missiva è coerente con quanto trapela sull'evoluzione della trattativa. I cinque negoziatori delle potenze nucleari, più la Germania, mirano ad allungare al massimo il tempo di preavviso ("Breakout time") necessario all'Iran per disporre del materiale fissile qualitativamente e quantitativamente idoneo per costruire l'arma atomica.

Ma nel calcolo vi sono margini addizionali da non sottovalutare. Occorre tener conto dei tempi necessari per costruire l'arma medesima ("weaponization") ed adattarla ai rispettivi vettori.

E l’arma rimarrebbe, comunque, inaffidabile e non credibile se non venisse sperimentata con esplosioni nucleari che non potrebbero certo sfuggire ai controlli internazionali. Le garanzie che l'Iran non seguirà questo percorso devono essere ferree soprattutto per quanto si riferisce alle sue future attività, ma senza ignorare quelle pregresse.

Pur avendo sottoscritto il trattato che proibisce gli esperimenti nucleari (Ctbt), l'Iran (analogamente a Israele) si è sottratto sinora alla sua ratifica. Un impegno ad aderirvi costituirebbe un gesto coraggioso e risolutivo non solo per la trattativa in corso, ma per rilanciare il progetto di una zona priva di armi di distruzione di massa in Medio Oriente che verrà affrontato a maggio a New York alla Conferenza di Riesame del Trattato di non proliferazione nucleare.

Teheran ne uscirebbe diplomaticamente rafforzata. E la sua sarebbe inoltre una risposta alla mano tesa del presidente statunitense.

L'ambasciatore Carlo Trezza è presidente uscente del Missile Technology Control Regime(MTCR). Ha presieduto l'Advisory Board del segretario generale dell'Onu e la Conferenza del Disarmo a Ginevra.

venerdì 20 marzo 2015

USA: il confronto fra poteri dell'Unione

La lettera dei Senatori all’Iran
Usa, i limiti del potere del presidente
Massimo Teodori
17/03/2015
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La lettera aperta inviata da 47 (su 54) senatori repubblicani al regime di Teheran con l’intento di far fallire i negoziati condotti dagli Stati Uniti insieme a cinque potenze (Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia e Germania), va letta come un complesso atto di lotta politica interna contro la presidenza Obama.

Obama, leader debole?
L’inasprimento degli attacchi repubblicani al presidente, che negli ultimi mesi si sono allargati anche alla politica estera, solitamente condotta con metro bipartisan, punta all’indebolimento dell’Amministrazione democratica utilizzando sia la leva politica che quella costituzionale.

Bersaglio della critica repubblicana sono innanzitutto gli ondeggiamenti della politica estera mediorientale, dopo il fallito tentativo della mano tesa all’islam proclamato da Obama all’università del Cairo, del giugno 2009.

Le vicende di Egitto, Libia e Siria si sono aggiunte al ritiro delle truppe dall’Iraq e Afghanistan, considerato un esplicito ribaltamento della politica interventista di George W. Bush.

Oggi i Repubblicani ritengono che il negoziato con l’Iran sul nucleare, premessa di un’implicita intesa per la lotta contro il terrorismo islamista, sia un’ulteriore rinuncia dell’America a svolgere il ruolo egemone internazionale e ad usare la maniera forte che le dovrebbe essere propria.

Obiettivo: impastoiare il presidente
Oltre alle tradizionali divergenze tra Democratici e Repubblicani sull’uso della forza militare, v’è tuttavia un altro, e più importante, significato dell’attacco ad Obama condotto con l’invito a Netanyahu e con la lettera aperta all’Iran: si tratta del modo di interpretare i poteri presidenziali in politica interna ed estera.

È questo il cuore dello scontro in atto, aggravatosi dopo le elezioni di mezzo termine che hanno dato ai Repubblicani la maggioranza in entrambi i rami del Congresso.

La storia insegna che in un sistema bilanciato fondato sui pesi, contrappesi e sulla possibilità di veti reciproci tra Presidenza e Congresso, ogni importante conflitto politico tende a divenire un conflitto costituzionale. E così è in questo momento.

Si deve tenere presente che i più controversi atti recenti di Obama sono stati tutti messi in pratica facendo un uso intenso dei poteri presidenziali, espliciti e impliciti, senza l’approvazione del Congresso e per mezzo di ordini esecutivi, delibere amministrative, ed estensione di precedenti decisioni.

Così la legalizzazione degli immigrati, l’apertura a Cuba, e la pubblicazione dell’inchiesta su Guantanamo.

La presidenza sostiene oggi che anche il negoziato con l’Iran, che dovrebbe tradursi in un trattato internazionale, può essere condotta al di fuori dell’autorizzazione congressuale, mentre i Repubblicani negano questa possibilità, definendo il negoziato un “ordine esecutivo” facilmente ribaltabile.

Dietro questa disputa formale sui poteri costituzionali si cela, dunque, la sostanza del conflitto di politica estera su quel che il presidente può o non può fare, il che significa su quel che Obama nei prossimi venti mesi riuscirà a fare senza dovere negoziare con i Repubblicani.

Nel regno del dubbio brilla solo la forza
Indipendentemente dal giudizio che in futuro sarà dato sulla politica americana di questa presidenza, certo è che dopo le drammatiche vicende del presidente Bush, Obama si è trovato ad affrontare una lunga serie di situazioni impreviste in contesti del tutto mutati rispetto alle antiche alleanze e divisioni.

Chi affronta le discontinuità internazionali finisce sempre per pagare un prezzo di incertezza, soprattutto se sceglie di non tagliare con la spada i nodi che si presentano.

Ed è quello che Obama sta pagando nel tentativo di mettere in atto nuove linee strategiche tra cui il negoziato con l’Iran che, certo, ribalta la politica estera seguita dai Repubblicani negli ultimi trent’anni.

Massimo Teodori è storico e americanista (m.teodori@mclink.it).

venerdì 13 marzo 2015

Stati Uniti: la visita di Netanhyau non è una gran bella cosa

La variante Iran tra Usa e Israele
Giuseppe Cucchi
06/03/2015
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A thorn in the ass! (una spina nel sedere!) è una espressione idiomatica americana che viene utilizzata per definire un fastidio forte e prolungato e, negli ultimi giorni, Bibi Netanhyau, il Primo Ministro israeliano, ha svolto perfettamente tale ruolo nei confronti del Presidente Obama e dell’Amministrazione democratica!

Un rapporto con numerosi alti e bassi
Non che il rapporto fra i due paesi sia sempre stato idilliaco. Come tutti i rapporti molto intensi esso ha infatti avuto i suoi alti ed i suoi bassi.

Da parte israeliana lo hanno sempre condizionato i complessi del partner più piccolo che deve di tanto in tanto sottolineare la propria autonomia dal partner più grande con una presa di posizione particolarmente dura.

Da parte americana esso è stato influenzato dalla progressiva scoperta che da un certo punto in poi non erano tanto gli Stati Uniti che guidavano la politica israeliana ma bensì gli israeliani che potevano condizionare quella americana, attraverso l'azione di una lobby il cui peso era cresciuto a dismisura.

Almeno sino ad oggi però non pare che ciò abbia influito sul supporto che gli Usa hanno ininterrottamente continuato a fornire ad Israele. Nonostante i malumori o gli scatti d'ira di vari Presidenti Americani - memorabile il "Ma chi è qui la grande potenza?" di un Clinton incollerito che abbandona la riunione bilaterale in corso alla Casa Bianca - gli israeliani rimangono sempre per gli Usa i figli della mano destra, qualsiasi sia il colore della Amministrazione in carica.

Da un po' di tempo però questa situazione di compromesso sembra essere entrata in un pericoloso periodo di crisi, innescato dalla diversa valutazione di quello che è, o potrebbe essere, il ruolo iraniano nell'area islamica medio orientale e del Golfo Persico.

Visione globale e visione regionale
Per gli Stati Uniti, per cui fa premio la visione globale della superpotenza, l'Iran è un avversario che si sta rapidamente trasformando in un partner potenziale, già oggi indispensabile, tra l'altro, per contenere prima, eliminare poi, la dilagante minaccia dell'Isis che in questo momento appare, agli occhi di Washington, come il pericolo più immediato.

In questa ottica gli Usa sembrano anche disposti ad una conclusione delle trattative sul nucleare di Teheran che, pur non concedendo agli iraniani il possesso della bomba, permetta loro perlomeno di arrestarsi ad un passo dalla realizzazione.

Israele per contro resta focalizzato su di una ottica regionale e continua a valutare il programma nucleare di Teheran come un problema di pura sopravvivenza, in cui nessuna concessione può assolutamente essere fatta ad un avversario la cui politica - almeno quella declamatoria - rimane minacciosa nei suoi riguardi e che continua a finanziare ed a rifornire sia Hezbollah che Hamas, vale a dire i suoi nemici più pericolosi e bellicosi.

Così Tel Aviv non ha mai del tutto abbandonato l'idea di uno strike preventivo sulle installazioni nucleari iraniane, pur sapendo che una azione del genere finirebbe per coinvolgere inevitabilmente anche gli Stati Uniti, sia perché Israele non possiede da solo la forza e gli armamenti necessari per portare a termine efficacemente l'azione, sia perché l'immediata e violenta reazione finirebbe comunque con l'essere rivolta indiscriminatamente verso tutto l'Occidente, ed in primo luogo verso il Grande Fratello d'oltre oceano.

Per gli Usa il contrasto ha finito in tal modo con il tradursi in una specie di corsa contro il tempo, in cui il Governo e la diplomazia americana si stanno impegnando per raggiungere un accordo con Teheran sia in un quadro bilaterale, di cui sono espressione le attuali trattative del Segretario di Stato Kerry con gli iraniani, sia nell'ambito multilaterale del gruppo dei 5+1, che mira a chiudere il contenzioso entro il prossimo mese di giugno.

La firma di uno strumento diplomatico sancirebbe infatti la definitiva riammissione dell'Iran nel cosiddetto "concerto delle potenze civili" , rendendo molto più difficile, se non impossibile, qualsiasi ipotesi di reazione armata israeliana.

Gli israeliani per contro, e in particolare la fazione che fa capo a Netanyahu (poiché diverse sembrano le opinioni di un’altra parte dello spettro politico israeliano) pur sapendo di non poter riuscire ad interrompere la trattativa mirano tuttavia a renderla più difficile, a ritardarla quanto possibile, ad ottenere che gli americani induriscano al massimo le loro posizioni evitando qualsiasi compromesso che possa domani aprire uno spiraglio al rischio.

Una grande sceneggiata mediatica
È per questo che il premier israeliano si è precipitato a Washington con una scelta di tempo perfetta, sia che la si rapporti agli incontri attualmente in corso sia che la si valuti in termini di scadenze elettorali israeliane.

Netanyahu ha altresì mirato a conferire all'invito rivoltogli dal Congresso tutto il rilievo politico e mediatico possibile. Lo ha fatto, oltretutto, da persona che conosce perfettamente la realtà e la società americana ed è quindi in grado di utilizzarne al meglio pregi e difetti.

Bibi ha infatti trascorso parecchi anni negli Stati Uniti, prima come studente al MIT e ad Harvard, poi lavorando - e guarda caso uno dei suoi compagni di lavoro era Mitt Romney che è stato in passato candidato repubblicano alla Presidenza - ed infine come Ministro Consigliere della Ambasciata israeliana a Washington.

La sua visita è stata quindi articolata su due atti. Prima una riunione con la più influente delle associazioni che sostengono Israele. Poi un discorso alle camere a maggioranza repubblicana cui non è parso vero sentire criticare con decisione quella politica iraniana del Presidente che essa ritiene troppo debole.

Il tutto poi inquadrato in un clima di tensione con Obama - costantemente smentito ma sempre accuratamente mantenuto a livello - mirato a permettergli di guadagnare immediatamente l'attenzione dei mass media di tutto il mondo che per alcuni giorni hanno funzionato da universale cassa di amplificazione delle sue tesi.

Tutto bene, dunque ? Per Bibi, per la lobby israeliana negli Usa e per i Repubblicani certamente. Per Obama, lo ripetiamo, Netanyahu è stato, e resta, 'a thorn in the ass'.

Per gli Stati Uniti... Qui l'interrogativo rimane aperto, considerato come il futuro del grande paese continui ad essere pesantemente condizionato dai suoi disastrosi rapporti con il mondo islamico. Che avrà magari tutte le sue colpe ma che per molti aspetti è anche vittima, oltre che protagonista, del caos attuale.

Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.
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lunedì 2 marzo 2015

L'ARRIVO DI NETFLIX A CUBA

di Alessio Pecce
 All'annuncio del 17 dicembre 2014, momento in cui sono ripresi gli accordi bilaterali tra Washington e l'Avana, fa seguito un'altra notizia considerevole che risale al 9 febbraio 2015, giorno in cui approda a Cuba Netflix, azienda statunitense, grazie alla quale il popolo cubano che ha accesso alla rete a banda larga e alle carte di credito internazionali, sarà in grado di vedere i video in streaming. Da sempre i contenuti trasmessi nelle radio, tv e giornali sono controllate dal governo, ma nel corso del tempo la programmazione si è allargata e soprattutto diversificata, offrendo ai cubani la possibilità di avere a disposizione una vasta offerta nazionale e internazionale, contenente film, programmi sportivi oltre ai canali d'informazione. Uno dei punti deboli è la scarsa produzione nazionale, per ciò che concerne i telefilm: le difficoltà economiche di Cuba, riducono e limitano a tal proposito, le capacità creative e tecniche dei soggetti deputati alla produzione televisiva, con il risultato di copioni poco coinvolgenti. Per questo motivo il popolo cubano è insoddisfatto e cerca delle alternative, ma l'arrivo di Netflix, contenente all'interno del suo pacchetto due miliardi di ore di serie tv e film, potrebbe accontentare di gran lunga i cubani, e fare concorrenza ai canali pubblici e alternativi. I telespettatori che si abboneranno a Netflix, addebiteranno il costo di tale servizio ai loro parenti residenti all'estero. Viste le attuali condizioni informatiche, in cui scaricare un' email o vedere un video su YouTube rappresenta una dura impresa, la maggior parte dei cubani che sarà grado di connettersi ad internet e usufruire di Netflix avrà la strada spianata e una visione globale nell'accesso ai video in streaming. L'altra faccia della medaglia è rappresentato dal fatto che attualmente, solo pochi cubani potranno usufruire di tale servizio a causa della connessione internet molto lenta. Basti pensare che fino al 2008, ogni 1000 abitanti soltanto tra 100 e  250 avevano la possibilità di accedere ad internet, mentre il numero di persone abbonate a un servizio di trasmissione digitale dati a banda larga erano meno di 1 ogni 1000 abitanti.


Alessio Pecce (alessio-p89@libero.it)

USA: turbolenze nei rapporti con Israele

Relazioni Usa-Israele
L’errore di hubris di Netanyahu
Riccardo Alcaro
01/03/2015
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Uno dei segreti di Pulcinella della politica internazionale riguarda le relazioni personali tra il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.

I due, per dirla senza tanti giri di parole, si detestano. Per anni hanno però mantenuto le loro differenze nell’ambito del legittimo disaccordo tra governi amici.

Questo è cambiato quando Netanyahu ha accettato l’invito di John Boehner, il presidente della Camera dei rappresentanti Usa, a parlare di fronte al Congresso riunito.

L’amministrazione Obama ha smesso di recitare il rituale ritornello secondo cui le divergenze tra Casa Bianca e governo israeliano riguardavano solo questioni secondarie. Susan Rice, consigliere per la sicurezza nazionale Usa e fedelissima di Obama, non ha usato mezzi termini: il discorso di Netanyahu al Congresso potrebbe avere un effetto ‘devastante’ sulle relazioni tra Stati Uniti e Israele.

Nucleare, il pomo della discordia tra Obama e Netanyahu
Dietro al livore dell’amministrazione Obama ci sono diverse ragioni. La prima è che il discorso di Netanyahu costituisce una rottura senza precedenti del protocollo diplomatico. L’invito al premier israeliano è stato infatti orchestrato da Boehner e dall’ambasciatore israeliano a Washington, Ron Dermer, senza nemmeno informare la Casa Bianca.

In secondo luogo, l’amministrazione Obama ha rimarcato l’inopportunità di dare a un capo di governo straniero il palcoscenico del Congresso degli Stati Uniti nel mezzo di una campagna elettorale - gli israeliani infatti voteranno un nuovo parlamento il 17 marzo.

Questo è anche il motivo ufficiale con cui Obama ha motivato la sua scelta di non incontrare Netanyahu durante la sua permanenza a Washington.

Il vero pomo della discordia è che Netanyahu userà l’occasione per condannare senza mezzi termini il tentativo di Obama di raggiungere un accordo con l’Iran sulla questione nucleare, ovvero l’iniziativa di politica estera di maggiore profilo del presidente statunitense.

L’accordo, dirà Netanyahu, non s’ha da fare. Secondo il premier israeliano, Obama si illude se crede di potersi fidare del regime clericale iraniano.

Non c’è alcun dubbio che Netanyahu veda più di un parallelismo tra sé e l’unico altro capo di governo a cui è stato concesso l’alto privilegio di rivolgersi direttamente al Congresso Usa, Winston Churchill, per ben tre volte.

Così come Churchill fu il più aspro critico dell’appeasement nei confronti di Hitler, Netanyahu si vede come l’ultimo argine prima di un nuovo ‘accordo di Monaco’ che lasci mani libere a un regime ostile agli ebrei (nonostante l’Iran si definisca antisionista, ma non antisemita; in realtà in Iran vive una piccola comunità ebraica che ha anche diritto ad una rappresentanza parlamentare).

Alleati di Netanyahu a Washington
Netanyahu può contare su alleati potenti a Washington. Il primo e più importante è il partito repubblicano che controlla entrambi i rami del Congresso. Boehner, che presiede la Camera dei rappresentanti dal 2010, ha apertamente ammesso che l’invito a Netanyahu sia un modo per mettere in imbarazzo Obama.

Israele gode anche di ampio sostegno nei media statunitensi e di diffusa simpatia popolare. Mobilitare l’opinione pubblica contro l’accordo è l’obiettivo di Netanyahu e dei repubblicani.

Netanyahu non ha però solo amici. Agli occhi dei critici, il premier israeliano ha commesso un imperdonabile errore di hubris le cui ricadute sulle relazioni tra Israele e Stati Uniti potrebbero essere nefaste.

Nel merito, Netanyahu sta condannando un accordo i cui contorni non sono stati ancora definiti. Come ha ricordato il segretario di stato Usa, John Kerry, Netanyahu aveva criticato anche l’accordo ad interim raggiunto con l’Iran a fine 2013 come un ‘errore storico’.

Eppure, l’opinione generale oggi è che quell’accordo abbia congelato i progressi in campo nucleare dell’Iran e di conseguenza servito gli interessi di sicurezza di Israele. Netanyahu, ha sostenuto Kerry, si era sbagliato allora e potrebbe avere torto anche oggi.

La forma dell’intera operazione ha però destato sconcerto. Negli Stati Uniti non mancano i critici della politica verso l’Iran di Obama. Per molti osservatori, qualunque sia la loro posizione sul negoziato con l’Iran, ricorrere a un capo di governo straniero per fare pressione sul presidente degli Stati Uniti equivale a subordinare il prestigio presidenziale (e quindi nazionale) a un interesse di parte.

Democratici in imbarazzo
Accettando l’invito di Boehner, Netanyahu ha consapevolmente messo in imbarazzo i democratici, costretti a schierarsi a favore di un presidente del loro stesso partito o di Israele.

Come se non bastasse, Netanyahu ha anche declinato l’invito da parte della leadership democratica del Congresso a un incontro a porte chiuse. Di conseguenza, almeno trentasette democratici hanno deciso di seguire l’esempio del vice-presidente Joe Biden e boicottare l’evento.

Così facendo, Netanyahu ha non solo imbarazzato i democratici. Ha anche ridotto le chance che questi si accodino ai repubblicani e votino subito, senza cioè aspettare l’esito del negoziato, nuove sanzioni contro l’Iran in numero sufficiente da rendere invalido il veto presidenziale.

L’ironia della vicenda, quindi, è che l’effetto del discorso di Netanyahu sul negoziato iraniano sarà nullo o addirittura controproducente.

Più difficile prevederne l’impatto sulle relazioni tra Usa e Israele. I due paesi sono legati da decenni di amicizia e le cose cambieranno drasticamente. Da martedì prossimo in poi Israele farebbe però meglio a non dare più per scontato l’ampio e quasi acritico sostegno bipartisan di cui ha sempre goduto a Washington.

Riccardo Alcaro è responsabile di ricerca dello IAI e non-resident Fellow presso il CUSE della Brookings Institution di Washington.
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lunedì 23 febbraio 2015

Stati Uniti: Transatlantic Trade and Investment Partnership e l'Italia

Area transatlantica di libero scambio
Ttip, l’imperativo dell’urgenza
Umberto Marengo
20/02/2015
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L’impegno del governo italiano è stato costante. Dal 2013, sosteniamo con forza il Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip), l’iniziativa lanciata da Stati Uniti e Unione europea (Ue), per la creazione di un accordo commerciale preferenziale.

Nelle intenzioni dei negoziatori, il Ttip deve essere un trattato ambizioso che permetterà di abbattere le barriere che limitano l’accesso al mercato, come per esempio dazi doganali, o regole che impediscono in alcuni casi allo stato di acquistare beni prodotti all’estero per favorire i produttori domestici, armonizzare le norme di tipo legislativo/regolamentare che limitano di fatto il commercio internazionale (barriere non tariffarie) di alcuni specifici prodotti, semplificare e garantire il mutuo riconoscimento delle regole del commercio come (per esempio, le misure doganali, le regole sulle etichettature dei prodotti di origine controllata, l’export dell’energia, etc.).

Addio barriere tariffarie
Gli Stati Uniti e l’Ue sono, ad oggi, le due principali potenze economiche mondiali e producono da sole oltre della metà del Pil mondiale e un terzo del commercio internazionale.

Le due economie sono già profondamente integrate e i dazi doganali sono in media bassi (circa 3%), anche se restano elevati su prodotti specifici. Basta pensare ai dazi imposti dagli Stati Uniti sulle calzature, sul tessile e sul tabacco europeo. Washington si è detta disponibile a eliminare tutti i dazi el’Ue prevede di fare lo stesso con limitate eccezioni per alcuni prodotti agricoli.

Le barriere non tariffarie restano invece un forte ostacolo al commercio, specialmente per le piccole e medie imprese che non possono sostenere i costi di adeguamento agli standard statunitensi.

In media si stima che le barriere non tariffarie aumentino i costi del commercio di quasi il 40% per i beni e del 30% per i servizi. Non tutti questi costi sono comprimibili: in alcuni casi l’armonizzazione sarebbe troppo costosa e in altri le differenze sono il risultato di diverse scelte politiche sulla regolamentazione (in alcuni casi più stringente in Europa come nel caso dell’agricoltura, in altri più stringente negli Stati Uniti).

Futuro dell’economia internazionale
L’accordo ha un grande valore strategico per il futuro dell’economia internazionale che verrà discusso il 26 febbraio in occasione di una conferenza internazionale organizzata dall’Istituto Affari Internazionali.

Il Ttip viene negoziato in un momento in cui il peso economico dei paesi occidentali è in declino e gli Stati Uniti sono parallelamente coinvolti nelle trattative per un accordo di libero scambio nell’area del Pacifico (Trans-Pacific Partnership).

L’Ue dipende più di ogni altra area economica dal commercio internazionale. Gli scambi commerciali (import e export) valgono l’87% del Pil, contro appena il 30,3% degli Stati Uniti e il 50%,2 della Cina.

Il Ttip può rappresentare l’ultima possibilità per Europa e Stati Uniti di fissare gli standard di produzione di beni e servizi, di protezione dei consumatori e dei lavoratori, e di imporli al resto del mondo, prima di perdere ulteriore terreno e quote di mercato a favore dei paesi asiatici.

Ttip e interessi italiani
Gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale extraeuropeo dell’Italia. L’economia italiana esporta oltre 27 miliardi di euro l’anno negli States (un trend in crescita) e ne importa 11 miliardi. Il Ttip sarebbe quindi di grande rilevanza per un paese competitivo sull’export come l’Italia.

Nella discussione pubblica di questi ultimi mesi (per esempio l’inchiesta Rai di Report dell’ottobre 2014) si è posta grande enfasi sul possibile impatto del Ttip sui settori agricolo e alimentare italiano.

Per quanto importanti, questi hanno un peso quantitativamente limitato nel commercio transatlantico (vale circa il 3% dell’export di valore aggiunto italiano negli Stati Uniti). Settori quali la meccanica e le attrezzature, i servizi, i trasporti e le comunicazioni hanno un peso quantitativamente superiore.

È quindi nell’interesse dell’Italia tenere alta l’attenzione politica sui settori della manifattura, della meccanica e dei trasporti, dove il paese è particolarmente competitivo nell’export e dove l’accordo contribuirebbe a rilanciare crescita e occupazione.

Il più grande nemico del Ttip - e dell’Ue - è il tempo. Le negoziazioni con gli Stati Uniti hanno faticato a partire, anche a causa della forte opposizione che il trattato suscita in alcuni settori in Europa.

Se non sarà possibile raggiungere un accordo entro le prossime elezioni presidenziali Usa del 2016 il Ttip rischia di diventare un guscio vuoto e l’Europa - un’economia bloccata e sul bordo della deflazione - perderà drammaticamente forza contrattuale sulla scena globale.

Gli Stati Uniti stanno attualmente chiudendo un altro Trattato con i paesi dell’Asean (Trans Pacific Partnership). Quando quell’accordo sarò raggiunto, diventerà ancora più difficile per l’Ue difendere i propri interessi sia con gli Stati Uniti che con tutti i paesi emergenti dell’Asia.

Se l’Europa vuole veramente difendere il proprio modello sociale ed economico nel mondo, l’accordo con gli Stati Uniti è una precondizione essenziale per poter interloquire in una posizione credibile con i paesi emergenti, ovvero con il futuro dell’economia mondiale.

Umberto Marengo è PhD candidate in EU Public Policy all’Università di Cambridge.
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sabato 21 febbraio 2015

Brasile: il potenziamento delle risorse energetiche

Importanza di Itaipu 
Di 
Giorgia Licitra 
(giolicitra55@hotmail.com )  

Quest’anno la centrale idroelettrica Itaipu, a Foz di Iguaçu - Brasile, raggiunse il suo maggior indice di efficienza nella produzione di energia da ben trent’anni  dalla sua creazione. La diga binazionale, presente al confine tra il Brasile e il Paraguay , pur non avendo l’infrastruttura dei moderni impianti asiatici, continua ad sbalordire il panorama internazionale dimostrando a tutti gli effetti, che l’utilizzo delle risorse idriche può essere un alternativa valida.  Avendo una produzione annuale di circa  87,8 milioni di MWh, la centrale rappresenta un trionfo per entrambi i paesi, di cui traggono  dalla sua  struttura il 17% del fabbisogno energetico nazionale  brasiliano e il  75% di quello paraguayano.

    
Simbolo di una intesa storica fra le due nazioni, la realizzazione di Itaipu ebbe tuttavia delle grosse problematiche sia in passato, soprattutto per le manifestazioni delle insoddisfazioni della vicina Argentina che si oppose alla sua costruzione, che nel presente. La apertura dei rinegoziati del Trattato di Itaipu del 1979 riguardo il commercio di crediti energetici potrebbe non attendere fino al 2023. La conseguente crisi energetica, che in questo momento investe L’America Latina, rischia di far riemergere nelle acque del fiume Paranà gli scontentamenti di Asunción nella ripartizione delle quote assegnate. Sarà in grado l’appena rieletta presidente Rousseff  di ripetere l’impresa del precedente governo Lula, che seppe placcare nel 2007 le rivendicazioni del Palacio de los López ad Asunción?

(contatti su:geografia2013@libero.it)

venerdì 20 febbraio 2015

Stati Uniti : Resisterà la dottrina Obama alla prova dello Stato Islamico?

di 
Giulia Dal Fiume
 (giuliadalfiume@libero.it)

Il presidente Obama ha formato il suo pensiero strategico antiterrorismo sostenendo il concetto di “no boots on the ground”, il progressivo ritiro delle forze di terra dai vari teatri di guerra e l’utilizzo progressivo della tecnologia dei droni e dell’appoggio tecnico-logistico di personale militare americano agli eserciti locali. Così, dopo il maldestro ritiro dall’Iraq e il disimpegno dall’Afghanistan, sembrava che tale strategia fosse stata pienamente seguita, fino a oggi. Il Califfato è la nuova sfida che si pone agli Stati Uniti. Intervenire o non intervenire, mandando uomini sul campo?
Il Pentagono sta raccogliendo informazioni proprio per verificare la necessità o meno di consigliare al presidente Obama l’invio di un contingente che affianchi il debole esercito iracheno nella lotta contro lo Stato Islamico.
Se non fosse per il massiccio sostegno dei curdi, delle milizie sciite e dei pasdaran iraniani probabilmente il Califfato avrebbe già conquistato l’importante e strategica città petrolifera di Kirkuk che invece pare resistere agli attacchi, grazie anche ai raid aerei alleati.
Un eventuale intervento statunitense cambierebbe notevolmente lo status attuale. La reazione dell’opinione pubblica americana alle terribili morti toccate ai giornalisti James Foley e Steve Sotloff per primi, ha posto degli interrogativi per quanto concerne la strategia da seguire. Si sa che gli equilibri nella regione mediorientale sono assai precari: da un lato le monarchie sunnite, Arabia Saudita e Qatar in testa, che appoggiano le azioni statunitensi, ma auspicano la caduta del regime del leader Assad, dall’altro un attore molto discusso, l’Iran, che, invece, sostiene il fronte del presidente siriano. A ciò si aggiungono le preoccupazioni di Riyad e di Doha, ma anche di Israele, di un possibile accordo sul nucleare iraniano, che porterebbe Teheran a divenire attore di primo piano al fianco di Washington nella lotta al Califfato.

Per il momento i giochi sono tutti aperti, ma pare che per il presidente Obama Assad rappresenti, al momento, il male minore e che sia necessario un dispiegamento di uomini maggiore di quello attuale. 
14 febbraio 2015
(geografia2013@libero.it)

giovedì 12 febbraio 2015

Messico: necessaria la riforma delle forze di polizia

LA DIFFICILE SITUAZIONE DEL PRESIDENTE MESSICANO

Il giorno 8 dicembre 2014, il procuratore generale messicano Jesùs Murillo Karam ha confermato che è stato identificato il DNA di Alexander Mora Venancio, uno degli studenti scomparsi il 26 settembre a Iguala. La famiglia del ventunenne, ha dichiarato con fermezza che continuerà la protesta per chiedere le dimissioni dell'attuale presidente messicano Enrique Pena Nieto. Pochi giorni prima dell'identificazione del DNA, il presidente ha affermato, nella città di Acapulco, di voler attuare un piano di ripresa economica volto a contrastare la criminalità organizzata. Il suo intento è quello di eliminare i gruppi della polizia locale a favore di gruppi controllati a livello nazionale. Inoltre il governo federale avrà il diritto di sciogliere tali gruppi, qualora ci siano indizi sufficienti a provarne il coinvolgimento con il crimine organizzato, visto che a capo di questa brutta storia, legata alla scomparsa degli studenti, pare esserci un legame tra forze di polizia, bande malavitose e politica.

L'obiettivo di Enrique Pena è quello di sostituire le attuali 1.800 forze di polizia, con 32 solide corporazioni di sicurezza regionale.

Basti pensare che dal 2006 al 2012, in Messico più di 80.000 persone sono morte

a causa della violenza legata ai cartelli della droga e oltre 20.000 sono invece

scomparse. Stando all'ultimo sondaggio fatto nel paese, il 90% della popolazione considera la polizia come una delle istituzioni più corrotte: ecco il perché della radicale decisione del presidente messicano di voler fare le riforme costituzionali riguardo polizia e legalità.



Alessio Pecce